Consulenza filosofica

Parlane con il filosofo.

 

 

Phronesis coronavirus BOZZA7  Iniziativa di solidarietà sociale in occasione dell’emergenza Coronavirus.

 

#IORESTOACASA

20 professionisti dell’Associazione per la consulenza filosofica Phronesis si mettono a disposizione gratuitamente per chiunque, in questo periodo di limitazioni e costrizione domestica, sentisse la necessità di riflettere e chiarire il proprio percorso di vita, il proprio orientamento, il proprio pensiero, le personali difficoltà o dubbi. La crisi è il momento in cui occorre fare ordine nei propri pensieri, riesaminare la propria vita e la propria visione del mondo.

Prendi appuntamento con un filosofo per un dialogo a distanza tramite: telefono, Skype, WhatsApp. L’offerta è valida fino al 31 maggio 2020.

Φ DAVIDE UBIZZO

tel.:  3495945011

email: davide.ubizzo@gmail.com

nome Skype: davide0710

 

Standard
Attualità, Filosofia

La realtà distopica

Cyberspazio

Esattamente un mese fa esplodeva la questione SARS-CoV-2.

Emanule Severino in un’intervista, rilasciata poco prima di lasciarci, (e di vedere i fatti di oggi) alla domanda: “In che direzione stiamo andando?” Rispose: «È un tempo molto interessante. Siamo in questo tempo intermedio, uso la metafora di quei trapezisti che, essendo inizialmente attaccati al trapezio, lo lasciano per afferrarsi all’altro, che ci sia sotto o no una rete, ma nel frattempo sono sospesi. Noi siamo in questo momento di sospensione che è carico di significato.» In questi giorni mi è tornato in mente quel che disse, in altro luogo qualche tempo fa, quando affermava che la vera questione filosofica è: la realtà esiste di per sé o esiste solo nella nostra coscienza perché e in quanto noi la pensiamo? Per Severino il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna” affermazione che è un’apparente radicale idealismo ma in realtà è un assoluto realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione fenomenica della realtà esterna, ma la realtà in sé stessa. Il reale e l’ideale, potremmo dire parafrasando Hegel che nella Prefazione alla Filosofia del diritto nel 1820 scrive “Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale ” per dire che ogni fatto che si manifesta nel mondo risponde ad una legge razionale, e perciò comprensibile e spiegabile all’uomo, ma anche che tutto ciò che è pensabile è reale. Un inguaribile ottimismo (e assolutismo) della ragione che tutto percorre e può comprendere. Al che Giuseppe Rensi, dimenticato filosofo veronese, ateo, scettico e credente metafisico, ribaltava negli anni ’40 del ‘900 con un secco: “il reale è irrazionale e il razionale è irreale” contro la nota sentenza hegeliana. L’esperienza tragica di chiunque oggi ce lo dice, per il filosofo veneto infatti nella vita predomina l’assurdo. Gli eventi,  sono prodotti inattesi, effetti inintenzionali ed imprevedibili di azioni poste in essere per ottenere ciò che, alla fine, non si realizza. Quasi a suggerire che a governarci siano forze misteriose, complesse e sconosciute. Una variante potrebbe essere che l’Agire pervade l’Essere, il pensiero stesso è praxis, come avrebbe detto altrimenti Giulio Preti, altro filosofo semi dimenticato. O per dirla con Antonio Banfi “Non è il pensiero che insegna a vivere alla vita, ma la vita che insegna al pensiero a pensare”.

Questo è del resto sotto i nostri occhi, non il trionfo certo della scienza positiva, vincente e obiettiva sede di incrollabili fiducie ed episteme ontologico del presente. Il linguaggio stesso ne è sintomo, il linguaggio mediatico su tutti. Gli studiosi cosiddetti esperti dibattono e litigano, sintomi, diffusione, epidemiologia, numeri e dati, cure e presìdi tutto è incerto, confuso, poco oggettivo. OMS, Ministeri, BCE, consiglio europeo, direttori sanitari. La realtà nuda e cruda ci investe con slogan emotivi, appelli ossessivi, umanitarismo alla buona, tutto centrifugato nell’infosfera. Ciò che sta accadendo in Italia è sostanzialmente senza spiegazione: stiamo navigando al buio, non sappiamo cosa accadrà domani e perché sta accadendo tutto ciò in queste proporzioni, abbiamo troppe domande e nessuna risposta. Chi vede altro vede male.

Scrivo questo oggi sulla scorta di eventi che trafiggono la vita di questi giorni. Queste idi di marzo così ineffabili in cui le libertà usuali sono sospese e si vive con mille accortezze mai avute e come separati in casa. Giorni in cui vediamo un’invisibile e pneumatico virus minacciare la stabilità globale, sociale, economica, umana. Un pericolo di vita. Albert Camus, nel suo libro La peste mise in esergo una citazione di Defoe. “E’ ragionevole descrivere una sorta d’imprigionamento per mezzo  d’un  altro  quanto  descrivere  qualsiasi  cosa  che  esiste  realmente  per  mezzo di un’altra che non esiste affatto”. Stiamo infatti vivendo una vita nella vita, perché il ‘fuori’ non è sicuro e quindi dobbiamo tutti alienarci dal mondo estraniandoci in una bolla domestica, dubbiosi e scettici altalenanti tra bio-potere e pandemia, recalcitranti eremiti. Si realizza in effetti ciò che Camus prefigurava:  il vacillare della responsabilità sociale, i dubbi della fede  religiosa,  l’edonismo  di  chi  non  crede  alle  astrazioni (studi scientifici, teorie, complotti) e nemmeno al tangibile (la rapidissima diffusione e mortalità del virus), ma neppure è capace di “essere felice da solo”, di starsene da sè a casa propria pascalianamente, il traballante impegno nel fare il proprio  dovere;  l’indifferenza,  il  panico,  lo  spirito  burocratico  e  l’egoismo  gretto  sono gli  alleati del morbo.

E scorrono nella memoria Il mondo nuovo di Huxley, e Philip Dick di La svastica sul sole e Blade Runner di Ridley Scott, o il Lupo della steppa di Herman Hesse, 1984 di Orwell ovviamente, ma anche Fahrenheit 451 di Bradbury o quella ricerca di un uomo misterioso che ci conduce a scoprire gli universi presenti nel nostro mondo, in Da un altro mondo di Stefano Zampieri. Opere della letteratura distopica, un tempo derubricata a letteratura fantastica o fantascientifica e declassata a serie inferiore. Testi che immaginano realtà alternative che mantengono alcune delle caratteristiche della realtà ma ne distorgono altre. “Rappresentazione di una realtà immaginaria del futuro, ma prevedibile sulla base di tendenze del presente percepite come altamente negative, dove viene presagita un’esperienza di vita indesiderabile o spaventosa.” Un’utopia dominata dal negativo.

In questi tempi ci si chiede increduli quanto oggi la realtà abbia superato tutto ciò in modo così inaspettato e repentino che ci ha sorpreso e sbalordito. Anche nei toni mantrici e auto consolatori dello slogan andrà tutto bene, quando fino a ieri tutto andava verso il peggio, nei canti e nello sventolio di bandiere nazional popolari alle finestre di  un popolo radicalmente individualista e anarchico, (ricchissimo di inventiva e umanità) incapace di riconoscere un heimat, un genius loci pur che sia, anche culturale, che non sia il limitar del paesello proprio, o le eterne, esauste e fruste diatribe ideologiche (piazzate a sproposito). E’ un tempo di sospensioni spirituali e assenze religiose in un paese sede vaticana,  nell’indaffaratismo lombardo, nell’autarchia veneta. La realtà supera la fantasia anche nell’insistenza con cui si vuol costringere un popolo, – che vive per la natura del clima e per la posizione geografica sostanzialmente all’aperto, in strada –  alla clausura. Insomma per i caratteri storici ottocenteschi che Leopardi già descrisse: disincanto, il cinismo e il disinteresse. O, per citare Dante, Italia “di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”

Una certa cultura critica basata sulla razionalità scientifica oggi ci dice che questo paradigma di diffusione virale (a cui pare dovremmo abituarci come costante del futuro) è l’effetto collaterale del nostro modello di sviluppo occidentale che consuma, stravolge e uccide la terra, e se non invertito quanto prima porterà morte, distruzione, estinzione dell’umana stirpe. Di sicuro il pensiero liberale, razionale ‘forte’, economicista imperante e rapace sta dimostrando una radicale fragilità, impensata fino a pochi anni fa, in un periodo di post ideologico ottimismo mercantile, il globale diventa così reale nel locale anche nella diffusione virale. Alla fine della storia della dialettica materialista scopriamo l’assurdo nel senso tragico della vita, che non è né pessimismo né nichilismo: il pessimismo è pensare che tutto vada per il peggio, il nichilismo invece che nulla abbia valore, e se ce l’ha prima o poi lo perda.

Il senso tragico è realistica accettazione della ‘nuda vita’ così come ci si presenta, la cosa stessa. È, del resto, proprio soltanto dalla sensazione di vivere lanciati e abbandonati senza paracadute nello spazio vuoto d’un mondo d’assurdo esterno ed interno e di cieco caso, che sorge intimo e veramente profondo e potente quel senso tragico della vita” Lo scriveva Rensi in La filosofia dell’assurdo nel 1937.  La  nuda vita è già da sempre qualcosa di escluso che entra per inclusione, la rappresentazione della realtà distopica di oggi.

 “Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor” (Leopardi, l’Ultimo canto di Saffo)

img.mediterranea on line

Standard
Attualità

Leggere libri.

8065a74a3828afda31fcd76cd974f65b--celebrities-reading-reading-is-sexy

Il libro sta bene. Anzi benissimo. Le vendite crescono. La lettura meno.

Alla Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri nel corso del Seminario veneziano di dicembre scorso, all’Isola di San Giorgio,  dedicato ai librai di tutta Italia sono stati resi noti i dati del 2019 di Messaggerie Libri (il più importante distributore italiano di prodotti editoriali) che riguardano il periodo 2017-2019.

I dati sulla lettura nel nostro Paese – Il 36% degli italiani tra i 15 e i 75 anni non legge libri, ebook, non ascolta audiolibri – le difficoltà delle reti di distribuzione, le disparità regionali fortissime, la pirateria stessa-  sottolineano le criticità più evidenti. I report delineano una profonda trasformazione del mercato, con i libri di carta in crescita, soprattutto nel 2019.

Il Veneto è una delle regioni d’Italia in cui si legge di più. Nel Veneto si vendono il 10% dei libri di tutta Italia e le librerie hanno aumentato la domanda di titoli di oltre il 7%. Guardando il dato per provincia, Verona è al primo posto, seguita da Padova, Venezia, Treviso. Caso dell’anno Rovigo, che ha aumentato del 48% la richiesta di titoli. I dati presentati nel report Istat , riferiti all’anno 2018, riportano che al Nord legge una persona su due, in Sicilia solo una su quattro.

La  lettura  risulta molto più  diffusa  nelle  regioni  del  Nord: ha  letto  almeno  un  libro il  49,4%  delle persone  residenti nel  Nord-ovest e  il  48,4%  di  quelle  del  Nord-est. Al Sud  la  quota  di lettori scende al 26,7% mentre nelle Isole si conferma una realtà molto differenziata tra Sicilia (24,9%)e Sardegna (44,7%). Persistono perciò ampi divari  territoriali:  legge  meno  di una  persona  su  tre  nelle  regioni  del  Sud  (28,3%),quasi una su due  in quelle del Nord-est (49,0%).

Le biblioteche sono più frequentate nelle regioni del Nord-est (21,7%della popolazione)e del Nord-ovest (19,8%). Tra uomini e donne c’è un divario rilevante. Nel 2018 la percentuale delle lettrici è del 46,2% e quella dei lettori è al 34,7%. Per la prima volta inoltre la performance dell’Italia in questo settore risulta addirittura migliore di quella degli altri Paesi: nel 2019 il  mercato francese secondo le stime delle associazioni di categoria pare sia cresciuto solo del 2% e quello tedesco dell’1,4%. Gli Stati Uniti calano addirittura dell’1,3% in termini di copie vendute.

Secondo la classifica Amazon delle città dove si legge di più, relativa al  2019, è Milano la patria dei lettori: per il settimo anno consecutivo conquista il titolo di città che acquista più libri, sia in formato cartaceo che digitale. La medaglia d’argento va a Padova, che scalza Torino, scivolata dal secondo posto del 2018 al sesto. Il terzo posto lo guadagna Pisa.

I dati Istat ci dicono che solo il 40% degli italiani legge almeno un libro l’anno. Un dato sottostimato perché comprende esclusivamente titoli consumati per diletto e non a scopo professionale. In ogni caso, emerge un’Italia divisa in due. Una vera emergenza nazionale. Al Nord il tasso di lettura è più che doppio rispetto a quello del Mezzogiorno, mentre il centro si colloca intorno al 43,5%.

 

   “Sono convinto che chi non legge resta uno stupido. Anche se nella vita sa destreggiarsi, il fatto di non ingerire regolarmente parole scritte lo condanna ineluttabilmente all’ignoranza, indipendentemente dai suoi averi e dalle sue attività.”

Edward Bunker

Img:Pinterest

Standard
Attualità, istria

Ricordo 2020

2018sisan

«Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. È tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. […] Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. […]» (Simone Weil, L’enracinement 1949)

Le vicende del confine orientale sono parte della mia storia personale che si dipana tra gli anni ’70 e l’oggi, il ricordo è la cifra della mia bildung.

Ricordo. Una volta, eravamo io e i miei 2 estrosi fratelli, a bordo di una Fiat Uno rossa al confine di Rabuiese, quando cercavamo di trattare con una guardia confinaria slovena che ci contestava la mancanza di una carta verde per andare in Jugoslavia, fu prima del ’91. Ricordo se non erro che riuscimmo in qualche modo a passare perché poi in una curva della bella e tortuosa strada costiera sbattemmo con il muso della macchina contro il paracarro della carreggiata. O forse era un viaggio diverso. Non ricordo esattamente se riuscimmo a proseguire, forse ce la cavammo con una ruota sgonfia subito riparata. Ricordo un viaggio tentato in una Mini De Tomaso con il mio fratello omonatale, viaggio interruptus per esplosione della batteria o del radiatore nel bel mezzo dell’A4, forse a Cessalto che è risaputo essere luogo funesto di quel tratto. Ricordo il viaggio di ritorno a bordo del carro attrezzi, prima e unica volta, e lo sguardo desolato con cui guardavamo il panorama, avviliti per il guasto alla macchina e il viaggio mancato.

Ricordo quindi numerosi viaggi estivi nel caldo accecante, pieni di colori vividi e percorsi faticosi su strade polverose ripagati da scogliere solitarie e bianche da cui spiccare tuffi rigeneranti. Ricordo un viaggio via mare dal gusto retrò, con la motonave Marina, e i delfini saltare al largo del Lido di Venezia. E poi un viaggio in autobus da Pola a Trieste con mia figlia piccola, divertente e accidentato, ricco di soste e di persone. Ricordo sempre il mare in tutte le sue sfumature e le chiare acque. Ricordo ruote bucate, diverse e con automobili differenti, in strada, in riva al Carnaro, sulla via del mare, e il vulakanizer che per pochi spicci te le riparava. Penso di esser stato in Istria la prima volta a 2 o 3 anni.

Ricordo i ricci di mare pescati e mangiati con Toni a Punta Santo Stefano e le prime nuotate sotto il Monte Madonna, il frinire assordante delle cicale. Ricordo le case, vecchie, semplici e maestose, fatte di pietre squadrate, fresche e ombrose d’estate al riparo dalla calura, quelle di famiglia di altrui proprietà. Ricordo le borse piene di limoni, detersivo, caffè e fertilizzante della Montedison, beni introvabili allora lì. Ricordo le All Star Converse da basket di pelle bianca e con il logo rosso, acquistate a Pola, le ho usate fino a sfondarle, mi piacevano davvero molto. Ricordo la cucina economica (“lo spaker”) i tini di vino acidulo, l’alambicco in rame sotto la pergola, le tavolate all’aperto in corte all’ombra del gelso, i trattori e i campi rossi seduto sul pararuota.

Ricordo le persone: Romano, Maria, la Nerina, la Claudia, la Kate, Aldo e Stella, Paolo e poi Bruno e Miriana, Bruna e Sandra. Atmosfere, gusti, sapori e odori, questo resta impresso, sempre. Tavolate di cibi semplici e schietti. Con gente sempre semplice e schietta. Gnocchi o fusi con il sugo rosso di gallina, carni grigliate e saporite, formaggi e prosciutti stagionati. E la deliziosa Malvasia di Parenzo, che non dà alla testa, ma questo più avanti perché la vinificazione commerciale è arrivata in seguito. Il pesce, ricordo, i rossi riboni fritti e le sarde. Il pane soprattutto, la struza appena sfornata. E poi le barche al largo della piccola baia deserta. Imparai in Istria a nuotare, nelle acque limpide del Carnaro un’estate degli anni ’70. Ricordo i giochi d’acqua e i bagni e gli scherzi di giovani scapestrati, le chiappe esibite a scherno del pescatore allertato, perdonati perchè conosciuti.

Ricordo la campagna, vasta e rigogliosa, segnata da tratti coltivati e altri totalmente incolti. I colori sempre vividi in piena luce, tutte le tonalità del verde, il contrasto con il cielo limpido, i segni rossi e bianchi dei sentieri a tracciare il percorso. Ricordo campi e terreni coltivati faticosamente dai miei avi.

Ricordo tutti i monumenti, le chiese, gli archi, i muri a secco, i cimiteri, e i campanili. Ricordo camminate e cittadine, villaggi e contrade, storia e memorie. Ricordo il Monte Zaro e le calli intorno al centro di Pola, il museo archeologico nel suo angolo quieto al riparo dei resti romani. La terribile edilizia jugoslava. Il mercato del pesce e della frutta e della verdura con le donne del contado che ti invitano all’acquisto. Visinada, Sanvincenti, Rovigno, Albona, Cherso e Montona, Grisignana, Portole, Momian e Lubenizze e Lussino. Il dialetto dell’Istria meridionale, che è musicale, unico e aspro, quasi un veneto un poco corretto da cadenze come orientali. Ricordo detti e racconti in innumerevoli chiacchierate di tempi e storie del passato.“Magna picio” e poi “bevi, bevi piria”, da grandi. Mali Prinz mi chiamavano da bambino. Il mio ricordo è tutto familiare, è culturale, impossibile da sradicare.

Ricordo pure l’ignoranza e la maldicenza e l’indifferenza.

Ricordo anche sempre le notti, i cani abbaiare nel vento, il buio pesto, denso, e il silenzio. Ecco sì, lì è nascosto qualcosa che non passa, qualcosa di tragico e di tremendo, che segna queste terre e che non si può dimenticare.

Img: DU 2018.

 

Standard
Attualità

Venezia vista dall’acqua.

2018stefanosoffiato.jpg

“Città ricca d’oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond’è cinta, dalla prudente sapienza dè figli suoi munita e fatta sicura” (Francesco Petrarca ad un amico 1321)

Βενετιϰή, Venetica, Venetia, Bunduqiya, Wenecja, Venetsia, ΒενετιϰόϚ, Venedig, Benetki, Venèsia.

Nel 1500 “Venezia, “trionfante”, è una città unica, miracolosa. Ogni città-stato italiana si dice in realtà singolare, ma di tutte Venezia si dice, ed è detta, la più singolare” scrive Elisabeth Crouzet-Pavan nella sua Storia di Venezia. 118 isole, 150 rii o canali circa 400 ponti. Un tempo regione augustea, “dalla Pannonia all’Adda”. La grande Venezia, (con l’Istria) di epoca romana, poi scomparve pare nel 569 d.C. lasciando lo spazio alla seconda Venezia come viene chiamata dallo storico venetico più antico, Giovanni Diacono, quella che noi così conosciamo.

Venezia nel mito vanta diverse date di nascita e fondazione, impossibile distinguere e provarne una per certa, nel 421 con la fondazione (improbabile) della Chiesa di San Giacometto a Rialto,  nel 697 con il primo Dux Paulicio, esarca bizantino, nel 811 con Agnello Parteciaco (o Partecipazio), poi Badoer, che fonda a Rivoaltus il palazzo sede ducale, oppure la data dell’827 con l’arrivo del corpo di San Marco da Alessandria d’Egitto, oppure nel 1082 con Alessio Comneno con la Crisbolla e l’indipendenza da Bisanzio, oppure il 1063 la ricostruzione di San Marco o il 1094 con la nuova consacrazione della Basilica e  il miracolo del ritrovamento del corpo di San Marco o il 1297 ultima data possibile con la serrata del Maggior Consiglio che fonda il patriziato veneziano.

Oggi Venezia è sommersa. Venezia sul crinale di un’era nefanda priva di equilibrio e di assennatezza. Venezia che oggi sta per esser piombata nel gorgo della forza di una natura debordante i vincoli umani; una Venezia in pericolo ove mancano però uomini attenti che, all’improvviso, la possano vedere e la salvino. Come Jaffier il traditore redento, salvatore e condannato, della tragedia di Simone Weil. O meglio, abbondano uomini e donne che seppur attenti prefigurano una spirale di visioni infauste ma non sanno come intervenire. Dilaga la psicosi del complotto. Dei presunti esperti, dello Stato, degli italiani, degli affaristi senza scrupoli, dei politicanti, della politica, dell’Europa. Venezia è perduta.

«Dio non permetterà che una cosa tanto bella venga distrutta. E chi vorrebbe far male a Venezia? Il nemico più implacabile non ne avrebbe il cuore. Che vantaggio avrebbe un conquistatore a sopprimere la libertà di Venezia? Solo qualche suddito in più. E chi vorrebbe, per così poco, distruggere qualcosa di tanto bello, qualcosa di unico al mondo!» (S. Weil, Poèmes)

Di questi tempi grami in cui l’acqua sembra voler inghiottire con voracità Venezia, quell’acqua marina che invade le rive e penetra da ogni pertugio, si assiste turbati a uno spettacolo naturale di violenza devastante e repentina, come l’onda di denigrazione e cinismo, rivendicazioni e odio e profonda insipienza, quella che ci sommerge come l’acqua.

Incuranti di calici screziati e legni antichissimi, di lamine dorate in tessere incollate, di colonne e pietre levigate, che ancor oggi sulla linea di riflesso dell’acqua che s’innalza risaltano di intatto splendore. Ignari di vetri soffiati, di ricami delicati, di frutti prelibati, di artefici alchemici alimentari.  Del tutto a digiuno di Venetia et Histria, di tribuni marittimi, di Magister Militum, di Cronaca Altinate, di Mauro e Aurio, di Santa Giustina alle Vignole, di Narsete, di San Teodoro, e di pirateria adriatica, di Istria e Dalmazia. Dei Gritti, dei Pisani, dei Grimani, dei Contarini, dei Morosini, degli Zorzi. Di Veronica Franco e Isabella Cortese. O di Elena Lucrezia Cornaro. Di Interdetto papale, di congiura di Bedmar, di Marino Falier. Di narentani ed Uscocchi. Di Napoleone, di sale e di vino e di olio. E di Carpaccio, di Tiziano, di Giorgione, di Tiepolo e Tintoretto, di Paris Bordone e Cosmè Tura. Di Scamozzi, Sanmicheli, Palladio, Sansovino. Di Candia, di Zante, di Rettimo, di Zara, di Scutari e Durazzo, delle Tremiti, di Cipro. E di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, che ne sanno?

“Beauty is difficult”, la bellezza è difficile. Ezra Pound nel 1908 a Venezia con 80 dollari in tasca pubblica a sue spese la prima raccolta di poesie, A Lume Spento, cantando il sole veneziano, Alma Sol Veneziae. Pound cantava Venezia nella sua Litania notturna «O Dio delle acque, / monda i nostri cuori dentro di noi, / E le nostre labbra per lodarti. / Perché ho veduto / L’ombra di questa tua Venezia / rifrangersi sulle acque, / E le tue stelle // L’hanno veduto dal loro corso remoto / Hanno veduto questa cosa, / O Dio delle acque, / Come sono le tue stelle / Silenti nel loro grande moto, / Così il mio cuore / è silente dentro di me». Quella di Pound, nelle prime poesie veneziane, è una Venezia solare, portatrice di energia, di vita, non di morte come quella di Thomas Mann.

E nel nome della bellezza, platonicamente, la città è cresciuta, generata nella e dalla bellezza, partorita nel bello secondo il corpo (la materia povera delle lagune) e secondo l’anima, (il credo ortodosso cristiano) culla di filosofia a Padova, lo Studium Patavinum, o alla Marciana, di Marco colma di testi antichi, oggi biblioteca nazionale. Che ne sanno oggi dei viaggi di Dante, Petrarca, Leone ebreo,  Erasmo da Rotterdam, Paolo Sarpi, Galileo Galilei, Giordano Bruno (arrestato a palazzo Mocenigo a S. Tomà e portato a San Domenico di Castello), Hobbes,  Rousseau (che vive ai Tre Archi di S. Giobbe), Goethe che arriva dal Brenta in Burchiello, Schopenhauer, Nietzsche che va al Lido a fare i bagni con il fidato Koselitz/Peter Gast, J.P. Sartre, Luigi Stefanini e il filosofo Giuseppe Rensi che cerca una stampa del Cavaliere Solitario, nella città più bella del mondo?

L’antica basilica di San Marco porta scolpite e composte nei marmi, da Bisanzio, le sacre e ieratiche figure di santi e le narrazioni evangeliche che portano a Dio come ad un’ascesa spirituale. I veneziani vollero ancorare al sacro mistero cristiano la loro sorte terrena. 9000 metri quadrati di lamine e tasselli d’oro di vetro e ricoperti con una sottile foglia  da 24 carati, sulle cupole dell’Emanuele, dell’Ascensione e della Pentecoste dove troneggia la Colomba Bianca simbolo dello Spirito Santo da cui scendono 12 fiamme di fuoco sulle teste degli Apostoli, ai piedi dei quali vi sono coppie di figure con il nome di diversi luoghi del mondo che rappresentano i popoli che ricevettero il messaggio di Cristo. Con l’aggiunta di una sagace scaltrezza che pose in Cripta i resti di Marco, il santo, fatto patrono. Dall’arte di Costantinopoli arrivano anche le 1927 pietre preziose della Pala d’Oro. Rubini, smeraldi, topazi, perle, corniole, zaffiri, ametiste, agate.

Rialto fu sempre luogo cardine della vita commerciale veneziana fin dal 1200 e deve la sua configurazione alla natura di scambio e commercio gravante attorno alla piccola chiesa di San Giacomo, sotto i portici al cui riparo si trattavano merci di tutto il mondo conosciuto, (e dove nasceva una delle prime banche d’Europa) nelle cui locande alloggiavano mercanti stranieri, e nelle osterie si ristoravano cittadini e forestieri. Il ponte cinquecentesco (fino al 1591 il ponte era in legno) congiungeva le due zone principali di Venezia: San Marco centro politico e religioso con le mercerie, e Rialto (Rivo Altus) primigienia sede della Nuova Venezia del 700 d.C. luogo di traffici, accordi, commerci. Alvise Zorzi lo considera “il più straordinario crogiolo di lingue, di popoli e di razze e, insieme il più variopinto centro d’affari che si fosse mai visto dopo la caduta di Costantinopoli”. Nella Drapperia o Draparia, nelle botteghe e nei botteghini antistanti gli orefici e i gioiellieri trattavano turchesi persiani e smeraldi indiani, cristallo di rocca e lapislazzuli afghani, rubini, zaffiri, corniole, topazi e diamanti, e da questi artigiani prese il nome la larga calle che fronteggia l’edificio del (fu) Magistrato alle Acque, nel cui cornicione d’angolo, verso il Ponte di Rialto, spicca una statua della giustizia con spada e bilancia, probabilmente d’epoca romana, simbolo di equità nei traffici commerciali. Rialto Mercato veneziano per eccellenza, con la sua Erbaria e le Beccarie, carne e verdure, e il vino veneziano che dà nome alle cantine di mescita, le Malvasie. La diffusione del vitigno e del nome venezianizzato  di Malvasia: dalla Grecia all’Italia, Istria e Dalmazia, Spagna e Portogallo. Si diffonde con la caduta dell’Impero Romano d’Oriente quando a Venezia tocca il porto fortificato di Monemvasia, ovvero Malvasia, i cui vigneti danno da sempre vino eccellente. Molte osterie della città lagunare cominciarono a vendere esclusivamente Malvasia, tanto da venir identificate con il termine stesso. Ancor oggi a Venezia calli e ponti ricordano questo vitigno e con il termine “Malvasie” si indicano i locali in cui si servono principalmente vini sfusi.

E poi San Pietro di Castello che fu prima Basilica cittadina, ad Olivolo, sorta nella metà del secolo VII, una delle isole che formavano la Venezia primigenia e bizantina, che custodisce la Cattedra di San Pietro, in realtà parte di un’antica stele funeraria islamica con motivi decorativi arabi e incisioni in cufico di versetti del Corano. A Grado stava il Patriarca di Venezia fino al XVI secolo quando si trasferì a San Pietro di Castello e lì restò fino al 1807. (San Marco era la cappella privata del Doge). L’altar maggiore, dov’è collocato il corpo del primo patriarca, San Lorenzo Giustiniani, fu scolpito l’anno 1649 con disegno di Baldassare Longhena. Lorenzo Giustiniani fu asceta e mistico, fondatore dei cosiddetti Celestini di San Giorgio in Alga, dall’isola dove si ritirò per vivere in comune con loro, riconosciuti poi come “Compagnia di canonici secolari” ordine monastico in seguito diffusosi in Italia ed Europa concordandosi alla regola agostiniana, fondato appunto nell’isola di San Giorgio in Alga, fulcro della spiritualità lagunare, situata a nord della città affacciata sul Canale Vecchio di Fusina che da Venezia prosegue sino all’imbocco del Brenta, oggi isola totalmente depredata e abbandonata, ridotta a pochi ruderi circondati di rovi.

La Laguna luogo di eremi e di mistici. Come il soggiorno in laguna nel 1220 di San Francesco d’Assisi di ritorno dall’Oriente e dalla Quinta crociata, o dall’Egitto. Anche se rimangono molti dubbi sulla veridicità del fatto certo è che nel 1228 il patrizio Jacopo Michiel, proprietario dell’isola detta Isola delle Due Vigne, accordandosi con Sant’Antonio da Padova, ministro provinciale, fece erigere una chiesa a nome di San Francesco. Questa risulta essere la prima chiesa dedicata al santo, dove campeggia il motto: “Beata solitudo, sola beatitudo”

E di Venezia e della sua natura bizantina si può intendere dalle leggi superstiti e dalle consuetudini che acquisisce dal morente impero romano d’Oriente, dopo esser stata lido romano, tra Lio Piccolo ad Altino, sotto Aquileia, all’avvicinarsi del nuovo millennio,  verso l’anno mille. Il diritto romano, e le antiche leggi riformate da Giustiniano, rientrarono subito in vigore nei territori lagunari dipendenti da Bisanzio. Come intendere altrimenti la consacrazione della cattedrale di Torcello alla Madre di Dio, Theotokos secondo Efesi 431 e il Cristo pantocratore che domina le cupole nei mosaici a San Marco? Grazie al suo passato greco-bizantino visibile ad ogni angolo e grazie al suo ruolo di mediatrice tra Est e Ovest, Venezia è il simbolo della coabitazione umana e di civile convivenza. Dalle sponde della Serenissima il viaggio verso Oriente, per terra o per mare (dall’Adriatico, allo Ionio, all’Egeo) si svolgeva attraverso un cammino che conduceva sulla via delle Indie o verso Costantinopoli. Un itinerario ricco di suggestioni, fortemente attraente, altamente rischioso. L’Oriente, rappresentò il luogo più indicato per la “formazione” diplomatica e per l’esercizio della buona pratica mercantile dei giovani patrizi che usualmente si dedicavano ai commerci dopo gli studi filosofici a Padova. Le Relazioni presentate al Senato dagli ambasciatori di ritorno dalla propria missione informavano le autorità cittadine sugli esiti dell’incarico politico svolto presso la corte del Sultano e non tralasciavano impressioni o valutazioni ricchissime di notizie.

Così fu per l’isola di San Lazzaro degli armeni, rifugio offerto nel 1717 quando la Serenissima accolse i monaci profughi fuggiti dalle persecuzioni turche. L’isola conserva l’antica stamperia e un prezioso sarcofago egiziano. Dalla Riva degli Schiavoni si raggiunge con la linea 20 del vaporetto, seconda fermata dopo l’isola San Servolo, dove c’era il manicomio. A San Lazzaro veniva a meditare lord Byron, «amico degli armeni» di cui volle imparare la lingua. I mercanti partiti dalle pendici dell’Ararat, il monte di Noè, erano presenti in città fin dal Medioevo, come attestano gli antichi toponimi. Ruga Giuffa, non lontano da San Marco, era il quartiere dei mercanti armeni provenienti dalla città di Julfa, ora in Iran, prospero centro sulla Via della Seta. il Sottoportego degli Armeni, nei pressi di San Marco, nasconde la piccola chiesa di Santa Croce e il minuscolo campanile del XIII secolo, un luogo misterioso e arcano che sembra uscito dalle strisce di Corto Maltese di Hugo Pratt, il veneziano artista del fumetto. Qui si raccoglievano i mercanti per ascoltare la messa con la liturgia armena, di molto anteriore al rito latino romano. E se vogliamo essere pignoli  con il termine “armelin” i veneziani chiamano le albicocche, frutto onnipresente in Armenia. Fu la  Quarta Crociata che portò a Venezia un vero e proprio impero coloniale e sancì la sua egemonia su tutto il Mediterraneo orientale: la città lagunare arrivò a controllare gli stretti, l’ingresso nel Bosforo e tutta la rotta marittima dalla laguna veneta fino a Costantinopoli. La repubblica marinara si impadronì dei principali porti dell’Ellesponto e del Mar di Marmara, dei centri strategici del Peloponneso oltre che di Ragusa e Durazzo. Divenne padrona anche delle isole Ionie, di Creta, che comprò da Bonifacio, della la maggior parte delle isole dell’arcipelago e della città di Adrianopoli, nevralgico centro della Tracia imperiale.

La Repubblica di Venezia fu uno dei più potenti e fieri stati dell’Italia preunitaria, ma attorno al 1500 la crescente potenza della città lagunare destava preoccupazione sia agli altri stati italiani che alle potenze straniere presenti nella penisola, ma soprattutto a papa Giulio II: a preoccupare il pontefice era la dichiarata volontà della Repubblica di espandersi verso la Romagna. Le trattative avviate dal papa contro Venezia coinvolgevano gran parte degli stati italiani ma anche le principali potenze europee. Tutti avevano dei conti da regolare con lo Stato marciano. Quando tutti si allearono contro Venezia e la sconfissero, consegnarono nuovamente l’Italia a stranieri vittoriosi. La “rotta della Ghiaradadda” fu un colpo terribile per Venezia; la ritirata di ciò che rimaneva dell’esercito marciano si arrestò solamente sulle “ripe salse“, ovvero tra Mestre e Peschiera. Le potenze della lega di Cambrai approfittarono della crisi veneziana per agire; le truppe pontificie conquistarono le terre romagnole, inclusa Ravenna, mentre nel sud la Spagna si riprendeva i porti pugliesi; il duca di Ferrara occupava il Polesine e Rovigo. Quanto a Luigi XII, questi annetteva al Ducato di Milano le città di Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, Peschiera e la Ghiaradadda. Verona, Padova e Vicenza si ribellavano dandosi a Massimiliano I. Dalla paura di un’Italia unita e veneziana alla disgregazione e parcellizzazione straniera della penisola.

Venezia in conflitto atavico con Roma. Perchè la Repubblica conservava con cura la propria autonomia. Il Vaticano esigeva privilegi speciali che Venezia non volle (quasi) mai concedere. Per le questioni territoriali con il Patriarcato di Aquileia. Per le contese territoriali e fluviali in Romagna. Per la negata esenzione fiscale agli enti religiosi, per la scelta –  sempre rifiutata dalla Serenissima ma da Roma richiesta – di poter decidere i titolari delle sedi espiscopali. Perchè Venezia non garantiva l’immunità al clero rispetto ai suoi tribunali. Per il controllo anche dei vascelli battenti bandiera vaticana operato da Venezia nell’Adriatico. Perchè la Serenissima rifiutò di applicare l’Indice dei libri proibiti sul suo territorio, e così per l’ospitalità distintiva della Repubblica per chiunque professasse fedi differenti: marrani, ebrei, protestanti, greci ortodossi, nonchè i turchi. Nel 1568 papa Pio V indirizzò implicitamente contro Venezia l’encicicla In Coena Domini, con la quale esigeva obbedienza incondizionata. (Venezia negò per un anno, dopo l’arresto nel 1592, l’estradizione a Roma di Giordano Bruno, poi capitolò). Infine si arrivò all’Interdetto del 1606, punizione ecclesiastica che interdice il culto e i sacramenti in uno Stato cattolico e che, per tale motivo, è considerata equivalente alla scomunica. La vicenda vedrà scendere in un accesissimo dibattito personaggi illustri come i cardinali Baronio e Bellarmino per la Santa Sede e Paolo Sarpi e Antonio Querini per la Repubblica veneta. La Repubblica dichiara le censure pontificie contrarie alle Divine Scritture, alla dottrina dei santi Padri, “in pregiudizio dell’autorità secolare donataci da Dio e della libertà del Stato nostro”. La contesa terminerà il 21 aprile 1607 con una “sconfitta” del papa appena velata: egli toglieva l’interdetto senza che Venezia prestasse un’adeguata soddisfazione, né rinunciasse alla sua presa di posizione sulla questione di principio.

Venezia nasce dalla paura e dalla meraviglia, nasce nel turbine delle invasioni straniere dei Longobardi che si scatenò tra il V e il VI secolo sopra l’angolo nord-orientale della penisola italica. I primi veneziani in fuga dai barbari, in cerca di un riparo sicuro, profughi, migranti veneti che si fanno pescatori, commercianti, a vanto della loro città divennero abilissimi costruttori anfibi di meraviglie in mosaico e pietra d’Istria. Diventano Venetici. Spirito, ingegno, onore e genio. Vendita del pesce e raccolta del sale crearono le prime fonti di ricchezza. Se non si presta attenzione alla difesa della libertà e dell’autonomia non si capisce Venezia. L’unicità di una città-stato costruita tra mare e laguna, sospesa tra terra e mare è tutta qui. A questo allude il suo simbolo, il leone alato (oltre che maestà, potenza, saggezza, giustizia, pace, forza militare e pietà religiosa quale simbolo dell’evangelista Marco) quello  cinquecentesco del Carpaccio che posa una zampa sulla terra e l’altra sull’acqua. E’ qualcosa di intermedio: un grande daimon. E la sua felicità, il suo buon demone, fu questo gioco di riflessi tra cielo, mare e acqua salsa. Una terra mobile che si colora e scompare, che si allaga e si secca, su cui il tempo sembra rallentare. Fermare il tempo, congelare l’ideale.

In quanto città eterna rappresenta l’immagine scolpita dell’impresa millenaria di una stirpe audace qual era a quel tempo la gente veneta. Venezia è una liturgia di amore uranico cesellata e sospesa nei secoli, figlia di penuria e ingegno, che seppe elevare un tempio su colonne di canneti e limonio. Per questo Venezia è città filosofica, straordinaria e peculiare, perché come ricorda Diotima nel Simposio platonico, come Eros che è filosofo, e ha come madre la mancanza, la privazione, Penia, che mendica avanzi dal banchetto degli dei, suo padre è ingegno, Poros, che è figlio di sapienza e scaltrezza, così Venezia costruita dal poco o nulla della barena limo-argillosa, “suolo salso” altamente clorurico, diventa città d’oro, con ingegno e inventiva  straordinari. Si può ignorare l’incuranza verso un bene così prezioso, verso un frutto eccelso dell’ingegno veneto e italico, così delicato e fragile?

“La bellissima e meravigliosa realtà di Venezia va oltre la più stravagante fantasia di un sognatore. L’oppio non riuscirebbe a creare un posto come questo, e un posto così incantevole non potrebbe venire fuori neppure da una visione.Tutto quello che avevo sentito, letto o fantasticato su Venezia è lontano mille miglia. Sai che tendo a essere deluso quando si tratta di aspettarsi troppo ma Venezia è sopra, oltre, al di fuori dell’immaginazione umana.” (Charles Dickens ad un amico 12 novembre 1844)

“Venezia vista dall’acqua” è il titolo di un volume di G. Piamonte pubblicato nel 1968 dalla fu casa editrice stamperia di Venezia.
img: ©Stefano “Steve” Soffiato 2018
Standard
Etica, Filosofia, Venezia

Della Buona morte.

ceresa san michele 19.jpg

La cura per i morenti e i morti è sempre stata considerata dall’uomo un dovere d’amore verso le persone più vicine e care in vita. La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo. Essa costituisce il contenuto centrale di quell’ars moriendi che è saggio esercitare durante tutta la vita. Chi potrebbe, in ogni caso, desiderare una “cattiva morte”?

Diversamente dalle scienze che, soprattutto nel ‘900 hanno escluso la morte dalla società e dalle relazioni abituali, medicalizzandola, ospedalizzandola, decontestualizzandola come sterile e burocratico momento di semplice decesso, la filosofia invece ha sempre attribuito al momento del passaggio finale un’importanza essenziale.

Per la cultura della  Grecia antica, la stessa vita filosofica è una preparazione alla morte attuata in vita attraverso una trasformazione interiore che è una spoliazione di ciò che è superfluo ed inessenziale. Già nei riti misterici era sotteso il messaggio che per conoscere la Morte bisogna ‘provarla’, ‘sperimentarla già in vita acquisendo la capacità di uscire lucidamente e deliberatamente dal corpo, anticipando quell’esperienza che ciascun uomo dovrà fare al termine della propria esistenza. Lo stoicismo, dottrina della scuola filosofica fondata da Zenone di Cizia e sviluppatasi fino al tardo ellenismo e all’epoca romana –  da cui il cristianesimo accoglie molte delle impostazione etiche –  consiste nell’ atteggiamento di impassibile sopportazione delle sventure, del dolore, delle avversità. La morte è propria di ogni vivente, è inerente alla vita stessa, perché questa è un ciclo che ha un termine iscritto necessariamente nel suo percorso. Tutto questo non dipende dall’uomo. Epitteto, com’è noto, affermò: «Per noi la morte è nulla. Infatti, finché viviamo, essa non c’è. E quando essa c’è, noi non siamo più».

Heidegger parlava di esser-per-la-morte in questi termini: “La morte sovrasta l’esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta. (…) La morte è una possibilità di essere che l’esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’esserci sovrasta se stesso nel suo poter-essere più proprio.”

Severino afferma: “Noi siamo eterni e mortali perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. (…) Come parte della Totalità certamente, non scompaio nel nulla. Sarò cenere (dopo essere stato non già cenere, ma ovulo e sperma). Resto parte della eterna Totalità eternamente, ma non sarò io, sarà cenere. Sarà Ente, ma non quell’ente che io ero. E questo, per me che sono in quanto non sono cenere ma esistenza (agente, pensante, senziente, ecc.) è Tutto ciò che conta. ”

Nello spirito dell’Antico e del Nuovo Testamento, i cristiani – sotto forme diverse nelle varie confessioni – hanno accompagnato i defunti all’ultima dimora e aiutato i superstiti in lutto attraverso la preghiera, la proclamazione della Parola e la liturgia, l’assistenza e l’accompagnamento. Il morire e la morte fanno parte della vita, e la festività di novembre ci ricorda il destino eterno di chi non c’è più, ma anche il nostro. Loro erano ciò che noi siamo e sono ciò che saremo. La fede insegna che poiché Dio lo ama, l’uomo può consegnare con fiducia se stesso e il frutto della sua vita nelle sue mani. Per imparare quest’abbandono non bisogna attendere il momento angoscioso della morte. “Tutta la nostra vita dev’essere una preparazione a fare una buona morte” diceva san Giovanni Bosco.

La commemorazione di tutti i defunti (in latino: Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum), che comunemente viene detta “giorno dei morti”, è una ricorrenza della Chiesa cristiana celebrata il 2 novembre di ogni anno, il giorno successivo alla solennità di Tutti i Santi. I riti funebri hanno lo scopo di esprimere pubblicamente il dolore e la solidarietà alla famiglia della persona scomparsa, aiutando la comunità del defunto ad accettare la nuova situazione. L’idea di commemorare i defunti in suffragio nasce su ispirazione di un rito bizantino che celebrava infatti tutti i morti, il sabato prima della domenica di Sessagesima, all’incirca in un periodo compreso tra la fine di gennaio e il mese di febbraio.

Nel mondo greco, gli onori dovuti ai morti erano un dovere fondamentale di pietà religiosa, che spettava ai figli o ai parenti più stretti. Si riteneva che la celebrazione del rituale propiziasse il viaggio del defunto verso l’Ade. La sepoltura aveva luogo prima dell’alba. Una processione seguiva il carro con il quale la salma veniva trasportata fino alla necropoli (ma a volte si trasportava a braccia il letto funebre): l’apriva una donna che portava un vaso per le libagioni, seguita dagli uomini, dalle donne e da suonatori di flauto. Si procedeva poi alla cremazione o all’inumazione: nel primo caso, la salma veniva posta su alcuni oggetti cari al defunto; le ceneri erano raccolte in un’urna che veniva collocata nel monumento della famiglia; nel caso della sepoltura (la procedura più diffusa), il corpo veniva posto in una bara in legno o terracotta. Il corredo funebre era costituito da oggetti della vita quotidiana; nella tomba si ponevano inoltre offerte votive di cibo, entro coppe, vasi, piatti ecc., quindi si eseguivano libagioni, frantumando poi parte dei recipienti utilizzati. Nel corso dei funerali pubblici e solenni riservati ai caduti in guerra, veniva pronunciato un elogio e talvolta si tenevano giochi.

Nell’antica Roma, il maschio più anziano della casa, il pater familias, veniva chiamato al capezzale del moribondo, dove aveva il compito di raccogliere l’ultimo alito vitale di chi si trovava in agonia. Al termine della processione, quando il corteo giungeva nel Foro, veniva pronunciata la laudatio funebris del defunto. Mimi, danzatori e musici, come pure lamentatrici professioniste (prefiche) venivano assunti dall’impresa per prendere parte ai funerali. I Romani meno scrupolosi potevano servirsi di mutue società funebri (collegia funeraticia) che svolgevano tali riti per loro conto. Nove giorni dopo la sistemazione definitiva della salma, avvenuta mediante seppellimento o cremazione, veniva data una festa (coena novendialis), in occasione della quale veniva versato vino o altra bevanda di pregio sulla tomba o sulle ceneri. Poiché la cremazione era la scelta prevalente, v’era l’uso di raccogliere le ceneri in un’urna funeraria e deporle in una nicchia ricavata in una tomba collettiva chiamata columbarium (colombaia).

Fin dall’inizio dell’Età medievale, soprattutto nelle zone rurali, più isolate i rituali della morte erano pieni di costumi ancestrali e pagani che il cristianesimo cercò di eliminare o, quando non era possibile, di adattare e cristianizzare. Ad esempio, la credenza popolare che la morte prematura portasse l’anima “in pena” del defunto a vagare tra i vivi, perché morto non in “pace con Dio”, portò la Chiesa a “creare” un luogo intermedio tra Inferno e Paradiso, dove le anime attendevano che i vivi, con le loro preghiere, ne ottenessero la salvezza. Alcune credenze popolari relative al Giorno dei morti sono di origine pagana. Così i contadini di molti paesi cattolici credono che quella notte i morti tornino nelle loro case precedenti e si cibino degli alimenti dei “vivi”.

In Italia e a Venezia nel tardo medioevo, ma se ne riconoscono iniziative antecedenti fin dall’antichità in Oriente, esistevano confraternite che venivano chiamate Scuola della Buona Morte, (dette anche Misericordia) il cui unico scopo era quello di gestire sepolture per persone povere o rinnegate, o specializzandosi nel compito di dare gli ultimi conforti ai condannati a morte, come fu l’attuale sede dell’Ateneo Veneto accanto alla Fenice (San Fantin)  che  veniva detta anche “Scuola della Buona Morte” o dei Picai (veneziano per “degli impiccati”) o agli annegati come quella vicino alla chiesa di San Marcuola a Cannaregio, oppure a Santa Maria del Giglio e San Moisè.

Oggigiorno ci si pone piuttosto raramente la questione della propria morte come pure di quella altrui, a meno che non ci colpisca da vicino e in modo violento. La vita continua a essere sempre caratterizzata da un’ars vivendi – un’arte del vivere – (piuttosto che dall’ars morendi) parziale, orientata esclusivamente agli ideali della vita giovane, sana, dinamica e di successo. Il culto della giovinezza, della bellezza, della carriera e del piacere, fa passare in secondo piano l’attenzione per le realtà spirituali e trascendenti.

La morte non è fine ma inizio e rinascita. Il culto delle tombe, dei morti, nel vissuto e nelle tradizioni anche di popoli cristiani, si basa sul concetto della memoria, (Mnemosyne)  del ricordo, oltre che della continuità di un rapporto che va al di là della vita. “Io mi sforzo di ricondurre il divino ch’è in me al divino che è nell’universo” (Porfirio, Vita di Plotino, 2). Il culto dei morti, ancora oggi, mantiene sottili persistenze di tradizioni precristiane rielaborate in senso cristiano.

Img:DU2019

*parti di questo testo provengono dalla rete.

 

Standard
Filosofia

#4 Post.it La filosofia nasce grande.

132-1323098_greek-letter-uppercase-phi-simbolo-de-la-filosofia

Post it. Brevi postille filosofiche e non.

Perchè la filosofia? Perchè la filosofia antica, greca? Tutti ne parlano molti ne sparlano. Radure e antiche città. Alla ricerca della possente lucentezza, quella chiara profondità, quel nitore rigore dei grandi testi filosofici. Solo conoscendo che cosa è stata la filosofia si può comprendere il senso della sua trasformazione attuale e se ne può riscoprire il volto sotto la maschera.

«La sapienza o l’esperienza è il nome che ciascuno di noi dà ai propri errori. Sono però più istruttivi gli errori dei grandi intelletti che non la verità dei piccoli intelletti». (Oscar Wilde)

«Certo la parola “filosofia” è oggi continuamente ripetuta; ma appena se ne vuoi capire il significato vien fuori un tale vespaio che viene anche subito voglia di lasciar perdere. Il vespaio è prodotto in buona parte dal modo in cui oggi intendono la filosofia i filosofi di professione. Essa è sempre stata in relazione a tutto: non solo alla realtà come sembra ovvio; ma anche ad ogni forma di cultura. E si sa che, soprattutto nella nostra epoca, la cultura, e in particolare quella scientifica, è andata smisuratamente ingrandendosi e approfondendo. Sono andate quindi smisuratamente moltiplicandosi le relazioni che la filosofia intrattiene con i vari settori culturali. (…) Per rendere la cosa con una immagine, si potrebbe dire che mentre prima la filosofia era una città dalla quale si partivano molte vie che la collegavano diverse contrade, oggi invece le vie, oltre a moltiplicarsi sono di tutelare di autostrade che portano a miriadi di metropoli. La vecchia città si è ridotta a una piccola radura, alla quale i più attenti riconoscono ancora il carattere di punto di irradiazione, ma che più spesso considerata un angolo morto al di fuori del viavai del traffico. Avviene così che la parola “filosofia” sia oggi continuamente sulle labbra e, insieme, si consideri la filosofia come un angolo morto.(…) La filosofia oggi ha accanto a sé le scienze della natura, le scienze logico matematiche, le scienze dell’uomo (economia, psicologia, sociologia, antropologia, linguistica, e mettiamo subito un eccetera perché altrimenti non ci fermeremo più). Cioè la filosofia si presenta, oggi, sempre in compagnia di qualche estraneo – anche se queste estranei –  sono poi tutti i suoi figli. (…) In questo affollamento è difficile scorgere il volto della filosofia.(…) Inoltre, buona parte di quella folla imparato che la cultura dipende dalle condizioni storiche in cui essa vive e che quindi anche la filosofia è determinata dal tipo di società in cui si trova. La calca attorno alla filosofia cresce così a dismisura perché non è più formata soltanto dalle forme culturali, ma addirittura da tutti gli eventi della storia. Per chi vuole incominciare a capire qualcosa meglio la radura del sovraffollamento. (…) È vero che la filosofia è in relazione a tutto, ma per tenere dietro alle sue relazioni si deve incominciare a guardarla in faccia – guardare la sua faccia, dico. Solo in questo modo si può sperare di comprendere il senso autentico della sua relazione con l’intera cultura umana, della sua presenza nei settori più disparati del sapere il senso stesso del rifiuto che in tali settori viene operato nei suoi riguardi. (…) Ebbene, guardare in faccia la filosofia è possibile solo accostandosi alle grandi filosofia apparse nella storia, e soprattutto alla filosofia antica, cioè alla filosofia greca, che sta all’inizio e al fondamento dell’intera storia del pensiero filosofico. (…) Ma molto spesso sarebbe meglio che non si studiasse affatto la filosofia, piuttosto che studiarla come la si studia.(…) Se in tutta questa faccenda non si capisce nulla, allora a volte si risponde – il vizio nelle cose stesse. In questa situazione di (presunto) ingarbugliamento oggettivo diventa impalpabile e quindi incolpevole l’ingarbugliamento mentale di chi dovendo insegnare l’ingarbugliamento oggettivo della filosofia, dovrebbe almeno saper tener dietro alle circonvoluzioni del garbuglio. (…) Ma le cose non stanno in questo modo. Il Garbuglio c’è, indubbiamente. Ma emerge proprio in quando il pensiero e linguaggio filosofici hanno raggiunto quella possente lucentezza, quella chiara profondità, quel nitore rigore  –  tutta caratteristiche, queste, che non hanno nulla a che vedere con la facilità – che sono propri dei grandi testi filosofici. Non è prima, ma è dopo che questi testi sono fatti capire, che può incominciare ad apparire il Garbuglio, il problema dal quale non ci si può più sottrarre (e che include anche il problema del capire del capire la filosofia). (…) Intravvedere quella chiarezza essenziale del pensiero filosofico a partire dalla quale soltanto può farsi innanzi il problema autentico della filosofia (e quest’ultimo genitivo è sia soggettivo sia oggettivo).  Aiutare a scorgere il profilo della montagna significa appunto introdurre a quella chiarezza essenziale.  Un elemento fondamentale di tale chiarezza è il legame profondo che unisce tutte le grandi filosofie. (…) Ma la considerazione di questo legame acquista l’importanza e il significato che le sono propri solo se, innanzitutto, non si perde il ricordo della città filosofica. Rivolgere l’attenzione verso il legame profondo tra i grandi pensatori significa non perdere il ricordo di quella città. Solo conoscendo che cosa è stata la filosofia si può comprendere il senso della sua trasformazione attuale e se ne può riscoprire il volto sotto la maschera. La filosofia tende oggi a confluire nella scienza. Ma solo ricordando ciò che la filosofia è stata si può sperare di comprendere il senso della scienza e della stessa civiltà che sul fondamento della scienza sta costruendosi.»

Emanuele Severino, Introduzione a La filosofia antica, Rizzoli 1984.

img: pinclipart

Standard