Filosofia, pratica filosofica

Pragma Sofia, l’esercizio della filosofia, il blog.

Pragma è parola greca che significa cosa, affare,  la res latina e anche fatto, avvenimento. Pragma è anche azione, la cosa che appartiene all’ambito della vita nel suo dispiegarsi in tutte le forme e le attività di prestazione, formazione, pensiero. Pragma è quindi la dimensione di ogni cosa che riguarda l’affare umano, l’agire e la sua razionalità, la sua logica, conoscitiva, esperienziale e spirituale che si costituisce come sapere, sophía. Sofia che si  traduce e si incarna in sapere, sapienza, conoscenza e spirito, è il logos umano per eccellenza.

La pratica filosofica, in cui si dispiega questa idea di sapienza e di ragione come praxis, ha il suo compimento all’infinito e costituisce l’esercizio filosofico in senso proprio che è intenzionalità pragmatica e spirituale.

L’esercizio della filosofia è questione che attiene all’agire umano, all’orientamento spirituale ed etico, alle scelte politiche, intese come “della polis” in senso socratico. Il riferimento è il ruolo personale e sociale della filosofia che viene sviluppato sui due livelli integranti l’interagire umano, dal punto di vista soggettivo, rivolto quindi a tutto ciò che riguarda le scelte etiche ed esistenziali e l’utilizzo di un pensiero critico: responsabilità, consapevolezza, valori, visioni del mondo, idee; e dal punto di vista collettivo, vale a dire più propriamente legato al contesto intersoggettivo, ciò che ci accomuna e ci divide.

Questo è quindi un blog di pratica filosofica, di formazione, di attualità, di educazione, talvolta di musica, arte e poesia e spiritualità, nella convinzione che la cultura è ciò che rende possibile ogni cosa, plasmando in modi infiniti la natura umana.

Per informazioni e contatti:

davide.ubizzo@gmail.com

@pragmasofia

http://www.phronesis-cf.com/albo-consulenti/

 

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bukowski, Poesia

Il cuore che ride. Charles Bukowski

La tua vita è la tua vita.

non lasciare che venga rinchiusa in un antro

di sottomissione.

stai in guardia.

ci sono delle uscite.

da qualche parte c’è luce.

forse non sarà una gran luce ma

vince sulle

tenebre.

stai in guardia.

gli dei ti offriranno delle

occasioni.

riconoscile, afferrale.

non puoi sconfiggere la morte ma

puoi sconfiggere la morte

in vita,

qualchevolta.

e più impari a farlo di frequente,

più luce ci sarà.

la tua vita è la tua vita.

sappilo finché ce l’hai.

tu sei meraviglioso

gli dei aspettano di compiacersi

in te.

THE LAUGHING HEART

your life is your life

don’t let it be clubbed into dank

submission.

be on the watch.

there are ways out.

there is a light somewhere.

it may not be much light but

it beats

the darkness.

be on the watch.

the gods will offer you

chances.

know them, take them.

you can’t beat death but

you can beat death

in life,

sometimes.

and the more often you

learn to do it,

the more light there will

be.

your life is your life.

know it while you have

it.

you are marvelous.

the gods wait to delight

in

you.

Da Bukowski Il meglio, Guanda 2018.

Scritta nel 1992, apparsa in Praire Schooner 67.3, autunno 1993, pubblicata in Betting on the Muse. In Italia inserita nella raccolta Le ragazze che seguivamo, Guanda, 2006.

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letteratura veneta, Poesia

Comisso, viaggi nell’Italia perduta.

comisso

“Comisso è uno degli autori del Novecento, non solo italiano, tra i più difficili da circoscrivere e da situare, pur essendo necessario a una definizione globale di questo periodo della storia letteraria, o anche semplicemente della storia. A mano a mano che il tempo passa, sempre più si evidenzia la difficoltà di un reale avvicinamento a Comisso, che tuttavia dà l’impressione di essere e di volersi costantemente “qui” e “ora”: vale di certo per lui la qualifica di absolument moderne, secondo l’aspirazione e il programma di Rimbaud.” Andrea Zanzotto “I cento metri” in Nico Naldini, Vita di Giovanni Comisso l’ancora del mediterraneo 2002.

Giovanni Comisso fu il più importante scrittore veneto del ‘900. “Il migliore in assoluto dei narratori veneti”, secondo una definizione di Rigoni Stern. Fu autore atipico e particolarissimo con uno stile quasi impressionista. Romanziere, giornalista e autore capace, con rapide pennellate linguistiche, di rappresentare luoghi, di rendere immediatamete raffigurabili situazioni e personaggi spesso minori, semplici, della vita quotidiana. Di Giovanni Comisso ebbero parole di grande riconoscimento critici letterari come Contini e Debenedetti e la sua opera fu apprezzata da alcuni dei più importanti autori del nostro Novecento letterario, come Montale e Saba, Svevo e Gadda.

Dall’esordio poetico nel 1916, pubblicato quando Comisso era al fronte tra Cormons e Manzano volontario del Genio telegrafisti, periodo che poi descrisse in Giorni di guerra scritto tra il 1923 e il 1928, pubblicato nel 1930, all’avventura fiumana con D’annunzio (Porto d’amore del 1924). Dall’esperienza a bordo del bragosso tra Chioggia e l’Istria (Gente di mare 1928), e le amicizie con artisti come De Pisis, De Chirico e Martini, Ravenna, (Mio sodalizio con De Pisis del 1951) fu sodale con poeti e scrittori del suo tempo a lui vicini: Piovene, Parise, Pasolini, Zanzotto, Naldini. Comisso scrisse reportage da tutto il mondo per i maggiori quotidiani nazionali, pubblicò innumerevoli scritti, romanzi e racconti, vinse premi letterari prestigiosi. Per circa  vent’anni visse a Zero Branco, all’inizio degli anni Trenta, con i guadagni delle corrispondenze giornalistiche comprò un piccolo podere con una vecchia casa colonica a Conche di Zero Branco, nel trevisano. Vi trascorse lunghi periodi, coltivando l’orto e dedicandosi alla cura della terra con la passione e la sapienza dei contadini (La mia casa di campagna 1954). Morì nel 1969. Per lungo tempo le sue opere risultavano introvabili, fuori catalogo, non acquistabili. Per anni caduto in un oscuro oblio ingiustamente un po’ dimenticato e poco letto. Con la biografia di Naldini del 1984 e a partire dagli anni successivi al 2000, in seguito all’opera omnia nei Meridiani Mondadori (2002), sono reperibili le nuove edizioni.

Disse di lui Pasolini, nel 1968: « Comisso non è né veneto né cattolico. Se n’è sempre fre­gato di D’Annunzio prima, poi del fa­scismo, del dopoguerra, del marxismo, del Vietnam, di ogni possibile sorta d’impegno che la storia abbia cercato di mettergli tra i piedi. C’è in lui una sorta di incoscienza — in senso etimo­logico — che è morale e grammaticale insieme, costituisce la sua felicità e il suo stile. Come nella malattia segreta delle ostriche, con gli anni si sono for­mate in Comisso due perle: cattolicesi­mo dimenticato e felicità pagana. Guardatela, questa felice incoscienza di stile, la serie impalpabile e levissima degli anacoluti, il permanere ancor oggi di qualcosa di sorgivo e di popo­lare in una prosa d’arte conclusa »

Conobbi l’opera di Comisso ragazzo quando lessi La mia casa di campagna in edizione economica Pocket Longanesi & C. del 1971 Lire 450, il libro era di mia madre, credo fossero gli anni ’80. Me ne innamorai. Lessi avidamente Gente di Mare un’edizione Longanesi & C. del 1988 me ne rinnamorai. Negli anni ’90 in uno dei miei pellegrinaggi letterari andai alla ricerca della casa di Comisso a Zero Branco, la trovai facilmente. Mi avvicinai al cancello e scambiai due parole con quello che ho scoperto (in Nicola De Cilia, Geografie di Comisso, Ronzani 2019) essere il figlio dell’acquirente di Comisso nel 1930 che vi visse fino al 1954 e marito dell’attuale anziana proprietaria – davanti alla casa “di campagna” era ancora presente un piccolo macello di orrida fattura cementizia (oggi scopro abbattuto) che poi nel Veneto troverà repliche nei mille “capannoni” che funestano il territorio tutt’oggi. Ricordo la casa semplice ma spaziosa, di architettura tipica inizio ‘900.

Cesare De Michelis grande editore veneto recensì il testo qui sotto poco prima di morire, questo articolo è un omaggio a entrambi.

Comisso, viaggi nell’Italia perduta: l’incanto di un Paese che non c’è più.

Sensualità, inquietudine e paesaggi familiari, dalle visioni della laguna con i suoi orti segreti alla Treviso quasi distrutta dai bombardamenti: pubblicata un’antologia di scritti. Il rifugio nella casa di campagna dopo le avventure giovanili.

di Cesare De Michelis

Perché mai l’Italia di Giovanni Comisso, esplorata con paziente entusiasmo in lungo e in largo con particolare attenzione a quella appartata e sconosciuta, sia riassumibile nell’insegna dello smarrimento, se non addirittura della scomparsa, Nicola De Cilia, che ha curato questa breve antologia intitolata Viaggi nell’Italia perduta (Edizioni dell’asino, pp. 160, € 10), lo spiega assai sbrigativamente interpretando il «cupo» presente come il tempo di una devastazione che ci ha lasciato solo una grande nostalgia di un paese incantevole che non c’è quasi più.

Eppure Comisso, che ha attraversato quasi intero il secolo scorso (1895-1969), era tutt’altro che uno scrittore accorato e malinconico, anzi, come scrive lo stesso De Cilia, «vorace di avventure» e «goloso di vita», libero e curioso, desideroso di «vivere come voglio. Fuori di ogni legame civile e legislativo», che si immagina come «un battello ubriaco di golfi e di mari…». Certo a confondere l’immagine di Comisso contribuisce in questa antologia la rinuncia a qualsiasi ordine cronologico, giustapponendo testi di stagioni distanti con l’effetto di appiattire la ricchezza di toni e sentimenti, la varietà degli stati d’animo, che oscillano da un giovanilistico entusiasmo sensuale e ribelle, che si accende improvviso soprattutto negli anni dell’impresa di Fiume, a una perenne inquietudine che tende a trascinarlo lontano, in un altrove luminoso e sognante, che sfugge a qualsiasi descrizione impressionistica, evocando rimpianti e stupori cui le parole non sono sufficienti. A un certo punto, lo scrittore si rifugerà nella casa di campagna, sazio di ebbrezza, per coltivare le tradizioni delle sue origini e quietarsi nella contemplazione di un paesaggio familiare, pronto, tuttavia, al primo segnale di noia, a ricominciare il suo andare girovago cercando le tracce di una natura incontaminata e materna, ma anche i segni dell’eterno conflitto dell’uomo col mondo, riconoscibili nei gesti e nei volti degli umili e dei lavoratori.

Il libro si apre con un solare viaggio in Toscana alla ricerca dei segnali del risveglio primaverile per ritrovare insieme all’«amico più caro» il fervore degli anni di guerra ormai sommerso nel silenzio di una memoria che attesta soltanto l’allontanarsi di una giovinezza irrecuperabile, oppure appena riconoscibile nel soffio del vento che sollevava in volo i loro primitivi aeroplani, ma inquietante nell’improvvisa comparsa di dolenti segnali di morte annunciati da sordi colpi di cannone che risuonano nella valle di fronte, facendo inevitabilmente eco a quegli altri che erano allora esplosi sul fronte del Carso. Poi c’è l’incanto della laguna coi suoi canali tortuosi e i suoi orti segreti o il mistero di un’ape che si agita solitaria alla ricerca del nettare sulla scena della Piazza San Marco stordita dagli aurei riflessi dei mosaici della Basilica, o la Treviso «quasi tutta distrutta» dai bombardamenti americani, che «ha rigermogliato dalle sue macerie», certo pagando un prezzo pesante al gusto nuovo di un urbanesimo vorace e selvaggio, ma conservando ancora «una buona parte del suo vecchio spirito, nascosto» e con esso, sensuale, «la dolcissima bellezza delle giovinette che si vedono all’uscita dalle scuole». Lo sguardo, infine, si allarga al resto della penisola e alle isole così sgargianti di luce e colori, così vive per il continuo agitarsi operoso delle sue genti, umili, certo, ma estranee ancora al benessere che intorno a loro cresce rigoglioso, cosicché, a star dentro all’auto americana grande come una intera casa, allo scrittore sembra di essere messo «alla berlina davanti a un popolo così puro, così giusto, così onesto da potere avere il massimo diritto di condannare» e allo stesso di poter concludere il suo pellegrinaggio con la certezza che «non si può visitare l’Italia in macchina».

Questo è l’ultimo articolo scritto da Cesare De Michelis per il Corriere del Veneto, uscito nelle pagine culturali di domenica 5 agosto 2018. De Michelis si è spento a Cortina d’Ampezzo il 10 agosto 2018.

“…io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue. Penetra per i miei occhi e mi incrementa di forza. Forse la ragione dei miei viaggi per il mondo non è stata altro che una ricerca di paesaggi, i quali funzionava-no come potenti richiami. Forse vi è in me ancora di quell’istinto che doveva dominare le razze emigratrici, istinto che era sete di paesaggi nuovi e meravigliosi, prima ancora di essere istinto di preda e di conquista. Nel paesaggio è il primo segno delle mani di Dio e giustifico certi esseri sensibili che nel mezzo dei paesaggi più belli attestano d’aver veduto l’apparizione della divinità. L’altro segno è l’uomo, ma l’uomo si forma e cresce in rapporto al paesaggio: è uno specchio del paesaggio.” (G. Comisso, Veneto felice, 1984)

img: Autoritratto “Il folle avventuriero” 1952 da literary.it

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Consulenza filosofica

Parlane con il filosofo.

 

 

Phronesis coronavirus BOZZA7  Iniziativa di solidarietà sociale in occasione dell’emergenza Coronavirus.

 

#IORESTOACASA

20 professionisti dell’Associazione per la consulenza filosofica Phronesis si mettono a disposizione gratuitamente per chiunque, in questo periodo di limitazioni e costrizione domestica, sentisse la necessità di riflettere e chiarire il proprio percorso di vita, il proprio orientamento, il proprio pensiero, le personali difficoltà o dubbi. La crisi è il momento in cui occorre fare ordine nei propri pensieri, riesaminare la propria vita e la propria visione del mondo.

Prendi appuntamento con un filosofo per un dialogo a distanza tramite: telefono, Skype, WhatsApp. L’offerta è valida fino al 31 maggio 2020.

Φ DAVIDE UBIZZO

tel.:  3495945011

email: davide.ubizzo@gmail.com

nome Skype: davide0710

 

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Attualità, Filosofia

La realtà distopica

Cyberspazio

Esattamente un mese fa esplodeva la questione SARS-CoV-2.

Emanule Severino in un’intervista, rilasciata poco prima di lasciarci, (e di vedere i fatti di oggi) alla domanda: “In che direzione stiamo andando?” Rispose: «È un tempo molto interessante. Siamo in questo tempo intermedio, uso la metafora di quei trapezisti che, essendo inizialmente attaccati al trapezio, lo lasciano per afferrarsi all’altro, che ci sia sotto o no una rete, ma nel frattempo sono sospesi. Noi siamo in questo momento di sospensione che è carico di significato.» In questi giorni mi è tornato in mente quel che disse, in altro luogo qualche tempo fa, quando affermava che la vera questione filosofica è: la realtà esiste di per sé o esiste solo nella nostra coscienza perché e in quanto noi la pensiamo? Per Severino il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna” affermazione che è un’apparente radicale idealismo ma in realtà è un assoluto realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione fenomenica della realtà esterna, ma la realtà in sé stessa. Il reale e l’ideale, potremmo dire parafrasando Hegel che nella Prefazione alla Filosofia del diritto nel 1820 scrive “Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale ” per dire che ogni fatto che si manifesta nel mondo risponde ad una legge razionale, e perciò comprensibile e spiegabile all’uomo, ma anche che tutto ciò che è pensabile è reale. Un inguaribile ottimismo (e assolutismo) della ragione che tutto percorre e può comprendere. Al che Giuseppe Rensi, dimenticato filosofo veronese, ateo, scettico e credente metafisico, ribaltava negli anni ’40 del ‘900 con un secco: “il reale è irrazionale e il razionale è irreale” contro la nota sentenza hegeliana. L’esperienza tragica di chiunque oggi ce lo dice, per il filosofo veneto infatti nella vita predomina l’assurdo. Gli eventi,  sono prodotti inattesi, effetti inintenzionali ed imprevedibili di azioni poste in essere per ottenere ciò che, alla fine, non si realizza. Quasi a suggerire che a governarci siano forze misteriose, complesse e sconosciute. Una variante potrebbe essere che l’Agire pervade l’Essere, il pensiero stesso è praxis, come avrebbe detto altrimenti Giulio Preti, altro filosofo semi dimenticato. O per dirla con Antonio Banfi “Non è il pensiero che insegna a vivere alla vita, ma la vita che insegna al pensiero a pensare”.

Questo è del resto sotto i nostri occhi, non il trionfo certo della scienza positiva, vincente e obiettiva sede di incrollabili fiducie ed episteme ontologico del presente. Il linguaggio stesso ne è sintomo, il linguaggio mediatico su tutti. Gli studiosi cosiddetti esperti dibattono e litigano, sintomi, diffusione, epidemiologia, numeri e dati, cure e presìdi tutto è incerto, confuso, poco oggettivo. OMS, Ministeri, BCE, consiglio europeo, direttori sanitari. La realtà nuda e cruda ci investe con slogan emotivi, appelli ossessivi, umanitarismo alla buona, tutto centrifugato nell’infosfera. Ciò che sta accadendo in Italia è sostanzialmente senza spiegazione: stiamo navigando al buio, non sappiamo cosa accadrà domani e perché sta accadendo tutto ciò in queste proporzioni, abbiamo troppe domande e nessuna risposta. Chi vede altro vede male.

Scrivo questo oggi sulla scorta di eventi che trafiggono la vita di questi giorni. Queste idi di marzo così ineffabili in cui le libertà usuali sono sospese e si vive con mille accortezze mai avute e come separati in casa. Giorni in cui vediamo un’invisibile e pneumatico virus minacciare la stabilità globale, sociale, economica, umana. Un pericolo di vita. Albert Camus, nel suo libro La peste mise in esergo una citazione di Defoe. “E’ ragionevole descrivere una sorta d’imprigionamento per mezzo  d’un  altro  quanto  descrivere  qualsiasi  cosa  che  esiste  realmente  per  mezzo di un’altra che non esiste affatto”. Stiamo infatti vivendo una vita nella vita, perché il ‘fuori’ non è sicuro e quindi dobbiamo tutti alienarci dal mondo estraniandoci in una bolla domestica, dubbiosi e scettici altalenanti tra bio-potere e pandemia, recalcitranti eremiti. Si realizza in effetti ciò che Camus prefigurava:  il vacillare della responsabilità sociale, i dubbi della fede  religiosa,  l’edonismo  di  chi  non  crede  alle  astrazioni (studi scientifici, teorie, complotti) e nemmeno al tangibile (la rapidissima diffusione e mortalità del virus), ma neppure è capace di “essere felice da solo”, di starsene da sè a casa propria pascalianamente, il traballante impegno nel fare il proprio  dovere;  l’indifferenza,  il  panico,  lo  spirito  burocratico  e  l’egoismo  gretto  sono gli  alleati del morbo.

E scorrono nella memoria Il mondo nuovo di Huxley, e Philip Dick di La svastica sul sole e Blade Runner di Ridley Scott, o il Lupo della steppa di Herman Hesse, 1984 di Orwell ovviamente, ma anche Fahrenheit 451 di Bradbury o quella ricerca di un uomo misterioso che ci conduce a scoprire gli universi presenti nel nostro mondo, in Da un altro mondo di Stefano Zampieri. Opere della letteratura distopica, un tempo derubricata a letteratura fantastica o fantascientifica e declassata a serie inferiore. Testi che immaginano realtà alternative che mantengono alcune delle caratteristiche della realtà ma ne distorgono altre. “Rappresentazione di una realtà immaginaria del futuro, ma prevedibile sulla base di tendenze del presente percepite come altamente negative, dove viene presagita un’esperienza di vita indesiderabile o spaventosa.” Un’utopia dominata dal negativo.

In questi tempi ci si chiede increduli quanto oggi la realtà abbia superato tutto ciò in modo così inaspettato e repentino che ci ha sorpreso e sbalordito. Anche nei toni mantrici e auto consolatori dello slogan andrà tutto bene, quando fino a ieri tutto andava verso il peggio, nei canti e nello sventolio di bandiere nazional popolari alle finestre di  un popolo radicalmente individualista e anarchico, (ricchissimo di inventiva e umanità) incapace di riconoscere un heimat, un genius loci pur che sia, anche culturale, che non sia il limitar del paesello proprio, o le eterne, esauste e fruste diatribe ideologiche (piazzate a sproposito). E’ un tempo di sospensioni spirituali e assenze religiose in un paese sede vaticana,  nell’indaffaratismo lombardo, nell’autarchia veneta. La realtà supera la fantasia anche nell’insistenza con cui si vuol costringere un popolo, – che vive per la natura del clima e per la posizione geografica sostanzialmente all’aperto, in strada –  alla clausura. Insomma per i caratteri storici ottocenteschi che Leopardi già descrisse: disincanto, il cinismo e il disinteresse. O, per citare Dante, Italia “di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”

Una certa cultura critica basata sulla razionalità scientifica oggi ci dice che questo paradigma di diffusione virale (a cui pare dovremmo abituarci come costante del futuro) è l’effetto collaterale del nostro modello di sviluppo occidentale che consuma, stravolge e uccide la terra, e se non invertito quanto prima porterà morte, distruzione, estinzione dell’umana stirpe. Di sicuro il pensiero liberale, razionale ‘forte’, economicista imperante e rapace sta dimostrando una radicale fragilità, impensata fino a pochi anni fa, in un periodo di post ideologico ottimismo mercantile, il globale diventa così reale nel locale anche nella diffusione virale. Alla fine della storia della dialettica materialista scopriamo l’assurdo nel senso tragico della vita, che non è né pessimismo né nichilismo: il pessimismo è pensare che tutto vada per il peggio, il nichilismo invece che nulla abbia valore, e se ce l’ha prima o poi lo perda.

Il senso tragico è realistica accettazione della ‘nuda vita’ così come ci si presenta, la cosa stessa. È, del resto, proprio soltanto dalla sensazione di vivere lanciati e abbandonati senza paracadute nello spazio vuoto d’un mondo d’assurdo esterno ed interno e di cieco caso, che sorge intimo e veramente profondo e potente quel senso tragico della vita” Lo scriveva Rensi in La filosofia dell’assurdo nel 1937.  La  nuda vita è già da sempre qualcosa di escluso che entra per inclusione, la rappresentazione della realtà distopica di oggi.

 “Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor” (Leopardi, l’Ultimo canto di Saffo)

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Attualità

Leggere libri.

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Il libro sta bene. Anzi benissimo. Le vendite crescono. La lettura meno.

Alla Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri nel corso del Seminario veneziano di dicembre scorso, all’Isola di San Giorgio,  dedicato ai librai di tutta Italia sono stati resi noti i dati del 2019 di Messaggerie Libri (il più importante distributore italiano di prodotti editoriali) che riguardano il periodo 2017-2019.

I dati sulla lettura nel nostro Paese – Il 36% degli italiani tra i 15 e i 75 anni non legge libri, ebook, non ascolta audiolibri – le difficoltà delle reti di distribuzione, le disparità regionali fortissime, la pirateria stessa-  sottolineano le criticità più evidenti. I report delineano una profonda trasformazione del mercato, con i libri di carta in crescita, soprattutto nel 2019.

Il Veneto è una delle regioni d’Italia in cui si legge di più. Nel Veneto si vendono il 10% dei libri di tutta Italia e le librerie hanno aumentato la domanda di titoli di oltre il 7%. Guardando il dato per provincia, Verona è al primo posto, seguita da Padova, Venezia, Treviso. Caso dell’anno Rovigo, che ha aumentato del 48% la richiesta di titoli. I dati presentati nel report Istat , riferiti all’anno 2018, riportano che al Nord legge una persona su due, in Sicilia solo una su quattro.

La  lettura  risulta molto più  diffusa  nelle  regioni  del  Nord: ha  letto  almeno  un  libro il  49,4%  delle persone  residenti nel  Nord-ovest e  il  48,4%  di  quelle  del  Nord-est. Al Sud  la  quota  di lettori scende al 26,7% mentre nelle Isole si conferma una realtà molto differenziata tra Sicilia (24,9%)e Sardegna (44,7%). Persistono perciò ampi divari  territoriali:  legge  meno  di una  persona  su  tre  nelle  regioni  del  Sud  (28,3%),quasi una su due  in quelle del Nord-est (49,0%).

Le biblioteche sono più frequentate nelle regioni del Nord-est (21,7%della popolazione)e del Nord-ovest (19,8%). Tra uomini e donne c’è un divario rilevante. Nel 2018 la percentuale delle lettrici è del 46,2% e quella dei lettori è al 34,7%. Per la prima volta inoltre la performance dell’Italia in questo settore risulta addirittura migliore di quella degli altri Paesi: nel 2019 il  mercato francese secondo le stime delle associazioni di categoria pare sia cresciuto solo del 2% e quello tedesco dell’1,4%. Gli Stati Uniti calano addirittura dell’1,3% in termini di copie vendute.

Secondo la classifica Amazon delle città dove si legge di più, relativa al  2019, è Milano la patria dei lettori: per il settimo anno consecutivo conquista il titolo di città che acquista più libri, sia in formato cartaceo che digitale. La medaglia d’argento va a Padova, che scalza Torino, scivolata dal secondo posto del 2018 al sesto. Il terzo posto lo guadagna Pisa.

I dati Istat ci dicono che solo il 40% degli italiani legge almeno un libro l’anno. Un dato sottostimato perché comprende esclusivamente titoli consumati per diletto e non a scopo professionale. In ogni caso, emerge un’Italia divisa in due. Una vera emergenza nazionale. Al Nord il tasso di lettura è più che doppio rispetto a quello del Mezzogiorno, mentre il centro si colloca intorno al 43,5%.

 

   “Sono convinto che chi non legge resta uno stupido. Anche se nella vita sa destreggiarsi, il fatto di non ingerire regolarmente parole scritte lo condanna ineluttabilmente all’ignoranza, indipendentemente dai suoi averi e dalle sue attività.”

Edward Bunker

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Attualità, istria

Ricordo 2020

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«Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. È tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. […] Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. […]» (Simone Weil, L’enracinement 1949)

Le vicende del confine orientale sono parte della mia storia personale che si dipana tra gli anni ’70 e l’oggi, il ricordo è la cifra della mia bildung.

Ricordo. Una volta, eravamo io e i miei 2 estrosi fratelli, a bordo di una Fiat Uno rossa al confine di Rabuiese, quando cercavamo di trattare con una guardia confinaria slovena che ci contestava la mancanza di una carta verde per andare in Jugoslavia, fu prima del ’91. Ricordo se non erro che riuscimmo in qualche modo a passare perché poi in una curva della bella e tortuosa strada costiera sbattemmo con il muso della macchina contro il paracarro della carreggiata. O forse era un viaggio diverso. Non ricordo esattamente se riuscimmo a proseguire, forse ce la cavammo con una ruota sgonfia subito riparata. Ricordo un viaggio tentato in una Mini De Tomaso con il mio fratello omonatale, viaggio interruptus per esplosione della batteria o del radiatore nel bel mezzo dell’A4, forse a Cessalto che è risaputo essere luogo funesto di quel tratto. Ricordo il viaggio di ritorno a bordo del carro attrezzi, prima e unica volta, e lo sguardo desolato con cui guardavamo il panorama, avviliti per il guasto alla macchina e il viaggio mancato.

Ricordo quindi numerosi viaggi estivi nel caldo accecante, pieni di colori vividi e percorsi faticosi su strade polverose ripagati da scogliere solitarie e bianche da cui spiccare tuffi rigeneranti. Ricordo un viaggio via mare dal gusto retrò, con la motonave Marina, e i delfini saltare al largo del Lido di Venezia. E poi un viaggio in autobus da Pola a Trieste con mia figlia piccola, divertente e accidentato, ricco di soste e di persone. Ricordo sempre il mare in tutte le sue sfumature e le chiare acque. Ricordo ruote bucate, diverse e con automobili differenti, in strada, in riva al Carnaro, sulla via del mare, e il vulakanizer che per pochi spicci te le riparava. Penso di esser stato in Istria la prima volta a 2 o 3 anni.

Ricordo i ricci di mare pescati e mangiati con Toni a Punta Santo Stefano e le prime nuotate sotto il Monte Madonna, il frinire assordante delle cicale. Ricordo le case, vecchie, semplici e maestose, fatte di pietre squadrate, fresche e ombrose d’estate al riparo dalla calura, quelle di famiglia di altrui proprietà. Ricordo le borse piene di limoni, detersivo, caffè e fertilizzante della Montedison, beni introvabili allora lì. Ricordo le All Star Converse da basket di pelle bianca e con il logo rosso, acquistate a Pola, le ho usate fino a sfondarle, mi piacevano davvero molto. Ricordo la cucina economica (“lo spaker”) i tini di vino acidulo, l’alambicco in rame sotto la pergola, le tavolate all’aperto in corte all’ombra del gelso, i trattori e i campi rossi seduto sul pararuota.

Ricordo le persone: Romano, Maria, la Nerina, la Claudia, la Kate, Aldo e Stella, Paolo e poi Bruno e Miriana, Bruna e Sandra. Atmosfere, gusti, sapori e odori, questo resta impresso, sempre. Tavolate di cibi semplici e schietti. Con gente sempre semplice e schietta. Gnocchi o fusi con il sugo rosso di gallina, carni grigliate e saporite, formaggi e prosciutti stagionati. E la deliziosa Malvasia di Parenzo, che non dà alla testa, ma questo più avanti perché la vinificazione commerciale è arrivata in seguito. Il pesce, ricordo, i rossi riboni fritti e le sarde. Il pane soprattutto, la struza appena sfornata. E poi le barche al largo della piccola baia deserta. Imparai in Istria a nuotare, nelle acque limpide del Carnaro un’estate degli anni ’70. Ricordo i giochi d’acqua e i bagni e gli scherzi di giovani scapestrati, le chiappe esibite a scherno del pescatore allertato, perdonati perchè conosciuti.

Ricordo la campagna, vasta e rigogliosa, segnata da tratti coltivati e altri totalmente incolti. I colori sempre vividi in piena luce, tutte le tonalità del verde, il contrasto con il cielo limpido, i segni rossi e bianchi dei sentieri a tracciare il percorso. Ricordo campi e terreni coltivati faticosamente dai miei avi.

Ricordo tutti i monumenti, le chiese, gli archi, i muri a secco, i cimiteri, e i campanili. Ricordo camminate e cittadine, villaggi e contrade, storia e memorie. Ricordo il Monte Zaro e le calli intorno al centro di Pola, il museo archeologico nel suo angolo quieto al riparo dei resti romani. La terribile edilizia jugoslava. Il mercato del pesce e della frutta e della verdura con le donne del contado che ti invitano all’acquisto. Visinada, Sanvincenti, Rovigno, Albona, Cherso e Montona, Grisignana, Portole, Momian e Lubenizze e Lussino. Il dialetto dell’Istria meridionale, che è musicale, unico e aspro, quasi un veneto un poco corretto da cadenze come orientali. Ricordo detti e racconti in innumerevoli chiacchierate di tempi e storie del passato.“Magna picio” e poi “bevi, bevi piria”, da grandi. Mali Prinz mi chiamavano da bambino. Il mio ricordo è tutto familiare, è culturale, impossibile da sradicare.

Ricordo pure l’ignoranza e la maldicenza e l’indifferenza.

Ricordo anche sempre le notti, i cani abbaiare nel vento, il buio pesto, denso, e il silenzio. Ecco sì, lì è nascosto qualcosa che non passa, qualcosa di tragico e di tremendo, che segna queste terre e che non si può dimenticare.

Img: DU 2018.

 

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Attualità

Venezia vista dall’acqua.

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“Città ricca d’oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond’è cinta, dalla prudente sapienza dè figli suoi munita e fatta sicura” (Francesco Petrarca ad un amico 1321)

Βενετιϰή, Venetica, Venetia, Bunduqiya, Wenecja, Venetsia, ΒενετιϰόϚ, Venedig, Benetki, Venèsia.

Nel 1500 “Venezia, “trionfante”, è una città unica, miracolosa. Ogni città-stato italiana si dice in realtà singolare, ma di tutte Venezia si dice, ed è detta, la più singolare” scrive Elisabeth Crouzet-Pavan nella sua Storia di Venezia. 118 isole, 150 rii o canali circa 400 ponti. Un tempo regione augustea, “dalla Pannonia all’Adda”. La grande Venezia, (con l’Istria) di epoca romana, poi scomparve pare nel 569 d.C. lasciando lo spazio alla seconda Venezia come viene chiamata dallo storico venetico più antico, Giovanni Diacono, quella che noi così conosciamo.

Venezia nel mito vanta diverse date di nascita e fondazione, impossibile distinguere e provarne una per certa. Forse il 421 con la fondazione (improbabile) della Chiesa di San Giacometto a Rialto,  o il  697 con il primo Dux Paulicio, esarca bizantino, o il  811 con Agnello Parteciaco (o Partecipazio), poi Badoer, che fonda a Rivoaltus il palazzo sede ducale, oppure la data dell’827 con l’arrivo del corpo di San Marco da Alessandria d’Egitto, oppure il 1063 la ricostruzione di San Marco e anche il 1082 quando Alessio Comneno con la Crisbolla sancì l’indipendenza da Bisanzio ma ancora c’è la data del 1094 con la nuova consacrazione della Basilica e  il miracolo del ritrovamento del corpo di San Marco o, infine, il 1297 ultima data possibile ipotizzabile con la serrata del Maggior Consiglio che fonda il patriziato veneziano.

Oggi Venezia è sommersa. Venezia sul crinale di un’era nefanda priva di equilibrio e di assennatezza. Venezia che oggi sta per esser piombata nel gorgo della forza di una natura debordante i vincoli umani; una Venezia in pericolo ove mancano però uomini attenti che, all’improvviso, la possano vedere e la salvino. Come Jaffier il traditore redento, salvatore e condannato, della tragedia di Simone Weil. O meglio, abbondano uomini e donne che seppur attenti prefigurano una spirale di visioni infauste ma non sanno come intervenire. Dilaga la psicosi del complotto. Dei presunti esperti, dello Stato, degli italiani, degli affaristi senza scrupoli, dei politicanti, della politica, dell’Europa. Venezia è perduta.

«Dio non permetterà che una cosa tanto bella venga distrutta. E chi vorrebbe far male a Venezia? Il nemico più implacabile non ne avrebbe il cuore. Che vantaggio avrebbe un conquistatore a sopprimere la libertà di Venezia? Solo qualche suddito in più. E chi vorrebbe, per così poco, distruggere qualcosa di tanto bello, qualcosa di unico al mondo!» (S. Weil, Poèmes)

Di questi tempi grami in cui l’acqua sembra voler inghiottire con voracità Venezia, quell’acqua marina che invade le rive e penetra da ogni pertugio, si assiste turbati a uno spettacolo naturale di violenza devastante e repentina, come l’onda di denigrazione e cinismo, rivendicazioni e odio e profonda insipienza, quella che ci sommerge come l’acqua.

Incuranti di calici screziati e legni antichissimi, di lamine dorate in tessere incollate, di colonne e pietre levigate, che ancor oggi sulla linea di riflesso dell’acqua che s’innalza risaltano di intatto splendore. Ignari di vetri soffiati, di ricami delicati, di frutti prelibati, di artefici alchemici alimentari.  Del tutto a digiuno di Venetia et Histria, di tribuni marittimi, di Magister Militum, di Cronaca Altinate, di Mauro e Aurio, di Santa Giustina alle Vignole, di Narsete, di San Teodoro, e di pirateria adriatica, di Istria e Dalmazia. Dei Gritti, dei Pisani, dei Grimani, dei Contarini, dei Morosini, degli Zorzi. Di Veronica Franco e Isabella Cortese. O di Elena Lucrezia Cornaro. Di Interdetto papale, di congiura di Bedmar, di Marino Falier. Di narentani ed Uscocchi. Di Napoleone, di sale e di vino e di olio. E di Carpaccio, di Tiziano, di Giorgione, di Tiepolo e Tintoretto, di Paris Bordone e Cosmè Tura. Di Scamozzi, Sanmicheli, Palladio, Sansovino. Di Candia, di Zante, di Rettimo, di Zara, di Scutari e Durazzo, delle Tremiti, di Cipro. E di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, che ne sanno?

“Beauty is difficult”, la bellezza è difficile. Ezra Pound nel 1908 a Venezia con 80 dollari in tasca pubblica a sue spese la prima raccolta di poesie, A Lume Spento, cantando il sole veneziano, Alma Sol Veneziae. Pound cantava Venezia nella sua Litania notturna «O Dio delle acque, / monda i nostri cuori dentro di noi, / E le nostre labbra per lodarti. / Perché ho veduto / L’ombra di questa tua Venezia / rifrangersi sulle acque, / E le tue stelle // L’hanno veduto dal loro corso remoto / Hanno veduto questa cosa, / O Dio delle acque, / Come sono le tue stelle / Silenti nel loro grande moto, / Così il mio cuore / è silente dentro di me». Quella di Pound, nelle prime poesie veneziane, è una Venezia solare, portatrice di energia, di vita, non di morte come quella di Thomas Mann.

E nel nome della bellezza, platonicamente, la città è cresciuta, generata nella e dalla bellezza, partorita nel bello secondo il corpo (la materia povera delle lagune) e secondo l’anima, (il credo ortodosso cristiano) culla di filosofia a Padova, lo Studium Patavinum, o alla Marciana, di Marco colma di testi antichi, oggi biblioteca nazionale. Che ne sanno oggi dei viaggi di Dante, Petrarca, Leone ebreo,  Erasmo da Rotterdam, Paolo Sarpi, Galileo Galilei, Giordano Bruno (arrestato a palazzo Mocenigo a S. Tomà e portato a San Domenico di Castello), Hobbes,  Rousseau (che vive ai Tre Archi di S. Giobbe), Goethe che arriva dal Brenta in Burchiello, Schopenhauer, Nietzsche che va al Lido a fare i bagni con il fidato Koselitz/Peter Gast, J.P. Sartre, Luigi Stefanini e il filosofo Giuseppe Rensi che cerca una stampa del Cavaliere Solitario, nella città più bella del mondo?

L’antica basilica di San Marco porta scolpite e composte nei marmi, da Bisanzio, le sacre e ieratiche figure di santi e le narrazioni evangeliche che portano a Dio come ad un’ascesa spirituale. I veneziani vollero ancorare al sacro mistero cristiano la loro sorte terrena. 9000 metri quadrati di lamine e tasselli d’oro di vetro e ricoperti con una sottile foglia  da 24 carati, sulle cupole dell’Emanuele, dell’Ascensione e della Pentecoste dove troneggia la Colomba Bianca simbolo dello Spirito Santo da cui scendono 12 fiamme di fuoco sulle teste degli Apostoli, ai piedi dei quali vi sono coppie di figure con il nome di diversi luoghi del mondo che rappresentano i popoli che ricevettero il messaggio di Cristo. Con l’aggiunta di una sagace scaltrezza che pose in Cripta i resti di Marco, il santo, fatto patrono. Dall’arte di Costantinopoli arrivano anche le 1927 pietre preziose della Pala d’Oro. Rubini, smeraldi, topazi, perle, corniole, zaffiri, ametiste, agate.

Rialto fu sempre luogo cardine della vita commerciale veneziana, fin dal 1200, e deve la sua configurazione alla natura di scambio e commercio gravante attorno alla piccola chiesa di San Giacomo, sotto i portici al cui riparo si trattavano merci di tutto il mondo conosciuto, (e dove nasceva una delle prime banche d’Europa) nelle cui locande alloggiavano mercanti stranieri, e nelle osterie si ristoravano cittadini e forestieri. Il ponte cinquecentesco (fino al 1591 il ponte era in legno) congiungeva le due zone principali di Venezia: San Marco centro politico e religioso con le mercerie, e Rialto (Rivo Altus) primigienia sede della Nuova Venezia del 700 d.C. luogo di traffici, accordi, commerci. Alvise Zorzi lo considera “il più straordinario crogiolo di lingue, di popoli e di razze e, insieme il più variopinto centro d’affari che si fosse mai visto dopo la caduta di Costantinopoli”. Nella Drapperia o Draparia, nelle botteghe e nei botteghini antistanti gli orefici e i gioiellieri trattavano turchesi persiani e smeraldi indiani, cristallo di rocca e lapislazzuli afghani, rubini, zaffiri, corniole, topazi e diamanti, e da questi artigiani prese il nome la larga calle che fronteggia l’edificio del (fu) Magistrato alle Acque, nel cui cornicione d’angolo, verso il Ponte di Rialto, spicca una statua della giustizia con spada e bilancia, probabilmente d’epoca romana, simbolo di equità nei traffici commerciali. Rialto Mercato veneziano per eccellenza, con la sua Erbaria e le Beccarie, carne e verdure, e il vino veneziano che dà nome alle cantine di mescita, le Malvasie. La diffusione del vitigno e del nome venezianizzato  di Malvasia: dalla Grecia all’Italia, Istria e Dalmazia, Spagna e Portogallo. Si diffonde con la caduta dell’Impero Romano d’Oriente quando a Venezia tocca il porto fortificato di Monemvasia, ovvero Malvasia, i cui vigneti danno da sempre vino eccellente. Molte osterie della città lagunare cominciarono a vendere esclusivamente Malvasia, tanto da venir identificate con il termine stesso. Ancor oggi a Venezia calli e ponti ricordano questo vitigno e con il termine “Malvasie” si indicano i locali in cui si servono principalmente vini sfusi.

E poi San Pietro di Castello che fu prima Basilica cittadina, ad Olivolo, sorta nella metà del secolo VII, una delle isole che formavano la Venezia primigenia e bizantina, che custodisce la Cattedra di San Pietro, in realtà parte di un’antica stele funeraria islamica con motivi decorativi arabi e incisioni in cufico di versetti del Corano. A Grado stava il Patriarca di Venezia fino al XVI secolo quando si trasferì a San Pietro di Castello e lì restò fino al 1807. (San Marco era la cappella privata del Doge). L’altar maggiore, dov’è collocato il corpo del primo patriarca, San Lorenzo Giustiniani, fu scolpito l’anno 1649 con disegno di Baldassare Longhena. Lorenzo Giustiniani fu asceta e mistico, fondatore dei cosiddetti Celestini di San Giorgio in Alga, dall’isola dove si ritirò per vivere in comune con loro, riconosciuti poi come “Compagnia di canonici secolari” ordine monastico in seguito diffusosi in Italia ed Europa concordandosi alla regola agostiniana, fondato appunto nell’isola di San Giorgio in Alga, fulcro della spiritualità lagunare, situata a nord della città affacciata sul Canale Vecchio di Fusina che da Venezia prosegue sino all’imbocco del Brenta, oggi isola totalmente depredata e abbandonata, ridotta a pochi ruderi circondati di rovi.

La Laguna luogo di eremi e di mistici. Come il soggiorno nel 1220 di Francesco d’Assisi di ritorno dall’Oriente e dalla Quinta crociata, o dall’Egitto. Anche se rimangono molti dubbi sulla veridicità del fatto certo è che nel 1228 il patrizio Jacopo Michiel, proprietario dell’isola detta Isola delle Due Vigne, accordandosi con Sant’Antonio da Padova, ministro provinciale, fece erigere una chiesa a nome di San Francesco. Questa risulta essere la prima chiesa dedicata al santo, dove campeggia il motto: “Beata solitudo, sola beatitudo”

E di Venezia e della sua natura bizantina si può intendere dalle leggi superstiti e dalle consuetudini che acquisisce dal morente impero romano d’Oriente, dopo esser stata lido romano, tra Lio Piccolo ad Altino, sotto Aquileia, all’avvicinarsi del nuovo millennio, verso l’anno mille. Il diritto romano e le antiche leggi riformate da Giustiniano rientrarono subito in vigore nei territori lagunari dipendenti da Bisanzio. Come intendere altrimenti la consacrazione della cattedrale di Torcello alla Madre di Dio, Theotokos secondo Efesi 431 e il Cristo pantocratore che domina le cupole nei mosaici a San Marco? Grazie al suo passato greco-bizantino visibile ad ogni angolo e grazie al suo ruolo di mediatrice tra Est e Ovest, Venezia è il simbolo della coabitazione umana e di civile convivenza. Dalle sponde della Serenissima il viaggio verso Oriente, per terra o per mare (dall’Adriatico, allo Ionio, all’Egeo) si svolgeva attraverso un cammino che conduceva sulla via delle Indie o verso Costantinopoli. Un itinerario ricco di suggestioni, fortemente attraente, altamente rischioso. L’Oriente, rappresentò il luogo più indicato per la “formazione” diplomatica e per l’esercizio della buona pratica mercantile dei giovani patrizi che usualmente si dedicavano ai commerci dopo gli studi filosofici a Padova. Le Relazioni presentate al Senato dagli ambasciatori di ritorno dalla propria missione informavano le autorità cittadine sugli esiti dell’incarico politico svolto presso la corte del Sultano e non tralasciavano impressioni o valutazioni ricchissime di notizie.

L’oratorio di Santa Fosca a Torcello costruito in fasi diverse tra il IX e il XII secolo, è l’edifico veneto bizantino, forse il più romanico di Venezia: di perimetro ottagonale ha una pianta a croce greca con il braccio orientale più sviluppato e triabsidato, la chiesa è porticata su cinque lati e ha un volume centrale più alto, cilindrico, tipico delle costruzioni medievali religiose italiane. L’isola fu primigenia sede vescovile dei veneti in fuga da Altino, porto romano interrato nel tempo e attaccato dai barbari. Fosca, vergine e martire, le cui spoglie furono trasportate dall’oasi di Sabratha in Libia in Laguna nel 1011, nacque a da una famiglia pagana di Ravenna, quindicenne volle diventare cristiana con la propria nutrice Maura e insieme si fecero battezzare. Si dice che “Il padre Siroi, contrario a questa scelta, denunciò la figlia al prefetto Quinziano, ma la polizia, al momento dell’arresto, arretrò spaventata, dal fatto che la trovarono in compagnia di un angelo.” Furono arrestate, processate e torturate, infine decapitate il 13 febbraio, i loro corpi  gettati in mare o rapiti da marinai e trasportati in Tripolitania dove ebbero sepoltura nelle grotte presso Sabratha (oggi Saqratha).

Venezia porto sicuro per profughi ed esuli, come l’isola di San Lazzaro degli armeni. Fu rifugio offerto nel 1717 quando la Serenissima accolse i monaci profughi fuggiti dalle persecuzioni turche. L’isola conserva l’antica stamperia e un prezioso sarcofago egiziano. Dalla Riva degli Schiavoni (luogo di sbarco dei profughi istriani, giuliani e dalmati nel 1947) si raggiunge con la linea 20 del vaporetto, seconda fermata dopo l’isola San Servolo, dove c’era il manicomio. A San Lazzaro veniva a meditare lord Byron, «amico degli armeni» di cui volle imparare la lingua. I mercanti partiti dalle pendici dell’Ararat, il monte di Noè, erano presenti in città fin dal Medioevo, come attestano gli antichi toponimi. Ruga Giuffa, non lontano da San Marco, era il quartiere dei mercanti armeni provenienti dalla città di Julfa, ora in Iran, prospero centro sulla Via della Seta. il Sottoportego degli Armeni, nei pressi di San Marco, nasconde la piccola chiesa di Santa Croce e il minuscolo campanile del XIII secolo, un luogo misterioso e arcano che sembra uscito dalle strisce di Corto Maltese di Hugo Pratt, il veneziano artista del fumetto. Qui si raccoglievano i mercanti per ascoltare la messa con la liturgia armena, di molto anteriore al rito latino romano. E se vogliamo essere pignoli  con il termine “armelin” i veneziani chiamano le albicocche, frutto onnipresente in Armenia.

Fu la  Quarta Crociata che portò a Venezia un vero e proprio impero coloniale e sancì la sua egemonia su tutto il Mediterraneo orientale: la città lagunare arrivò a controllare gli stretti, l’ingresso nel Bosforo e tutta la rotta marittima dalla laguna veneta fino a Costantinopoli. La repubblica marinara controllò principali porti dell’Ellesponto e del Mar di Marmara, dei centri strategici del Peloponneso oltre che di Ragusa e Durazzo. Tra la metà del ‘400 e fino alla caduta Venezia stringeva accordi anche nelle isole Ionie, e Creta, che comprò da Bonifacio, controllava così la maggior parte delle isole dell’arcipelago e la città di Adrianopoli, centro nevralgico della Tracia imperiale. Le isole Cicladi non facevano parte dello Stato di Venezia, non essendo rette direttamente da magistrati dogali, ma la lunga dominazione veneta è testimoniata da numerose chiese cattoliche, resti di fortificazioni e di edifici adibiti a dimora anche in altre isole, soprattutto a Tinos e Syros, e poi a Paros, Andros, Santorini, Ios, Folegandros, Amorgos.

La Repubblica di Venezia fu uno dei più potenti e fieri stati dell’Italia preunitaria, ma attorno al 1500 la crescente potenza della città lagunare destava preoccupazione sia agli altri stati italiani che alle potenze straniere presenti nella penisola, ma soprattutto a papa Giulio II: a preoccupare il pontefice era la dichiarata volontà della Repubblica di espandersi verso la Romagna. Le trattative avviate dal papa contro Venezia coinvolgevano gran parte degli stati italiani ma anche le principali potenze europee. Tutti avevano dei conti da regolare con lo Stato marciano. Quando tutti si allearono contro Venezia e la sconfissero, consegnarono nuovamente l’Italia a stranieri vittoriosi. La “rotta della Ghiaradadda” fu un colpo terribile per Venezia; la ritirata di ciò che rimaneva dell’esercito marciano si arrestò solamente sulle “ripe salse“, ovvero tra Mestre e Peschiera. Le potenze della lega di Cambrai approfittarono della crisi veneziana per agire; le truppe pontificie conquistarono le terre romagnole, inclusa Ravenna, mentre nel sud la Spagna si riprendeva i porti pugliesi; il duca di Ferrara occupava il Polesine e Rovigo. Quanto a Luigi XII, questi annetteva al Ducato di Milano le città di Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, Peschiera e la Ghiaradadda. Verona, Padova e Vicenza si ribellavano dandosi a Massimiliano I. Dalla paura di un’Italia unita e veneziana alla disgregazione e parcellizzazione straniera della penisola.

Venezia in conflitto atavico con Roma. Perchè la Repubblica conservava con cura la propria autonomia. Il Vaticano esigeva privilegi speciali che Venezia non volle (quasi) mai concedere. Per le questioni territoriali con il Patriarcato di Aquileia. Per le contese territoriali e fluviali in Romagna. Per la negata esenzione fiscale agli enti religiosi, per la scelta –  sempre rifiutata dalla Serenissima ma da Roma richiesta – di poter decidere i titolari delle sedi espiscopali. Perchè Venezia non garantiva l’immunità al clero rispetto ai suoi tribunali. Per il controllo anche dei vascelli battenti bandiera vaticana operato da Venezia nell’Adriatico. Perchè la Serenissima rifiutò di applicare l’Indice dei libri proibiti sul suo territorio, e così per l’ospitalità distintiva della Repubblica per chiunque professasse fedi differenti: marrani, ebrei, protestanti, greci ortodossi, nonchè i turchi. Nel 1568 papa Pio V indirizzò implicitamente contro Venezia l’encicicla In Coena Domini, con la quale esigeva obbedienza incondizionata. (Venezia negò per un anno, dopo l’arresto nel 1592, l’estradizione a Roma di Giordano Bruno, poi capitolò). Infine si arrivò all’Interdetto del 1606, punizione ecclesiastica che interdice il culto e i sacramenti in uno Stato cattolico e che, per tale motivo, è considerata equivalente alla scomunica. La vicenda vedrà scendere in un accesissimo dibattito personaggi illustri come i cardinali Baronio e Bellarmino per la Santa Sede e Paolo Sarpi e Antonio Querini per la Repubblica veneta. La Repubblica dichiara le censure pontificie contrarie alle Divine Scritture, alla dottrina dei santi Padri, “in pregiudizio dell’autorità secolare donataci da Dio e della libertà del Stato nostro”. La contesa terminerà il 21 aprile 1607 con una “sconfitta” del papa appena velata: egli toglieva l’interdetto senza che Venezia prestasse un’adeguata soddisfazione, né rinunciasse alla sua presa di posizione sulla questione di principio.

Venezia nasce dalla paura e dalla meraviglia, nasce nel turbine delle invasioni straniere dei Longobardi che si scatenò tra il V e il VI secolo sopra l’angolo nord-orientale della penisola italica. I primi veneziani in fuga dai barbari, in cerca di un riparo sicuro, profughi, migranti veneti che si fanno pescatori, commercianti, a vanto della loro città divennero abilissimi costruttori anfibi di meraviglie in mosaico e pietra d’Istria. Diventano Venetici. Spirito, ingegno, onore e genio. Vendita del pesce e raccolta del sale crearono le prime fonti di ricchezza. Se non si presta attenzione alla difesa della libertà e dell’autonomia non si capisce Venezia. L’unicità di una città-stato costruita tra mare e laguna, sospesa tra terra e mare è tutta qui. A questo allude il suo simbolo, il leone alato (oltre che maestà, potenza, saggezza, giustizia, pace, forza militare e pietà religiosa quale simbolo dell’evangelista Marco) quello  cinquecentesco del Carpaccio che posa una zampa sulla terra e l’altra sull’acqua. E’ qualcosa di intermedio: un grande daimon. E la sua felicità, il suo buon demone, fu questo gioco di riflessi tra cielo, mare e acqua salsa. Una terra mobile che si colora e scompare, che si allaga e si secca, su cui il tempo sembra rallentare. Fermare il tempo, congelare l’ideale.

In quanto città eterna rappresenta l’immagine scolpita dell’impresa millenaria di una stirpe audace qual era a quel tempo la gente veneta. Venezia è una liturgia di amore uranico cesellata e sospesa nei secoli, figlia di penuria e ingegno, che seppe elevare un tempio su colonne di canneti e limonio. Per questo Venezia è città filosofica, straordinaria e peculiare, perché come ricorda Diotima nel Simposio platonico, come Eros che è filosofo, e ha come madre la mancanza, la privazione, Penia, che mendica avanzi dal banchetto degli dei, suo padre è ingegno, Poros, che è figlio di sapienza e scaltrezza, così Venezia costruita dal poco o nulla della barena limo-argillosa, “suolo salso” altamente clorurico, diventa città d’oro, con ingegno e inventiva  straordinari. Si può ignorare l’incuranza verso un bene così prezioso, verso un frutto eccelso dell’ingegno veneto e italico, così delicato e fragile?

“La bellissima e meravigliosa realtà di Venezia va oltre la più stravagante fantasia di un sognatore. L’oppio non riuscirebbe a creare un posto come questo, e un posto così incantevole non potrebbe venire fuori neppure da una visione.Tutto quello che avevo sentito, letto o fantasticato su Venezia è lontano mille miglia. Sai che tendo a essere deluso quando si tratta di aspettarsi troppo ma Venezia è sopra, oltre, al di fuori dell’immaginazione umana.” (Charles Dickens ad un amico 12 novembre 1844)

“Venezia vista dall’acqua” è il titolo di un volume di G. Piamonte pubblicato nel 1968 dalla fu casa editrice stamperia di Venezia.
img: ©Stefano “Steve” Soffiato 2018
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Etica, Filosofia, Venezia

Della Buona morte.

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La cura per i morenti e i morti è sempre stata considerata dall’uomo un dovere d’amore verso le persone più vicine e care in vita. La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo. Essa costituisce il contenuto centrale di quell’ars moriendi che è saggio esercitare durante tutta la vita. Chi potrebbe, in ogni caso, desiderare una “cattiva morte”?

Diversamente dalle scienze che, soprattutto nel ‘900 hanno escluso la morte dalla società e dalle relazioni abituali, medicalizzandola, ospedalizzandola, decontestualizzandola come sterile e burocratico momento di semplice decesso, la filosofia invece ha sempre attribuito al momento del passaggio finale un’importanza essenziale.

Per la cultura della  Grecia antica, la stessa vita filosofica è una preparazione alla morte attuata in vita attraverso una trasformazione interiore che è una spoliazione di ciò che è superfluo ed inessenziale. Già nei riti misterici era sotteso il messaggio che per conoscere la Morte bisogna ‘provarla’, ‘sperimentarla già in vita acquisendo la capacità di uscire lucidamente e deliberatamente dal corpo, anticipando quell’esperienza che ciascun uomo dovrà fare al termine della propria esistenza. Lo stoicismo, dottrina della scuola filosofica fondata da Zenone di Cizia e sviluppatasi fino al tardo ellenismo e all’epoca romana –  da cui il cristianesimo accoglie molte delle impostazione etiche –  consiste nell’ atteggiamento di impassibile sopportazione delle sventure, del dolore, delle avversità. La morte è propria di ogni vivente, è inerente alla vita stessa, perché questa è un ciclo che ha un termine iscritto necessariamente nel suo percorso. Tutto questo non dipende dall’uomo. Epitteto, com’è noto, affermò: «Per noi la morte è nulla. Infatti, finché viviamo, essa non c’è. E quando essa c’è, noi non siamo più».

Heidegger parlava di esser-per-la-morte in questi termini: “La morte sovrasta l’esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta. (…) La morte è una possibilità di essere che l’esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’esserci sovrasta se stesso nel suo poter-essere più proprio.”

Severino afferma: “Noi siamo eterni e mortali perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. (…) Come parte della Totalità certamente, non scompaio nel nulla. Sarò cenere (dopo essere stato non già cenere, ma ovulo e sperma). Resto parte della eterna Totalità eternamente, ma non sarò io, sarà cenere. Sarà Ente, ma non quell’ente che io ero. E questo, per me che sono in quanto non sono cenere ma esistenza (agente, pensante, senziente, ecc.) è Tutto ciò che conta. ”

Nello spirito dell’Antico e del Nuovo Testamento, i cristiani – sotto forme diverse nelle varie confessioni – hanno accompagnato i defunti all’ultima dimora e aiutato i superstiti in lutto attraverso la preghiera, la proclamazione della Parola e la liturgia, l’assistenza e l’accompagnamento. Il morire e la morte fanno parte della vita, e la festività di novembre ci ricorda il destino eterno di chi non c’è più, ma anche il nostro. Loro erano ciò che noi siamo e sono ciò che saremo. La fede insegna che poiché Dio lo ama, l’uomo può consegnare con fiducia se stesso e il frutto della sua vita nelle sue mani. Per imparare quest’abbandono non bisogna attendere il momento angoscioso della morte. “Tutta la nostra vita dev’essere una preparazione a fare una buona morte” diceva san Giovanni Bosco.

La commemorazione di tutti i defunti (in latino: Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum), che comunemente viene detta “giorno dei morti”, è una ricorrenza della Chiesa cristiana celebrata il 2 novembre di ogni anno, il giorno successivo alla solennità di Tutti i Santi. I riti funebri hanno lo scopo di esprimere pubblicamente il dolore e la solidarietà alla famiglia della persona scomparsa, aiutando la comunità del defunto ad accettare la nuova situazione. L’idea di commemorare i defunti in suffragio nasce su ispirazione di un rito bizantino che celebrava infatti tutti i morti, il sabato prima della domenica di Sessagesima, all’incirca in un periodo compreso tra la fine di gennaio e il mese di febbraio.

Nel mondo greco, gli onori dovuti ai morti erano un dovere fondamentale di pietà religiosa, che spettava ai figli o ai parenti più stretti. Si riteneva che la celebrazione del rituale propiziasse il viaggio del defunto verso l’Ade. La sepoltura aveva luogo prima dell’alba. Una processione seguiva il carro con il quale la salma veniva trasportata fino alla necropoli (ma a volte si trasportava a braccia il letto funebre): l’apriva una donna che portava un vaso per le libagioni, seguita dagli uomini, dalle donne e da suonatori di flauto. Si procedeva poi alla cremazione o all’inumazione: nel primo caso, la salma veniva posta su alcuni oggetti cari al defunto; le ceneri erano raccolte in un’urna che veniva collocata nel monumento della famiglia; nel caso della sepoltura (la procedura più diffusa), il corpo veniva posto in una bara in legno o terracotta. Il corredo funebre era costituito da oggetti della vita quotidiana; nella tomba si ponevano inoltre offerte votive di cibo, entro coppe, vasi, piatti ecc., quindi si eseguivano libagioni, frantumando poi parte dei recipienti utilizzati. Nel corso dei funerali pubblici e solenni riservati ai caduti in guerra, veniva pronunciato un elogio e talvolta si tenevano giochi.

Nell’antica Roma, il maschio più anziano della casa, il pater familias, veniva chiamato al capezzale del moribondo, dove aveva il compito di raccogliere l’ultimo alito vitale di chi si trovava in agonia. Al termine della processione, quando il corteo giungeva nel Foro, veniva pronunciata la laudatio funebris del defunto. Mimi, danzatori e musici, come pure lamentatrici professioniste (prefiche) venivano assunti dall’impresa per prendere parte ai funerali. I Romani meno scrupolosi potevano servirsi di mutue società funebri (collegia funeraticia) che svolgevano tali riti per loro conto. Nove giorni dopo la sistemazione definitiva della salma, avvenuta mediante seppellimento o cremazione, veniva data una festa (coena novendialis), in occasione della quale veniva versato vino o altra bevanda di pregio sulla tomba o sulle ceneri. Poiché la cremazione era la scelta prevalente, v’era l’uso di raccogliere le ceneri in un’urna funeraria e deporle in una nicchia ricavata in una tomba collettiva chiamata columbarium (colombaia).

Fin dall’inizio dell’Età medievale, soprattutto nelle zone rurali, più isolate i rituali della morte erano pieni di costumi ancestrali e pagani che il cristianesimo cercò di eliminare o, quando non era possibile, di adattare e cristianizzare. Ad esempio, la credenza popolare che la morte prematura portasse l’anima “in pena” del defunto a vagare tra i vivi, perché morto non in “pace con Dio”, portò la Chiesa a “creare” un luogo intermedio tra Inferno e Paradiso, dove le anime attendevano che i vivi, con le loro preghiere, ne ottenessero la salvezza. Alcune credenze popolari relative al Giorno dei morti sono di origine pagana. Così i contadini di molti paesi cattolici credono che quella notte i morti tornino nelle loro case precedenti e si cibino degli alimenti dei “vivi”.

In Italia e a Venezia nel tardo medioevo, ma se ne riconoscono iniziative antecedenti fin dall’antichità in Oriente, esistevano confraternite che venivano chiamate Scuola della Buona Morte, (dette anche Misericordia) il cui unico scopo era quello di gestire sepolture per persone povere o rinnegate, o specializzandosi nel compito di dare gli ultimi conforti ai condannati a morte, come fu l’attuale sede dell’Ateneo Veneto accanto alla Fenice (San Fantin)  che  veniva detta anche “Scuola della Buona Morte” o dei Picai (veneziano per “degli impiccati”) o agli annegati come quella vicino alla chiesa di San Marcuola a Cannaregio, oppure a Santa Maria del Giglio e San Moisè.

Oggigiorno ci si pone piuttosto raramente la questione della propria morte come pure di quella altrui, a meno che non ci colpisca da vicino e in modo violento. La vita continua a essere sempre caratterizzata da un’ars vivendi – un’arte del vivere – (piuttosto che dall’ars morendi) parziale, orientata esclusivamente agli ideali della vita giovane, sana, dinamica e di successo. Il culto della giovinezza, della bellezza, della carriera e del piacere, fa passare in secondo piano l’attenzione per le realtà spirituali e trascendenti.

La morte non è fine ma inizio e rinascita. Il culto delle tombe, dei morti, nel vissuto e nelle tradizioni anche di popoli cristiani, si basa sul concetto della memoria, (Mnemosyne)  del ricordo, oltre che della continuità di un rapporto che va al di là della vita. “Io mi sforzo di ricondurre il divino ch’è in me al divino che è nell’universo” (Porfirio, Vita di Plotino, 2). Il culto dei morti, ancora oggi, mantiene sottili persistenze di tradizioni precristiane rielaborate in senso cristiano.

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*parti di questo testo provengono dalla rete.

 

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Filosofia

#4 Post.it La filosofia nasce grande.

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Post it. Brevi postille filosofiche e non.

Perchè la filosofia? Perchè la filosofia antica, greca? Tutti ne parlano molti ne sparlano. Radure e antiche città. Alla ricerca della possente lucentezza, quella chiara profondità, quel nitore rigore dei grandi testi filosofici. Solo conoscendo che cosa è stata la filosofia si può comprendere il senso della sua trasformazione attuale e se ne può riscoprire il volto sotto la maschera.

«La sapienza o l’esperienza è il nome che ciascuno di noi dà ai propri errori. Sono però più istruttivi gli errori dei grandi intelletti che non la verità dei piccoli intelletti». (Oscar Wilde)

«Certo la parola “filosofia” è oggi continuamente ripetuta; ma appena se ne vuoi capire il significato vien fuori un tale vespaio che viene anche subito voglia di lasciar perdere. Il vespaio è prodotto in buona parte dal modo in cui oggi intendono la filosofia i filosofi di professione. Essa è sempre stata in relazione a tutto: non solo alla realtà come sembra ovvio; ma anche ad ogni forma di cultura. E si sa che, soprattutto nella nostra epoca, la cultura, e in particolare quella scientifica, è andata smisuratamente ingrandendosi e approfondendo. Sono andate quindi smisuratamente moltiplicandosi le relazioni che la filosofia intrattiene con i vari settori culturali. (…) Per rendere la cosa con una immagine, si potrebbe dire che mentre prima la filosofia era una città dalla quale si partivano molte vie che la collegavano diverse contrade, oggi invece le vie, oltre a moltiplicarsi sono di tutelare di autostrade che portano a miriadi di metropoli. La vecchia città si è ridotta a una piccola radura, alla quale i più attenti riconoscono ancora il carattere di punto di irradiazione, ma che più spesso considerata un angolo morto al di fuori del viavai del traffico. Avviene così che la parola “filosofia” sia oggi continuamente sulle labbra e, insieme, si consideri la filosofia come un angolo morto.(…) La filosofia oggi ha accanto a sé le scienze della natura, le scienze logico matematiche, le scienze dell’uomo (economia, psicologia, sociologia, antropologia, linguistica, e mettiamo subito un eccetera perché altrimenti non ci fermeremo più). Cioè la filosofia si presenta, oggi, sempre in compagnia di qualche estraneo – anche se queste estranei –  sono poi tutti i suoi figli. (…) In questo affollamento è difficile scorgere il volto della filosofia.(…) Inoltre, buona parte di quella folla imparato che la cultura dipende dalle condizioni storiche in cui essa vive e che quindi anche la filosofia è determinata dal tipo di società in cui si trova. La calca attorno alla filosofia cresce così a dismisura perché non è più formata soltanto dalle forme culturali, ma addirittura da tutti gli eventi della storia. Per chi vuole incominciare a capire qualcosa meglio la radura del sovraffollamento. (…) È vero che la filosofia è in relazione a tutto, ma per tenere dietro alle sue relazioni si deve incominciare a guardarla in faccia – guardare la sua faccia, dico. Solo in questo modo si può sperare di comprendere il senso autentico della sua relazione con l’intera cultura umana, della sua presenza nei settori più disparati del sapere il senso stesso del rifiuto che in tali settori viene operato nei suoi riguardi. (…) Ebbene, guardare in faccia la filosofia è possibile solo accostandosi alle grandi filosofia apparse nella storia, e soprattutto alla filosofia antica, cioè alla filosofia greca, che sta all’inizio e al fondamento dell’intera storia del pensiero filosofico. (…) Ma molto spesso sarebbe meglio che non si studiasse affatto la filosofia, piuttosto che studiarla come la si studia.(…) Se in tutta questa faccenda non si capisce nulla, allora a volte si risponde – il vizio nelle cose stesse. In questa situazione di (presunto) ingarbugliamento oggettivo diventa impalpabile e quindi incolpevole l’ingarbugliamento mentale di chi dovendo insegnare l’ingarbugliamento oggettivo della filosofia, dovrebbe almeno saper tener dietro alle circonvoluzioni del garbuglio. (…) Ma le cose non stanno in questo modo. Il Garbuglio c’è, indubbiamente. Ma emerge proprio in quando il pensiero e linguaggio filosofici hanno raggiunto quella possente lucentezza, quella chiara profondità, quel nitore rigore  –  tutta caratteristiche, queste, che non hanno nulla a che vedere con la facilità – che sono propri dei grandi testi filosofici. Non è prima, ma è dopo che questi testi sono fatti capire, che può incominciare ad apparire il Garbuglio, il problema dal quale non ci si può più sottrarre (e che include anche il problema del capire del capire la filosofia). (…) Intravvedere quella chiarezza essenziale del pensiero filosofico a partire dalla quale soltanto può farsi innanzi il problema autentico della filosofia (e quest’ultimo genitivo è sia soggettivo sia oggettivo).  Aiutare a scorgere il profilo della montagna significa appunto introdurre a quella chiarezza essenziale.  Un elemento fondamentale di tale chiarezza è il legame profondo che unisce tutte le grandi filosofie. (…) Ma la considerazione di questo legame acquista l’importanza e il significato che le sono propri solo se, innanzitutto, non si perde il ricordo della città filosofica. Rivolgere l’attenzione verso il legame profondo tra i grandi pensatori significa non perdere il ricordo di quella città. Solo conoscendo che cosa è stata la filosofia si può comprendere il senso della sua trasformazione attuale e se ne può riscoprire il volto sotto la maschera. La filosofia tende oggi a confluire nella scienza. Ma solo ricordando ciò che la filosofia è stata si può sperare di comprendere il senso della scienza e della stessa civiltà che sul fondamento della scienza sta costruendosi.»

Emanuele Severino, Introduzione a La filosofia antica, Rizzoli 1984.

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Filosofia, Linguaggio

#3 Post it. Un cibo dell’anima. Philosophica Philologica.

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Post it. Brevi postille filosofiche e non.

Linguaggio e filosofia. Logos e sophia, pragma e thauma.

«Il latino, dunque, come paradigma di un parlare illustre, non confuso, e perciò condizione di un vero colloquio, di un fare e agire coerenti e responsabili. La filologia ‘ama’ un tale linguaggio, ma è ben cosciente di non poterne mai raggiungere l’efficacia. Come il testo di cui abbiamo cura, in tutte le accezioni del termine, rimane sempre anche un ‘tesoro nascosto’ così il latino che amiamo non potrà mai essere perfettamente nostro. Un cibo dell’anima, lo chiamava Valla di cui non potremo mai saziarci. Il latino educa questa la sua funzione: trarci fuori dal parlare disordinato, incoerente dalla decadenza in cui è caduto linguaggio, e che è il segno più drammatico della decadenza della cultura tutta. (…)

Esso dovrà servire ad armarsi di un logos capace di significare con precisione e di comunicare universalmente. E questo ora nel nostro presente. La parola, approfondita nel suo etymon, sotto il profilo sia linguistico che semantico, vale in quanto esprime la più ferma intenzione a designare ordinate la cosa.  De re agitur. E tuttavia nessuna cosa, mai, potrà essere conosciuta dall’uomo se non attraverso la potenza del linguaggio dono divino. Qui sta davvero l’acquisizione filosofica fondamentale dell’Umanesimo: non abbiamo a che fare con dati ai quali adattare convenzioni linguistiche, come un abito a un corpo. Abbiamo a che fare soltanto con fatti e cioè eventi, situazioni, che sono in quanto da noi espressi interpretati, agiti. Si tratta della cosa che il greco chiama pragma. Tale filologia ha in sé il germe, e più che il germe, di qualsiasi futura ermeneutica. (…)

La philia per la storia e il significato della parola, come di una potenza che attraverso il nostro atto di parlare, continuamente si esprime, e che pure sempre ci trascende, potenza che proprio nell’immaginazione artistico – poetico perviene al suo culmine appare essenzialmente affine a quella per la sophìa;  verso entrambi, logos e sophìa, rivolgiamo il cammino, e di entrambi siamo sempre mancanti: un abisso si spalanca appena ci apriamo al thauma anche di una singola voce, e mai riuscirà un discorso a determinare l’essenza stessa in sé di qualsiasi cosa. Tuttavia proprio nel cammino, nell’aprirsi la strada, più terso e vivo diviene il linguaggio, più critico il modo in cui ne affrontiamo la storia e  gli autori (…), più forte il nesso fra ratio e oratio,  più feconda l’invenzione di motivi e immagini in cui esprimerlo.»

M. Cacciari, Philosophica Philologia. La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo, Einaudi 2019.

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Consulenza filosofica, Etica, Filosofia, pratica filosofica

#2 Post it. Praticare la filosofia, un florilègio.

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Post it. Brevi postille filosofiche e non.

Husserl nella Prolusione del 1917 affermava che i filosofi preferiscono ancora criticare dall’alto invece di comprendere dall’interno e studiare. Enzo Paci scrisse: “la filosofia ha davanti a sé l’orizzonte del futuro e dietro a sé l’orizzonte del passato.”  Husserl interroga “noi filosofi del presente”  e il ruolo dei filosofi nella cultura quando abbiano scoperto con certezza che ogni filosofia ha lo spazio effimero di una giornata “nell’ambito della flora filosofica”  che sempre nasce e perisce e sempre di nuovo. Merleau Ponty, dalla sua prospettiva fenomenologica, citava, quasi quarant’anni dopo nella sua Prolusione (Elogio della filosofia, SE, Milano, 2008), Socrate come colui che incarna l’idea di un pensiero che rifiuta di ritirarsi o ripiegarsi dal rapporto con il reale, declinato come realtà individuale e collettiva allo stesso tempo, e, rifiutando tale ripiegamento, mostra nuovi spazi di pensabilità. Socrate, per MerleauPonty, rappresenta l’espressione più compiuta di una filosofia autentica che non può che essere una vita filosofica.

«Cercare e ammettere che ci sono cose da vedere e da dire» in un legame indissolubile tra vita e pensiero. Qui, per il fenomenologo francese, il filosofare stesso trova la sua propria collocazione e funzione: dire il vero (parresia) è spesso un compito pericoloso eppure il filosofo deve farsi garante, testimone della verità. Vedere e dire il reale, il dire il vero sono attitudini filosofiche che incarnano una prospettiva che nel corso del ‘900 instrada la filosofia verso una dialogicità sociale e spirituale, in cui la ragione si fa mondo e il riconoscimento dell’io spirituale è compito analitico dei vecchi e nuovi filosofi.

«fare della buona filosofia consisterà […] nel creare la posizione del problema e nel creare le soluzioni, […] l’Essere stesso è problematico»

*  In Italia tra gli autori e le pratiche messe in atto, sembra prevalere una decisa preminenza del ruolo sociale della filosofia: sia dal punto di vista individuale, ovvero rivolto alle scelte etiche ed  esistenziali, sia dal punto di vista collettivo, vale a dire più propriamente etico e politico, fatto di scelte comuni e della loro complessità; in secondo luogo appare evidente come si sia dimostrato sterile il tentativo di ricostruirne una caratterizzazione specifica, basata su una chiara, univoca, esclusiva ed epistemologicamente fondata identità, stante l’ineluttabile impossibilità di un’unica definizione di filosofia (posto che se ne senta la necessità, di una definizione). Consulenza, Seminari, Laboratori, Dialoghi socratici, Caffè filosofici, consulenze di gruppo, P4C: che la consideriamo saggezza pratica con Aristotele[1] o esercizio spirituale con Pierre Hadot[2] siamo oggi consapevoli di che cosa parliamo quando parliamo di pratica filosofica.[3]

Minna Specht, collaboratrice negli anni ’20 del novecento di Leonard Nelson, descriveva il Discorso Socratico (Sokratische Gesprach la prima forma di Pratica filosofica)[4] come messa alla prova delle nostre vecchie convinzioni verso un cambiamento che purifica di cui il fondatore, Leonard Nelson, diceva: il dialogo socratico non è l’arte rivolta all’insegnamento della filosofia, ma al filosofare stesso[5]. Achenbach parlava di filosofia e consulenza come opportunità di vita[6], la Schuster descrive la consulenza come pratica alternativa, terapia e cura filosofica[7], Marc Sautet scriveva di uso spontaneo della filosofia che ha come vocazione quella di non tacere e di filosofare come mettere in dubbio[8]. Romano Madera e Luigi Vero Tarca scrissero di filosofia come stile di vita[9], in seguito a proposito di consulenza filosofica Ran Lahav parlò di ricerca della saggezza[10]. Neri Pollastri ha scritto che fare filosofia in consulenza significa cercare di mettere ordine razionale nel discorso[11] e Augusto Cavadi la definì filosofia di strada[12], e poi Davide Miccione che la descrisse come disciplina antichissima o recentissima[13], e Luciana Regina che parla di un fare che è pensare[14], oppure Stefano Zampieri che scrisse di vita filosofica[15], o Antonio Cosentino di filosofia come pratica sociale[16]. Giorgio Giacometti stesso parlò di consulenza come aporetica di un’attività complessa. Infine Moreno Montanari scriveva a proposito di filosofia come cura[17], e Oscar Brenifier di filosofare come Socrate[18] per il suoi Laboratori e per la sua idea di filosofia con i bambini. Questo florilegio di immagini rappresenta un caleidoscopio che tenta di descrivere una filosofia che torna a camminare per le nostre strade nel quotidiano, come scrive ancora Zampieri nella bella Prefazione ad un altro breve testo sulla consulenza filosofica pubblicato nel 2016 da Andrea Modesto.[19]

[1] Aristotele definisce phronesis la saggezza pratica «una disposizione vera, accompagnata da ragionamento, che dirige l’agire e concerne le cose che per l’uomo sono buone e cattive» Etica Nicomachea, VI, 5, 1140 b 4.

[2] P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, 2005. Il libro ricostruisce la storia di un sistema di pratiche filosofiche che si proponeva di formare gli animi piuttosto che informarli, attraverso un lavoro su se stessi che coinvolgeva non solo il pensiero, ma anche l’immaginazione, la sensibilità e la volontà. “La filosofia antica propone all’uomo un’arte della vita, mentre al contrario la filosofia moderna si presenta anzitutto come la costruzione di un linguaggio tecnico riservato a specialisti.”

[3] La conferma della maggiore affermazione di una interpretazione ampia di Pratica filosofica, anche a livello internazionale, è data dagli interventi succedutisi alla 14th International Conference on Philosophical Practice (ICPP 2016) tenuta a Berna. Vedi il resoconto di A. Modesto: http://andreamodesto.blogspot.it/2018/03/considerazioni-sul-presente-e.html

[4] “L’unica via d’uscita è rappresentata dal ritorno alla filosofia critica (…) La filosofia critica deve, quindi, correre ancora una volta in nostro aiuto, per riaffermare i diritti della teoria dell’autostima della ragione, in contrapposizione a tutte le false dottrine sull’impotenza della ragione umana.” Da “Del ruolo della filosofia nel nostro tempo nel rinnovamento della vita pubblica” in L. Nelson, Vita pubblica e ragion pratica, Rubettino, 2003 o vedere P. Dordoni, Il dialogo socratico, Apogeo 2009.

[5] Leonard Nelson, Il metodo socratico, 1922 in Paolo Dordoni, Il dialogo socratico, Apogeo 2009.

[6] Gerd B. Achenbach, La consulenza filosofica. La filosofia come opportunità di vita. Apogeo, Feltrinelli 2004.

[7] Shlomit C Schuster, La pratica filosofica. Una alternativa al counseling psicologico e alla psicoterapia. Apogeo, 2006.

[8] Marc Sautet, Socrate al caffè. Come la filosofia può insegnarci con semplicità e soddisfazione, a capire noi e il mondo. Ponte alle Grazie1997.

[9] Romano Madera, Luigi Vero Tarca, Filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche. Mondadori 2003.

[10] Ran Lahav, Comprendere la vita. La consulenza filosofica come ricerca della saggezza. Apogeo 2004.

[11] Neri Pollastri, Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche. Apogeo 2004.

[12] Augusto Cavadi, La filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche. Di Girolamo 2010.

[13] Davide Miccione, La consulenza filosofica. Xenia 2007.

[14] Luciana Regina, Consulenza filosofica: un fare che è pensare. Edizioni Unicopli 2006.

[15] Stefano Zampieri, Introduzione alla vita filosofica. Consulenza filosofica e vita quotidiana, Mimesis, 2010.

[16] Antonio Cosentino, Filosofia come pratica sociale. Comunità di ricerca, formazione e cura di sé, Apogeo 2008.

[17] Moreno Montanari, La filosofa come cura, Mursia 2012.

[18] Oscar Brenifier, Filosofare come Socrate. Teoria e forme della pratica filosofica con i bambini e gli adulti, Ipoc 2015.

[19] Andrea Modesto, Mini guida alla consulenza filosofica, Il pellicano 2016.

* (Brano tratto da Giorgio Giacometti, Platone 2.0 di Davide Ubizzo  recensione pubblicata sulal Rivista Phronesis, Anno XIV, numero 25-26 aprile 2016, uscita il 5 luglio 2018.)

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Attualità, Etica, Filosofia, Politica

Recensione. Della Libertà, di Renato Pilutti.

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La libertà è spesso declinata al plurale, oppure viene intesa in senso molto relativistico, banalizzante, e non precisamente in-relazione tra concetti e enti diversi – la libertà è un fare-ciò-che-si-vuole, oppure un volere-ciò-che-si-fa?

Oggi è difficile parlare di libertà. Potrebbe sembrare un paradosso, in quanto viviamo in un’era di grande sviluppo tecnologico, di democrazia e di largo accesso al sapere. Eppure. Siamo oppressi da una miriade di limitazioni, di inibizioni: personali, che attengono al nostro carattere, alla nostra formazione, alla nostra educazione; sociali perché dipendono dall’ambiente in cui viviamo e in cui ci relazioniamo. Siamo determinati dalle leggi umane e del tutto cui apparteniamo,  e ad esse possiamo esclusivamente adeguarci. A livello personale ognuno cerca di prendere la misura di se stesso.

Amico filosofo e compagno di strada in Phronesis, sia l’associazione che la ricerca comune che ci lega, quel saper vivere guidati dalla saggezza di aristotelica memoria,  Renato Pilutti,  (furlàn, vive en Codroipo, Udine, Italia, scrive di se nel blog che tiene in rete http://www.renatopilutti.it/ ) è teologo e filosofo pratico (Phd) autore di diverse pubblicazioni e articoli scientifici. Segue come consulente delle Proprietà e della direzione diverse aziende, ed insegna in ambienti d’impresa e accademici come riportato fedelmente nel retro del testo.

Questo libercolo, come lo definisce umilmente e autoironicamente l’autore,  è una disamina del concetto di libertà attraverso alcune tra le diverse concezioni reperibili nella lunga storia della filosofia, dai Greci alle neuroscienze. Attraverso le riflessioni di Cartesio, Spinoza, Hobbes, Leibnitz, Locke, Hume, Kant e Fabro l’autore si dedica al valore e al concetto di libertà. E’ un libretto, appunto, breve ma denso, di sole 57 pagine, ed è significativo che spesso di questi tempi i migliori testi editi siano edizioni “diverse” come questa, brevi saggi o pamphlet,  che mirano al sodo, che parlano chiaro e presentano temi di una filosofia che torna a camminare per le nostre strade, per usare una definizione felice di Stefano Zampieri. Pilutti adempie così a quel più arduo impegno del pensiero a scrutare l’abisso del suo tempo.

Renato Pilutti, nell’incipit di questo testo, richiama la confusione di questi tempi caratterizzati da disinformazione e falsificazione della verità: la verità è diventata pura opinione, doxa,  avrebbe detto Platone, pensiero umano incerto e la logica zoppicante scrive l’autore. Scrivere di libertà rappresenta quindi un impegno per Pilutti conscio dell’importanza del termine, del suo valore politico, sociale, morale. Semplificazione e banalizzazione imperano. Si usano le parole in libertà e cresce in chi ha consapevolezza e responsabilità civile un sentimento misto tra imbarazzo e rabbia. Il pressapochismo nei media è diseducativo, al punto di sminuire (ed è cronaca di tutti i giorni) ciò che la scuola dovrebbe costruire.

(Apro una parentesi per consigliare a chi si occupa di giovani e di educazione, a scuola o nelle associazioni, il testo “Educare all’infelicità” scritto dall’autore con  A. Zannini nel 2011, “una sorta di vademecum cui fare ricorso per far crescere un bambino capace di una giusta autostima, aperto verso gli altri, disponibile a mettersi in gioco, fornito dei mezzi per trarsi d’impaccio quando la vita gli crea degli ostacoli. ” un testo che parla di educazione e valori in un tempo che di entrambi  pare non saper che farsene).

Nel web si assiste ad un utilizzo spesso non vigilato o addirittura sgangherato.  A questo proposito vengono alla mente le parole di un altro consulente filosofico Davide Miccione che scrive un libretto dal titolo Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletario cognitivo (Ipoc 2015) richiamando esattamente la stessa questione, oggi esplosa, della massificazione dell’ignoranza,  l’ignorante ipermoderno procede non facendosi alcuna domanda, è portatore di una lettura implicita e non articolata, agghiacciante e distruttiva del rapporto tra vita e sapere». Il linguaggio è forse il segno più evidente dei tempi che viviamo, (il linguaggio è la casa dell’essere, diceva Heidegger) pigrizia, ignoranza, non conoscenza della terminologia e delle etimologie: mancano sentimento e intelletto, che invece troviamo qui in questo libretto che ci si offre come un agile strumento di consultazione.

Pilutti ricorda che, come insegna la tradizione, ci sono due diversi modelli di libertà. Il primo è la possibilità di decidere tra due o più alternativa (libertà di), il secondo tipo di libertà è quello che deriva da un’assenza di costrizione (libertà da). Queste due distinzioni sono le prime, le più elementari. Se la prima definizione, cioè la libertà di, contiene già infatti un profilo che potremmo definire morale, la libertà da invece appare più limitata perché non è detto che il libero arbitrio a cui fa riferimento sia totale, e veramente tale, e non piuttosto una illusione di libertà.

Nel dare uno sguardo all’antica Grecia l’autore ricorda che il greco antico ha diverse parole per dire libertà: libertà personale, politica e sociale, indipendenza, franchezza, licenza, concessione, permesso,  tanti termini per dire la stessa cosa che ha nella realtà diverse manifestazioni. Nell’antica Grecia l’uomo che agisce governato dalla ragione è colui che conosce il proprio destino e lo accetta. In generale nell’antica Grecia il tema della libertà è controverso oscillando tra l’estremo del determinismo assoluto e l’estremo opposto di un libero arbitrio capace sempre di orientare le scelte umane.

Il cristianesimo diffonde un’idea diversa delle facoltà spirituali, rispetto alla cultura greca, perché propone l’analogia di proporzionalità e di partecipazione tra Dio e l’anima umana, cioè intelletto e volontà. La visione cristiana sulla responsabilità individuale e quindi sul libero arbitrio, ha sempre oscillato tra due estremi, scrive Pilutti, sostenendo di volta in volta la fondamentale importanza dell’esercizio libero della volontà o l’intervento della Divina Provvidenza specie se con fede. Agostino declina in due modi il concetto di libertà: la libertas major, ovvero la libertà cosciente del discernimento Cristiano, e la libertas minor cioè una libertà più generica non ispirata dalla buona dottrina, la più diffusa a suo parere.

I capitoli dal quinto all’ undicesimo,  ovvero da Cartesio a Kant espongono la storia del concetto di libertà  che si dipana tra determinismo e libertà del volere, per cui Cartesio si contraddistingue per una certa ambiguità tra un determinismo teologico e il libero arbitrio. Spinoza nei suoi scritti, caratterizzati da un estremo determinismo, individua nel pensiero l’unica reale libertà concessa all’uomo. Per Spinoza non esistono causalità libere ma solo necessarie. Se Hobbes è determinista in maniera radicale: “la deliberazione non è altro che un’immagine alternata di appetito e timore” – per lui esiste solamente la libertà da, quella che prevede un agire senza costrizioni esterne -, Leibniz invece propende per una concezione della libertà in senso preciso: per lui la libertà non è come per Hobbes necessitata ma determinata, cioè “si ha la necessità quando di due proposizioni contraddittorie l’una è vera e l’altra è falsa”  la libertà contingente si può dire anche determinata perché una certa azione può essere compiuta per ragioni diverse.

Per John Locke e David Hume l’uomo è libero di agire non di volere. I campioni dell’empirismo inglese percorrono una strada completamente e radicalmente differente da quella dei filosofi precedenti. Essi rifiutano le posizioni metafisiche. La volontà quindi non è libera se non di volere ciò che vuole, afferma Locke.

Renato Pilutti esemplifica con aneddoti personali di vita come applicare realmente nel concreto vivere questi precetti filosofici e queste diverse concezioni della libertà: nel mondo del lavoro, nell’ambito familiare, nelle esperienze di amicizia. Così ché la filosofia torna a farsi vita reale, ciò che rende comprensibile il nostro agire e ci rende coscienti della nostra soggettività. A questo proposito mi sovviene una definizione di filosofia che l’autore scrive altrove: «La filosofia è un mettersi-davanti-a-sé-e-al-mondo con spirito e pensiero critico, per cercare di comprendere, se non di capire il senso di ciò-che-ci-sembra-esista, della realtà che appare provvista di un suo essere. La stranezza della realtà è che-appare, ma in qualche modo è, e non si manifesta – epifanicamente – solo. La difficoltà è quella di ri-velarla, che significa metterla in evidenza mentre essa si nasconde ancora, come sempre. La ri-velazione è due cose: uno svelamento e un secondo velamento, per cui abbiamo continuamente un apparire e uno scomparire dell’essere.»

La posizione di Kant pone un discrimine fondamentale nelle questioni etiche che riguardano il volere e la decisione nell’uomo. La distinzione tra noumeno come campo di libertà e il fenomenico come campo del necessario diventa con il filosofo tedesco la questione decisiva per quanto riguarda il concetto di libertà. Così nel mondo del noumeno Kant difende la libertà mentre nel mondo fenomenico resta più o meno determinista, sia pure nei differenti modi di intendere il determinismo. Per Kant dunque non si esce dalla causalità determinata necessariamente per cui non si dà alcuna libertà. Il filosofo tedesco determinando “l’autonomia della ragione e della volontà per cui essa è legge”  questo è il discrimine kantiano che rinnova la questione della libertà umana.  La libertà diventa autodeterminazione negli esseri ragionevoli, l’autonomia diventa sinonimo di libertà morale che innerva e sostiene la libertà lato sensu: per dimostrare l’esistenza della libertà occorre operare una introspezione profonda della propria coscienza, la quale mi evidenzierà la mia partenza due mondi: quello animale come regno della necessità fenomenica, e quello umano come luogo dove si esplicita l’agire umano libero, perché dettato dalla coscienza stessa che mediante l’imperativo categorico ordina un “fare la cosa buona perché si deve ovvero la si deve fare perché si deve”,  la legge morale per Kant diventa un fatto della ragione.

Chiudono questa valorosa disgressione sul concetto di libertà due brevi capitoli: il primo sul pensiero di Cornelio Fabro, e il secondo sul collegamento tra filosofia e neuroscienza.

Fabro, che fu filosofo e teologo conterraneo dell’autore, recuperando la nozione di essenza come atto d’essere afferma che l’uomo esprime l’atto d’essere derivandolo dall’ipsum Esse subsistens, cioè da Dio stesso, ed è qui che si pone il tema della libertà umana, cioè nella relazione uomo – Dio. Fabro così introduce la nozione di partecipazione. La partecipazione permette immediatamente di collocare sotto il profilo  esistenziale la libertà della persona umana nella ricerca della verità chiamata dialogicamente a sostenere la ricerca per la comprensione della propria vita nel contesto complesso e talora drammatico della modernità.

Molto stimolante  lo spunto finale che l’autore propone, e che accenna al collegamento tra filosofia morale e neuroscienze. Citando autori che si occupano di neurologia, in particolare Roskies e Libet, ma anche Rita Levi Montalcini e Gerald Edelman, l’autore afferma che neuroscienze e filosofia morale possono incontrarsi sul versante compositivo delle neuro etiche, che non pretendono di essere esaustive di per sé ma, da un lato rifuggendo dal materialismo riduzionistico e dall’altro da uno spiritualismo edulcorato, possano collaborare cercare di comprendere uno dei processi più misteriosi e complessi dell’umano, la coscienza come campo d’azione dei vissuti percepiti e delle scelte volontarie.

A proposito di coscienza è utile ricordare quanto la riflessione della fenomenologia, Husserl e Stein in particolare, sulla costituzione del soggetto avessero già anticipato le tematiche delle neuroscienze, su di una componente – non pienamente comprensibile esclusivamente con paradigmi scientisti – della coscienza «L’essere dell’uomo è corporeo vivente, animato e spirituale. In quanto l’uomo per essenza è spirito, con la sua vita spirituale esce da sé, senza lasciare se stesso, in un mondo che gli si schiude. Non solo egli, come ogni altro essere reale, «respira» la sua essenza in modo spirituale, esprimendosi inconsciamente: è anche personalmente-spiritualmente attivo. L’anima dell’uomo in quanto spirito si innalza sopra se stessa nella sua vita spirituale. Ma lo spirito dell’uomo è condizionato dall’alto e dal basso: è affondato nella sua struttura materiale, che esso anima e forma dandole la sua forma corporea. La persona umana porta e comprende il «suo» corpo e la «sua» anima, ma nello stesso tempo è portata e compresa in essi. La sua vita spirituale si innalza da una profondità buia, come una fiamma di candela che splende, ma che è alimentata da una materia che di per sé non splende. Splende senza essere interamente luce: lo spirito è visibile per sé, ma non è completamente trasparente; è in grado di illuminare altre cose, ma non di penetrarle perfettamente. (…) L’intera vita cosciente non si identifica con il «mio essere», assomiglia alla superficie illuminata di un abisso oscuro, che si manifesta attraverso questa superficie. Se vogliamo capire l’essere persona dell’uomo dobbiamo cercare di penetrare in questa profondità oscura». (E. Stein, Essere finito e essere eterno. Per un’elevazione al senso dell’essere, di A. Ales Bello, Città Nuova editrice, Roma 1988).

Ritorno in conclusione alla questione politica che risulta in sottotraccia come implicita e forse non pienamente sottolineata da Pilutti ma che nella citazione iniziale di Pietro Calamandrei, che l’autore mette in epigrafe e in sottotitolo, si staglia chiaramente: «Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che auguro a voi, giovani, di non sentire mai.»  La libertà è sempre un atto in essere che necessita di un pensiero critico. Ancor più sovviene, questo contrasto tra avere la libertà ed esserne privi, soprattutto  in questi tempi di falsa libertà, quando Pilutti parla di oclocrazia, (stadio di governo deteriore nel quale la guida della pόlis è alla mercé di volizioni delle masse) in tempi di sovranismi e populismi.

Ricordo a questo proposito le parole di un altro amico filosofo e compagno di strada, Andrea Modesto che sull’utilità del fare filosofia scrive: « per condurre la propria vita da uomini liberi, smettendo di farsi trascinare forzatamente avanti, come prigionieri ribelli che, nel tentativo di spezzare le catene e fuggire verso la libertà, finiscono in celle sempre più anguste, scomode e soffocanti. Insomma: un’esperienza controtendenza, e in questo senso inattuale, ma per lo stesso motivo profondamente urgente e, dunque, proprio per questo, più attuale che mai.» Andrea Modesto, “Mini Guida alla consulenza filosofica” edizioni Pellicano © 2016

Scriveva Polibio:  «Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza […], essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia […].»

Cosa si può dire alla fine? Forse si può dire che la vera libertà è vivere oltre i propri piccoli desideri, spiritualmente, elevandosi a un livello più alto dell’esistenza, oltre l’individuazione personale e rifiutando la dittatura dell’io, l’io di tutti i giorni, l’io che vuole, che desidera, che si illude, che freme e scalpita. Trascendendo il proprio io, la libertà è conquistata. È nei momenti di trascendenza che accade l’evento della libertà, nei momenti in cui non si cerca più il proprio scopo solamente in se stessi. In questa prospettiva appare che la vera libertà è un evento spirituale.

Renato Pilutti, Della Libertà. Il tumulto e la legge nell’interiorità di ogni persona e nella politica.  Edizioni Segno 2019

 

 

 

 

 

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Filosofia

Dall’eidos a Dio. La vita filosofica di Edith Stein.

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Edith Stein nasce il 12 ottobre 1891 da genitori commercianti ebrei a Breslavia, dove a ventidue anni viene a conoscenza delle ricerche che il filosofo Edmund Husserl (1859-1938) stava svolgendo a Gottinga, e quindi decide di seguire le sue lezioni dopo aver letto nell’estate del 1913 il secondo volume delle Ricerche Logiche.

 L’incontro con questo filosofo è determinate per la formazione intellettuale della giovane Stein. Tra il 1913 ed il 1916 Edith segue i corsi di Edmund Husserl presso l’Università di Gottinga e fa parte del primissimo nucleo che forma il circolo fenomenologico che si era costituito intorno al filosofo. Nel 1916 diviene assistente volontaria di Husserl presso l’Università di Friburgo dove egli si era trasferito e, avendolo come relatore, discute la dissertazione Zum Problem der Einfühlung (Il problema dell’empatia).

Chi era a quel tempo Edmund Husserl? Nel primo volume delle Ricerche Logiche del 1901 Husserl denunciò l’insufficienza della psicologia e scelse di orientarsi verso la logica per afferrare il significato dei processi conoscitivi, cioè quelli che chiama atti psichici. In realtà era alla ricerca di un metodo d’indagine sull’interiorità umana che si ponesse al di là sia della logica sia della psicologia, metodo che sarà da lui elaborato e definito “fenomenologico”, ossia un’analisi dell’attività conoscitiva e in generale della vita riflessiva e affettiva umana, che la descriva nel suo darsi, così come si presenta, senza sovrapporre ad essa elementi estranei. La fenomenologia è così riflessione su ciò che si presenta, ciò che si offre e si dà nel fluire della nostra coscienza. Il metodo fenomenologico si può racchiudere in due movimenti: una messa in evidenza di ciò che è “essenziale” (riduzione eidetica, da eidos = essenza), dopo aver messo fra parentesi ogni altro aspetto, perfino quello esistenziale (epoché), e degli atti che sono “vissuti” (Erlebnisse) dal soggetto, preso nella sua universalità (riduzione trascendentale), come ciò che è relativo alla struttura della soggettività.

Quando pubblicò le Ricerche logiche Husserl suscitò grande ammirazione e a molti sembrò che le sue teorie potessero rappresentare una radicale riforma del pensiero filosofico e scientifico del suo tempo, soprattutto per l’impulso verso le cose nella loro realtà che la fenomenologia e il tema dell’intenzionalità della coscienza sembravano evocare, “ciò rappresentava allora, in un mondo pieno di pregiudizi, di schematismi e di convenzioni, una specie di liberazione”, come disse Karl Jaspers. La Stein a tal proposito  scrisse: «ci veniva continuamente raccomandato di considerare ogni cosa con occhio libero da pregiudizi, di gettare via qualsiasi tipo di «paraocchi» .

E’ nel 1905 che si va formando intorno ad Husserl, passato nel 1901 da Halle, dove era Privatdozent, a Gottinga dove insegna all’Università, quel gruppo di studiosi e ricercatori che verrà formando il famoso movimento fenomenologico, movimento culturale e filosofico nato sulla scia della grande diffusione delle “Ricerche logiche”: la Stein, Ingarden, Lipps, Reinach, Daubert, Pfander, Scheler e altri vedevano in Husserl un nuovo maestro e nella fenomenologia il principio di un profondo rinnovamento della filosofia e della cultura, liberate dalle sterili opposizioni tra psicologismo, logicismo e neokantismo per indirizzarsi verso un vigoroso progetto di rifondazione delle scienze della natura e dello spirito; questo gruppo di studiosi accompagnerà Husserl fino al 1916 anno in cui il filosofo lascerà Gottinga per Friburgo, e dei vecchi discepoli lo seguirà solo Edith Stein.

Nel 1917 Husserl quindi fu nominato ordinario all’Università di Friburgo, egli scelse come sua assistente la giovane Edith Stein, il cui lavoro consisteva nel sistemare i numerosi manoscritti del maestro e nel tenere corsi preparatori alla fenomenologia per gli studenti più giovani. In questo periodo la Stein si occupa soprattutto di dare sistemazione agli scritti, numerosi, disordinati, in crescita continua, di Husserl. Si occuperà principalmente di sistemare gli appunti che in seguito formeranno il II° volume delle Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica (titolo originale, Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie) scritto fondamentale che contiene le parti esplicative sulla costituzione trascendentale dell’Io spirituale e sul corpo. Purtroppo il testo sarà pubblicato solo negli anni ’50 dopo una successiva risistemazione che si protrasse fino al 1928 ad opera di Ludwig Langrebe, allora assistente di Husserl.

Scriverà in seguito la Stein, in uno scritto che risale probabilmente al 1932  rimasto inedito, dal titolo Die weltanschauliche Bedeutung der Phänomenologie, (vol. 6 dell’edizione Edith Stein Werke, in Italia in Natura e persona mistica. Per una ricerca cristiana della verità, Città Nuova 1999) che il maestro ha avuto il grande merito, ancora oggi troppo poco apprezzato, di avere scoperto la sfera della coscienza e la problematica della costituzione e di analizzare «la sfera della coscienza pura, che nessuno prima di lui aveva individuato e tanto meno ricavato, come un campo di ricerche infinito, attraverso un lavoro di ricerca rigorosamente metodico e fecondo»

Dopo aver pubblicato Beiträge zur philosophischen Be- gründung der Psychologie und der Geisteswissenschaften (Contributi per la fondazione filosofica della psicologia e delle scienze dello spirito), nel 1922, nello Jahrbuch, (rivista fondata e diretta da Husserl, vol. V) la sua vita cambia in maniera radicale.

Riceve il battesimo avendo come madrina Hedwig Conrad-Martius, entra così nella Chiesa cattolica. Tra il 1922 e il 1930 insegna germanistica presso l’Istituto Santa Maddalena delle Suore Domenicane di Spira. Svolge un’intensa attività di conferenziera in Germania e all’estero. Nel 1925 Pubblica lo studio Eine Untersuchung über den Staat (Una ricerca sullo stato), nello Jahrbuch, vol. VII. Nel 1929 inizia la traduzione delle Quaestiones disputatae de Veritate e pubblica il saggio Husserls Phänomenologie und die Philosophie des Hl. Thomas von Aquin (La fenomenologia di Husserl e la filosofia di san Tommaso d’Aquino), nello Jahrbuch, volume dedicato al settantesimo compleanno di Husserl. Nel 1931 lascia l’insegnamento di Spira e tenta di conseguire la libera docenza presso l’Università di Friburgo e di Breslavia senza ottenerla. Pubblica la sua traduzione del De Veritate. Dal 1932 insegna all’Istituto tedesco di Scienze Pedagogiche di Münster. Partecipa alle Giornate di Juvisy sulla Fenomenologia. Scrive numerosi saggi raccolti nei volumi V e VI delle sue Opere. Scrive sulla questione del ruolo della donna nella società: “la donna ha un ruolo fondamentale nella società proprio per le sue caratteristiche di apertura verso gli altri e può, quindi, essere utile in molte professioni e può assumere validamente funzioni pubbliche”, assumendo una posizione per quei tempi rivoluzionaria. (E. Stein, La donna – Il suo compito secondo la natura e la grazia, Prefazione di Angela Ales Bello, Città Nuova, Roma 1999).

Nel 1933 con l’avvento del Nazismo al potere in Germania le è proibito di continuare la sua attività di docente per la sua origine ebraica. Nell’aprile del 1933 scrive a papa Pio XI denunciando profeticamente gli orrori del Nazismo: «Da settimane siamo spettatori, in Germania, di avvenimenti che comportano un totale disprezzo della giustizia e dell’umanità, per non parlare dell’amore del prossimo. Per anni i capi del nazionalsocialismo hanno predicato l’odio contro gli ebrei. Ora che hanno ottenuto il potere e hanno armato i loro seguaci – tra i quali ci sono dei noti elementi criminali – raccolgono il frutto dell’odio seminato.»  Diventa insegnante e suora carmelitana nel 1934 a Colonia con il nome di Teresa Benedetta della Croce, ed entra nel Carmelo di Colonia. Tra il 1934 ed il 1936 si dedica alla stesura dell’opera Endliches und Ewiges Sein (Essere finito e Essere eterno), pubblicata postuma. Tra il 1938 ed il 1942 Si trasferisce nel carmelo di Echt in Olanda a causa delle persecuzioni razziali. Scrive Kreuzeswissenschaft (Scientia crucis).

 Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas.

Il suo legame con Husserl sarà sancito dalle vicende editoriali degli scritti del maestro.

«Nell’estate del 1938 Herman Van Breda si reca in visita alla vedova del filosofo per catalogare le carte e gli appunti ancora inediti. Crede che il numero dei manoscritti sia contenuto e invece si imbatte in «quarantamila pagine autografe stenografate direttamente dal maestro e quasi diecimila già trascritte dagli assistenti Edith Stein, Ludwig Landgrebe e Eugen Fink» racconta il francescano. (…) le valigie, sotto tutela diplomatica, arriveranno in Belgio mettendo al riparo della censura nazionalsocialista il materiale inedito Husserl presso gli Archives-Husserl di Lovanio. (…) Con la guerra alle battute finali e i tedeschi in ritirata, nel marzo del 1945, Herman Van Breda viene a conoscenza del rischio di vedere distrutti gli appunti della sua amica carmelitana Edith Stein, imponente filosofa di origine ebraiche, uccisa nell’agosto del 1942 ad Auschwitz. Così, insieme a tre carmelitane, Van Breda va a rovistare fra le macerie del monastero di Echt, nei Paesi Bassi dove Edith Stein si era rifugiata sperando di scampare alle leggi razziali naziste, per raccogliere i fogli della santa. Una volta riordinati, con l’appoggio di Avertanus Hennekes, provinciale dei Carmelitani scalzi, e Cristoforo Willems, sottopriore dei Carmelitani di Geleen, anche i manoscritti della fenomenologa cattolica avrebbero preso la strada di Lovanio per costituire l’Archivum Carmelitanum Edith Stein.» (Avvenire: “Il  francescano che salvò le tesi di Husserl”)

“Un’eminente figlia di Israele e fedele figlia della Chiesa” l’ha definita canonizzandola nel 1998 San Giovanni Paolo II. “Dichiarare santa Edith Stein, compatrona d’Europa – ha detto – significa porre sull’orizzonte del Vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza”.

“L’anima dell’uomo, in quanto spirito, si innalza sopra se stessa nella sua vita spirituale”, ma l’essere umano, pur distinguendosi dagli animali, non è un puro spirito, pertanto “… lo spirito dell’uomo è condizionato dall’alto e dal basso: è affondato nella sua struttura materiale, che esso anima e forma, dandole la sua forma corporea. La persona umana porta e comprende il ‘suo’ corpo e la ‘sua’ anima, ma nello stesso tempo è portata e compresa in essi. La sua vita spirituale si innalza da una profondità buia, come una fiamma di candela che splende, ma che è alimentata da una materia che, di per sé, non splende. Splende senza essere interamente luce: lo spirito umano è visibile per sé, ma non è completamente trasparente; è in grado di illuminare altre cose, ma non di penetrarle perfettamente” (Angela Ales Bello, “Ragione ed esperienza religiosa in  Edith Stein” )

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Filosofia

#1 Post it. L’antinomia dei sofisti.

Greuter_Socrates

Post it. Brevi postille filosofiche e non.

E’ noto che questi furono duramente criticati da Platone e Aristotele che li consideravano dei “mercenari del sapere”, eppure sofista deriva dal termine σοφιστής, cioè sophistés, (sapiente) ed era sinonimo di σοφός , sophòs,( saggio). Sorgono perciò alcune riflessioni su quali possano essere le conseguenze aporetiche (cioè contraddittorie) di questa interpretazione.

 “I sofisti erano considerati maestri di virtù che si facevano pagare per i propri insegnamenti. Per questo motivo essi furono aspramente criticati dai loro contemporanei, soprattutto da Platone e Aristotele, ed erano offensivamente chiamati «prostituti della cultura».”

Ma sarà davvero così? E oggi esistono amanti del sapere di questo tipo? Donata Romizi ne parla in un’intervista alla rivista Phronesis in questi termini: “Qualcuno  pensa  che  esercitare  la  filosofia  come  libera  professione  significhi  asservirla  alle esigenze dei clienti, e quindi rinunciare al proprio senso critico – “vendersi”. La filosofia ha sempre avuto  un  problema  con  “il  vil  denaro”  –  a  partire  dalla  critica  feroce  ai  Sofisti  (che  invece probabilmente  erano  filosofi  di  tutto  rispetto).  Ciò  non  stupisce:  sociologicamente  parlando,  la filosofia ha una matrice aristocratica, con un certo disprezzo per chi “si sporca le mani” nel mondo. Vorremmo, in quanto filosofi, poter “lavorare” nel mondo senza essere costretti ad essere utili a qualcuno: a volte c’è un atteggiamento un po’ presuntuoso.”

Ironicamente, i sofisti furono i primi ad elaborare il concetto occidentale di cultura (Paideia), intesa non come un insieme di conoscenze specialistiche, ma come metodo di formazione di un individuo nell’ambito di un popolo o di un contesto sociale. Furono i precursori di educatori ed insegnanti?

Certo esistono argomenti più che solidi per comprendere le critiche ai sofisti : il relativismo etico per cui tutto è giustificato nel nome dell’individuo, il fatto che  si rivolsero solo agli aristocratici e ai “nuovi ricchi” ai ceti emergenti facendosi pagare da chi poteva permetterselo, il fatto che in sostanza insegnavano a parlare in pubblico, l’arte della retorica era per loro quindi importante come metodo di comunicazione funzionale al successo mondano e politico.

«La cultura sofistica attraverso la critica della nozione di verità perviene ad una forma più radicale di relativismo. Non solo non esiste una verità assolutamente valida, ma l’unico metro di valutazione diviene l’individuo: per ciascuno è vera solamente la propria percezione soggettiva. Analogamente tale visione relativistica del mondo viene applicata al campo dell’etica… Non esistono azioni buone o cattive in sé; ciascuna azione deve essere valutata caso per caso.» (Fabio Cioffi, I filosofi e le idee)

Il prevalere dell’opposizione platonica e aristotelica si spiega bene in prospettiva di un sapere che si vuole epistème cioè in riferimento ad un sapere che sta sopra, che si ritiene superiore ed esige una gerarchia come sarà la filosofia di Platone che porrà il bonum come summa dell’etica della polis e del cittadino ateniese e l’equiparazione tra Buono, Bello e Vero (Kalokagathia) concezione poi assunta anche dal cristianesimo, poiché il Dio cristiano è infatti, oltre che onnipotente e onnisciente, l’essenza della bontà, della bellezza e della verità. Per questo Platone salva Socrate il suo maestro e lo distingue dai sofisti, (distinzione che regge fino ad un certo punto e che forse alimenta l’aporia) e la storiografia lo porrà come discrimine con il sapere che lo precede (i presocratici).

Aristotele segue il suo maestro:  dirsi filosofo dopo che qualcuno prima di te è stato condannato dal tribunale cittadino poiché ha affermato di voler stare in mezzo alla gente comune, stimolandola a riflettere con le sue domande, di voler  invitare a dubitare delle credenze, a esaminare la vita vivente, di tenere in conto non i beni materiali ma l’anima, di poter essere, invece che giudicato, mantenuto nel tempio come illustre cittadino, ecco chiunque avrebbe certo scelto di: indagare la natura e catalogare le parti che la compongono, esaminare il pensiero e le forme esteriori della sua oggettivazione, studiare i sapienti del passato, insomma dare concreta testimonianza dell’inutilità pratica della filosofia, che quand’anche si facesse pratica dovrebbe essere riflessione sulle cose dell’economia, del governo e della morale. Incoronare la filosofia come regina teoretica mise al riparo lo straniero Aristotele da sospetti e invidie, e soprattutto rischi mortali, pericolo di vita, in quanto discepolo platonico e socratico.

Eppure i sofisti che oppongono diverse prospettive rinnovano proprio platonicamente quel parricidio parmenideo (per salvare il molteplice occorre riuscire a pensare il “non essere”) cioè permettono il superamento di concezioni esauste o inapplicabili nel reale e l’elaborazione di nuovi concetti, (la filosofia come creazione di concetti, Deleuze e Guattari) garantiscono cioè una pluralità di idee, divengono antidoto all’assolutismo insito nel platonismo (il «Platone totalitario» di Popper ?).

img: Johann Friedrich Greuter, “Socrate e i suoi studenti”, XVII secolo.

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Consulenza filosofica

Radio Live Social intervista: la Consulenza filosofica.

radio venezia intervista.jpg

Nel sito dell’Associazione Phronesis, qui : https://www.phronesis-cf.com/video/ è disponibile una mia intervista a Radio Venezia Live social andata in onda il 23 settembre 2017.

Vedi anche:

https://fareondeblog.wordpress.com/2014/10/16/dal-counseling-alla-consulenza-filosofica/

https://fareondeblog.wordpress.com/2014/09/03/il-consulente-filosofico-phronesis/

https://fareondeblog.wordpress.com/2015/09/26/consulenza-filosofica-per-immagini-1/

 

 

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Filosofia, pratica filosofica

Sulla Praxis filosofica oggi (2019).

praxis

Praxis, parola greca che il latino riprende per dire prassi, azione (actio è il sinonimo latino di praxis), e anche metodo, procedimento, tecnica, prova, esperienza, che riguarda un agire che racchiude il proprio senso in se stesso. Tutte le scelte etiche e morali, positive o negative, che non sono cioè poíesis, vale  a dire dirette alla specifica produzione di oggetti, rientrano in questa seconda accezione, che è stata quella prevalente nella gamma di significati del termine azione nelle lingue europee. Agire come pratica, termine equivalente, in questo caso, di morale. Il concetto di “azione” è inseparabile dal concetto di “volontà”, a tal punto che si può dire che essi si articolano insieme in un paradigma, il cui scopo è di fondare la libertà e, quindi, la responsabilità del soggetto moderno.Tale parola latina che traduce il greco, è stata mal utilizzata nella Philosophische Praxis tedesca di Achenbach tradotta peggio in consulenza e parafrasata in studio professionale.

Sospendendo qui il giudizio sulle condizioni di possibilità di fattibilità professionale della consulenza filosofica nel contesto tardo capitalistico attuale, resta intatta la domanda filosofica del suo essere fenomenologico, del suo presentarsi nella scena della storia. Per meglio dire: qual’è il senso della pratica filosofica nella società occidentale ? Come analisi degli atti interiori essa si presenta come interrogazione e interpretazione delle intenzionalità psichiche, atti di coscienza fenomenologicamente intesi, cioè appercezioni del corpo proprio nella costituzione della realtà trascendentale e come tale andrebbe intesa ogni pratica filosofica che abbia come obiettivo l’uomo. Questo significa e sottende il riconoscere in via preliminare che l’uomo abbia una coscienza che rappresenta la sua anima spirituale, ovvero la sua essenza trascendentale più profonda e irriducibile che lo lega al mondo della vita. Nell’opera Summa contra Gentiles in cui deve affrontare il tema del bene e del male e dell’azione umana, Tommaso afferma: omnis agens agit propter finem, ogni uomo che agisce determina la volontà rispetto a uno scopo.

La Consulenza filosofica, finora perimetrata più a partire dal suo carattere “logico-argomentativo” duale che dal versante spirituale e maieutico, si è proposta per lo più come una pratica analitica e linguistica che ha tentato di inserirsi nelle pratiche di matrice pedagogica (peraltro cercando di differenziarsene) auto definitasi in negativo come non – essere – tramite poco convincenti negazioni identitarie. Putnam, che fu allievo di Carnap e di Reichenbach, afferma: «La  filosofia  analitica  parte  come  rispetto  per  l’argomentazione.  Il  problema  è che  dopo  un  po’ non  si  è  cominciato  a  fare  che  questo,  e  non  si  è  più  saputo  su cosa  argomentare.  Allora  emersero  gli  oggetti  immaginari:  i  mondi  possibili, quanto i mondi possibili o potenziali sono diversi o uguali al mondo reale e così via […] La filosofia analitica è vuota» E Robert Nozick, allievo di Carl Hempel, dichiara: «Per  me  fu  sempre  importante  la  combinazione  tra  clear  thinking e  grandi  temi.  Il problema della filosofia analitica è che si è dimenticata di questo secondo aspetto». In questo modo, preoccupandosi troppo delle parole e avendo rinunciato ai problemi più reali, che per Popper «è la via più sicura per la perdizione intellettuale », l’approccio analitico si dimostra sempre più incapace di trovare risposte ai problemi spirituali, etici, politici, sociali. Al riguardo è interessante la testimonianza di Putnam: egli confessa che il suo distacco dall’orizzonte della filosofia analitica si produsse quando «si lasciò coinvolgere dall’impegno politico», e si convinse che la filosofia non era «semplicemente una disciplina accademica». Scrive Miguel Perez de Laborda: “Per lui quindi l’impegno sociale esigeva l’abbandono dell’analitica, e la ricerca di altre forme di filosofare. E certamente non è difficile capire questa sua decisione, poiché l’analisi meta-etica (l’unica cosa che nel campo dell’etica può fare l’analitica, con il suo metodo) è solo una descrizione di usi del linguaggio, e quindi non ci fornisce nessuna informazione su ciò che ci interessa di più: che cosa dobbiamo fare, e non semplicemente che dice la gente che dobbiamo fare.”

La consulenza filosofica si è posta a lungo come esclusivamente filosofica, orgogliosamente in antitesi con le psicoterapie e la psicanalisi, con l’accademia, le sue convenzioni e le declinazioni consulenziali della società attuale, molto ingenuamente pretendendo – ultima arrivata sul mercato in tempo di crisi – di ergersi a consulenza senza consulenti, a professione senza mercato, cercando di invertire la dinamica che ha visto nascere la Pratica filosofica in contesti formativi, pubblici o collettivi, per porla in maniera esclusiva come dialogo a due. Questa idea di Consulenza filosofica, non potendo peraltro appoggiarsi su di un’identificazione condivisa di filosofia, che ha sempre rifuggito, è giunta a sfaldarsi da sé, incapace di reggere la tensione della non identità.

Se tale assunto è plausibile, in questo modo, la consulenza filosofica si è tolta di sotto i piedi un possibile terreno comune solido, credibile professionalmente e attendibile epistemologicamente e neppure il solo porsi come ricerca filosofica la rende oggi convincente, poiché aristotelicamente auto referenziale (“La filosofia non serve a nulla”) e perché non istituzionalizzata né remunerativa, finché resta de-contestualizzata, lontana dal resto del mondo delle pratiche, distante dal mondo di matrice Psy, diversa dalle pratiche formative ed educative, fuori dal mondo terapeutico e di cura, isolata nel contesto politico e sociale, flebile nel panorama editoriale e divisa a livello nazionale. Marginale nel mondo della ricerca poichè la ricerca è – nella nostra cultura tardo capitalistica – finalizzata alla vendita di prodotti perciò a sviluppare tecnologie per poi commercializzarle, ovvero ha sempre un fine economico. La ricerca filosofica in sè non può avere un utile spendibile ponendosi nel mercato economico dell’industria o accademica, (il mercato culturale appare in via di estinzione)  eccetto il caso della ricerca pedagogica o metodologica cioè quando la filosofia si pone a supporto di altre discipline.

Insomma, una consulenza che finora si è decostruita al suo interno, forse in un eccesso di zelo nell’applicare la meta-teoria praticante di Achenbach, ambiguamente situatasi in un intollerabile, ipotetico nonché ipocrita, confine tra mercato e controcultura che non le corrisponde, se essa vuole essere esercizio filosofico critico e parresiastico. Una tale teoria di Consulenza fatica a collocarsi nello scenario contemporaneo, multiverso, policentrico, globale, perché inattuale in un certo senso, una teoria che descrive una professione antica incapace di reggere la pluralità del post moderno. Incerta collocazione gnoseologica e antropologica, difficoltà a “stare sul mercato”, figura professionale ibrida, il pensiero aurorale di Achenbach che parla di cuore pensante e illuminazione sul senso della vita. Questi temi sono il core problem della consulenza/pratica filosofica oggi.

Pur condividendo l’idea che oggi qualsiasi pratica filosofica si può fondare solo ed esclusivamente sul paradigma greco antico in particolare platonico, è il paradosso socratico, che diventa paradosso orfico, il punto di radicale convergenza e attenzione che caratterizza il filosofo pratico oggi: essere coscienza critica della complessità attuale e, in questo, accettare il rischio di essere socraticamente atopica, attività enigmatica, non classificabile e sempre nel mirino della fragile democrazia occidentale a causa di questo agire sociale e politico; la consapevolezza di questo rischio estremo rende questa figura massimamente mimetica, precaria, instabile e perciò in bilico, sospesa tra ragione e follia, ma che può e deve accettare il suo destino di kènosis del lògos, capace cioè di sacrificare se stessa o meglio svuotarsi del suo portato storico per inverarsi nel quotidiano. La praxis filosofica si mostra come proteiforme, da Proteo divinità del mare, dei fiumi e delle distese d’acqua nonché oracolo e mutaforma. Un rischio che oggi la categoria dei philosophers probabilmente non è sempre conscia di assumere; se lo assume, e se ne è conscia, lo interpreta come un “incantesimo orfico”, (come lo descrive Giorgio Giacometti, in Platone 2.0, Mimesis 2017)  essendo infatti costretta a non dire ciò che presuppone e anela: filosofare, ovvero farsi mediatore tra il mortale e l’immortale, daimon, δαίμων parola che “designa i mediatori, gli intermediari fra l’uomo e Dio”, come scrisse S. Weil. Filosofi, amanti della sapienza.

Pur condivisibile quindi il paradigma platonico, (per cui la pratica filosofica, in quanto dialogo, non può non essere platonica) è bene riconoscere, che non è possibile replicare il senso dell’esperienza dell’esercizio filosofico antico nelle modalità rinnovate dalle odierne pratiche filosofiche, per alcuni motivi che qui si possono solo accennare, e che tale riferimento può funzionare come paradigma, modello pratico, non logico ma analogico. L’antichità contrapponeva al possesso materiale il livello spirituale; oggi il materiale prevale e lo spirituale ha le sembianze di un sincretismo onnicomprensivo, un blob indistinto in cui convergono spizzichi di cabala, oriente, esoterismo, tecniche di respirazione e esercizi di rilassamento. Stando agli effetti, la pratica si porrebbe come audace se efficace e imperiosa, capace di fare metanoia, provocare un cambiamento, altrimenti ha le sembianze di una tecnica del sé postmoderna, di derivazione foucaultiana, post freudiana, neo orientaleggiante, new age, olistica, un cui il filosofico perde la sua specialità.

L’idea di Associazione, professionale o culturale, è solo parzialmente una ripresa di un’idea di comunità di filosofi. Ciò che è comune oggi non è un concetto condiviso, tra filosofi, e la stessa idea di condivisione è incerta. La ricerca personale verso una crescita interiore è vista oggi come una forma di eccentricità ed è difficile che i soggetti della consulenza attestino una credenza diversa dal conforme, la moda, il si dice il si fa, l’omologante mondano dell’analitica dell’esistenza heideggeriana. Il consulente non dovrebbe essere lo specialista dello straordinario e della meraviglia? Le figure di agitatori interiori, coscienze critiche: poeti, filosofi, artisti oggi sono integrati o dissociati; i primi, innocui, cantano il tema del presente, i secondi (più incisivi) non hanno voce pubblica e spesso sono isolati. Dove si colloca il consulente? Si segna un tema di spartizione tra i più ed i pochi, tra un’idea di massa e un’idea di coloro che pensano ciò che fanno, è il destino della sapienza: sapiens e insipiens. E’ ancora valido l’assunto che tutti hanno una filosofia? Oppure la filosofia è per tutti ma non tutti sono per la filosofia?

La sfida del futuro per i filosofi praticanti e consultanti appare, chiunque si proponga di fare pratica filosofica, in questa prospettiva, quella di abitare questo paradosso orfico e proteico, proprio per questa radicale “diversità” e audacia, di una filosofia precaria che vuole essere critica, cioè capace di problematizzare i problemi stessi, mettendoli in discussione, e che vuole essere coscienza spirituale dell’anima politica occidentale, contro e in radicale opposizione ad un pensiero omologato e omologante cui deve far buon viso a cattivo gioco, con cui è costretta a convivere, filosoficamente. Estrema sembianza, ultima maschera, di una pratica preistorica.

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Filosofia

De hominis dignitate

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Nel suo essere peraltro è senza consistenza e sparisce appena sorge ed esiste

Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino

Inebriamoci di vino squisito e di profumi,

non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera,

coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano;

lasciamo dovunque i segni della nostra gioia

perché questo ci spetta, questa è la nostra parte

la sua sinistra è sotto il mio capo

e la sua destra mi abbraccia

Vanitas Vanitatum et omnia vanitas

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce

Non si sazia l’occhio di guardare

né mai l’orecchio è sazio di udire

si estende da un confine all’altro con forza,

governa con bontà eccellente ogni cosa

Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza,

ho cercato di prendermela come sposa,

mi sono innamorato della sua bellezza

15 aprile 2016

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Filosofia

Schopenahauer come educatore. Come può un uomo conoscere sé stesso?

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A Irene.

Schopenhauer come educatore affronta un problema di educazione, lo dice Nietzsche stesso in Ecce Homo, la miglior biografia intellettuale sul filosofo, scritta da sé medesimo. Perché questo testo ci dice qualcosa di vero e importante anche oggi, pur nei limiti di uno scritto giovanile di Nietzsche, lo spiega bene invece Giorgio Colli, nella Nota introduttiva della prima edizione Adelphi del 1985, che riproduce l’edizione Bollati Boringhieri del 1958 con la traduzione di Mazzino Montinari. «È uno scritto destinato a chi ha ancora qualcosa da decidere, sulla sua vita e sul suo atteggiamento di fronte alla cultura. È scegliendo un maestro, che cominciamo diventare qualcosa, e ciò per la modestia dell’atto, che attenua l’orgoglio giovanile, e per la fiducia nel sostegno, che dà fermezza al nostro incedere.» Perché Schopenhauer? Perché la visione tragica della vita non impedisce la vita stessa ma anzi rinforza e sferza lo spirito che anela e muove verso una nuova consapevolezza. Non c’è consolazione o debolezza in questo ma responsabilità e ascesi. Mazzino Montinari, che con Colli lavorò alle edizioni Adelphi dal 1961, lo ribadisce e lo specifica: «la verità è dolore, la verità non dà felicità ma l’uomo di Schopenhauer accetta quel dolore.» Nel 1873, mentre si avvicinava al suo trentesimo compleanno, Nietzsche si occupò dell’eterna questione di come diventare sé stessi, che qui tematizza e che in fine diventerà il sottotitolo di Ecce Homo, opera fatale dell’epilogo torinese, appunto il famoso «Come si diventa ciò che si è».

In questo periodo il filosofo crede ancora possibile una riforma della società ad opera di volenterosi rappresentanti della cultura alta, quale implicitamente lui stesso si considera, riforma in senso aristocratico e nobile, antimoderna. Questo è il periodo di Nietzsche giovane promessa, docente filologo, studioso dei greci, ammaliato dalle lezioni di Burckhardt sulla Kulturgeschichte, la storia della cultura – cultura nel senso di civiltà, animato da spirito di grandezza, aspirante filosofo (nel senso che effettivamente a Basilea nel 1871 cercò di farsi assegnare, senza peraltro riuscirci, la cattedra di filosofia). Un Nietzsche ancora speranzoso che mantiene una certa giovane illusione sul mondo, a cui seguirà l’amara disillusione che lo porterà a profetare l’ultimo uomo, distruzione e décadence, la morte di dio e a cercare nuove speranze in un nuovo homo, l’Übermensch di là da venire, oltre il baratro del nichilismo europeo e la trasvalutazione di tutti i valori.

Se nelle conferenze del 1872 svolte su incarico della “Società Accademica”  tra cui quella intitolata Sull’avvenire delle nostre scuole l’oggetto era la scuola ottocentesca tedesca, le sue criticità, le sue lacune, le sue debolezze, qui il filosofo intende stabilire un nuovo concetto di autodisciplina, di autodifesa, “qui è iscritta la mia storia più intima, il mio divenire. Soprattutto il mio voto solenne!” scrive l’autore con il suo solito tono altisonante. Manifesto e diario di Nietzsche lo considera Sossio Giammetta, unico sopravvissuto, con Maria Ludovica Pampaloni, dei membri dell’équipe artefice della rivoluzionaria edizione Adelphi/Gallimard, che scrive «Attraverso l’esaltazione del suo primo e unico maestro, il grande Arthur Schopenhauer, è Nietzsche stesso che, ripetendo l’esperienza fatta da Platone con Socrate, si presenta come educatore: educatore alla grandezza e a compiti di portata storica universale. Poiché il filosofo non è qui un neutro contemplatore, un ruminante, ma dinamite, che può far saltare ogni ordine esistente».

Questo testo, mai pubblicato vivente l’autore in forma autonoma, è il terzo lavoro di una serie di scritti (considerati minori dalla critica ma che Nietzsche pone come inizio della sua produzione in Ecce Homo) chiamati “Considerazioni inattuali” Unzeitgemäße Betrachtungen pubblicati e così titolati nel 1874, una raccolta di quattro saggi, su 13 originariamente previsti, rivolti alle condizioni della cultura europea con particolare attenzione a quella tedesca, tutto il progetto doveva richiedere un lavoro di sei anni (un saggio ogni sei mesi). Con la solita (per Nietzsche) mancanza di fedeltà alle proprie iniziali  intenzioni, il lavoro si interruppe con i soli quattro saggi, scritti appunto tra il 1873 ed il 1876, fece lo stesso con le Conferenze da cui trasse Sull’avvenire delle nostre scuole, precedenti alla Nascita all’inizio del 1870  tra cui “Il dramma musicale greco”, “Socrate e la tragedia”, erano inizialmente sei, ne svolse cinque e non le pubblicò. A questi testi dobbiamo inoltre il concetto di “inattualità” che Nietzsche intende come il trovarsi fuori posto nel suo tempo, nell’essere o troppo indietro o troppo avanti rispetto ai tempi correnti.

E’ il periodo di Bayreuth, dell’amicizia con Wagner, in cui il giovane Nietzsche docente a Basilea dal 1869,  è l’enfant prodige della filologia tedesca: nominato senza laurea né abilitazioni docente di lingua e letteratura greca  a soli ventiquattro anni, ha appena pubblicato La nascita della tragedia, lo sfolgorante esordio sul dionisiaco e l’apollineo che vende tutte le mille copie della prima edizione, (non gli succederà mai più). L’occasione per le Considerazioni fu un attacco a mezzo stampa, anche abbastanza vergognoso, (titolo: David Strauss il confessore e lo scrittore) a tale David Strauss, allora teologo hegeliano in voga, oggi quasi dimenticato, il quale inoltre già malato morì poco dopo la pubblicazione del pamphlet di Nietzsche, che, con profondo cattivo gusto lo giudica “autore di un Vangelo da birreria” attacco commissionato da Wagner che con il teologo aveva qualche conto in sospeso. In questo periodo progetta anche una seconda Inattuale, con il titolo Il filosofo come medico della cultura, (la critica della cultura dovrebbe essere almeno da Socrate in poi,  uno dei ruoli primari del filosofo nella società, qualcuno ancora cerca di farlo) e per prepararla alla biblioteca universitaria di Basilea prende in prestito numerose opere di fisica e chimica, ma non la scrive. Nonostante in seguito, nel solito Ecce Homo, l’autore tenti di elevarne la portata, con parole e accenni oggi risibili, questi testi rappresentano il tentativo di Nietzsche di presentarsi sulla scena culturale come polemista, il Nietzsche «critico della cultura», fustigatore dei costumi intellettuali del momento, rappresentante dell’avanguardia wagneriana, immoralista, nel nome superiore della cultura con la K maiuscola (di kultur). Un tentativo appunto, che tale restò, poiché proposto da un giovane docente della cerchia di Wagner, qual era allora Nietzsche, che però fallì miseramente in seguito quando l’ex docente volle così caratterizzarsi in maniera autonoma, dopo la rottura con il maestro di Bayreuth, il filosofo con il martello della trasvalutazione dei valori, cioè lo stravolgimento dei valori tradizionali, a partire dalla morale religiosa cristiana, fino all’idealismo razionalista, quello che scrive “L’uomo é qualcosa che deve essere superato”. Ciò non toglie affatto nulla alle Considerazioni, al  loro singolo peso filosofico e intellettuale, l’occasione storica della loro pubblicazione, il contesto e perfino le vicende biografiche dell’autore incidono in fondo poco sul valore del testo. Questo resta, perché Nietzsche, come afferma a ricerche vedute Sossio Giammetta, (che fu nella cerchia dei traduttori Adelphi delle edizioni Colli – Montinari) fu psicologo, poeta e moralista (e fondatore della religione laica) oltre che grande scrittore, più che filosofo. Basterebbe in fondo la sola citazione del famoso motto qui contenuto: “Vivere, in generale, significa essere in pericolo”.

In questo scritto Nietzsche afferma di aver voluto utilizzare Schopenhauer come Platone usò Socrate, cioè come espediente, come occasione per proclamare qualcosa, come formula linguistica. In realtà questo testo è allo stesso tempo un omaggio ed un commiato, a e da Schopenhauer, assieme a La nascita della tragedia conclude, con le Conferenze il periodo di Basilea. All’inizio della sua riflessione, Nietzsche fu influenzato da Schopenhauer, per il quale la vita è crudele e cieca irrazionalità, è dolore e distruzione. Ma egli non si fermò al pessimismo di Schopenhauer: il sentimento tragico della vita è accettazione della vita stessa, amor fati, è adesione a tutti gli aspetti dell’esistenza, anche a quelli più terribili, poiché tutto fa parte della vita. La “sua” volontà di potenza, secondo i critici, sarà solo la schopenhaueriana volontà di vivere rivisitata.

Scrive Giuliano Campioni, «La diffidenza verso i grandi sistemi, la messa in discussione delle fede – di ogni tipo di fede -, la volontà di percorsi privi di garanzie stabilite trovavano nella filosofia di Nietzsche un terreno di confronto che coinvolge fino in fondo “la passione rabbiosa per la verità” e l’eticità.» Montinari, diversamente da Colli o Giammetta, nel 1963 scriveva che  Nietzsche è simbolo di disordine spirituale, una malattia, un problema non ancora risolto.

Ma come mette insieme, Nietzsche, l’educazione e un filosofo come Schopenhauer? Le prime sette pagine sono effettivamente folgoranti, un colpo diritto all’amor proprio di qualsiasi giovane studente che si trovi in quella fase in cui deve scegliere e decidersi sulla propria vita, invito, esortazione, appello. Scrive Nietzsche: gli uomini sono pavidi e pigri, si nascondono dietro  costumi e opinioni, pensano ed agiscono al modo del gregge. Per paura, adattabilità e ignavia, perché temono il giudizio del prossimo. L’uomo che non vuole appartenere alla massa deve cessare di essere accomodante con se stesso, in quanto nulla è più ripugnante di chi sfugge al proprio genio, poiché della nostra esistenza dobbiamo rispondere a noi stessi. «Al mondo vi è un’unica via che nessuno oltre a te può fare: dove porta? Non domandare, seguila.» Ma come è possibile ritrovare noi stessi? Come può l’uomo conoscersi se è una cosa oscura e velata, anzi scrive Nietzsche, ogni uomo è un unicum, molteplicità bizzarramente variopinta nell’unità che è. C’è un modo, ed è guardare indietro nella propria vita e chiedere: che cosa ho amato veramente, che cosa mi ha attratto, dominato e reso felice? Metter davanti a se questi oggetti venerati e la loro essenza, la loro  successione sarà la legge fondamentale del tuo te stesso vero e proprio. Confronta questi oggetti, scrive Nietzsche, guarda come si completano l’un l’altro, come formano una scala su cui ti arrampichi verso te stesso. La tua vera essenza dice non è nascosta dentro di te, ma al di sopra di te, o meglio di ciò che abitualmente prendi per il tuo io. Gli educatori? Sono dei plasmatori. I veri educatori sono quelli che sanno rivelare quale è il vero senso originario e la materia fondamentale del tuo essere, i tuoi educatori non possono essere niente altro che i tuoi liberatori. «L’educazione è liberazione, rimozione di tutte le erbacce, delle macerie, dei vermi che vogliono intaccare i germogli delicati delle piante, irradiazione di luce e di calore, benigno rovesciarsi di pioggia notturna (..)» L’educazione per Nietzsche è imitazione e adorazione della natura, e anche compimento della sua opera. Questa metafora naturale in particolare è molto efficace, l’educazione è coltura, allevamento, cura.

Il resto del testo non è esattamente all’altezza dello scrittore Nietzsche che verrà, il più famoso, a volte “cincischiato, prolisso e zoppicante” lo scrive Giammetta.

Da qui in avanti  per Nietzsche tutto cambierà, si chiude un periodo e se ne apre uno nuovo, il cui inizio sarà segnato dalla pubblicazione di Umano troppo umano nel 1876: finisce la misticheggiante rilettura estetica del mondo greco inserita in un humus filosofico in cui l’artista/genio, il santo ed il filosofo sono i prescelti salvatori dell’umanità intrisa di decadenza e nichilismo che contraddistinguono l’era moderna secondo il filosofo tedesco. Schopenhauer e Wagner i maestri di questo periodo sono da qui superati.

Negli anni seguenti arriveranno gli altri scritti più noti che porteranno Nietzsche a diventare quel che è diventato, meno accademici, meno filologici, meno storico – sociologici, meno esplicitamente di critica culturale, che con questi testi finisce di essere l’obiettivo specifico del filosofo, ma ancora filologo e docente, Nietzsche.

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Poesia

Mario Luzi 1952 Aprile-amore, in Primizie del deserto.

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«Tempo che soffre e fa soffrire, tempo

che in un turbine chiaro porta fiori

misti a crudeli apparizioni, e ognuna

mentre ti chiedi che cos’è sparisce

rapida nella polvere e nel vento

~

Il cammino è per luoghi noti

se non che fatti irreali

prefigurano l’esilio e la morte.

Tu che sei, io che sono divenuto

che m’aggiro in così ventoso spazio,

uomo dietro una traccia fine e debole.

~

È incredibile ch’io ti cerchi in questo

o in altro luogo della terra dove

è molto se possiamo riconoscerci.

Ma è ancora un’età, la mia,

che s’aspetta dagli altri

quello che è in noi oppure non esiste.

~

L’amore aiuta a vivere, a durare,

l’amore annulla e dà principio. E quando

chi soffre o langue spera, se anche spera,

che un soccorso s’annunci di lontano,

è in lui, un soffio basta a suscitarlo.

Questo ho imparato e dimenticato mille volte,

ora da te mi torna fatto chiaro,

ora prende vivezza e verità.

~

La mia pena è durare oltre quest’attimo.»

img: anobii

 

 

 

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Attualità, filosofia digitale, Politica

Infosfera, tra nuovi linguaggi e ingenuità. Sul digitale.

web digital.pngAppunti per una riflessione sulla filosofia digitale tra Floridi, Baricco, Accoto e Morozov.

Se è vero, come scrive  David Bohm, che «la scienza è divenuta la religione dell’età moderna», la tecnologia e in particolare le ICT –  cioè le tecnologie legate alla comunicazione e a all’informazione – oggi creano gli spazi in cui si realizzano le nostre relazioni quotidiane. Come ci modificano e quanto stanno influenzando la nostra vita lo ritroviamo in quanto scrive Luciano Floridi, quando afferma che la sfida del digitale rappresenta una rivoluzione di così grande impatto e così veloce nel suo evolversi e la filosofia avrebbe il dovere di interrogare questo enorme cambiamento.

Una premessa necessaria riguarda la formazione degli autori che studiano e scrivono di filosofia digitale che sono per la maggior parte fisici, matematici e informatici, l’eccezione appare italiana con Floridi, (e con il giovane Cosimo Accoto, Research Affiliate all’MIT di Boston) come vedremo.  La filosofia digitale  nasce con la diffusione dei computer e del pensiero computazionale, il computer infatti per tale concezione  è anche una macchina filosofica. Giuseppe Longo afferma che con il pensiero digitale si afferma l’idea che la realtà sia, al suo fondo, un tessuto o una struttura di informazioni. «Il computer ha segnato il ritorno a una filosofia in senso forte, cioè a una metafisica e a un’ontologia, allontanandosi da una serie di incarnazioni deboli e parziali sviluppatesi negli ultimi tempi (filosofia del linguaggio, epistemologia, filosofia del diritto, filosofia della scienza e via enumerando).»  La filosofia del digitale oggi rappresenta una corrente di pensiero i cui esiti e sviluppi sono ancora tutti da verificare, ma che legge la realtà come costituita  di  informazione  e  animata  dalla  continua  esecuzione  di algoritmi,  tra  i  quali  sono  fondamentali  gli  automi  cellulari. Se si vuole individuare una data, un momento storico, per la nascita del pensiero digitale, detto anche talvolta filosofia dell’informatica, Longo lo individua nel 1981 con l’affermazione: “il Cosmo è un Grande Computer” nel contributo di Wheeeler Zuse, intitolato The Computing Universe, al Massachusetts Institute of Technology dove si tenne il convegno su “Fisica e computazione” dichiarazione che allora apparve inaudita e pretenziosa ma che oggi lo è molto meno visti i recenti sviluppi della tecnologia ICT a livello globale.

Le riflessioni di Fredkin, Chaitin e Wolfram sono le espressioni forse più esplicite  di questo movimento filosofico. Per Edward Fredkin, considerato il pioniere della Digital Philosophy , «L’informazione è alla base della realtà materiale, che fin  dal  tempo  dei  presocratici  costituisce  il  campo  d’indagine  privilegiato  della filosofia, ma è anche alla base della realtà mentale del soggetto che si pone la domanda  e  investiga.  In  parole  ancora  più  trasparenti,  l’informazione  (questa volta  intesa  in  senso semantico)  è  anche  alla  base  della  formulazione  della verità, il cui possesso dovrebbe acquietare la sete di conoscenza che muove la ricerca.  L’informazione  è  insieme  l’oggetto  e  il  soggetto.  Informazionale  è  la natura della verità: secondo Fredkin tutto si muove all’interno di questo circolo.» L’apporto maggiore  di  Fredkin  consiste  in  un’asserzione  ontologica:  l’informazione  è  il principio  primo  della  realtà,  il  suo elemento  costitutivo.  In  altri  termini:  dove Pitagora  poneva  i  numeri  e  Leibniz  immaginava  le  monadi,  ecco  che  Fredkin colloca l’informazione. (La Nascita della Filosofia Digitale G.O. Longo, A. Vaccaro). “Esistono tre grandi domande filosofiche: cos’è la vita? Cosa sono la coscienza, il pensiero, la memoria e simili? Come funziona l’universo? Il punto di vista informazionale le concerne tutt’e tre.” (E. Fredkin in R. Wright, Three scientists and Their Gods, cit., p. 9.)

La filosofia digitale pone alcune questioni urgenti che qui attraverso questi autori emergono con chiarezza: l’etica e la governance del digitale, l’educazione alla ICT, la gestione degli algoritmi nella rete, la manipolazione dei dati a livello globale, la politica digitale.

Mentre compaiono le prime indagini sulle conseguenze dell’abuso dell’uso di strumenti ICT , soprattutto sulle funzioni cognitive, memoria, attenzione e concentrazione, da uno studio su larghissima scala condotto dalla Cancer Society e dall’Istituto di Epidemiologia dei Tumori di Copenhagen non è emerso alcun rischio di aumento di tumori cerebrali o del sistema nervoso più in generale. Si afferma che tali tecnologie possono però ridurre la nostra capacità di attenzione e concentrazione, e ciò può riguardare in particolar modo (ma non solo) gli studenti, come evidenzia uno studio della Stellenbosch University. Valleur e Matysiak (2004) hanno evidenziato come le nuove dipendenze quali gioco d’azzardo, internet, sesso, lavoro, telefono cellulare e shopping compulsivo siano malattie della postmodernità e questo non scalfisce certo l’importanza della diffusione delle ICT. Jean M. Twenge, docente di psicologia all’Università di San Diego, ha scritto un articolo molto complesso e discusso che analizza l’uso e le conseguenze degli smartphone e dei social media da parte degli e delle adolescenti, non è un’esagerazione, dice la studiosa, descrivere gli adolescenti di oggi come sull’orlo della peggiore crisi di salute mentale degli ultimi decenni, e non è un’esagerazione ipotizzare che gran parte di questa situazione possa essere ricondotta ai loro telefonini. Nel novembre del 2017 appare un’intervista in cui Sean Parker, l’hacker che ha fondato Napster e ha lavorato con il fondatore del social più famoso  fa mea culpa: «Solo dio sa cosa fanno queste piattaforme al cervello dei nostri bambini». Più che i rischi legati alla salute si evidenziano oggi i rischi dal punto di vista comportamentale e relazionale. Naturalmente gli amici psicologi hanno subitamente coniato nuove patologie, pret a psyché: la Sindrome da Disconnessione, la Sindrome da Blackberry, la Dipendenza da Social Network e la Sindrome dello squillo o della vibrazione fantasma.

Il tema delle navigazioni orientate è uno dei più scottanti, poiché dietro a ogni ricerca in rete c’è sempre un algoritmo che mira a soddisfare l’utente, a farlo contento. E questa è una strategia elementare: più sei contento e più rimani a navigare dove sei contento e questo aspetto ha anche o soprattutto una funzione commerciale, poiché in base alle tue ricerche sarai inondato da offerte commerciali specifiche. Così come ciò che ricerchi mette in moto un algoritmo che al successivo accesso ti indirizzerà verso il rafforzamento dell’oggetto di quella ricerca. I motori di ricerca decidono per noi cosa sia rilevante nella conoscenza e, ultimamente, agiscono in maniera personalizzata. Alessandro Chessa, data scientist e amministratore delegato  Linkalab, centro studi sui big data spiega:  «questo meccanismo autoreferenziale amplifica le nostre preferenze e ci fa cadere nelle cosiddette echo chambers, che sono il brodo di coltura perfetto per la diffusione delle fake news», praticamente sentiamo sempre e solo ciò che vogliamo sentire.

Come anticipato in premessa Luciano Floridi afferma che il progresso delle tecnologie informatiche e di comunicazione (ICT) rappresenta una rivoluzione (la quarta) di così grande impatto e così veloce nel suo evolversi che la filosofia sarebbe l’unica disciplina che per statuto avrebbe il dovere di interrogare questo enorme cambiamento, pari a quello che 6000 anni fa investì il mondo con la nascita della scrittura e 2500 anni fa coinvolse Platone nel dibattito sull’oralità contro la scrittura. Floridi è un filosofo italiano naturalizzato britannico,  professore ordinario di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, dirige il Digital Ethics Lab. Afferma che siamo passati dalla storia all’iperstoria, ovvero le ICT sono diventate condizione necessaria di supporto alle nostre vite, e che le strutture digitali sostengono di fatto le società più avanzate. Floridi afferma senza mezzi termini che questa è una questione filosofica. «Più il mondo è tech, più ha bisogno di filosofia etica. Perché il tema non è capire se dobbiamo o no aver paura dei robot ma come gestire in modo coordinato la società digitale». Non solo etica quindi, ma l’esigenza di comprendere e interpretare, analizzare e orientare, strumenti filosofici, altrove abbandonati ma oggi inevitabili per i filosofi del nuovo millennio. «C’è un enorme bisogno di vederci chiaro, di porre le domande giuste e di trovare le risposte migliori alle nuove sfide anche politiche poste dall’iperstoria.» C’è insomma bisogno di filosofia ma ancora la filosofia fatica a fare filosofia.

Naturalmente i termini della questione non riguardano solo l’uso delle ICT e l’accesso alla rete,  ovvero non stiamo parlando banalmente (solo) di Facebook e dell’uso degli smartphone, che rappresentano il livello di superficie dell’analisi sul digitale. A questo proposito è bene ribadirlo: no, una volta per tutte: facebook non è il nuovo agorà della polis globale ma solo il parco giochi commerciale del suo inventore. Social media di cui spesso si ignora ingenuamente il funzionamento degli algoritmi che riproducono, replicandole a dismisura, le parole chiave più usate nei network digitali regalando a personaggi in cerca di visibilità il favore più grosso che si possa oggi immaginare oggi cioè amplificarne il messaggio a costo zero e senza troppa fatica. Complici di tutto ciò sono i sempre più pigri e pavidi commentatori che senza approfondimento pescano le notizie dai social e senza ulteriori filtri critici le rimbalzano nei loro media. Che è come se nella boulé ateniese un gruppo di cittadini sostenitori di una parte ripetesse a gran voce le parole d’ordine dei magistrati più potenti e così influenzasse il voto dell’ecclesia, mentre coloro che dovrebbero contrapporre argomenti e azioni si limitano a ripetere le parole d’ordine altrui per contrapposizione, senza porre temi alternativi ma spendendo energie inseguendo dibattiti. Oppure alcuni credono di replicare  il dialogo come fine argomentazione negli angusti spazi dei commenti social mediatici, che è come dire che il lessico digitale, cioè il modo di scrivere e interloquire nei social possa replicare un confronto argomentato e che equivalga all’oralità del dialogo filosofico, semanticamente e semiologicamente un’assurdità. La viralità di un contenuto social in ogni caso non è garanzia di veridicità ma solo di quantità di contatti o condivisioni, per assurdo un software che moltiplica un contenuto per un certo tempo genererebbe una “convinzione diffusa” solo perché molto condivisa e quindi un’opinione maggioritaria, ovvero una fake news. Nel caso italiano è evidente l’ignoranza dei più rispetto agli effetti cosiddetti Streisand o Erostrato, ( tratti anche dal libro di Morozov) che prendono nome dai casi più celebri di tentativi di censura che per eterogenesi dei fini si trasformano nel loro opposto: la Streisand tentando di eliminare alcune foto della sua casa di Malibu dalla rete intentò una causa milionaria che accese i riflettori su una storia che altrimenti sarebbe rimasta semisconosciuta. Erostrato, colpevole di aver incendiato il Tempio di Artemide non solo fu giustiziato ma fu imposta dalla città di Efeso la proibizione anche solo di ricordarne il nome, consegnando così alla storia in eterno la sua vicenda. Morozov parla anche  del “dilemma del dittatore” che si chiede: «mi serve meglio censurare o non censurare?» Questo esempio è riferito al fatto di attaccare ad ogni affermazione i politici dello schieramento opposto offrendo loro in questo modo un potente megafono e ampliando la platea dei riceventi il loro messaggio che si vorrebbe censurare o combattere, che altrimenti potrebbe essere stata minima. L’opposizione ottusa, a testa bassa, sui social si trasforma facilmente in palcoscenico gratuito per l’avversario, e chi critica, che sia nel giusto o meno, a breve scompare lasciando in evidenza l’antagonista più forte.

Chissà forse anche questa è una deriva di quella cesura culturale, nutrita di decostruzionismo, antimodernismo, ribellismo e illegalismo rivoluzionario che tanto ha alimentato gli anni ‘70 e ‘80 del novecento e tuttora minoritaria perdura, che ha escluso dal mondo evoluto generazioni di cittadini inebriati dal miraggio illuministico razionalista del mondo nuovo, e generando –  una volta realizzatosi il disincanto della fallimentare caduta di un sistema illiberale e non funzionale –  indifferenti impegnati, disabituati ai regolamenti elementari della democrazia che poco hanno storicamente frequentato, e che si è trasformata in un indistinto e astratto umanesimo cinico e globalista. Generazioni disilluse di nichilisti convinti di fare bene ma arruffoni, superficiali e omologati sul pensiero unico come lo descrive nell’Innominabile attuale  Calasso, cioè il secolarismo del mondo odierno: informe grezzo e sempre più potente, in cui prevale l’inconsistenza assassina, un mondo sfuggente che sembra ignorare il suo passato: fatto di turisti, terroristi, secolaristi, hacker, fondamentalisti, transumanisti, algoritmici. «Il secolarismo si definisce per via negativa, in quanto ignora e esclude da sé ciò che è il divino, il sacro, gli déi o l’unico dio. Una volta compiuta questa rescissione, tutto può essere incluso nel secolarismo. E’ il secolarismo umanista, una modalità del pensiero che tiene ai propri principi non meno delle religioni che l’hanno preceduta.»

Ma qui stiamo parlando d’altro, di un terreno ancora poco frequentato in Italia, di un livello superiore, di governo delle scelte e delle decisioni,  come scrive Floridi: «Le nuove sfide del digitale si presentano, nei prossimi decenni, come legate soprattutto alla governance del digitale, e non tanto alle sue innovazioni tecnologiche ulteriori, governance che al momento è delegata al mondo aziendale – primariamente americano – di cui implementa la logica del profitto e la cultura imprenditoriale. È una soluzione insoddisfacente, perché in essa è insito il costante rischio del monopolio colonizzante. Per completarla c’è bisogno soprattutto di strategie politiche buone e di coraggio nel fare le scelte sociali giuste. In altre parole, c’è tanto bisogno di politica buona.» Floridi studia la rivoluzione del diffondersi delle ICT  che ha conseguenze “pervasive, profonde e incessanti”  sul rapido mutarsi sociale e antropologico messo in atto dallo sviluppo della tecnica, e lo fa da filosofo e la studia nello specifico come la globalità dello spazio delle informazioni, l’infosfera cioè «Lo spazio semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni.»

Digitale che con Baricco vede una un barlume di intuizione genealogica nel suo The Game, che perlomeno ha il pregio di smuovere un dibattito nazionale, altrimenti asfittico, su temi contemporanei quali la rivoluzione digitale, oltre il wall del “Faccialibro” e pone un’idea ermeneutica tra oltremondo e umanità aumentata, verso un futuro privo di mediatori che allarga il divario tra élite e dèmos, un po’ tra il fantapolitico e la fantascienza apocalttica hollywoodiana, condito di smanettoni hippy e videogame ma intanto è un qualchecosa. Interessante quindi l’interpretazione di Baricco per il quale la rivoluzione digitale è il tentativo di fuga dagli orrori del Novecento, fuga che genera l’oltremondo, altro modo di dire infosfera, cioè il mondo digitale dove tutto è diverso: semplice gioco, superficie in cui il profondo scompare. Una cesura netta con il passato che, però, non è così semplice sostenere e comprendere ma che ci proietta verso l’umanità aumentata, come la chiama lo scrittore.

Cosimo Accoto, giovane ricercatore al MIT di Boston, contro il retaggio idealistico e antitecnologico, indaga la natura linguistica del codice algoritmico, e delle sue applicazioni software. Accoto cita  Paul Dourish: «Il codice ha una sua forza filosofica proprio in questo: nel modo che ha di rappresentare il mondo, nel modo di manipolare modelli di realtà, di umanità e di azione. Ogni stringa di codice riflette una quantità di prospettive e dimensioni filosofiche senza le quali non potrebbe, in alcun modo, essere creato.» Il codice software è il nuovo linguaggio per costruire nuove mappe del mondo. E aggiunge, a proposito delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie – in particlalre i sensori – che «Quando Socrate si interrogava sul motto delfico del conosci te stesso come principio guida, mai avrebbe immaginato che le nuove tecnologie avrebbero dato un significato del tutto nuovo al suo orientamento filosofico.»

Una conseguenza di tutto ciò è che tutti gli attori del digitale hanno responsabilità etiche nel loro agire digitale, «Si è visto che con la rivoluzione dell’informazione il mondo è dominato dall’informazione ed è popolato da agenti umani, biologici e artificiali accomunati dall’essere enti informazionali. Bisogna allora analizzare in termini informazionali tutti gli agenti coinvolti e considerare tutte le loro azioni come parte dell’ambiente informazionale. » ( La rivoluzione dell’informazione, Luciano Floridi [Codice Edizioni, Torino 2012] recensione a cura di Stefano Canali, Rivista Italiana di Filosofia Analitica Junior 4:1 2013)

Il governo del digitale si lega a quanto scrive Evgeny Morozov, in una riflessione davvero critica sull’ingenuità della rete (così si intitola un suo testo del 2011) quando crede di generare nuove spinte democratiche attraverso l’uso dei social nel mondo medio orientale. Morozov invita a riconoscere il lato oscuro di internet, «l’idea che internet favorisca gli oppressi anziché gli oppressori è viziata da quello che chiamo cyberutopismo, ovvero la fiducia ingenua nel potenziale liberatorio della comunicazione on line, una fiducia che si basa sul rifiuto ostinato di riconoscerne gli aspetti negativi.» Aspetti che sono le misure adottate dai governi autoritari nei confronti di internet, l’uso dello stesso come mezzo di propaganda, e la sofisticatezza dei sistemi di censura e l’uso della rete a scopo di sorveglianza. La prospettiva che ci sia una convergenza tra gli interessi statali e quelli delle aziende digitali nell’orientare subdolamente le nostre coscienze usando i nostri dati personali come fonte di guadagno, di controllo, e sostituti del welfare è già in atto, basta guardare per accorgersene. Morozov è un sociologo e giornalista bielorusso, esperto di nuovi media, interessato allo studio degli effetti dispiegati sulla società, e sulla pratica della politica, dallo sviluppo della tecnologia e, in particolare, dalla crescente diffusione e disponibilità di mezzi di comunicazione telematica. Al cyberutopismo si associa l’atteggiamento che Morozov chiama internet-centrismo, ovvero l’idea che ogni azione sociale e politica sia modellabile sulla rete e attraverso al rete, «una droga che disorienta: ignora il contesto e intrappola i politici nella convinzione di avere un alleato utile e potente al loro fianco.» Secondo Morozov, l’ invasività della rete non è adeguatamente percepita dai comuni fruitori: quando, con facilità e immediatezza, si fruisce dei servizi che ci vengono offerti in rete dalle grandi aziende ICT, è facile illudersi che ciò avvenga in maniera gratuita, un’illusione di libertà che nasconde una cessione di identità e di dati personali.

Non si può che concordare con Floridi quanto afferma che la rivoluzione digitale ha bisogno di filosofia, quella pratica e riflessiva, critica e fenomenologica,  capace di interpretare il presente con le categorie del presente, e del futuro possibilmente.

img: Paul Butler 2010

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