Filosofia, pratica filosofica

Pragma Sofia, l’esercizio della filosofia, il blog.

Pragma è parola greca che significa cosa, affare,  la res latina e anche fatto, avvenimento. Pragma è anche azione, la cosa che appartiene all’ambito della vita nel suo dispiegarsi in tutte le forme e le attività di prestazione, formazione, pensiero. Pragma è quindi la dimensione di ogni cosa che riguarda l’affare umano, l’agire e la sua razionalità, la sua logica, conoscitiva, esperienziale e spirituale che si costituisce come sapere, sophía. Sofia che si  traduce e si incarna in sapere, sapienza, conoscenza e spirito, è il logos umano per eccellenza.

La pratica filosofica, in cui si dispiega questa idea di sapienza e di ragione come praxis, ha il suo compimento all’infinito e costituisce l’esercizio filosofico in senso proprio che è intenzionalità pragmatica e spirituale.

L’esercizio della filosofia è questione che attiene all’agire umano, all’orientamento spirituale ed etico, alle scelte politiche, intese come “della polis” in senso socratico. Il riferimento è il ruolo personale e sociale della filosofia che viene sviluppato sui due livelli integranti l’interagire umano, dal punto di vista soggettivo, rivolto quindi a tutto ciò che riguarda le scelte etiche ed esistenziali e l’utilizzo di un pensiero critico: responsabilità, consapevolezza, valori, visioni del mondo, idee; e dal punto di vista collettivo, vale a dire più propriamente legato al contesto intersoggettivo, ciò che ci accomuna e ci divide.

Questo è quindi un blog che tratta di pratica filosofica, e di formazione, di attualità e politica, di educazione, talvolta di musica, arte e poesia, di spiritualità e religione, nella convinzione che la cultura è ciò che rende possibile ogni cosa, plasmando in modi infiniti la natura umana.

Per informazioni e contatti:

davide.ubizzo@gmail.com

@pragmasofia

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Attualità

Cronache aforistiche ’22

War. Guerra. Unione europea e Nato spinti fin sull’orlo della vasta Russia con poca prudenza. Un rappresentante attore, milioni in armi. Distruzione, profughi, morte. Crisi energetica. Attentati, omicidi, nucleare. Tutto in otto mesi.

La scuola di alta formazione politica italiana “…adesso tutti si accorgono della signora Ronzulli che ha come curriculum quello di essere un’infermiera e di aver gestito l’arrivo delle ragazze a Villa Certosa. Dove la vogliamo mettere, alla Sanità o all’Istruzione? ” cit. Dagospia Tutto il mio rispetto, solo in questo caso limitato e esclusivo, a chi impedirà a Caligola di nominare il proprio cavallo senatore…..con tutto l’amore per i nobili cavalli, che fanno i cavalli.

«La dispersione scolastica implicita, cioè l’incapacità di un ragazzo/a di 15 anni di comprendere il significato di un testo scritto, è al 51% Nel corso della sua presentazione Tesauro ha affermato che in Italia esiste «una crudele ingiustizia generazionale perché la crisi ha colpito proprio i bambini. Non solo 1,384mila bambini in povertà assoluta (il dato più alto degli ultimi 15 anni) ma un bambino in Italia oggi ha il doppio delle probabilità di vivere in povertà assoluta rispetto ad un adulto, il triplo delle probabilità rispetto a chi ha più di 65 anni». ll presidente di Save The Children ha ricordato inoltre, che «più di due milioni di giovani, ovvero 1 giovane su cinque fra i 15 e i 29 anni, è fuori da ogni percorso di scuola, formazione e lavoro.

Incomprensioni russe. Esattamente un secolo fa, nel 1922, Il’in, Berdjaev e molti altri membri dell’intellighenzia che Lenin non riusciva a sradicare del tutto (ma che non poteva nemmeno far rimanere in Russia) furono mandati in esilio a bordo delle “navi dei filosofi”, per essere poi lasciati in Europa. Il’in divenne il portavoce del popolo russo bianco emigrato. Era legato a un gruppo di pensatori dell’epoca conosciuti come “eurasiatisti” – l’idea risale a qualche anno prima – e credeva come loro che l’Unione sovietica non sarebbe durata a lungo. Nel 1950 scrisse il saggio What the Dismemberment of Russia Will Mean to the World (“Cosa comporterà lo smembramento della Russia per il mondo”), in cui spiegava cosa sarebbe successo quando l’esperimento marxista fosse fallito. Il’in Ilyin sosteneva che la Russia non fosse uno Stato-nazione come quelli occidentali: per lui era una specie di organismo, un’unità mistica sovrastorica, un po’ come il Volk tedesco ma con un’impronta più cristiana. Quando l’Unione sovietica sarebbe crollata, quest’unità organica sarebbe stata smembrata in altre entità più piccole, separate e indipendenti, che sarebbero state poi assorbite dall’Occidente, neutralizzando così la potenza russa – cosa che, secondo Il’in, l’Occidente ha sempre voluto fare (Il’in è una importante fonte per chi sostiene l’esistenza di una russofobia in Occidente).

Linguaggio a vanvera. Il linguaggio divisivo che sperimentiamo lo è anche per la sua mancanza di rispetto e per la sparizione del dialogo. Un linguaggio che esprime la furia di tutti contro tutti, che racconta l’impotenza di chi sta male e vorrebbe fare qualcosa per stare meglio ma si rende conto della propria inutilità, scarsa autostima e impossibilità di cambiare le proprie condizioni materiali di esistenza. Senza rispetto è anche il linguaggio televisivo di molti talk show, costruiti con ostentazione per élite benpensanti, a tratti intimidatori e linguisticamente manipolatori. In mancanza di rispetto e diventati abili nel praticare la brutalità del linguaggio siamo sempre pronti a scontri improvvisi, a comportamenti aggressivi, espressione di una indifferenza crescente verso gli altri, di tensione diffusa ma soprattutto di instabilità e malessere psichico dalle conseguenze imprevedibili. Cit. Mazzucchelli.

Come l’infosfera sta cambiando il mondo. Luciano Floridi a #Maestri «Nessuno controlla il sistema in modo globale, e la struttura stessa di internet garantisce che nessuno potrà controllarlo in futuro. Internet promuove la crescita della conoscenza creando al contempo forme di ignoranza senza precedenti» La sparizione di una qualsiasi antropologia.

Il filologo tedesco in spiaggia. Il Comune di Atrani e il famoso filologo tedesco Dieter Richter litigano per un lettino in spiaggia. Uno scontro iniziato sul bagnasciuga e poi culminato online con post e comunicati. Tutto inizia quando lo studioso denunciato via internet di essere stato «discriminato» perché gli sarebbe stato rifiutato di accedere in spiaggia prendendo un solo lettino («o due a 35 euro o niente»).

Ideologie politiche del nuovo millennio Democrazie liberali,Nazionalismi tecno capitalistici,Eurasia,Europeismo atlantico, dittature religiose, democrazie orientali.

Pace ma non troppo. Manifestare per la Pace. Dopo circa 8 mesi di bombe, morti, profughi. I famosi riflessi pronti. Che tempismo. E purtuttavia c’è chi storce il naso. Ad alcuni non piace chi lo propone. E inoltre bisogna chiarire prima: e le armi, e il sostegno? Troppi distinguo. Pace sì ma non con quelli e senza condizioni. Ovvero, ciò significa, consapevoli o no, forse ipocriti: non pace ma guerra, ancora guerra, sì alla guerra.

Dissenso inatteso. Incredibile. Nel paese teocratico atomico, delle donne nascoste e sottomesse. Nel paese del partito unico, di Stato, comunista e capitalista, di decennale potere indiscusso. Dalle piazze e da un cavalcavia.

img: © Non conosciamo la proprietà intellettuale della foto utilizzata, ovemai qualcuno ne richiedesse il riconoscimento ce lo comunichi.

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Filosofia, Linguaggio

Wittgenstein: regola e uso. 100 anni dal Tractatus

Sul concetto di significato nel pensiero di Ludwig Wittgenstein

“Le parole sono azioni.” (L.W. Pensieri diversi 1945)

In questo scritto cercheremo di ripercorrere il passaggio dalla Picture Theory of language di Ludwig Wittgenstein, così come fu teorizzata nel Tractatus del 1922, alla teoria dei giochi linguistici delle Ricerche filosofiche (1953) e di  caratterizzare come il significato venga inteso dal filosofo austriaco nei due diversi periodi dei suoi studi.

In questo testo le diciture primo e secondo Wittgenstein sono convenzionali in quanto usate dalla maggior parte degli studiosi del filosofo e rappresentative delle due fasi del suo pensiero. Bisogna specificare che il riferimento al primo periodo corrisponde alla pubblicazione del Tractatus del 1921, mentre il secondo periodo, come è noto, lo si fa corrispondere alle Ricerche filosofiche del 1953, un testo che però fu pubblicato postumo.

Ludwig Wittgenstein nacque a Vienna nel 1889 ultimo figlio di una delle più facoltose famiglie della capitale austriaca, di origine ebraica convertita al cristianesimo. Wittgenstein studia ingegneria meccanica a Berlino e in seguito e si iscrive all’Università di Manchester con l’obiettivo di perfezionare gli studi tecnici. La lettura di Principi della matematica di Bertrand Russel e la conoscenza di Gottlob Frege a Jena lo indirizzò verso gli studi filosofici in particolare alla logica. Tra il 1911 e il 1921 tra diverse vicissitudini personali, tra cui la Grande Guerra come soldato austriaco e prigioniero in Italia, scrisse quello che sarà il testo più importante della sua vita.

Il Tractatus venne pubblicato nel 1921, quando Wittgenstein riuscì ad accordarsi con una piccola rivista filosofica tedesca Annalen der Naturphilosophie, con il titolo Logisch-philosophische Abhandlung, che scontentò l’autore per gli errori e i refusi contenuti. Fu solo l’anno successivo grazie all’interessamento e con un’introduzione di B. Russell che il libro venne pubblicato in inglese, (Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, a cura di C. K. Ogden e F. P. Ramsey, Kegan Paul, Trench, Trubner & Co., 1922). Analogamente a Russel, Frege e Moore, l’interesse di Wittgenstein era inizialmente teso ai fondamenti della matematica e alla logica. Alla sua pubblicazione il Tractatus Logico-Philosophicus, strutturato secondo sette rigorose proposizioni fondamentali, e in seguito per la serie di commenti e le interpretazioni che susciterà, eserciterà un’influenza molto significativa sulla filosofia del tempo e quella a seguire, e avrà un influsso specifico nello sviluppo di alcune correnti filosofiche del ‘900 quali l’atomismo logico, il Neopositivismo e la Filosofia analitica, così come eserciterà una certa influenza anche in altri ambiti quali, ad esempio, la teoria dell’informazione e la psicologia.

Il primo approccio al linguaggio, così come lo presentò nel Tractaus logico-philosophicus, in Wittgenstein fu essenzialmente logico, per il filosofo infatti una proposizione e ciò che essa esprime devono avere una forma logica. Per il Wittgenstein la logica mostra il mondo. Il filosofo sosteneva l’idea che esista un linguaggio privilegiato artificiale per accedere al mondo. Era quanto egli proponeva nel Tractatus, in piena continuità con i fondazionalisti della logica e matematica suoi maestri, ovvero Bertrand Russell (1870-1972) e Gottlob Frege (1848-1925). La logica formale contemporanea nasce dall’estremo scetticismo dei filosofi sul linguaggio ordinario, concepito come vago e ambiguo. Sia la vaghezza che l’ambiguità erano proprietà che rendevano il linguaggio non necessariamente inutile, ma sostanzialmente inadatto a risolvere i problemi alla base della filosofia e della matematica. Nel Tractatus Wittgenstein affermava che “La totalità delle proposizioni è il linguaggio” e lo scopo dichiarato dell’opera era quello di mostrare che i problemi filosofici si fondano sul fraintendimento della logica del linguaggio. Nel Tractatus Wittgenstein introduce la nozione di linguaggio ideale, di cui la logica rappresentava il modello e il linguaggio di tutti i giorni vi si poteva avvicinare più o meno.

Il tema principale dell’indagine di Wittgenstein è quindi il rapporto tra linguaggio, mondo reale e pensiero, partendo dalla constatazione che il mondo non è l’insieme delle cose, bensì dei fatti. Nel Tractatus troviamo due teorie degli enunciati che si sostengono a vicenda: la teoria dell’enunciato come immagine, e la teoria dell’enunciato come funzione di verità. L’enunciato però non possiede una forma specifica di raffigurazione, ma come tutte le immagini ha qualcosa in comune con la situazione rappresentata. Infatti, diversi tipi di immagine hanno in comune con la realtà certi aspetti della propria forma di raffigurazione (la scultura gli aspetti tridimensionali, la pittura i colori, il disegno le proporzioni). L’enunciato, cioè l’immagine costituita da simboli, non può condividere con la realtà questi aspetti concreti ma deve pur sempre avere qualcosa in comune con essa: ovvero la sua forma più astratta, la sua forma logica. Il pensiero e il linguaggio non sono la realtà, ma hanno delle strutture in comune con questa. Il linguaggio non può che essere la proposizione: gli oggetti, dice Wittgenstein, possono solo essere nominati, ma non ci dicono nulla della realtà.

Noi facciamo immagine della realtà, come detto, tramite il linguaggio e il pensiero. Scrive Wittgenstein nel Tractatus: “La proposizione è un’immagine della realtà. La proposizione è un modello della realtà quale noi la pensiamo” La proposizione elementare è per Wittgenstein una raffigurazione, un’immagine, di un fatto elementare , ossia di uno stato di cose. “La proposizione mostra come stanno le cose, se essa è vera. E dice che le cose stanno così.” Wittgenstein descrive così la logicità del mondo, che non è logico in sé: il mondo diventa logico in quanto è possibile descriverlo tramite proposizioni, cioè con il linguaggio. Con la teoria delle funzioni di verità Wittgenstein definisce la visione estensionale della logica, detta estensionale perché il valore di verità di un enunciato è chiamato anche la sua estensione. Per il principio di funzionalità, l’estensione di un enunciato è funzione dell’estensione delle parti componenti.

Secondo Wittgenstein, nel Tractatus, il linguaggio è una copia del mondo. Il mondo reale è la totalità dei fatti, come abbiamo visto, cioè di ciò che accade. Il linguaggio è una raccolta di proposizioni. Una proposizione vera esprime un fatto reale. Esistono fatti reali e proposizioni vere in misura uguale. Questa è in sintesi la teoria delle raffigurazioni (teoria dell’immagine).

Wittgenstein salda la logica alla teoria del linguaggio. Dunque: linguaggio da una parte e mondo dall’altra; il primo raffigurazione del secondo, una raffigurazione in cui la struttura “si mostra” e non può essere descritta. Questa distinzione fra “dire” e “mostrare” è fondamentale nel Tractatus: una proposizione mostra, ma non dice la sua forma logica. L’oggettività del pensiero è per il filosofo espressa nel linguaggio secondo il senso dei termini e degli enunciati sul mondo; che la filosofia sia chiarificazione logico-linguistico-concettuale è l’idea del Tractatus, del cosiddetto primo Wittgenstein.

Nei testi pubblicati postumi con il titolo Blue Book e Brown Book (The Blue and Brown Books, edito da R. Rhees. Blackwell, Oxford, 1958) relativi a trascrizioni del 1935 è possibile già intravedere la genesi delle riflessioni del filosofo che poi andranno a formare il corpus delle Ricerche filosofiche.

Circoscrivere e spiegare il passaggio logico – filosofico delle riflessioni di Wittgenstein dal Tractatus alle Ricerche e la conseguente diversa interpretazione del linguaggio stesso e della questione del significato vale a  riassumere studi e confronti che impegnarono Wittgenstein per sedici anni, dal 1929 al 1945,  per quasi un ventennio di riflessioni, determinate dal suo ritorno a Cambridge in qualità di docente. Si possono esemplificare i due elementi già richiamati: linguaggio privato e paradosso del seguire le regole.  Wittgenstein si chiede se sia possibile un linguaggio che possa interpretare gli stati individuali e privati di ognuno di noi, le proprie esperienze intime ed interiori, sentimenti, umori, infine arrivando a negare questa possibilità. In Ricerche filosofiche nel paragrafo 201 Wittgenstein scrive: «il nostro paradosso era questo: una regola non può determinare alcun modo d’agire, poiché qualsiasi modo d’agire può essere messo d’accordo con la regola». Questo estremo scetticismo, che vede l’impossibilità di far risalire un comportamento al rispetto di una qualsiasi regola predeterminata, porta l’autore a definire il linguaggio, come vedremo, esclusivamente come uso, determinato in ciò da regole di volta in volta scelte dai parlanti nel contesto utilizzato. In sostanza Wittgenstein afferma : “quali sono le circostanze adatte in cui è appropriato fare una determinata asserzione?” Un riferimento per questo aspetto della filosofia di Wittgenstein su regole e linguaggio privato è il testo Wittgenstein on Rules and Private Language, 1982, di  Kripke.

Pare che l’occasione per ripensare la sua teoria del linguaggio, così come espressa nel Tractatus, del 1922, Wittgenstein la ebbe in un colloquio con Pietro Sraffa, economista italiano esiliato a Londra per motivi politici, il quale chiese al filosofo quale referente logico avesse il tipico gesto italiano che porta la mano raccolta alla sommità delle dita sotto il mento, che si può tradurre con non m’interessa, me ne frego, non m’importa. Questa domanda fece molto riflettere Wittgenstein, che negli anni ’30 del novecento rivide parzialmente le sue teorie sul linguaggio.

Superando la propria prima teoria logico-linguistica raffigurativa o pittoriale di pensiero e conoscenza rispetto alla realtà, il cosiddetto secondo Wittgenstein vedeva ogni forma o struttura logica reale oggettiva assumere il senso solo all’interno di un linguaggio e legava la verità al significato: all’analisi espressivo-concettuale. Wittgenstein sembra dire che non ci sono atomi logico-linguistici speculari degli atomi empirico-fattuali: così la filosofia si sgancia dalla scienza; la filosofia descrive e non prescrive, chiarisce ma non conosce.

In Ricerche filosofiche, (Philosophische Untersuchungen, in inglese Philosophical Investigations)  pubblicate due anni dopo la morte dell’autore, nel 1953, il linguaggio non è più inteso come regola e protocollo delle proposizioni elementari logicamente ordinate, ma come un insieme di espressioni che svolgono funzioni diverse, nell’ambito di pratiche e regole discorsive differenti, secondo la Teoria dei giochi linguistici. Se permane una continuità tra le due opere principali del filosofo austriaco, il Tractatus e le Ricerche, essa risiede nel fondamentale interesse dell’autore per il linguaggio, e per la sua concezione della filosofia, intesa come attività di chiarificazione del linguaggio. Nelle Ricerche il linguaggio è sempre comune, non esiste un linguaggio privato. Il linguaggio, per Wittgenstein, è una forma di vita, il nostro modo di essere.

23. But how many kinds of sentence are there? Say assertion,  question, and command? – There are countless kinds: countless  different kinds of use of what we call “symbols”, “words”, “sentences”. And this multiplicity is not something fixed, given once  for all; but new types of language, new language-games, as we  may say, come into existence, and others become obsolete and  get forgotten. (Wittgenstein L., 1953, Philosophical Investigations, McMillan, New York.)

Il linguaggio ordinario è il nostro stesso universo, composto di più parti, e limitarsi ad una sua sola parte, considerandola come corretta, è soltanto fuorviante. Il linguaggio ordinario non ammette argini e steccati e non ha neppure senso chiedersi se esista un linguaggio più preciso e meno ambiguo. L’ambiguità, infatti, non nasce dal fatto che uno stesso segno può attribuirsi a più cose, rendendo il segno un qualcosa di intrinsecamente ambiguo. Ogni espressione linguistica ammette più interpretazioni perché l’applicazione della grammatica del linguaggio a varie espressioni segue regole diverse e la stessa aderenza alla regola cambia in base all’uso.

Il significato dunque non dipenderà più dalle condizioni di verità, ma dalla sua accettazione e dalla sua condivisione all’interno di una comunità linguistica. A differenza del Tractatus, nelle Ricerche la logica non è più normativa, ma nel linguaggio quotidiano sono contenute le regole del suo stesso funzionamento.

“Gioco linguistico” significa che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita.

“Negli ultimi anni gli interessi di Ludwig Wittgenstein si allontanarono dalla logica per accostarsi all’analisi linguistica… Forse la tesi fondamentale delle sue ultime teorie filosofiche è che il significato di una parola consiste nel suo uso… Ludwig Wittgenstein ha introdotto l’analogia dei giochi linguistici… il linguaggio… ha regole che devono essere osservate da chi partecipa al gioco… Ludwig Wittgenstein ha ripudiato completamente la precedente elaborazione logica del Tractatus logico-philosophicus» (Bertrand Russell, La saggezza dell’Occidente, 1959, TEA 2012, p. 407).

Il Tractatus analizzava il linguaggio senza tenere conto delle circostanze nelle quali viene utilizzato, nelle Ricerche filosofiche invece Wittgenstein riconosce l’importanza del modo di vita e delle attività che fanno da sfondo alle espressioni linguistiche usate di volta in volta, la corrente di vita che sottende alle forme linguistiche usate è essa stessa parte del linguaggio in uso, questa è la teoria dei giochi linguistici. Il linguaggio, nel secondo Wittgenstein, è un fatto astratto e concreto, quando assume una certa forma reale (una proposizione, ad esempio). La sua realtà dipende dall’uso che determina una particolare forma del linguaggio, ovvero una sua formulazione concreta. La “formulazione concreta” è un’applicazione specifica del linguaggio: non è un caso che la parola “application” ricorra nelle pagine proprio perché è il contraltare concreto dell’astratta grammatica del linguaggio.

Quindi, ritornando alla questione iniziale, cosa si può dire della teoria del significato in Wittgenstein? Che cosa significa una parola? Non esiste una interpretazione univoca della domanda, non c’è una logica privilegiata per affrontare questo quesito. Può essere mostrato solo in controluce l’insieme degli usi possibili del significato di una parola, analizzandone gli usi effettivi e, al massimo, la generale grammatica della parola, che non va intesa come le regole del linguaggio, che non sono mai univoche né mai definite una volta per sempre né hanno applicazioni universali. Il significato di una parola è il suo uso, come afferma Wittgenstein: il linguaggio è una forma di vita. Per determinare il significato di una parola, dunque, sarà necessario conoscere le “regole del gioco”, tra cui la grammatica, il contesto socio-culturale, la vita dei partecipanti, l’ambiente. Ma – aspetto di fondamentale importanza –, il linguaggio può significare qualcosa solo se gli attori che prendono parte a un dialogo condividono le stesse “regole”.

“La parola «significato» si può definire così: il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio. E talvolta il significato di un nome si definisce indicando il suo portatore.” (Ricerche filosofiche)

img: rielaborazione da Adelphi, Pensieri Diversi

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Filosofia

La Città ideale di Platone.

Nell’estate del 2022 ho collaborato con Alessio Nardin, regista, autore, attore.

Discutemmo, al mercato in un caffè, di arte, filosofia e teatro e mi chiese un testo su Platone, su La Repubblica in particolare, da utilizzare per un film che stava girando sul tema del lavoro.

Il docufilm dal titolo Epos et labor è stato presentato in anteprima a Venezia, nell’ambito della Mostra del Cinema, il 9.9.22

Questo è il testo.

Come bisogna vivere? Questo chiede Platone nel dialogo La Repubblica, che si dovrebbe dire Politeia, il vero titolo dei dialoghi cioè la costruzione della cosa comune. Repubblica è la traduzione latina di politeia, res publica, la cosa pubblica. Se la giustizia deve essere alla base di un governo e di una città ideale è necessario parlare di anima, educazione di lavoro e  virtù. Questo perché conoscenza e potere sono intimamente intrecciati. Platone dice che lo scopo e il fondamento di una comunità politica basata sulla ragione è la giustizia. La giustizia per Platone è ciò che rende virtuose le altre capacità umane. La giustizia garantisce l’unità e la forza dello stato. La realizzazione della giustizia nell’individuo e nello stato non può che procedere parallelamente. Nessuna comunità umana può sussistere senza la giustizia. Lo stato è giusto quando ogni individuo attende solo al compito che gli è proprio; ma l’individuo che attende solo al compito proprio è esso stesso giusto. Platone ritiene che lo Stato debba aiutare le persone a sviluppare le virtù cardinali: sapienza, coraggio, temperanza e giustizia, perché l’anima è divisa in tre parti: razionale, volitiva e concupiscibile, e solo l’armonia di queste porta alla giustizia. Queste virtù corrispondono alle diverse classi sociali: i governanti, i guerrieri e gli artigiani. Per raggiungere l’armonia in uno Stato è necessario che ogni cittadino svolga nella società il compito che meglio corrisponde alla qualità della sua anima. Platone progetta una comunità politica unita che si distacchi da quella tradizionale fatta di appartenenze e privilegi di ceto e di censo e che permetta l’identificazione del cittadino con l’anima della polis. Per questo povertà e ricchezza smisurate non possono sussistere e dividere i cittadini tra loro, così come gli interessi privati nel bene pubblico devono essere impediti. Etica e politica devono crescere insieme. La malattia della città è lo specchio della malattia dell’anima. Lo squilibrio tra la parte razionale dell’anima e quella irrazionale genera disarmonia e infelicità, è così anche per lo Stato e nella gestione del bene comune. Oikos significa proprio questo: la struttura comunitaria giusta come modello ideale di politica. I legami e i ruoli sociali, il lavoro, la proprietà, la famiglia, sono tutte realtà che Platone pensa di modificare in funzione del Bene superiore, aggiunge che tutte le donne dovrebbero essere di tutti gli uomini e viceversa, e che le donne possono essere guerriere e filosofe regine. Platone immagina che i produttori e i commercianti, i soli che potranno godere del possesso di beni e denaro, mantengano materialmente i legislatori, i sapienti, i migliori (filosofi) che hanno il compito di diventare classe dirigente. I custodi dovranno tutelare la comunità dai nemici. La città governata da uomini giusti formerà cittadini giusti.  Platone lo dice: questo è un modello ideale, un “paradigma in cielo”. Il modello della città giusta è però la sola finalità politica degna di essere perseguita, un’utopia progettuale. La Repubblica si apre con una riflessione sulla vecchiaia e si chiude con un mito che parla di rinascita. Nel mezzo si trova una straordinaria narrazione sul sapere: solo chi ha contemplato il Bene, la conoscenza, (di cui parla il mito della caverna) può essere educatore/reggitore della Città ideale. L’uomo giusto che insegue il bene sarà portato ad assecondare la propria intima vocazione e troverà un posto nell’organizzazione corretta dell’oikos, la casa comune. Platone ritiene che per vivere nel giusto bisogna fare piazza pulita delle opinioni (doxa) e ottenere la conoscenza corretta (epistème) attraverso la ragione, la conoscenza, il sapere.

img: Atene 1869 arts craft and architecture

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Poesia

Rimbaud. Aphinar, l’inesausto salpare.

Il servizio di Aphinar è l’ultimo desiderio del fu poeta ragazzino divenuto commerciante avventuriere 37enne, sul letto dell’ospedale di Marsiglia da dove chiedeva di prenotare un posto a bordo di buon mattino per salpare da Suez. Aphinar non esiste, è un’evocazione nel delirio da morfina di Rimbaud sul letto di morte, è l’estrema utopia di un carattere inquieto, desiderante, proiettato costantemente verso un altrove capace di racchiudere tutte le possibilità, dove sia lecito possedere la verità in un’anima e  in un corpo. Forse sognava la partenza abbracciando l’alba d’estate, con l’aria marina che brucia i polmoni, in un grande vascello d’oro con bandiere multicolori nella brezza del mattino, il mare che si confonde con il sole.

Privo di una gamba da 5 mesi, amputata per quel che allora pareva un’infiammazione al ginocchio, e probabilmente era un tumore, incapace di muoversi anche con le stampelle per i continui dolori, rabbioso, triste, disperato, Rimbaud spera ancora in una nuova partenza. Come ha fatto per tutta la vita. Insoddisfatto, inquieto, mai domo, sempre in cerca di un altrove. Venga, che venga il tempo che di sé innamora, scriveva vent’anni prima. La sorella Isabelle lo sostiene, lo accompagnerà nei suoi ultimi giorni. La morfina lo aiuterà a lenire il dolore e lo sentiranno mormorare frasi e lunghi discorsi molto dolcemente con una voce che incanta, dirà Isabelle.

Rimbaud scrisse le poesie per cui oggi lo ricordiamo tra i 15 e 20 anni. Scrivevo silenzi, notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini. Studente modello della scuola del paese, orgoglio di una madre rigida, conservatrice, devota e figlia delle Ardenne, estrema periferia rurale della Francia verso il Belgio. La poesia nello spirito adolescente fu detonatore per la sua indole randagia, il suo vagabondare. Quando arrivava la primavera non sapeva resistere e partiva. L’elenco delle località che visitò tra i 20 anni e i 37 quando morì è impressionante. Germania, Belgio, Gran Bretagna, Italia, Svizzera, Austria, Cipro, Gibilterra, Aden, Sumatra, Batavia, Giava, Irlanda, Danimarca, Svezia, Egitto, Etiopia, Mar Rosso, Corno d’Africa, Yemen. In circa 15 anni. Fu poeta, insegnante, giornalista, bigliettaio in un circo, operaio, scaricatore di porto, si arruolò nelle milizie coloniali, disertore, responsabile di una cava, sorvegliante, impiegato in una ditta di caffè, infine commerciante di gomma, pelli e cotone, caffè, oro e avorio.

Fuggiva dalle nebbie di Charleville nelle Ardenne. Da Aden, nella penisola arabica, scrive alla famiglia nel 1880 che si annoia, “il posto più noioso sulla terra“, ma, aggiunge “subito dopo quello abitato da voi”. Su questo fu sempre della stessa opinione. “Muoio, mi decompongo nella mediocrità, nella meschinità, nel grigiastro.” Così scriveva a G. Izambrad suo professore (colui che lo sostenne e a cui dobbiamo le sue prime poesie che conservò), da Charleville all’indomani della sua prima fuga nel 1870 a 16 anni e del conseguente arresto per vagabondaggio, da cui lo soccorse l’insegnante.

Nel 1871 scrisse la nota lettera del veggente in cui teorizza la sua formula poetica, la sua estetica: il poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolarsi di tutti i sensi. Amore, sofferenza, follia. Per giungere all’ignoto con l’intelligenza delle proprie visioni con fede e forza sovrumana. Sogna un linguaggio nuovo, rompe con il verso alessandrino che era il canone poetico francese del tempo, propone un materialismo totale, poesia oggettiva, scriverà in prosa. Dario Bellezza dice che la poesia di Rimbaud  è un accostamento ardito tra sensibile e metafisico. Se la visionarietà è la sua eccellenza il materialismo in nuove forme ne è il corrispettivo sensibile. Dai mazzi di raso bianco e verghe di rubino, alle mani di Marie, fogne, carne sanguinolenta, fumo di carbone e fango della strada. Rimbaud è anche in questo un visionario salto acrobatico romantico verso il ‘900. Scrisse: verrà il tempo d’un linguaggio universale. Questa lingua sarà anima per l’anima, riassumerà tutto, profumi, suoni, colori, pensiero che aggancia il pensiero e tira. Questo futuro sarà materialista. Lo scrisse bene lui stesso evocando la sua arte poetica: Ho steso corde da campanile a campanile; ghirlande da finestra a finestra; catene d’oro da stella a stella, e danzo. Questo era il suo programma e cercò di metterlo in opera per i successivi 4 anni.

Fu a Parigi negli anni della Comune della quale sposava gli ideali. Ne rimase deluso, e maltrattato, come lo deluse l’ambiente letterario, i parnassiani, le riviste. Il successo non gli arrise. Fece scandalo, litigò con tutti. Restò solo con Verlaine, in un turbinio folle di poesia, alcool, stupefacenti, vagabondaggi, fughe e ritorni. Ma Boheme, un copione che diventerà il vademecum di tutti gli aspiranti poeti maledetti artistoidi del ‘900, la vita bohemienne. Fino alla rottura, allo sparo famoso, la ferita, il processo e quindi la separazione tra i poeti. Da tutto ciò nacque Une saison en enfer, Una stagione all’inferno, pubblicato nel 1873. Una stagione all’inferno fu l’unico testo che decise di far stampare, a Bruxelles, a spese della madre. Il tipografo non fu pagato, l’autore ritirò alcune copie, il resto lo lasciò lì dove fu ritrovato nel 1901, nei magazzini della stessa tipografia della capitale belga, la Alliance Typographique (MJ Poot et Compagnie), dove giacevano ancora le copie non pagate e quindi non  ritirate da Rimbaud. Une saison è un canto di disfatta e fallimento e chiude un periodo di sperimentazione. Si chiude con Adieu, l’addio al tempo magico dell’adolescenza ribelle. Seguono le poesie di Illuminations, composte forse tra la fine del 1872 e il 1874, e consegnate a Verlaine, pubblicate postume rappresentano l’ultima opera in prosa, per molti il suo capolavoro.  

Quindi una cesura netta, una trasformazione radicale di vita. Dopo il litigio con Verlaine parte per Londra con l’idea di diventare guida, accompagnatore, insegnante o giornalista. Da lì in poi ogni suo tentativo è quello di affrancarsi professionalmente e integrarsi come possibile nella vita ordinaria. A trent’anni ipotizzerà anche il matrimonio e il ritorno in Francia. Ci tornerà solo gravemente malato.

Poco indagata la figura del padre, militare di professione di stanza in Africa che abbandona la famiglia, da cui il figlio prese lo spirito d’avventura e quel che sapeva sull’arabo che gli servirà dopo la poesia. Ipotizzata la conversione all’islam, una volta scoperte le manipolazioni della sorella sugli ultimi giorni, è sicuramente certa la sua religiosità testimoniata dalle sue poesie, piene di Dio, di anima e di metafisica, da non confondere con l’anticlericalismo esplicito. Nessuno ancora sa spiegare la genesi e il senso delle prose nominate postume Poesie dette evangeliche, che non sono opere giovanili, ma si collocano tra Voyelles e Une saison en enfer, 1873 e sono un confronto con la figura di Gesù nel Vangelo di Giovanni, negli episodi della samaritana, le nozze di Cana e la guarigione dell’infermo. “Avanziamo verso lo Spirito. Lo Spirito è vicino, perché Cristo non mi aiuta donando alla mia anima nobiltà e libertà?” Scriverà ancora in Saison en enfer:.”Ho detto: Dio. Voglio la libertà nella salvezza: come ottenerla? Se Dio mi accordasse la calma celeste, aerea, la preghiera- come i santi antichi-. I santi! Gente forte! Gli anacoreti, artisti come non se ne ha più bisogno!

Precursore di una idea nuova di donna poeta scrisse: Verranno questi poeti! Quando sarà spezzato l’infinito asservimento della donna, quando lei vivrà per sé e da sé, dopo che l’uomo – finora abominevole – l’avrà congedata, sarò poeta anche lei! La donna troverà la sua parte d’ignoto! I suoi mondi d’idee saranno diversi dai nostri? – Lei troverà cose strane, insondabili, repellenti, deliziose, le prenderemo, le comprenderemo.

Troppo indagata e accusata, conseguenza di un eccessivo e invadente nonchè sfranto freudismo, la madre. Etichettata come fredda, bigotta, avara, insensibile, conservatrice, sembra essere la responsabile di tutto ciò che accade al figlio Arthur. Piccola possidente terriera delle Ardenne, abbandonata dal marito con i figli piccoli, si vede un figlio scappare di casa a 15 anni e tornare ferito da uno sparo e inseguito dalle voci di una presunta promiscuità e sregolatezza. La si può capire, E aggiungere che, conoscendo la abitudini familiari, sue e del ramo familiare del marito, vagabondaggio congenito, dedizione all’alcool, fuga dalle responsabilità, gusto dell’avventura, è probabile che fu l’unica a indovinarne il tragico destino.

Di Rimbaud non colpisce, – ma certo è notevole -, come sottolineò la critica letteraria degli anni ‘60/’70 del Novecento, la precocità del talento, né il ribellismo adolescente, il rifiuto della morale cattolica e del sistema borghese di fine ‘800, (molto troppo sottolineato visto il repentino convertirsi del poeta alla logica affaristica europea colonialista, estrema aderenza al modello occidentale laico e scientifico) nemmeno il rapporto con Verlaine è in fondo degno di particolare nota, se si conoscono un poco i greci e Socrate. Tutto oggi trito e ritrito, divenuto cliché e veramente poco costruttivo, il ribellismo è divenuto caricaturale, di facciata. In ogni caso questi sono tutti aspetti e caratteristiche che la critica e gli studiosi quasi sempre sottolineano e hanno fatto buona parte della fortuna di Rimbaud.

Il dato esistenziale non è solo scandaloso, è essenziale perché in Rimbaud colpiscono la selvaggia visionarietà, la noncuranza, la poca cura per la carriera, per la pubblicazione, per il riconoscimento. Fu senza compromessi. Gli mancò, e come poteva non mancargli in fondo aveva 16 anni, il senso del mestiere, dell’apprendistato, la pazienza, la costanza. Ma custodisce la sprezzatura. Mi sono riconosciuto poeta, disse e questo gli bastava. Poeta visionario di immagini inaudite. Che non ha mai inteso costruirsi una vera carriera letteraria. In Africa quando gli scrivono che in patria è il capostipite dei poeti emergenti oppone totale indifferenza, nemmeno risponde, perché è già proiettato in un altrove di vita, di progetto esistenziale, molto concreto: fare soldi con affari discutibili. E’ il suo perpetuo andare oltre, superarsi in nuove e inesplorate esperienze, di poetica e di vita vissuta. Questo è il suo tratto distintivo. Rimbaud è il poeta trascendente perennemente in cerca di diventare altro, Je est en autre, io è un altro.

Questo offre e chiede Rimbaud, andare oltre, anche oltre lui stesso, superarlo, non è possibile sostare in lui restare imberbi e abbagliati.

Al margine della foresta – i fiori di sogno tintinnano, scoppiano, illuminano, – la fanciulla dal labbro d’arancia, le ginocchia incrociate nel chiaro diluvio che sgorga dai prati, nudità ombreggiata, attraversata e vestita dagli arcobaleni, dalla flora, dal mare.( Infanzia – Illuminations 1873-1874)

img: repubblica.it

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Caffè filosofici, pratica filosofica

2022 Pensare il presente, immaginare il futuro

Caffè Filosofici 2022

a cura di Davide Ubizzo, consulente filosofico

2022 Pensare il presente, immaginare il futuro

La complessità della situazione reale che ci circonda, sulla quale influiscono processi di globalizzazione, dinamiche geopolitiche, l’istantaneità delle comunicazioni e lo sviluppo di una pervasività digitale senza precedenti, pur richiedendo soluzioni e adattamento sempre veloci e incisive, richiede anche un supplemento di riflessione, un pensiero lento e paziente, capace di tracciare un profilo di senso unitario, al di là delle notizie, distorte, multidimensionali e spesso allarmistiche offerte dagli organi di informazione.

L’oggi è il tempo che più di ogni altro ci appare attraversato da una crisi radicale, in cui lo stesso tentativo di attribuire senso alla realtà si scontra con l’assoluta mancanza di ogni significato.

“(…) tutt’altro che eliminata la minaccia nucleare, sempre in atto la politica di rivalità tra le grandi potenze, non spenti pericolosi focolai di guerra, ancora in atto guerre coloniali, tre milioni di uomini morti di fame ogni mese nel mondo, per nulla superate anche negli stessi paesi evoluti sperequazioni e attriti di classe, di razza, persino di regione. La civiltà di questi ultimi sembra essere caratterizzata dal prepotere del consumo, anzichè dal rispetto della dignità e dalla preoccupazione di liberare l’uomo.”

Calendario e argomenti degli incontri:

Martedì 7 Giugno ore 17.30
Sull’orlo del precipizio: affrontare la complessità del presente

Società, informazione, cultura, politica, tecnologia, lavoro, giovani, educazione, economia, nessuno di questi ambiti si può dire al riparo da un’idea di crisi che permea tutto il nostro mondo della vita quotidiana e il nostro pensare la realtà. La nostra visione del mondo appare velata da uno schermo di mancanza di senso o peggio da una privazione di prospettiva.

Martedì 14 giugno ore 17.30
Infosfera e nuovi linguaggi: il labirinto della rete

Soggetti di dati, siamo così definiti anche dalla UE – l’algoritmo fa le veci nell’odierna società del conosci i te stesso, è Socrate nell’ipersfera,  perché ti analizza personalizzando la tua offerta in rete. Flussi di dati elaborati da un algoritmo che li rielabora in discesa a mia forma. L’algoritmo saprà cosa io desidererò domani. L’algoritmo sarà me stesso.

Martedì 21 giugno ore 17.30
Nello sciame. Rivoluzione digitale e informazione nella cultura contemporanea

“La tecnologia sta portando alle estreme conseguenze, con risultati paradossali e paralizzanti, alcuni miti e concetti fondativi: identità, anima, libertà, tempo, morte”

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Attualità

Le navi dei filosofi

1922 -2022

Il sospetto, il deragliamento dall’ortodossia, l’eresia, e la lotta contro i nemici del popolo o dello stato di stampo sovietico e nazional sociale contro gli infedeli alla linea del partito, per chi esercita la libertà di pensiero e di ricerca, siano essi simpatizzanti, alleati o avversari, oppositori, pensatori, studiosi o letterati è una traccia che si trascina e nasce dal ‘900 totalitario europeo.

In campo sovietico si concretizzò e realizzò già a partire dal 1922 in Russia con la vicenda grottesca delle navi dei filosofi, che da allora dovrebbe fungere da monito monolitico sull’illusione di fare vera e feconda cultura e filosofia a fronte di totalitarismi e idee criminali legate a matrici politiche e ideologiche di qualsiasi natura. Eppure espellere gli indesiderati o i renitenti alla norma è caratteristica delle dittature e anche di quelle forme di governo che dittature non si dicono. Se ne potrebbero ricordare diversi esempi. Di sicuro il folle e irrealizzato intento nazista di espatriare tutti gli ebrei d’Europa in Madagascar, o le isole di confino italiane durante il fascismo, i vari campi di lavoro e internamento austroungarici, e inglesi, belgi, jugoslavi, e ancora le gabbie statunitensi del Training Camp dove fu rinchiuso Pound dai suoi stessi conpatrioti a Coltano Pisa, o la Guantanámo dei democratici americani del nuovo millennio.

E’ però curiosa la vicenda del ’22 sovietico perché inquadra una rivoluzione che nel mentre nasce si impone al tempo stesso come repressione. Da allora infatti qualsiasi movimento sociale e culturale avverso all’idea marxista e leninista sarebbe stato ostacolato e distrutto, attraverso l’esilio, oppure la diffamazione, la corruzione dei rappresentanti, la denigrazione dei partecipanti quando non direttamente con la loro eliminazione diretta o espulsione.

La rivoluzione del 1917, scoppiata nel momento in cui la Russia dello Zar Nicola Romanov era impegnata nel conflitto mondiale, vide imporsi la nascita e lo sviluppo di una nuova e improvvisata élite europea, i bolscevichi. Quella del 1917 fu in realtà la più grande rivoluzione plebea della storia dell’umanità, nella quale decine di milioni di persone si sollevarono e insorsero nelle campagne. La rivoluzione nelle campagne crebbe seguendo un  programma ispirato a quello del movimento  politico dei populisti russi dell’Ottocento (che  si proponeva di emancipare le masse contadine  per formare una società egualitaria. Il partito socialista di ispirazione marxista che alla fine prese il potere (i bolscevichi, ndr) era espressione solo di una minoranza della classe operaia. Di fatto i bolscevichi non presero il potere, lo raccolsero. Capi del bolscevismo sono stati Lenin e Trotzki (Trockij). Il secondo fu fatto eliminare in Messico nel 1940 dopo l’espulsione dal Partito Comunista Sovietico e l’esilio a seguito del contrasto con Iosif Stalin per divergenze politiche e strategiche e scrisse “Morirò rivoluzionario, proletario, marxista, materialista dialettico e di conseguenza ateo convinto.”

Fin dal 1914, essi indicarono il loro programma: “trasformazione della guerra imperialista in una guerra civile degli oppressi contro gli oppressori e per il socialismo”. Bolscevismo (in russo bol′ševizm) significa “massimalismo” in contrapposizione di menscevismo (in russo men′ševizm) che significa “minimalismo”. L’abilità di Lenin fu quella di consentire  l’attuazione di un programma popolare che si fondava sull’utopia egualitaria, facendo leva sulla miseria e sull’insoddisfazione del mondo contadino russo. Che non era il suo mondo. Se lo Stato bolscevico avesse avuto un vasto  consenso popolare non avrebbe avuto bisogno  di istituire tribunali speciali e di costruire un  feroce Stato di polizia. Il terrore rosso fu uno degli elementi essenziali del regime bolscevico, di chiara matrice giacobina, a cui lo stesso Lenin affermava di rifarsi. A differenza dei francesi il terrore russo bolscevico fu continuo,  imposto alla popolazione, organizzato in una istituzione già dal ’17 e celebrato come simbolo dello Stato. Il fondamento ideologico del terrore, la sua sistematicità e la dignità politica che gli venne riconosciuta lo differenziarono da tutte le precedenti casistiche. La prassi dell’uso indiscriminato e arbitrario della violenza, dell’omicidio, e della sopraffazione coercitiva verso gli avversari, sia presunti che effettivi, anche preventiva, fu modello storico e pratico per tutte le future “armate rosse” europee ed internazionali, per esempio quella jugoslava di Tito nel 1943.

“L’espulsione degli elementi controrivoluzionari e dell’intellighenzia borghese è il primo avvertimento del potere sovietico a questi elementi sociali”, scriveva la Pravda verso la fine di agosto del 1922. In tutto oltre 160 persone (contando anche i familiari) furono forzati a lasciare il Paese. Tra questi, professori, medici, insegnanti, economisti, scrittori e figure politiche e religiose. Tutti avevano una cosa in comune: si opponevano fieramente al regime sovietico. Erano spesso ricercatori o scienziati, e si considera che tra il momento in cui furono esiliati e il 1939 abbiano pubblicato all’estero qualcosa come 13 mila lavori in vari settori scientifici.

Le ragioni per le quali le autorità sovietiche espulsero così tanti intellettuali erano in parte legate alla riforma dell’istruzione statale. Nel 1921, i bolscevichi frenarono l’autonomia delle università, capendo l’importanza dell’educazione nella creazione di una nuova società socialista, e volendo rafforzare il controllo sui centri educativi. La riforma dell’università causò malcontento e scatenò l’ondata dei cosiddetti “scioperi dei professori”.

Ma c’erano anche altre questioni. Molti intellettuali erano pensatori religiosi e, in quanto tali, non avevano posto nella Russia socialista, e atea, secondo i leader bolscevichi. Ciò si rende evidente se si esamina l’articolo di Lenin del marzo 1922 che aprì la strada per l’azione delle “Navi dei filosofi”. Si intitolava “Sull’importanza del materialismo militante”. Nikolai Berdyaev, uno dei passeggeri della suddetta nave, scriverà nel suo libro Philosophy of Art: “Lo stato socialista non è uno stato secolare, ma uno stato bolscevico sacro … Assomiglia a uno stato teocratico autoritario. Il socialismo professa la fede messianica. I guardiani dell’idea messianica del proletariato hanno creato una gerarchia specifica: il Partito Comunista, che era molto centralizzato e aveva poteri dittatoriali “. Semplicemente non c’era posto per tali pensatori nel mondo antimetafisico e ateo di Lenin e Trotskij. Per questo motivo, Lenin considerava questi uomini come nemici e spie militari. In un’occasione durante questa campagna, Lenin pronuncerà parole che risuoneranno nel mondo: “È indispensabile che lo facciamo, dobbiamo catturare tutte quelle spie militari e inviarle permanentemente e sistematicamente all’estero”. Leo Trotskij, allora il suo principale sodale, andrà oltre nelle sue dichiarazioni, dicendo: “Abbiamo bandito queste persone perché non avevamo motivo di spararle e non potevano essere tollerate”.

Lo scontro per Lenin e Trotskij era a livello culturale, cioè teorico e filosofico, sul cui piano il nascente movimento era allora piuttosto debole. Infatti Lenin scriveva: “In mancanza di una base filosofica solida non vi sono scienze naturali né materialismo che possano resistere all’invadenza delle idee borghesi e alla rinascita della concezione borghese del mondo”. Per “una base filosofica solida” Lenin intendeva tutto lo sviluppo possibile della teoria della dialettica materialistica. Nella dialettica e nelle teorie della prassi i bolscevichi deformarono le matrici filosofiche occidentali in senso materialistico: la dialettica si configura come teoria marxista pseudoscientifica della conoscenza che vede nell’unità conflittuale di elementi contraddittori (la lotta di classe) la causa fondamentale che detta l’auto-movimento del processo storico, e che si compie nella sua applicazione pratica: infatti, l’analisi dialettica è orientata a supportare la classe dirigente comunista nella formulazione della strategia e della tattica politica del proletariato. Scriveva: “Dobbiamo organizzare uno studio sistematico della dialettica hegeliana da un punto di vista materialistico”. Il bug di Lenin è qui: considerare la dialettica come «la scienza delle leggi del movimento, del mondo esterno così come del pensiero».  I quadri filosofici che si unirono intorno alla rivista “Sotto la bandiera del marxismo”, all’inizio degli anni ’20, non erano numerosi ma a questo lavoro, indicava Lenin, era necessario far partecipare gli scienziati della natura stringendo con loro una forte collaborazione.

L’illusione comunista è scritta tutta qui: il fallimento della apodittica affermazione che poiché le leggi dello sviluppo dei “fenomeni” sociali sono conoscibili mediante l’analisi oggettiva e materiale dei rapporti di produzione e della vita economica degli organismi sociali, e seguendo come unico criterio non schemi arbitrari bensì «la fedeltà alla realtà», è possibile dimostrare la necessità oggettiva del superamento dell’ordine esistente in uno superiore.

Piegare il mondo e tutti  i cittadini ad un’idea non è semplicemente possibile se non a costo del controllo totale attraverso un sistema pervasivo e nascosto di crimini efferati, della limitazione della libertà e delle diversità dell’essere umano, e dell’uso indiscriminato e continuo di una forza superiore a quella della realtà mondo medesima. Come è noto la non-confutabilità, secondo Popper, rende il materialismo dialettico essenzialmente non scientifico.

Qualche anno più tardi (2002) Danilo Zolo dirà: « Ho preso congedo dal  marxismo per la mia impossibilità di condividerne i suoi tre pilastri teorici: la  filosofia dialettica della storia con le sue presunte “leggi scientifiche” dello sviluppo; la teoria del valore-lavoro come base della critica del modo di produzione capitalistico e come premessa della rivoluzione comunista; la teoria dell’estinzione dello Stato ed il connesso rifiuto dello stato di diritto e della dottrina dei diritti soggettivi».

Nel maggio 1922, già prima della creazione dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, Lenin decise di esiliare tutti gli intellettuali russi che si opponevano al potere bolscevico, incaricando a Feliks Ėdmundovič Dzeržinskij, capo della polizia politica, di preparare la deportazione degli intellettuali. Inoltre, fu modificato il codice penale della Repubblica sovietica russa del 1922, per permettere l’espulsione amministrativa e furono preparati dei dossier contro gli intellettuali in questione. Gli intellettuali furono arrestati dalla GPU nella notte tra il 16 e il 17 agosto 1922. Furono condannati e poterono scegliere tra l’esecuzione e l’espulsione. Per giunta, doverono pagarsi il viaggio e non poterono prendere oggetti di valore o libri. Le due navi che trasportarono gli intellettuali da Pietrogrado a Stettino furono l’Oberbürgermeister Haken, che partì il 29 settembre 1922 e giunse a destinazione il 1º ottobre 1922 con 35 intellettuali russi e le loro famiglie, e la Preussen, che partì a novembre.

Curiosamente è poco noto il fatto che a Mosca nel ’22 (da giugno a novembre) si trovava anche Antonio Gramsci, l’italiano che teorizzò in Italia la figura e il ruolo degli intellettuali futuri, cioè fedeli alla linea del partito. Alla luce di quanto probabilmente vide si capisce meglio il suo ideale di intellettuale “organico” al Partito. Se è difficile considerarlo un campione del libero pensiero, l’intellettuale gramsciano, per lo meno salverebbe la propria vita e la propria quotidianità, contrariamente ai colleghi russi non comunisti, aderendo all’idea del partito cioè ad una ideologia più o meno sommariamente delineata.

Intellettuale, quello proposto dal teorico comunista sardo, che deve eliminare l’oratoria, stare con il proletario, essere parte del soggetto collettivo, che è nell’idea di Gramsci il Partito di massa grande collettivo politico, e che deve essere perciò anche un intellettuale collettivo, in quanto in grado di elaborare una visione complessiva del mondo autonoma e antagonista a quella dominante. Solo se sottomesso l’intellettuale ha senso per Gramsci, vale a dire l’opposto della rivendicazione della libertà e della persona. Si tratta dell’antipersonalismo del comunismo, che è “negazione dello spirito” (Berdyaev).

Lesley Chamberlain “The Philosophy Steamer Lenin and the Exile of the Intelligentsia”

In September 1922 Russia expelled around seventy philosophers, academics, journalists and others considered unlikely ever to come round to a Marxist-Leninist point of view. Lenin, who founded the Soviet Union three months later, initiated the campaign and chose many of the names on the list himself. This book recounts, for the first time in English, the story of these men who were deported for their anti-Communist attitudes and what happened to them when they made new lives in Berlin, Prague and Paris. This historic event, which, including family members, forcibly deprived more than 200 Russians of their homeland, takes its name from the religious philosophers, who were Lenin’s most prominent victims. The Philosophy Steamer, which contains rare photographs from police and family archives, concludes by asking what this event meant in the history of ideas. Why should ‘reason’, the cause Lenin espoused, have wanted to  banish religion, just as the twentieth century got underway?

img: wikipedia, la nave Oberbürgermeister Haken

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ambiente, Attualità, pratica filosofica

2022 Dialoghi di cittadinanza. La sostenibilità sociale dell’Agenda 2030.

I Dialoghi di cittadinanza nascono nella primavera del 2017, come progetto di pratica filosofica di gruppo in contesti pubblici. L’occasione era la rassegna chiamata “Patentino di educazione alla cittadinanza”, proposta e patrocinata dall’amministrazione di Cavallino – Treporti, comune litoraneo della Città Metropolitana di Venezia. Questo percorso, nato nel 2016, è giunto perciò alla  settima edizione. Gli appuntamenti in programma si tengono nel periodo primaverile, con cadenza settimanale e seguono un tema comune di attualità culturale o socio/politica stabilito e proposto di stagione in stagione; quelli finora affrontati sono stati: Individuo e società, Res publica e partecipazione, Post verità e false verità, L’uomo e l’agire nella società. Nel 2021 il tema è stato Pensare per uno sviluppo sostenibile.

Il 2022 vede ancora l’Agenda 2030 come tema guida nel suo aspetto sociale. In questo senso questi incontri cercano di mettere in luce gli aspetti meno toccati dell’Agenda, ovvero il sociale nelle sue declinazioni: le relazioni: l’altro, la politica, la società, partecipazione e cittadinanza. Il digitale:  l’oltremondo, il metaverso, l’infosfera. Il pensiero:  Quale ruolo ha l’uomo nel mondo?

Questi gli spunti per questi Dialoghi di cittadinanza 2022.

Il 24 marzo il primo incontro. Problematizzare l’Agenda 2030. Per un pensiero ecocentrico. Che cosa significa ecocentrismo? E problematizzare? E’ una delle caratteristiche della pratica filosofica , non dare per scontato nessun assunto se non indagato con ragione. Ricercare i problemi inerenti ad un determinato fatto o argomento. Proporre più ipotesi. Disambiguare. Pensare in modo alternativo. Vedere in altro modo.

Il 31 marzo il secondo incontro. Etica digitale e complessità, affrontare la complessità attuale mediante un approccio etico al digitale cura di Pamela Boldrin. Laureata in tecniche di neurofisiopatologia nel 2004 all’Università di Padova, in filosofia nel 2013 a Ca’ Foscari Venezia. Ha conseguito il titolo di perfezionamento in bioetica presso l’università di Padova nel 2016. Insegna bioetica all’università di Padova e scrive di scienza e bioetica

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Poesia

Crepuscolo Mediterraneo di Dino Campana

Crepuscolo mediterraneo perpetuato di voci che nella sera si esaltano, di lampade che si accendono, chi t’inscenò nel cielo più vasta più ardente del sole notturna estate mediterranea? Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici, i vichi dove ancora in alto battaglia glorioso il lungo giorno in fantasmi d’oro, nel mentre a l’ombra dei lampioni verdi nell’arabesco di marmo un mito si cova che torce le braccia di marmo verso i tuoi dorati fantasmi, notturna estate mediterranea? Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici? E le tue vie tortuose di palazzi e palazzi marini e dove il mito si cova?
Mentre dalle volte un altro mito si cova che illumina solitaria limpida cubica la lampada colossale a spigoli verdi? Ed ecco che sul tuo porto fumoso di antenne, ecco che sul tuo porto fumoso di molli cordami dorati, per le tue vie mi appaiono in grave incesso giovani forme, di già presaghe al cuore di una bellezza immortale appaiono rilevando al passo un lato della persona gloriosa, del puro viso ove l’occhio rideva nel tenero agile ovale.
Suonavano le chitarre all’incesso della dea.
Profumi varii gravavano l’aria, l’accordo delle chitarre si addolciva da un vico ambiguo nell’armonioso clamore della via che ripida calava al mare.
Le insegne rosse delle botteghe promettevano vini d’oriente dal profondo splendore opalino mentre a me trepidante la vita passava avanti nelle immortali forme serene.
E l’amaro, l’acuto, balbettìo del mare subito spento all’angolo di una via: spento,
apparso e subito spento!
Il Dio d’oro del crepuscolo bacia le grandi figure sbiadite sui muri degli alti palazzi,
le grandi figure che anelano a lui come a un più antico ricordo di gloria e di gioia.
Un bizzarro palazzo settecentesco sporge all’angolo di una via, signorile e fatuo, fatuo della sua antica nobiltà mediterranea.
Ai piccoli balconi i sostegni di marmo si attorcono in se stessi con bizzarria.
La grande finestra verde chiude nel segreto delle imposte la capricciosa speculatrice, la tiranna agile bruno rosata, e la via barocca vive di una duplice vita: in alto nei trofei di gesso di una chiesa gli angioli paffuti e bianchi sciolgono la loro pompa convenzionale mentre che sulla via le perfide fanciulle brune mediterranee, brunite d’ombra e di luce, si bisbigliano all’orecchio al riparo delle ali teatrali e pare fuggano cacciate verso qualche inferno in quell’esplosione di gioia barocca: mentre tutto tutto si annega nel dolce rumore dell’ali sbattute degli angioli che riempie la via.

(Da “I canti orfici” Tip. Ravagli, Marradi, 1914)

Dino Campana, 20 agosto 1885 – 1 marzo 1932

Img: club.it

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Poesia

Cantico dei cantici di Salomone

Ernani Costantini, Sulamita, 1984, olio su tela, 200 x 200 cm

Il Cantico dei cantici non solo rappresenta il maggior testo biblico sull’amore, è anche il poema d’amore più conosciuto – il più grande di tutte le letterature per alcuni – di qualsiasi specie di amore si tratti: l’amore mistico e quello divino, l’eros platonico o l’amore carnale. Testo più tradotto nella Storia, è anche il più misterioso. Come può un poema così fortemente erotico, essere stato assunto sin dall’antichità nel canone dell’Antico Testamento? Di cosa parla il Cantico in realtà?

Più antico del celebre Simposio platonico che compendia un dialogo tra amici ebbri sull’eros e la sua origine dionisiaca e mitologica, che si addensa nel discorso di Diotima di Mantinea, donna misteriosa che descrive Eros come figlio di povertà ed ingegno. Quella Diotima, donna esperta di cose d’amore, che parla di Eros come aspirazione al bello e per la quale l’amore tende a possedere eternamente il bene e a partorire nella bellezza sia riguardo il corpo che l’anima e che come insegna l’immortalità sia possibile già su questa Terra e abba come tramite l’amore.

Il Cantico è attribuito con grande incertezza a Salomone (circa 961-922 a. C.), figlio e successore di Davide data più indietro nel tempo di secoli rispetto al Simposio, in quel periodo d’oro delle vicende del popolo d’Israele, pur se d’incerta identificazione storica, che fu quello di Re David. A Salomone, autore presunto del Cantico, sono attribuiti anche i libri più controversi e poetici dell’antico testamento come la Sapienza e l’Ecclesiaste, i Salmi e i Proverbi. Con Origene, il Cantico diventa l’espressione della vetta più alta della ricerca di Dio. Ordinare l’amore in modo che l’anima umana risponda all’intensità dell’amore del Logos: amando, attraverso l’amore, l’anima è chiamata a rispondere alla densità dell’amore di Dio.

L’esegesi vetero e neo testamentaria ebraica e cattolica ne mitiga il portato erotico e carnale per interpretarla come trasfigurazione simbolica e sublimata dell’unione tra Dio e il suo popolo e la sua Chiesa o tra Dio e l’essere umano generato e amato. Lettura legittima ma soluzione non pienamente comprensiva e soddisfacente, pur riconscendo a dir il vero al Cantico Espiritual (rilettura del Cantico biblico) di Giovanni della Croce un valore assoluto di componimento poetico spirtuale e mistico.

L’uomo e la donna rappresentati nel cantico sono un giovane pastore, senza nome o “mio diletto” nelle parole dell’amata e una giovane guardiana di vigne o anche danzatrice e capraia. L’ambiente è arcaico, bucolico, agreste, la semplicità allegorica e la naturalezza esplicita lo rendono un canto d’amore fuori dal tempo e universale. Il Cantico è diviso in 8 parti, 5 poemi e 2 appendici. Il titolo Cantico dei Cantici è un superlativo, indica “il canto per eccellenza”, il più sublime tra tutti i canti cantati in Israele.

Dietrich Bohnoeffer legge il Cantico dei cantici come un cantico d’amore terreno, Cantus firmus lo definisce, rispetto al quale le altre voci della vita suonano come contrappunto; contrappunto che è corollario di vita felice, e scrisse che non si può veramente pensare amore più caldo, sensuale, ardente di quello di cui esso parla, scrisse «La grandezza del Cantico è poter dire che l’amore umano è la rivelazione di Dio». Ravasi, in un suo commento al Cantico afferma che: “L’amore umano pieno, dove corporeità ed eros sono già linguaggio di comunione, giunge di sua natura a dire il mistero dell’amore che tende all’infinito e può raggiungere la realtà trascendente e divina”. Amore come gioia, come desiderio della corrispondenza d’amore, come rifugio e delizia, come felicità infinita nel dono e nel dare che alla pari riceve in estasi totale.

Pascal diceva: «Se esiste l’amore, esiste Dio».

Il Cantico è uno degli ultimi testi accolti nel canone della Bibbia, ed in esso i baci, la bocca e l’amore degli amanti sono dolci e profumati come il vino. Il vino simbolo di unione d’amore. “Sì, migliore del vino è il tuo amore (…) ricorderemo il tuo amore più del vino (…) mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore (…) quanto più inebriante del vino è il tuo amore (…)  il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino aromatico il tuo palato come vino squisito.” Nel Cantico il vino assume tutte le forme simboliche, figurate, metaforiche, religiose e spirituali del nettare divino, come scrive Renato Pilutti “il vino (jajin), e la vigna (keren) sono metafore vive dell’amore, come la sala del vino (Cant 2,4)  è il luogo dell’amore. Grembo femminile è la vigna come il giardino, la terra e la torre inaccessibile e simbolo dei fluidi scambiati è il vino. Il vino come medium. Daimon d’amore.

Guido Ceronetti – «Solo quelli che hanno amato la Sapienza come una donna, e una donna (sublime cortesia, inaudito conoscere) come la Sapienza, hanno ricavato dal Cantico tutta la possibile luce».- individua invece nel vuoto la cifra del testo per non negargli niente e tutto ascrivervi, scrive che il libro assomiglia ad un sogno “Niente regge, niente è in equilibrio, niente ha fondamento (…) ciascuno dei due sognanti appare prigioniero del simulacro dell’altro (…) la verità di questo sogno era l’unione dei due (…) la coppia con i suoi nomi che non si contano: Signore, Messia, Salomone, Cristo, Logos, tempio, Sole, Principio Maschile/Israele, (come femmina) Shekhinàh, Tor#h, Sofia, Anima, Maria, Chiesa, Ennoia, Arca, gerusalemme, Principio Femminile. (…) Amore carnale, amore mistico, amore tra pure ipostasi sono l’Amore, tricefalo e uno” e ancora “il Cantico una volta introdotto nel canone (biblico) è stato incaricato di significare tutto l’amore possibile”

In questo brano, riformulato liberamente dalla versione latina e dalla Bibbia in lingua corrente dell’ABU edizione 2000, è riproposto il 7# poema.

In questo poema, il penultimo detto anche appendice, si trova: la descrizione della Sulamite, dagli occhi neri e scintillanti figlia generosa delle aride terre verginee d’Israele, e le sue lodi dell’amato, la narrazione dell’invito della Sposa allo Sposo ad andare con lei per le vigne e le campagne fiorite; l’invito all’amore di lei.

Eros che rompe gli schemi, carne che si fa verbo, narrazione d’amore totale.

7

Girati, girati o Sulamìt

girati, girati, fatti vedere

Non è bella la Sulamìt

mentre danza?

 Come sono belli i tuoi piedi nei sandali

Principessa!

I tuoi fianchi sono gioielli

creati da sapienti mani d’artigiano

Il tuo grembo è una coppa tornita

sempre colma di vino pregiato

Il tuo ventre è grano

circondato da gigli

I tuoi seni sono cerbiatti

due candidi agnelli

Il tuo collo è una torre bianca d’avorio

i tuoi occhi sembrano piscine

Il tuo naso una torre di guardia

il tuo capo è come un monte

I tuoi capelli di porpora

come un re vincitore

Quanta bellezza e

quanta grazie mia carissima

nelle delizie d’amore

Sei come una palma maestosa

ed il tuo seno come grappoli di datteri

Dissi: scalerò la palma

assaporerò i suoi frutti

I tuoi seni sono grappoli d’uva

la tua bocca profuma di mela

La tua gola è come ottimo vino

degno, mio amore, di cibi raffinati

Io sono del mio diletto

e lui mi desidera

Vieni, amore, andiamo nei campi

passiamo la notte tra i fiori.

Al mattino presto saremo già nelle vigne,
a vedere se germogliano, se le gemme si schiudono,
se i melograni sono in fiore.


Laggiù ti darò il mio amore.
Le mandragole mandano il loro profumo.


Alla nostra porta
abbiamo ogni specie
di frutti deliziosi,
secchi e freschi.


Amore mio,
li ho conservati per te.

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Poesia

Charles Baudelaire, “Pararadis artificiels” 1861.

I Paradisi artificiali” è un’opera saggistica di Charles Baudelaire pubblicata nel 1861 e suddivisa in tre sezioni. L’incipit dell’opera qui riprodotto è una dedica ad una donna rimasta anonima.

A J.G.F

Mia cara amica,

il buon senso ci dice che le cose della terra durano poco, e che la vera realtà si trova soltanto nei sogni. Per digerire la felicità naturale, come quella artificiale, bisogna avere innanzitutto il coraggio di ingoiarla; e le persone che forse meriterebbero la felicità sono proprio quelle alle quali la felicità — almeno come la concepiscono i mortali — ha sempre avuto l’effetto di un emetico.

A delle menti sciocche sembrerà singolare, e persino impertinente, che una descrizione di voluttà artificiali sia dedicata a una donna, la fonte più comune delle voluttà più naturali. Tuttavia è evidente che, come il mondo naturale penetra in quello spirituale, gli serve da nutrimento e concorre così a creare quell’indefinibile amalgama che chiamiamo la nostra individualità, la donna sia l’essere che proietta l’ombra più grande o la luce più grande nei nostri sogni. La donna è fatalmente suggestiva; lei vive di un’altra vita, oltre alla propria; vive spiritualmente nelle fantasie che lei stessa ossessiona e feconda.

È assai poco importante, del resto, che la ragione di questa dedica venga compresa. Ma poi è davvero necessario, per la soddisfazione dell’autore, che un qualsiasi libro venga compreso, se non da colui o da colei, per cui è stato scritto? Per farla breve, è forse indispensabile, in definitiva, che esso sia stato scritto per qualcuno? Per quanto mi riguarda, ho così poca inclinazione per il mondo dei vivi che, alla maniera di quelle donne sensibili e sfaccendate le quali — si dice — spediscono per posta le loro confidenze a degli amici immaginari, scriverei volentieri soltanto per i morti.

Ma questo libretto non lo dedico ad una donna morta; bensì a colei che, sebbene ammalata, è sempre viva ed operosa dentro di me, e adesso volge tutti i suoi sguardi verso il Cielo, luogo di tutte le trasfigurazioni. Infatti, l’essere umano non gode soltanto del privilegio di poter godere di una temibile droga, ma anche di poter trarre gioie nuove e sottili persino dal dolore, dalla catastrofe e della fatalità.

In questo quadro vedrai un uomo errante, cupo e solitario, immerso nella mobile fiumana delle moltitudini, il quale rivolge il suo pensiero e il suo cuore a un’Elettra lontana che, poc’anzi, gli asciugava il sudore della fronte e gli rinfrescava le labbra incartapecorite dalla febbre; e tu comprenderai la gratitudine di un altro Oreste del quale spesso hai vegliato gli incubi, e dal quale, con mano materna e leggera, dissipavi il sonno spaventevole.

C. B.


À J. G. F.

Ma chère amie,

Le bon sens nous dit que les choses de la terre n’existent que bien peu, et que la vraie réalité n’est que dans les rêves. Pour digérer le bonheur naturel, comme l’artificiel, il faut d’abord avoir le courage de l’avaler ; et ceux qui mériteraient peut-être le bonheur sont justement ceux-là à qui la félicité, telle que la conçoivent les mortels, a toujours fait l’effet d’un vomitif.

À des esprits niais il paraîtra singulier, et même impertinent, qu’un tableau de voluptés artificielles soit dédié à une femme, source la plus ordinaire des voluptés les plus naturelles. Toutefois il est évident que comme le monde naturel pénètre dans le spirituel, lui sert de pâture, et concourt ainsi à opérer cet amalgame indéfinissable que nous nommons notre individualité, la femme est l’être qui projette la plus grande ombre ou la plus grande lumière dans nos rêves. La femme est fatalement suggestive; elle vit d’une autre vie que la sienne propre; elle vit spirituellement dans les imaginations qu’elle hante et qu’elle féconde.

Il importe d’ailleurs fort peu que la raison de cette dédicace soit comprise. Est-il même bien nécessaire, pour le contentement de l’auteur, qu’un livre quelconque soit compris, excepté de celui ou de celle pour qui il a été composé? Pour tout dire enfin, indispensable qu’il ait été écrit pour quelqu’un? J’ai, quant à moi, si peu de goût pour le monde vivant que, pareil à ces femmes sensibles et désoeuvrées qui envoient, dit-on, par la poste leurs confidences à des amis imaginaires, volontiers je n’écrirais que pour les morts.

Mais ce n’est pas à une morte que je dédie ce petit livre ; c’est à une qui, quoique malade, est toujours active et vivante en moi, et qui tourne maintenant tous ses regards vers le Ciel, ce lieu de toutes les transfigurations. Car, tout aussi bien que d’une drogue redoutable, l’être humain jouit de ce privilége de pouvoir tirer des jouissances nouvelles et subtiles même de la douleur, de la catastrophe et de la fatalité.

    Tu verras dans ce tableau un promeneur sombre et solitaire, plongé dans le flot mouvant des multitudes, et envoyant son cœur et sa pensée à une Électre lointaine qui essuyait naguère son front baigné de sueur et rafraîchissait ses lèvres parcheminées par la fièvre ; et tu devineras la gratitude d’un autre Oreste dont tu as souvent surveillé les cauchemars, et de qui tu dissipais, d’une main légère et maternelle, le sommeil épouvantable.

C.B.

img: Egon Schiele 1919 – Ragazza nuda acovacciata – da frammentirivista.com

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Poesia

Hank Charles Bukowski 1920-1993

Charles Bukowski, “Compagno di sbronze” Feltrinelli 1979

La rerte è infestata di citazioni di Bukowski pare molte false, ovviamente. Che strano destino per un ubriacone sessista, come sarebbe definito oggi. In realtà ci mise del suo in vita, fu accusato di misoginia dalle femministe anni ’70 e in passato sospettato di simpatie naziste, neintepopòdimeno, per alcune frequentazioni giovanili.

Leggo i suoi libri da quand’era vivo, ed ero ragazzino quando lo lessi per la prima volta. Il mio primo incontro con Bukowski fu la copertina di Compagno di sbronze, edizione Feltrinelli del 1979 libro che entrò in casa con mio fratello a lui prestato da un amico toscano. Su di un fondo che riproduceva un intonaco marrone scrostato c’era una foto in bianco e nero di traverso. La donna con sguardo stralunato impunemente in posa abbraccia Buk che ride ad occhi stretti con la bottiglia in mano davanti ad un frigorifero lui è scalzo con la maglietta troppo stretta che scopre la panza, lei in top, gonna e calze nere sformate. Era repellente tutta la scena, di uno squallore cosmico. Nonostante questa scarna, cruda, irreale e sgraziata immagine di alcolismo contemporaneo quella foto era esilarante, faceva troppo ridere nella sua assurdità. Così parecchi anni dopo riuscii a ritrovare quella edizione (terza edizione del 1979, la prima a marzo e la terza a settembre, quando i libri vendevano a rtimi indiavolati …) la cui copertina è qui riprodotta in questo post.

Nel fondo dei ricordi ripresi da adulti si cerca di indovinare quel che si voleva o si cercava per cui un certo dovere dell’onore lo si deve anche alle apparentemente irragionevoli infatuazioni segrete dell’adolescenza: è necessario essere fedeli alle proprie radici spirituali. E bisogna essere fedeli senza biasimo né condanna ma riconoscere ciò che si è amato veramente, che cosa ha attratto, dominato e reso felice nel tempo, ciò che ci ha formato nel bene e nel male. Tutto nella consapevolezza che ciò che muore non finisce e non scompare se non alla vista. Lo diceva anche Nietzsche, così molti si convincono.

Non fu una questione di immagine chiaramente poiché alla lettura i contenuti sbalordirono quanto e più della foto di copertina, tanto quel testo snocciola i racconti autobiografici più o meno romanzati dell’autore “poeta dell’eccesso Bukowski” come recita la quarta di copertina. Buk raccontava storie e ambienti che io stesso avevo vissuto, in relato modo, nella Mestre degli anni ’70 che di droghe e ubriaconi era rappezzata come carta moschicida con le mosche morte appese. Il titolo in traduzione italiana di per sé era già abbastanza colorito da colpire, l’originale in realtà lo era in misura molto maggiore “Erections, Ejaculatios, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness” cioè erezioni, eiaculazioni, esibizioni  e storie di ordinaria follia. I racconti furono pubblicati da Bukowski per la prima volta nel 1972 su diverse testate minori, tra le quali una rivista underground di Los Angeles, Open City, Feltrinelli li pubblicò in due volumi tra il 1975 (parzialmente in Storie di ordinaria follia) e appunto il 1979, l’anno successivo fu la volta di Notes of a dirty old man, tradotto in Taccuino di un vecchio porco. Questi racconti del primo Bukowski rappresentano l’esordio letterario in Italia. La scrittura di Bukowski era tutta svelata in queste righe disperate, ciniche, satiriche ed umoristiche che rappresentano, come si diceva allora,  “il lato oscuro” dell’America. Seguiranno i romanzi, le poesie, le interviste i resoconti di viaggi. La critica, e la censura, si concentrarono chiaramente sulla parte “sporca” quella del sesso e degli eccessi alcoolici condannandolo a un limbo letterario di parecchi anni, nonostante le recensioni e le vendite.

Se di solito il mito americano è dipinto con tinte fluo e colori sgargianti, (anni ’80 alla Roy Lichtenstein) il fumettistico apparato massmediologico a stelle e righe americane, quello di Buk trasuda dolore, disillusione, inganno, povertà e miseria. Bukowski riesce nell’incredibile magia di rendere questo paesaggio spettrale un luna-park di vita con un sarcasmo e una ironia raffinatissima, anche la più squallida delle sue storie mantiene un nucleo puro di satira e ironia che la redimono. I personaggi di Bukowski sono tutti falliti, ubriaconi, giocatori d’azzardo, perdenti di ogni genere Certo l’antropologia bukowskiana vede l’uomo come un animale comico, un coagulo di desideri e secrezioni, con zero spazio per altro. In fondo al Bukowski uomo piacevano le cose semplici, la birra e poi il vino bianco profumato, Muller Thurgau e Riesling o un Petite Sirah,  le corse dei cavalli e una donna da amare …

Alessio Romano, autore del graphic novel sullo scrittore americano dice giustamente: “Bukowski ha avuto un’infanzia terribile e ha trovato un antidoto alla solitudine solo nell’alcolismo e nella letteratura. Non è mai riuscito a integrarsi con il resto della società. Gli ultimi suoi anni di vita, con una moglie premurosa e tanti gatti intorno, sono stati sereni. Ma lui non è mai cambiato, neanche dopo aver raggiunto un successo planetario.”

Fernanda Pivano che lo considerava assolutamente originale quando lo intervistò nel 1980 ne colse un lato intimo molto più reale di ciò che la critica in genere gli attribuiva: “il suo personalissimo modo di fare scrittura attraverso immagini della vita quotidiana trasfigurate sotto una lente d’ingrandimento colossale significa definire anche uno Stile di vita anarchico e pazzo, violento e brutale, sempre visto in chiave di sarcasmo crudele e amarissimo, senza spazio per concessioni al sentimentalismo e intriso di disgusto e di diffidenza per il genere umano e per la società degli uomini. (…)- “Quello che m’importa è grattarmi sotto le ascelle”. Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski, (Sugar Co 1982)

Quando era in vita era più famoso in Europa che negli USA, infatti gli unici viaggi che fece, alla fine degli anni ’70, furono  in Germania – tra l’altro anche a Andernach  dove nacque nel 1920 quando il padre svolgeva il servizio militare nell’esercito americano – e a Parigi, invitato dall’editore francese dove partecipò al programma televisivo Apostrophes allora molto popolare  e la sua apparizione, ebbro, a testa bassa,  parlando quasi sottovoce, fece grande scalpore, con quella sua goffa uscita tenuto a braccia mentre cerca di accarezzare i bianchi capelli ad un anziano professore e dopo aver provato a toccare una gamba ad una scrittrice ospite della trasmissione. (Tutto trascritto in Shakespeare non l’ha mai fatto, Feltrinelli 1996).

Bukowski è un caleidoscopio perché permette di accedere a visioni divergenti, apre mondi sconosciuti, questo dovrebbe in sintesi fare la cultura autentica, proiettare una nuovo film sul muro bianco della vita quotidiana. Lui lo fece e aprì al mondo dei tesi anni ’70 uno squarcio crudele sull’America vera e reale. Il termine “realismo sporco” con cui si usa etichettare la sua arte è patetico, come se il realismo potesse essere pulito, e che significato ha poi pulito, rispetto a cosa? Il reale è sempre una proiezione dei nostri sensi, in ogni caso quindi, di quale reale parliamo? Casomai realismo magico, verismo impressionista, imaginismo crudo o chissà cos’altro ma lo sporco è una categoria usata da chi vuole un mondo preconfezionato dalle sue proprie idee. Bukowski fu frutto originale della cultura europea in America, più vicino alla letteratura russa e romantica che a correnti specifiche da cui sempre si smarcò.

Dei film tratti da sue opere quello di Ferreri è il peggiore. Inutile, etereo, vacuo, pretenzioso, didascalico e caricaturale. La Rai nel 1980 fece un servizio su Bukowski, è reperibile in rete, onore a Mixer la trasmissione che lo produsse, ah gli archivi Rai …! (“Essere semplici, scrivere breve crudo e facile, l’Ideale stilistico di Bukowski” . Alla mostra del Cinema del 2016 fu presentato a Venezia “You never had it” di Matteo Borgardt nato da cassette rimaste chiuse per 35 anni in scatoloni, nel garage di Silvia Bizio. Pellicole inedite e digitalizzate, registrate durante una serata del gennaio 1981 dalla giornalista e produttrice italiana a San Pedro, California, nel salotto di Bukowski.

Bukowski riconobbe tra le su ispirazioni: Nietzsche, Schopenauer, Lawrence, Saroyan, Pound, Eliot, Fante, Celine, Checov, Kafka, Hemingway, Hamsun, Henry Miller, Dostoevskij, Artaud, Cummings, Robinson Jeffers. Lui che a 24 anni, pur avendo già esordito, preferì non scrivere per 10 anni purtroppo generò una marea di epigoni che s’illusero che scrivere ubriachi equivalesse a diventare come lui, capace di una disciplina teutonica e che scriveva tutta la notte e di giorno lavorava, in seguito scriveva dalle 8 alle 17.

David Stephen Calonne scrisse nel 2003 per la Prefazione a Il sole bacia i belli, interviste, incontri, insulti (Feltrinelli 2014) “Sebbene Bukowski affermi di non essere un “guru”, la sua visione è essenzialmente religiosa e la sua ricerca è per il sacro. Dice a Sean Penn che è necessario rimanere incolti, per “non fare assolutamente niente” per parecchi giorni ed è difficile non vedere in questa libertà di spirito la saggezza del Tao Te Ching di Lao Tzu.”

Stupisce in alcune delle innumerevoli interviste la pazienza con cui impassibile Bukowski risponde a domande tipo: “Hai ancora l’uccello duro come vorresti”? o “Prendi le vitamine”?

Buk aveva anche una certa predisposizione alla verità senza stronzate. Andava alla ricerca, soprattutto agli inizi della carriera di poeti, come un segugio, per scoprire come vivessero essendo notorio che vivere di poesia e scrittura non è esattamente semplice. Così facendo metteva a nudo squallide situazioni comico grottesche di pseudo scrittori mantenuti da anziane madri o mogli facoltose o che vivevano di rendita, lui allora lavorava pagato poco e di notte scriveva. In seguito i suoi reading, cioè le letture pubbliche di versi, diventarono spesso eventi memorabili, famosi quelli in Germania i cui resoconti in parte pubblicò in Shakespeare non l’avrebbe mai fatto, era una sorta di rockstar della poesia, anche perchè di solito il suo interloquire con il pubblico era ritmato dal vino bianco e dalla birra.

Bukowski ha fatto in tempo a vedere gli anni ’90, frequentare Hollywood, era amico di Sean Penn quando era sposato con Madonna Ciccone, sfanculare la cultura pop rock allora in auge, (falsi rivoluzionari collusi con il potere) gli U2 in particolare che pure lo omaggiarono con una citazione (in Dirty Days, Zooropa 1993: “Days run like horses over the hill” titolo di una raccolta di poesie del ’69) , di cui frequentò le radici negli anni ’60, scrisse bellissime poesie, come “Nobody but you” o “The laughing heart” uscite postume, poesie scarne, minimali, semplici ma di grande immediatezza che ancora vengono pubblicate sebbene il successo gli arrivò da racconti brevi e romanzi. Bukowski, quando decise di lasciare il lavoro alle poste, diede libero accesso – al suo storico editore, e fondatore della Black Sparrow, John Martin – , ad un armadio pieno traboccante di fogli scritti. Scriveva di continuo e all’inzio spediva sopratutto poesie, a decine, alle riviste alternative e underground d’America, tutte, anche quelle minuscole e sconosciute.

Amava i gatti, le donne, la birra e il vino bianco, guidava una maggiolone nero e giocava ai cavalli.

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Poesia

Aria e angeli di John Donne

John Donne Aire and angels

Twice or thrice had I lov’d thee,
Before I knew thy face or name;
So in a voice, so in a shapeless flame
Angels affect us oft, and worshipp’d be;
         Still when, to where thou wert, I came,
Some lovely glorious nothing I did see.
         But since my soul, whose child love is,
Takes limbs of flesh, and else could nothing do,
         More subtle than the parent is
Love must not be, but take a body too;
         And therefore what thou wert, and who,
                I bid Love ask, and now
That it assume thy body, I allow,
And fix itself in thy lip, eye, and brow.

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Due o tre volte ti amai senza conoscere

il tuo volto o il tuo nome.

In una voce, in una fiamma informe

così talora ci percuote un angelo

per essere adorato.

Persino quando giunsi dov’eri, uno splendente

un adorabile nulla io vidi.

Ma poiché la mia anima, che ha per figlio l’amore,

prende membra di carne o non può nulla,

l’amore non dev’esser più sottile

della madre, ma anch’egli prender corpo:

e allora quel che eri e chi eri io chiedo

all’amore di chiedere; ed ora gli consento

di assumere il tuo corpo e far dimora

nel tuo labbro, nell’occhio e nella fronte …

J. Donne, Poesie amorose, poesie teologiche, Trad. di C. Campo, Einaudi 1971

img: marynovik.com

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Filosofia

Vite filosofiche

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“Una piccola conoscenza che agisce vale infinitamente di più di una grande conoscenza che è oziosa” Khalil Gibran

Cioran giocava a calcio con i teschi dissotterrati nei cimiteri,

Schopenhauer prese a calci una domestica molesta e dovette risarcirla con un vitalizio, il filosofo morì nel 1860 e fu trovato a casa sua, sul divano, accanto ad un gatto senza nome,

Pascal morì di vaiolo contratto per aver ospitato nella propria casa una famiglia di poveri,

Kant non vide mai altro luogo in vita che Königsberg, la città della Prussia in cui nacque, oggi è chiamata Kaliningrad e fa parte della Federazione Russa,

la mattina del 22 giugno 1936 a Vienna Moritz Schlick fu ucciso da 4 colpi di pistola, esplosi da un collega ricercatore Johann Nelböck, mentre usciva dalla sua ultima lezione sull’immortalità che non avrebbe dovuto tenere ma poi svolse cambiando idea all’ultimo momento,

Jean-Paul Sartre ogni giorno consumava  due pacchetti di sigarette, tabacco nero da pipa, più di un litro d’alcol, vino, birra, vodka, whisky, e poi duecento milligrammi di anfetamine, quindici grammi di barbiturici, caffè, tè e pasti copiosi,

Nietzsche si fece fotografare con l’amico Paul Ree in posa come cavalli da traino di un calesse guidato da Lou Salomè. Lo stesso filosofo tedesco per un periodo contemplò l’idea di dedicarsi alla coltivazione della terra,

Hegel vide Napoleone a cavallo a Jena e disse: “Ho visto l’Imperatore – quest’anima del mondo – cavalcare attraverso la città” o  “lo Spirito del mondo a cavallo”,

Heidegger, iscritto al Partito nazionalsocialista tedesco fino al 1945, dedicò la sua opera più famosa “Essere e tempo” a Husserl, suo maestro, ma tolse la dedica nell’edizione successiva. Il verbale che, dopo il crollo del Nazismo, sanciva l’allontanamento di Heidegger dalle università tedesche perché giudicato non idoneo per l’insegnamento, fu steso da Karl Jaspers,

Anassagora, filosofo greco, venne processato e condannato all’esilio per le sue teorie considerate empie. Egli affermava, osservando la superficie lunare, che fosse composta di materia rocciosa, come la Terra e quindi che la Luna era una roccia.  Come risarcimento postumo nel 1935 gli è stato dedicato uno dei crateri vicino al polo nord lunare,

Platone fu venduto come schiavo al mercato di Egina per ordine di Dionisio tiranno di Siracusa,

Karl Marx in tutta la vita fece solo e saltuariamente il giornalista, da giovane trascorse anche un giorno in prigione per ubriachezza e schiamazzi notturni,

Cartesio che da 20 anni non si muoveva dall’Olanda  fu convinto a trasferirsi in Svezia su insistenza della Regina Cristina e anziché restare a letto fino a tarda mattina – non si era mai alzato prima delle 11 – doveva lasciare la sua casa di Stoccolma e tuffarsi nel gelo dell’inverno scandinavo al mattino molto presto, in modo da essere alla Reggia, in presenza di Sua Maestà, entro le 5 come lei desiderava, così si ammalò di polmonite e morì nel giro di poche settimane,

Spinoza, scomunicato e messo al bando con editto dalla comunità ebraica di Amsterdam per le sue idee nel 1656, sfuggì anche ad un attentato mortale: una sera mentre camminava intabarrato in un pesante cappotto nei pressi della sinagoga, fu accoltellato da un fanatico religioso. La pugnalata non raggiunse il corpo di Spinoza, che si scansò, ma lacerò una parte del cappotto,

Plotino voleva costruire, in Campania, una vera e propria “città dei filosofi”, chiamandola “Platonopoli”,

nel corso della sua vita  Wittgenstein, che nel 1913 andò in Norvegia e visse in una fattoria per un anno, scrisse il Tractatus tra il fronte russo e quello italiano, dove fu fatto prigioniero. Fu anche maestro di scuola elementare per 6 anni e scrisse un Dizionario per la scuola elementare, architetto e giardiniere in un convento di suore. Dal primo lavoro dovette dimettersi perché maltrattava gli alunni. La Cambrige Univesity Press nel 1921 rifiutò di pubblicare il Tractatus logicus-philosophicus. Nel 1946 in un celebre scontro dialettico con Popper, che lo criticava, pare lo abbia minacciato con un attizzatoio a Cambridge,

nel corso della sua vita, Derrida venne incarcerato per possesso di stupefacenti,

Empedocle, figura di filosofo ai confini con lo sciamano, che avrebbe tra le altre cose riportato in vita una donna morta, morì gettandosi nell’Etna,

Aristotele nacque  in Tracia. Suo padre fu medico personale del Re di Macedonia. Nel 343 a.C. si reca alla corte di Filippo, il re macedone e diviene il precettore del tredicenne Alessandro, futuro Alessandro Magno,

nel 1980, in preda ad un attacco di follia, Althusser arrivò a uccidere la moglie, strangolandola, e ad essere internato nell’ospedale psichiatrico di Sainte Anne,

Palmiro Togliatti disse che Freud era un autore da bordelli,

Jan Patočka, impegnato nel movimento dissidente e uno dei tre portavoce di Charta 77, fu docente all’università di Praga e di Brno ma nel 1948 gli fu impedito l’insegnamento; riacquistò nel 1968 il posto all’università di Praga ma, costretto di nuovo a lasciarlo nel 1972, continuò da allora a insegnare in seminari privati,

quando nel ’68 gli studenti andarono da Adorno a chiedergli di partecipare con loro ai movimenti contestatori, il filosofo reagì chiamando la polizia affinché liberasse l’università da quegli studenti che lo stavano infastidendo,

Agnes Heller filosofa ungherese nel 1959 venne espulsa dall’università e poi anche dal partito comunista per aver sostenuto «le idee false e revisioniste» nel 1968 protestò contro l’intervento sovietico in Cecoslovacchia. Venne anche in seguito licenziata dall’Istituto di Sociologia dell’Accademia delle Scienze nel 1973 con l’accusa di aver negato la realtà socialista dell’Ungheria e di altri paesi usciti dalla rivoluzione d’Ottobre,

con i Pitagorici, per la prima volta nella storia troviamo donne che si dedicano alla filosofia,

Ipazia filosofa alessandrina fu uccisa da una folla di cristiani in tumulto,

nella sua dedizione a Dio, il filosofo Origene, per non essere traviato dalle inclinazioni sensibili, pensò di risolvere il problema alla radice: si evirò direttamente. Pare che, dopo aver compiuto la fatale operazione, si sia pentito,

a Seneca, precettore di Nerone, quando venne considerato parte della congiura dei Pisoni, fu ordinato di togliersi la vita nel 59 d.C. dal suo stesso antico allievo e lo fece,

Giordano Bruno fu arso vivo dall’Inquisizione cattolica in Campo de’ Fiori a Roma nel 1600,

Giovanni Papini che nel 1906 scrisse Il Crepuscolo della filosofia in cui infliggeva e commentava le condanne capitali dei maggiori filosofi tedeschi da Kant a Nietzsche mentre venivano mandati al patibolo, fu il più importante e riconosciuto rappresentante del pragmatismo in Italia, con apprezzamenti dello stesso William James nei primi anni del XX secolo. Fondò La Voce una delle più importanti riviste culturali del ‘900 italiano. Più tardi fu interventista nella prima guerra mondiale, fascista antinazista, scrisse La storia di Cristo e divenne  terziario francescano, noto anche col nome religioso di fra’ Bonaventura. Alla fine della seconda guerra mondiale si nascose nel vescovado di Arezzo poiché minacciato e ricercato dai comunisti, mentre partigiani delle Brigate Garibaldi gli devastano la casa fiorentina e le proprietà, sia per il passato fascista e sia perché ritenuto tacitamente colluso con la RSI. Verrà infine soccorso da soldati americani due dei quali avevano letto i suoi libri.

il filosofo neo-parmenideo Severino fu allontanato nel 1969 dall’Università Cattolica di Milano, per le sue posizioni filosofiche, e fondò la facoltà di filosofia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia,

il corteo funebre del filosofo veronese Giuseppe Rensi, incarcerato e sospeso dalla cattedra di Filosofia Morale all’Università di Genova a causa della sua opposizione al regime di Mussolini, fu disperso dalla polizia fascista che schedò anche alcuni partecipanti nel 1941,

nel 1923 a Bollingen in Svizzera Carl Gustav Jung costruì quella che sarà chiamata in seguito la Torre di Jung, terminata nel 1955 era il luogo in cui trascorreva le vacanze e i fine settimana, la casa era senza elettricità e senza acqua corrente,

Edith Stein di origine ebraica allieva di Husserl tra il 1914 e il 1922 fu – non senza difficoltà – membro della Facoltà di filosofia di Friburgo, si convertì nel ’22 e nel 1933 scrisse a Roma per chiedere a papa Pio XI di denunciare le prime persecuzioni contro gli ebrei, nel 1934 prese il nome di Teresa Benedetta della Croce nel 1942 morì uccisa ad Auschwitz e fu canonizzata nel 1998. Nel 1999 il papa Giovanni Paolo II la nominò compatrona d’Europa,

Simone Weil nell’agosto del ’36 volle partecipare a tuti i costi alla Guerra di Spagna ma si ferì ad un piede in una pentola d’olio bollente e rientrò a Parigi un mese dopo,

György Lukács è noto per la sua collaborazione col regime totalitario comunista in Ungheria dal 1945 in poi. Non ha mai condannato lo stalinismo (anche se ne fu per un certo tempo vittima), e ha contribuito efficacemente all’eliminazione della cultura non-marxista nell’Ungheria comunista. Tra il 1946 e il 1953, Lukács partecipò all’incarcerazione di molti intellettuali dissidenti, costretti a lavori servili o manuali. Di volta in volta fu vittima delle purghe, ed epuratore lui stesso,

Hanna Arendt dopo l’incontro con Heidegger si trasferì a Heidelberg dove si laureò con una tesi sul concetto di amore in Sant’Agostino, sotto la tutela del filosofo e psichiatra Karl Jaspers. Pubblicò la tesi di laurea nel 1929, ma, per via delle sue origini ebraiche, nel 1933 le fu negata la possibilità di ottenere l’abilitazione all’insegnamento nelle università tedesche. Nel dopoguerra fu ignorata perchè nei suoi discorsi sul totalitarismo poneva allo stesso livello il regime nazista con quello stalinista,

Michel Foucault nel 1969 in vacanza nei pressi di Tunisi dava appuntamento pagandoli ai bambini tra gli 8 e i 10 anni al cimitero del paese del villaggio di Sidi Bou Said,

il filosofo Giovanni Gentile fu ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 1944 in un agguato sotto casa sua da due  partigiani comunisti italiani che si finsero studenti,

Ugo Spirito allievo di Gentile e padre del probelmaticismo, fu il teorico del corporativismo fascista prima e l’apologo del comunismo cinese poi, negli anni ’70. Il filosofo auspicava  l’avvento di un mondo antidemocratico, collettivizzato e armonico. Spirito teorizzò una concezione politica totalitaria, antidemocratica e antindividualista, fu fascista eterodosso e comunista sui generis.

Franco Volpi mentre era in sella alla sua bicicletta a San Germano dei Berici, nei pressi di Vicenza, venne investito da un’auto e cadde in coma irreversibile. Morì il giorno successivo,

Giorgio Penzo morì 81 anni, nel 2006, un anno dopo aver lasciato l’insegnamento. Il corpo dell’anziano professore di Storia della Filosofia all’Università di Padova fu ripescato a Sottomarina (Venezia) nelle acque di fronte alla spiaggia del Granso Stanco dai bagnini,

Rousseau visse 5 anni della sua vita mantenuto dall’amante M.me de Warens, anni che definì “court bonheur de ma vie”. Viveva in una casetta di campagna a sua disposizione: “Mi alzavo con il primo sole, passeggiavo, percorrevo i boschi, vagavo, leggevo, oziavo: lavoravo nel giardino, raccoglievo la frutta davo una mano in casa e la felicità mi inseguiva dapperutto.”

Carlo Michelstaedter morì dopo tre ore di agonia in seguito al colpo di pistola che si sparò nella casa dei genitori a Gorizia nel 1910.

img: © Non conosciamo la proprietà intellettuale della foto utilizzata, ovemai qualcuno ne richiedesse il riconoscimento ce lo comunichi.

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Poesia

La crescita dell’uomo. Emily Dickinson 1863

Growth of Man—like Growth of Nature—

La crescita dell’uomo – come la crescita della natura gravita all’interno – L’atmosfera e il sole la ratificano – ma essa si muove – da sola –
Ognuno – il proprio ideale assoluto deve raggiungere – da solo – In solitudine, con il coraggio di una vita di silenzi –
Lo sforzo – è la sola condizione – La sopportazione di se stesso – La sopportazione di forze contrarie – e un credo intatto –
Fargli da spettatore – è compito del suo pubblico – La trattativa però – si svolge senza assistenza – senza incoraggiamento.

Growth of Man—like Growth of Nature— Gravitates within— Atmosphere, and Sun endorse it— Bit it stir—alone—   Each—its difficult Ideal Must achieve—Itself— Through the solitary prowess Of a Silent Life—   Effort—is the sole condition— Patience of Itself— Patience of opposing forces— And intact Belief—   Looking on—is the Department Of its Audience— But Transaction—is assisted By no Countenance—

da Silenzi, traduzione, introduzione e note a cura di Barbara Lanati, Feltrinelli, Milano 2005

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Filosofia, pratica filosofica

#5 post it. Fare filosofia. Appunti per una teoria pratica.

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Oggi per pratica filosofica sulla scena italiana si intende un certo numero di attività nate dalla riscoperta della filosofia come realtà extra accademica. Counseling, Consulenza, Seminari, Laboratori, Dialoghi socratici, Caffè filosofici, consulenze di gruppo, P4C: che la consideriamo saggezza pratica con Aristotele o esercizio spirituale con Pierre Hadot siamo oggi consapevoli di che cosa parliamo quando parliamo di pratica filosofica. Una scena nazionale che richiama il “modello francese” prendendo a modello la critica cinematografica filmica, per una teoria della pratica filosofica è come per una sceneggiatura, detta “francese”, dove si parla molto ma accadono poche cose. Interventi, convegni e articoli, siti e blog, (anche il mio) su cos’è, cosa fa, a cosa serve e da dove deriva la pratica filosofica affollano anche l’infosfera, poiché la pratica filosofica è oggi promossa sopratutto tramite il digitale e si è formata e si è sviluppata in Italia – negli esiti novecenteschi di una critica all’accademica forma del filosofare, teorica, astratta, chiusa e auto narrantesi tramite una autoreferenzialità esausta – nell’era digitale. La sostanza qualitativa del dibattito quindi è figlia di questi tempi.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (“la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi”). Il vizio è la ricerca della definizione, del limite, del discrimine. Pare necessario specificare in termini esatti cosa distingua un filosofo pratico da uno psicologo, da un consulente, da un facilitatore, da un mediatore, da un qualsiasi analista o da un esperto di filosofia o da un coach professionista. Non che questa richiesta sia futile, ma siamo così sicuri che tale distinzione sia necessaria? Non si sa in fondo da sempre (anzi da 2500 anni circa …) cosa fanno i filosofi? La pratica filosofica, (almeno nel caso della consulenza) ultima arrivata nel mercato dell’offerta come proposta di un esperto filosofo che “consiglia e assiste il proprio committente nello svolgimento di cure, atti, pratiche o progetti fornendo o implementando informazioni, pareri o soluzioni attraverso il proprio know how e le proprie capacità” fatica a farsi strada. Forse è la categoria consulting/counseling una delle difficoltà?

E che dire dell’idea che il filosofo pratico non debba “usare” o debba limitare al massimo, concetti e idee della storia della filosofia, cioè non possa tra i suoi strumenti utilizzare il patrimonio secolare della filosofia, perchè si dice, la pratica filosofica non ha un metodo, ma utlizza tutti i metodi come da Achenbach, La consulenza filosofica, quindi, non lavorerà con i metodi (nessuno di solito ricorda il seguito della sentenza cioè “bensì sui metodi” evitando così di interrogarsi su che cosa significhi lavorare sui metodi) non sarebbe come se un medico chirurgo davanti ad un’operazione non tenesse conto della prassi che forma il suo corpus teorico pratico? O come un giurista che non tenesse conto dei precendenti legislativi nell’esaminare una riforma di legge? Non si sta confondendo il metodo, cioè la via che si segue, (o prassi) con la sostanza? Detta sostanza della pratica filosofica, se è autenticare la propria anima, (Socrate docet) credere che fare filosofia significhi in esclusiva un colloquiare chiarificante e orientativo sui pensieri delle persone non è in realtà un drammatico impoverimento della praxis filosofica?

Praxis, parola greca che il latino riprende per dire prassi, azione (actio è il sinonimo latino di praxis), e anche metodo, procedimento, tecnica, prova, esperienza, che riguarda un agire che racchiude il proprio senso in se stesso. Inoltre la parola prassi, semanticamente si radica tra fine ‘800 e novecento. Richiama una terminologia specifica della filosofia italiana dell’idelismo gentiliano e del marxismo la quale quindi tende all’ambito sociale e politico, più che filosofico. Come insegna la filosofia del linguaggio ogni parola porta con sè un carico di significati storicizzati, perciò la pratica filosofica necessita di un vocabolario nuovo? La pratica filosofica è quindi processo? Sì, in quanto accade nello spazio tempo determinato della situazione di dialogo. No, perchè non si esaurisce in quel processo, in quanto essa trascende il qui e ora e agisce sulla totalità e nel futuro.

La filosofia si traduce anche in ragione, pensiero, critica, perciò la pratica è anche chiarificazione dei pensieri, mappa concettuale, ristrutturazione dei ragionamenti ma ciò non esaurisce il suo portato che investe persone, fatte di essere, che è corpo, anima, spirito. Purtuttavia ciò non significa rifarsi ad un vago concetto olistico oggi di moda. Piuttosto rimanda alla questione antropologica, e cioè la pratica filosofica è necessariamente legata alla risposta alla domanda: che cos’è l’uomo? A seconda di come si risponde a questa domanda cambia il paradigma filosofico di riferimento. Diverso quindi sarà se si considera l’intima essenza umana la coscienza/mente, il sostituto neuroscientifico dell’anima, o la materia biologica, o il binomio corpo/mente, o io/super io/es o altro ancora .

Se i filosofi pratici intendono occuparsi delle menti (mente o cervello in quanto sede del pensiero) degli uomini farebbero meglio a fare gli psicologi, poiché la differenza non esiste. Se lo scopo è solo comprendere il discorso altrui, il filosofo pratico può rinunciare alla sua pretesa specificità: lo fanno già in molti, consulenti e professionisti. Il chirurgo dei pensieri non è filosofo, la deriva razional popolare di matrice analitica ha già dimostrato la sua sterilità, più o meno alla fine degli anni ’90, quando ci si rese conto che la sola analisi del linguaggio, l’esattezza delle argomentazioni, la pragmatica del discorso (nel concreto sempre disattesa e quasi attuata all’inverso) non portavano a nulla, (Hilary Putnam, «La filosofia analitica è vuota») se non a non sapere che pesci pigliare. Cercando di dire solo ciò che è possibile dire, nei limiti stabiliti dai tecnici del linguaggio, si finisce di non poter dire niente, si giunge all’afasia. La pratica filosofica, o consulenza così come è nata agli inizi del 2000 in Italia,  “logico-argomentativa” pare ignorare quella direzione che mira alla “visione delle essenze“ dei vissuti afferrabili e analizzabili nell’intuizione, nella loro pura generalità essenziale, come vissuti degli uomini e dalle donne.

La filosofia non può essere l’apologia della ragione e del linguaggio ma la liberazione dell’interrogazione e della ricerca, non è teoria dell’ideologia ma preghiera dell’essere. Quando crediamo che la teoria guidi il nostro agire riteniamo che i pensieri ci portino esattamente ad un punto d’azione preciso e coerente ma poche volte è davvero così, certo lo è nel caso dei bisogni primari: ho fame apro una confezione prendo una mela e la addento, ho sete e bevo, ma se ho desiderio di conoscere posso, e la scelta sarà decisiva, scegliere tra diverse opzioni: studiare, leggere, consultare la rete, chiedere ad un esperto. Nel caso volessi migliorare me stesso ho davanti scelte differenti, posso andare in palestra, fare un corso di formazione, andare da un sacerdote, da un terapeuta, da un consulente, se voglio crescere come persona devo prima decidere in base a quali criteri per me crescere ha significato.

Del resto se Socrate è padre nobile della pratica filosofica ciò significa che non ci si può conoscere se non ci si ri-conosce. L’incontro con se stessi, quindi, e la scoperta della propria totalità presuppone un cammino a ritroso, un “tornare indietro”, che è l’unico che possa permetterci di entrare in contatto con l’interezza di quello che siamo. Si può parlare di filosofia in rapporto, di motivazione, intenzionalità, di spirito, di kardia, di proattività, di essere e di essenza profonda della e nella pratica filosofica? Se la filosofia è un’attività e una ricerca, impone ai filosofi di abbandonare ogni facile patria, di lasciarsi alle spalle credenze e pregiudizi, per decidersi ad andare.

Tutto ciò offre un’idea di filosofo consulente come figura mimetica aperta alle dinamiche contemporanee, che fonda la razionalità del suo agire nel valore etico, dialogico e spirituale, senza per questo avere un’etica specifica, nel dialogo concreto e non finto o artefatto, o direttivo mascherato, e  senza nessun idealismo spiritualistico o vacue proposte simil new age.

«Succede della maggioranza dei filosofi sistematici, riguardo ai loro sistemi, come di chi si costruisse un castello e poi se ne andasse a vivere in un fienile: per conto loro essi non vivono in quell’enorme costruzione sistematica. Ma nel campo dello spirito ciò costituisce un’obiezione capitale. Qui i pensieri, i pensieri di un uomo, devono essere l’abitazione in cui egli vive: altrimenti sono guai» Søren Kierkegaard.

“Chi si fida dei propri ragionamenti e delle indagini compiute attraverso di essi, perché pensa di trovare tutta la verità con distinzioni, sillogismi ed analisi, non può né conoscere le esperienze dell’uomo spirituale né credere in esse. In effetti costui è psichico: ‘ma chi è psichico’, dice ‘non riceverà le manifestazioni dello Spirito’, né può farlo: quindi chi non le conosce e non vi crede, come potrà renderle conoscibili e credibili, confrontandosi con gli altri? Gregorio Palamas, Le Triadi.

 “L’originalità della filosofia contemporanea è di aver chiarito come non mai nel passato, protesa sull’enigma dell’esistenza, la richiesta di questo «ricupero essenziale» che l’uomo deve operare su di sé ogni volta che nella vita e nel pensiero egli interroga sull’essere. Si tratta quindi di avvertire, dal profondo, la peculiarità dell’essere umano che non può limitarsi ad essere un oggetto fra gli oggetti o alla funzione di soggetto per gli oggetti: in realtà l’essenza del nostro essere come spirito è precisamente la «libertà» Cornelio Fabro.

«La filosofia non asciuga lacrime né dispensa sorrisi, ma dice la sua parola sulla “verità” delle lacrime e dei sorrisi.» Michele Federico Sciacca.

Altra voce dal profondo, ho sentito risonare, altra luce e più giocondo, ho veduto un altro mare. Vedo il mar senza confini, senza sponde faticate, vedo l’onde illuminate, che carena non varcò. Vedo il sole che non cala, lento e stanco a sera in mare, ma la luce sfolgorare, vedo sopra il vasto mar. [I figli del mare] Carlo Michelstaedter

Una parola malfamata. (…)  Eppure mistico significa soltanto iniziato, colui che è stato introdotto ad altri o da se stesso in un’esperienza, in una conoscenza che non è quella quotidiana, non è alla portata di tutti. (…) La stessa comunicabilità universale, come carattere della ragione, è un pregiudizio, un’illusione. (…) Anche il razionalismo è mistico. E in genere “mistico” va rivendicato come epiteto onorifico. G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi.

img: simbolisignificati

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Filosofia

Empedocle. Cuore noematico, sovraumano intelletto.

“Il suo sguardo non è quello ossimorico, distaccato e severo di Eraclito, né quello apollineo e contemplativo di Parmenide. Empedocle è sapiente e poeta, conosce e vibra. E sogna. E prova nostalgia. Sogna un mondo non travagliato da Contesa, un mondo retto dall’armonia di Amore; prova nostalgia per la perduta natura divina dell’uomo, che va riconquistata attraverso la conoscenza, lontano dalla via funesta di Contesa, e nostalgia per la pace e l’unità della natura originaria, cui la morte mistica può condurre”, scrive Angelo Tonelli, che ha tradotto i Frammenti e testimonianze di Empedocle per Bompiani (2002).

Sovraumano intelletto – lo definisce Lucrezio nel De rerum natura. Empedocle nacque nel 492 circa ad Agrigento. O anche per la natura mistica e divina che lo circonfonde si disse che apparve presso le rive dorate del fiume Akragas. Fu – in termini odierni – pensatore, ingegnere e scienziato, iniziato e sciamano. Taumaturgo e mago disse Hegel.

Empedocle è una continua espressione dell’interiorità Mistica. È uno sforzo ininterrotto di fondere ciò che gli sta dentro  con ciò che lo circonda. Esiste la distinzione tra gli uomini quella tra gli uomini mediocri. La tirannia è invece l’imporsi di un uomo mediocre al di sopra di tutti i suoi uguali. E’ l’ultimo filosofo dei sapienti prima di Platone a scrivere in versi.

Disse: sono stato un tempo fanciullo e fanciulla, arbusto e uccello e  muto pesce del mare. Racchiude nel suo pensiero ascendenze orfiche e pitagorica nella credenza nella trasfigurazione delle anime e trasmigrazione nella condotta di vita secondo principi di purificazione ascesi e politica. Molti suoi versi e molte leggende che lo riguardano ci parlano di un mago, di uno sciamano che crede nella reincarnazione e si proclama discendente dalla stirpe degli dèi. Nel poema “Le purificazioni”, dice infatti: “Vengo a voi come un dio immortale, non più come mortale, da tutti onorato…”.

Nella sua filosofia, come in quelle degli altri Presocratici, non mancano elementi mistici: l’identificazione del nóema con il sangue, quindi con il pensiero pre-razionale. L’attimo della suprema conoscenza mistica in Empedocle è lo Sphaîros, lo stato di perfezione del mondo, in cui l’Amore ha la meglio sull’Odio e unifica i quattro elementi naturali confondendoli in una immobile sfera. Ma questa situazione dura un attimo,  inevitabilmente distrutta dal Neîkos che tutto infrange e separa, e così il ciclo del fenomeno ricomincia. La circolarità del tempo indica l’inesauribilità della fonte extra-fenomenica, che costringe le sue varie manifestazioni a riverberarla perpetuamente in cicli infiniti.

Empedocle individua nella storia dell’Essere 4 diverse fasi che si ripetono ciclicamente, dominate dalle due forze cosmiche. Nelle due fasi in cui c’è il completo dominio dell’Amore (tutti gli elementi sono unificati in completa armonia) e il completo dominio dell’Odio (regno del caos), non c’è vita. Quando l’Odio dissolve il tutto uniforme dell’armonia originaria, si attraversa una fase intermedia in cui le due forze coesistono, fino a sfociare nel regno del caos, da cui si esce quando l’Amore inizia a riconciliare gli elementi all’origine dell’Essere. La vita è possibile sono nelle due fasi intermedie, in cui le 4 radici origini dell’essere sono soggetti al divenire per via della guerra tra le due forze cosmiche.

La bellezza odia il fato terribile da sopportarsi. Il noema significa intuizione e non pensiero razionale.

Scrisse: “Il sangue che sta attorno al cuore è il pensiero degli uomini”

Il pensiero razionale è un fatto puramente cerebrale, non dà nessuna sensazione al petto: ciò che da questa sensazione è oltre che pensiero, sentimento ed intuizione. Qui tutto qui sta ad indicare una conoscenza mistica: prapides originariamente diaframma qui nel senso di cuore, è il luogo dove nasce per tutti i mistici  l’intuizione; il verbo è ereido, il cui significato è piombare su una cosa e stabilirvisi in modo definitivo esprime lo slancio entusiastico al tempo stesso la sicurezza di questo genere di conoscenza; epopteuo  è il termine tecnico ad indicare la contemplazione sopra razionale.

Giorgio Colli scriveva uno schizzo così: “I lontani Greci: α) Parmenide venerabile, β) Empedocle tragico, γ) Eraclito oscuro, δ) Platone divino, ε) La caduta dello spirito dionisiaco.” E ancora. “Lato mistico e lato politico nei Presocratici. Contraddizioni nelle dottrine presocratiche che si spiegano con il contrasto tra pura interiorità che li spinge al misticismo ed impulso ad esprimersi politicamente che fa loro creare i loro sistemi filosofici, li fa capi di scuole filosofiche e di sette religiose, educatori e comandanti politici.”

Plutarco ci riferisce che per Empedocle l’acqua è l’elemento dell’amore, Novalis scrive: l’acqua si mostra come elemento dell’amore della mescolanza dominando sulla terra il divino slancio pieno di bontà dell’amore immacolato.

Federica Montevecchi, curatrice dell’edizione Adelphi degli scritti di Giorgio Colli sul filosofo, scrive: Empedocle è dunque un misti­co che vive e considera come inseparabili la dimen­sione mortale e quella immortale, aspetti polari di una medesima natura la cui trascendenza è irridu­cibile a una spiegazione razionale.

Decide di attuare in Agrigento una sua polis di purificazione, una polis in cui l’odio venga eliminato per quanto si può su questa terra, e parla ai cittadini, accentua l’ascetismo pitagorico, li ama come un dio che ama gli uomini, guarisce le loro malattie perchè il dolore dell’umanità diminuisca e scrive per loro I canti di purificazione. (G. Colli, Filosofi sovrumani, 1939)

Dopo di lui apparvero Socrate e Platone.

Empedocle rientra nella storia materiale nel XX° secolo nel 1904 quando viene acquistato nel mercato antiquario di Achmim – l’antica Panopoli che è il nome greco di un’antica città dell’Alto Egitto conosciuta nell’Ellade anche come Chemmis o Khemmis e chiamata attualmente col nome arabo di Akhmim, sulle rive est del Nilo, patria del poeta Nonno – , un lotto di papiri egiziani che finisce in Germania. Nel 1990 Alain Martin uno studioso ipotizza la paternità di quello che diventerà in seguito il Papiro di Strasbourgo di Empedocle. Tale conferma sarà resa pubblica nel 1992. L’edizione critica sarà del 1999 spingendo il filosofo presocratico verso il nuovo secolo.

Scrive Volpi nel 1998: “Una sensazionale scoperta fatta nella Bibliotèque Nationale et Universitaire di Strasburgo dal grecista belga Alain Martin getta nuova luce sull’ enigmatico filosofo presocratico. In un papiro databile intorno alla fine del I secolo d. C. Martin ha identificato i resti di un libro antico di qualità contenente il poema Sulla natura di Empedocle, che offrirebbe la prima trasmissione diretta dell’ opera, antica di 2500 anni, restituendocene insperatamente ben 74 esametri. Martin ne ha curato l’ edizione e il commento insieme all’ antichista tedesco Oliver Primavesi: L’ Empedocle de Strasbourg. Introduction, édition et commentaire, de Gruyter, XII-396 pagg., 6 tavole. La storia del prezioso papiro si perde nella notte dei tempi, ed è difficile ricostruire con certezza tutte le tappe del miracoloso cammino che lo ha portato fino a noi. Si sa che nel 1904 esso fu acquistato dall’ archeologo tedesco Otto Rubensohn per conto del “Deutsches Papyruskartell” presso un antiquario nella città egiziana di Achmim, l’ antica Panopoli. Arrotolato e piegato a ciambella, il papiro fu utilizzato come sostegno rigido per una corona funebre, assieme alla quale venne comperato. Quando fu tolto dalla corona e ridisteso, si lacerò in 52 frammenti. Finì, illeggibile, a Berlino, dove si procedette all’ estrazione a sorte per distribuire tra gli enti partecipanti al “Deutsches Papyruskartell” i materiali raccolti dalla spedizione. Gli inservibili lacerti del papiro furono assegnati alla Biblioteca di Strasburgo, allora sotto l’ impero tedesco. Qui furono “provvisoriamente” catalogati con la sigla P. Stras. gr. Inv. 1665-1666, in verità definitivamente abbandonati al tempo e alla polvere. Fino a quando, nel 1990, sull’ inestimabile reperto ha messo gli occhi Martin, che è riuscito a ricomporlo e a individuare, nella primavera del 1994, l’ autore dei versi.

img: (Empedocles Philosfus stampa del Remondini, Bassano) wellcome collection org

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Filosofia, pratica filosofica

Dialogo socratico e pratica filosofica. Intervista su SoloTablet

La sua estrema fragilità e mimeticità la rende vulnerabile e precaria. Parlare di metodo è pedante e noioso ma necessario perché rende ciò che si fa credibile e professionale. Negare il metodo o generalizzare come fa Achenbach non è molto di aiuto. Serve una costante opera di ricomposizione è un lavoro di Sisifo, ricostruire, collegare, analizzare questa è la ricerca infinita dei filosofi cui la consulenza non può sottrarsi.

Consulenza filosofica e dialogo socratico nell’era tecnologica

 “La tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla!” – Ernst Junger –  “Da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da sé stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d’averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me.”– Socrate (Teeteto)

L’era tecnologica e digitale suggerisce leadership riflessive, dialoganti, capaci di interpretare le categorie dell’efficienza organizzativa, delle capacità individuali e dell’efficacia alla luce della rivoluzione tecnologica e nell’ottica delle persone.

Internet, smartphone, piattaforme social hanno trasformato ogni attività online in conversazioni, spesso caratterizzate dalla superficialità dell’interazione e dalla brutalità del linguaggio. Conversare però non è dialogare. Dialogo significa parlare attraverso, con il desiderio di trovare un punto in comune. Il dialogo è anche mettersi nei panni degli altri, non è un semplice scambio di opinioni, neppure una discussione dialettica finalizzata ad avere ragione. Si basa sull’ascolto dell’altro, sulla capacità di catturare l’attenzione reciproca e sull’ottenimento di un consenso generale. 

Il dialogo oggi è anche strumento della pratica filosofica che il consulente filosofico utilizza con persone che vivono l’era digitale attuale con incertezza, disagio, ansia, stanchezza e insoddisfazione. Il dialogo serve a porsi domande, a guardare alla realtà in modo diverso, a superare schemi fissi e i paradigmi che li sostengono, bias di conferma, per andare alla ricerca di nuove strade. Il dialogo è importante, fondamentale, per superare i conflitti e nella consulenza filosofica diventa cura e prendersi cura. Di dialogo, consulenza filosofica, era tecnologica, leadership e organizzazioni abbiamo deciso di parlare, in forma di intervista, con manager d’azienda, consulenti filosofici, leader di mercato e studiosi.  

L’intervista è condotta da Carlo Mazzucchelli (fondatore di www.solotablet.it e scrittore) e Giovanna Maria Farina (filosofa, Consulente filosofico e scrittrice) con Davide UbizzoConsulente filosofico presso MIUR

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale (lavorativa, professionale, manageriale, ecc.), del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione critica sull’era tecnologica e dell’informazione che viviamo?

Buongiorno. Mi occupo di pratica filosofica e lavoro nella scuola. Vivo e pratico nel territorio lagunare veneziano e mi occupo, da ormai dieci anni, di: consulenze, Caffè filosofici, Laboratori, Dialoghi di cittadinanza. Il mio interesse per le nuove tecnologie risale al primo anno di Filosofia all’Università di Ca’ Foscari a Venezia, alla fine degli anni ’80. Sono interessato all’universo digitale perché lo ritengo uno sviluppatore di conoscenza, un acceleratore di informazioni e un espansore di stimoli di pensiero.

Mi sono occupato a lungo, all’incirca dal 2001 dopo un master sempre a Ca’ Foscari con il prof. Margiotta in e-learning, di e-commerce, di gestione siti web, comunicazione web, piattaforme, social network e contenuti digitali. Sono socio Phronesis, l’associazione nazionale per la consulenza filosofica, per la quale ho ricoperto anche ruoli gestionali, al momento faccio parte della Redazione della Rivista omonima Phronesis.

Dal 2014 gestisco il blog Pragma Sofia, l’esercizio della filosofia. In questo momento sono impegnato in un nuovo progetto con la scuola secondaria di primo grado, sto svolgendo dei Laboratori filosofici nelle classi seconde con alunni di 12/13 anni.

Si dice che Internet sia Conversazione (The Clutrain Manifesto). Il mondo interconnesso globalizzato dalla tecnologia ne è una testimonianza palese. Dispositivi, applicazioni e piattaforme facilitano interazioni, conversazioni, colloqui. È come se tutti stessimo dialogando. In realtà la pratica del dialogo (διά- λογος – attraverso le parole) online è la grande assente, sia nelle interazioni personali sia in quelle lavorative e professionali. Si legge poco e superficialmente, non si presta attenzione, la concentrazione è scarsa, prevalgono l’urlo e la brutalità del linguaggio, si praticano la promozione e la vendita (anche di sé stessi) più che la persuasione. Lei cosa ne pensa? Come vede il dialogare online, anche filosofico? In che modo si potrebbe alimentarlo e coltivarlo?

Conversazione, comunicazione, colloquio. Ogni termine presuppone un diverso grado di interazione e diversi gradi di relazione.

Nel lessico filosofico si parla di dialogo nel senso del dialogo socratico che per me è sinonimo di dialogo filosofico. Credo che servirebbe uno studio rigoroso su ciò che è il dialogo socratico e ciò che spesso viene inteso come dialogo tout court. C’è molta confusione anche tra addetti ai lavori. Lo slittamento linguistico tra dialogo e dialettica non spiega tutto.

C’è chi confonde dialogo e eristica e pensa che il dialogo sia una competizione agonistica,  chi spaccia per dialogo un sorta di interrogatorio di polizia, chi spaccia per dialogo i propri soliloqui e monologhi, chi parla di dialogo ma poi pone dei paletti alla discussione. Le comunicazioni on line segnano una differenza importante rispetto al dialogo in presenza. Come del resto ogni relazione che si sviluppa in rete è sostanzialmente diversa rispetto alle relazioni interpersonali a cui siamo abituati. Mancano tutte le qualità fisiche e relazionali di un vero rapporto umano: gestualità, tono della voce, sguardo, pause e tempi di reazione, rapporto, socievolezza.  Il dialogo on line è un dialogo senza corpo, fatto al massimo, in tempi di piattaforme streaming, di volto, voce e sguardo fisso in webcam, e la chat a latere. Di certo il modello social non favorisce il dialogo di natura socratica o filosofico, anche tentativi di amici o conoscenti in questo senso mostrano la corda: la brevità del testo, il tempo di connessione, la frettolosità che è connaturata alla frequentazione dei social media, l’impossibilità di un approfondimento reale, sono tutti motivi per cui il dialogo social non si può considerare vero dialogo. E’ tuttalpiù conversazione appunto, chiacchiera, opinione, umoralità ma anche finzione, maschera, velo di Maya.

Ciò non significa che non sia possibile applicare il dialogo socratico o filosofico in contesti digitali, ciò presuppone un intervento a priori nell’organizzazione del contesto e dei tempi svolgimento: piattaforme, siti, blog non escludono affatto al possibilità di dialogare anzi, è però necessario, come del resto nel mondo “reale” ricavare spazi e tempi “diversi”, la filosofia comporta sempre una sorta di sospensione spazio temporale. Il mondo digitale è una prateria sconfinata per sperimentazioni di questo tipo, basta volerlo.

Saper dialogare non è importante solo online. Lo è nella vita, nelle aziende, nelle organizzazioni e nella società. Il dialogo serve a migliorare la capacità di formulare pensieri, a coltivare la capacità e la sensibilità di ascolto, a andare in maggiore profondità, a praticare il pragmatismo della comunicazione e a conoscere meglio sé stessi e gli altri. Il dialogo serve a togliere la maschera alle cose e alle persone, a aprire nuove possibilità di conoscenza (anche del Sé), di consapevolezza e di relazione. Quanto conta secondo lei il dialogo nelle pratiche quotidiane? Quanto importante ritiene che esso sia in aziende e organizzazioni nella fase attuale di trasformazione digitale, di smartworking e didattica a distanza, e di conversazioni online?

Che il dialogo sia importante credo sia fuori discussione, che sia in qualche modo di supporto a questa società in cui viviamo mi pare molto dubbio, per le caratteristiche della società occidentale stessa: frettolosità, superficialità, rapporti di forze, natura dei rapporti interpersonali.

Queste caratteristiche sono opposte alle condizioni in cui il dialogo nasce e si sviluppa: lentezza, conoscenza, pensiero critico, problematizzazione, mancanza di riguardo preventiva, pariteticità, cura della psyché, non curanza dei beni materiali. Il dialogo filosofico è sovversivo rispetto al reale sociale. Il dialogo filosofico è assente nelle pratiche quotidiane, non è fatto per il nostro quotidiano attuale.

Dovrebbe essere pratica quotidiana e chissà magari lo diventerà perché pur essendo nel quotidiano, (la riflessione dovrebbe accompagnare gli uomini in ogni passo) non ne è parte, curioso no? Non sono sicuro nemmeno che il dialogo filosofico  sia componente dell’attuale trasformazione in atto nel mondo digitale delle organizzazioni che attuano protocolli e chiedono algoritmi, o comprano software gestionali. C’è uno spazio “filosofico” nei contenuti, nella comunicazione, nella gestione clienti. Forse.

Socrate è il primo filosofo della filosofia occidentale a occuparsi dell’interiorità. Considerato il più sapiente di Grecia dall’oracolo di Delfi ha ideato il dialogo come strumento di ricerca interiore. La sua arte maieutica capace di far partorire le menti era improntata sull’ironia. Maieutica e ironia, due strumenti capaci di mettere in scacco l’interlocutore per far elaborare gli stereotipi. Il dialogo socratico è utile a dirigenti d’azienda, manager, professionisti ma anche a chiunque voglia acquisire la conoscenza di sé. Nella sua pratica professionale e/o di consulente filosofico cosa pensa del dialogo socratico? Può avere un ruolo terapeutico? Diverso e/o migliore di terapie psicologiche e altre pratiche finalizzate al benessere personale? In che modo lo usa, adattandolo, nelle sue attività?

Nella mia attività di pratica filosofica utilizzo il Dialogo socratico da qualche anno ormai. Lo faccio nei Laboratori, nei Dialoghi di cittadinanza e in generale nelle attività di gruppo. Non utilizzo fedelmente il modello di Nelson Heckmann e Specht ma ne seguo i principi base che ne fanno un paradigma per la philosophische praxis, in quanto empirica, dialogica, antidogmatica, critica, intuitiva e astrattiva.

Non mi pongo il problema se sia terapeutico o finalizzato al benessere personale perché per me la questione è esclusivamente filosofica ovvero riguarda la totalità dell’essere umano che entra in gioco nel dialogo: corpo, anima e spirito. Certo salute, guarigione, cura, benessere, sono tutti costrutti oggi molto di moda che in un qualche senso ruotano attorno all’idea di eudaimonia aristotelica ma sono troppo di moda per non essere sospetti, danno troppo l’idea di spendibilità sul mercato, che per carità è legittima ma non necessaria, meglio applicare una sana diffidenza e pensare alla phronesis ovvero la saggezza di vivere, e la sofia che le sta accanto, e quindi tentare di rispondere alle domande che poneva Agnes Heller nel suo la Filosofia Radicale: come si deve pensare, come si deve agire, come si deve vivere.”

Da qualche anno ormai propongo i Dialoghi di cittadinanza una formula di pratica di gruppo in cui l’esercizio della filosofia può creare consapevolezza, produrre l’interiorizzazione riflessiva di nuove comprensioni che avvengono nel processo dialogico, può suscitare e favorire un diverso senso di condivisione del pensiero e del vivere, proprio e altrui, mettendo in gioco una comunicazione autentica e profonda. Sulla fruibilità e accessibilità del dialogo nella pratica filosofica sarebbe necessaria una riflessione: aspettative, attitudine, precomprensioni, le dinamiche possibili sono molteplici.

Molti consulenti filosofici che hanno preso a modello Socrate e non solo, fanno della formazione lo strumento e la chiave delle loro pratiche filosofiche. Ma il filosofo non è un insegnante, neppure un educatore, semmai un maestro come lo è stato Socrate, sempre alla ricerca di conoscenza, anche del sé, di nuove mappe della realtà e di nuove verità. Il maestro non ha alunni, studenti o allievi ma discepoli. La ricerca, che parte dal non sapere, non va confusa con l’educare che si basa sulla trasmissione di un sapere acquisito e consolidato. Mentre l’educazione trasferisce cose e concetti già pronti, idee già masticate e digerite, la ricerca serve a creare cose nuove, a partire da nuove idee e nuove concettualizzazioni del mondo, Da consulente filosofico lei cosa pensa? Si sente filosofo, educatore, maestro, ricercatore? Che importanza ha per lei continuare a fare ricerca e che importanza ha nella pratica filosofica da consulente?

Socrate lo si può intendere solo come paradigma, come exemplum concreto di agire filosofico che accade.

Molti prendono Socrate ad esempio a modello e in effetti Socrate è il primo filosofo della storia del mondo e della filosofia di strada però appunto è necessario anche capire cosa Socrate mostra. Il Socrate citato nel mondo delle pratiche è spesso un feticcio, un presupposto inespresso, un espediente retorico.

Dal mio punto di vista Socrate mostra che la filosofia apre all’uomo la dimensione della dialettica io / mondo e offre come strumenti il domandare radicale, il problematizzare, la parresia, ponendo infine la questione spirituale (che riguarda il nostro essere intero) e politica nell’esistenza ovvero il rapporto con gli altri e la questione del governo degli uomini. Il carattere critico problematico della ricerca sempre aperta di Socrate per una vita etica personale che ci apre al mondo è ciò che rende l’esercizio della filosofia nella pratica filosofica una nuova praxis socratica, che realizza nel suo fare un’intenzionalità spirituale. 

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In realtà, e mi pare una curiosità da sottolineare, la pratica filosofica oggi realizza vivificandole tutte queste istanze insite nel pensiero socratico e nel suo agire ma non le esibisce, forse perché meno interessata alla teoria epistemologica che ossessiona l’accademia. La filosofia è il quid che rende viva la nostra vita, Platone la chiamava fiamma che balza, Nietzsche parlava di passione per la conoscenza, “Amor che ne la mente mi ragiona” scriveva Dante nel Convivio. 

Per lavoro mi sono occupato per lo più di educazione, sono stato animatore, educatore, attualmente insegno e al contempo la mia ricerca filosofica non ha fine nel mio fare attività di pratica. Quanto al rapporto formazione / filosofia mi pare che la questione sia mal posta. Da Pitagora e il suo circolo la filosofia è tratto comune che caratterizza la vita di gruppi di persone che la praticano. Come vogliamo chiamarla? Vita filosofica? Non vedo come in altro modo. Socrate fu maestro? Sì ma non professionista. Non si faceva pagare. E’ certo corretto non  confondere educazione e filosofia ma è anche difficile distinguerle in maniera netta come vorrebbe qualcuno. Nell’antichità queste distinzioni non esistevano.

Scuola deriva da “scholé” parola che indica le attività che il cittadino riservava a sé stesso, che i Greci chiamavano “paidéia”, e vedevano in maniera non specialistica, integrale.  Davvero si può dire che un’attività di pratica filosofica non è formativa? Cadere in questo pensiero manicheo è piuttosto superficiale e significa disconoscere secoli di pensiero pedagogico e di paidetica. Di solito ha a che fare con l’antipedagogia. Poi la pratica filosofica utilizza tutte le modalità formali della formazione e dell’educazione: corsi, scuole, aule, testi, programmi, docenti, quote, pagamenti. Che contraddizione ipocrita.

La distinzione necessaria è forse tra addestramento e formazione, nel primo caso Socrate c’entra poco nel secondo, appunto, non lo si può escludere categoricamente, anzi. Le distinzioni servono a chi si vuole distinguere e ai suoi interessi.

Diffido perciò da chi perentoriamente divide gli ambiti e poi magari nel dichiarare di non voler essere maestro fonda scuole filosofiche. Io posso sentirmi filosofo, educatore, maestro e ricercatore senza grosse difficoltà.

Molti filosofi, consulenti con formazione umanistica si stanno oggi cimentando nella consulenza filosofica. Con quali risultati è difficile dirlo, soprattutto perché diversi sono gli approcci e le metodologie adottate e proposte. Secondo lei esiste un unico metodo universale per la consulenza filosofica o ne esistono diversi? Qual è quello da lei adottato e/o quale considera il più adeguato in una realtà mediata e ibridata tecnologicamente? Una realtà accelerata, caratterizzata dal costante cambiamento, che obbliga a cambiare modi di pensare e paradigmi, a aprire la mente e a elaborare pensiero critico.  Una realtà che obbliga aziende e persone a cambiare ma che non hanno necessariamente pensato che una consulenza filosofica potrebbe fornire loro la giusta soluzione.

La consulenza filosofica è sempre in bilico, sul crinale dell’essere/ non essere e del desiderare. La sua estrema fragilità e mimeticità la rende vulnerabile e precaria. Parlare di metodo è pedante e noioso ma necessario perché rende ciò che si fa credibile e professionale. Negare il metodo o generalizzare come fa Achenbach non è molto di aiuto. Serve una costante opera di ricomposizione è un lavoro di Sisifo, ricostruire, collegare, analizzare questa è la ricerca infinita dei filosofi cui la consulenza non può sottrarsi.

La consulenza vive il mondo attuale nel suo farsi quotidiano quindi è per forza liquida, digitale, proiettata nel futuro ed è l’unica possibilità che esista nel mercato per orientare le riflessioni personali che si ricavano dall’esperienza, che come analisi dei nostri vissuti necessitano di una comprensione immaginativa capace di orientare l’esistenza al di fuori del corto raggio dell’agire economico adattivo e del funzionamento conformista.

Questo è ciò che solo la filosofia è in grado di garantire.

Prima della consulenza filosofica c’è la filosofia e l’essere filosofo. La filosofia fa parte della vita di ogni consulente filosofico. Cosa significa per lei filosofare? Come è arrivato/a fare il consulente filosofico, con quali motivazioni e attraverso quale percorso? Cosa è per lei la consulenza filosofica? Non le sembra strano che proprio mentre la filosofia sta attraversando un periodo problematico nelle scuole e nelle università, sia diventata strumento e pratica rilevante all’interno di numerose aziende e organizzazioni (in Italia forse meno che in altri paesi)?

Un filosofo che non viva la filosofia mi pare un ossimoro. Filosofia significa in greco amore per il sapere. Filosofia è la passione per il sapere che ci lega alla vita ogni giorno. Una filosofia che non parli all’esistenza è alienazione. Essa fiorisce più in tempi di crisi, come nel IV secolo a.c. in Grecia e prima come risposta alla paura, dall’espediente e dal desiderio. La filosofia come l’Eros platonico è figlia di povertà ed ingegno.

La vecchia filosofia che nobilita la disciplina storica, quella lunga sequenza di nomi e idee, è il DNA dell’uomo occidentale. La ricerca filosofica si nutre di innovazione e di severa disciplina di studio, richiede attenzione e spirito vigile.  Le aziende e il mercato forse capiscono oggi che la filosofia è centrale per orientare nella complessità ma temo che abbiano bisogno di ricette facilmente spendibili nell’immediato, mentre i tempi del lavoro filosofico sono di solito più lunghi. La filosofia mi accompagna da quando avevo 15 anni e grazie al mio professore delle superiori lessi il Simposio platonico e Nietzsche, come dire l’Alpha e l’Omega in un certo senso. In seguito alla laurea sono arrivato alla Pratica filosofica e alla Consulenza interessandomi ad essa nel 2008 e poi nel 2011 con l’Associazione Phronesis in cui ho ricoperto qualche incarico.

Considero ancora una fortuna poter godere della tenacia della filosofia e della sua resistenza in tempi così cupi e vedere molti cimentarsi con un ritorno alla filosofia come esercizio e pratica. La filosofia torna sempre in tempi di crisi, come ho detto è una delle sue caratteristiche.

Ciò che la consulenza filosofica offre non sono risposte e domande poste mille volte ma la ricerca della domanda giusta, capace di cambiare la prospettiva alla radice sul problema preso in considerazione. In un ‘epoca accelerata dalla tecnologia, la consulenza filosofica suggerisce di rallentare, fermarsi, tacere e isolarsi dal brusio digitale di fondo, per riflettere e impegnarsi in un percorso di ricerca personale dal significato e effetti esistenziali. Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Per curiosità (aprirsi a prospettive inattese), disperazione, simpatia verso la filosofia, bisogno di acquisire un approccio critico e indipendente, libero da condizionamenti e pensieri abituali, difficoltà a accettare il conformismo diffuso, antipatia verso terapie psicologiche, o altro ancora? Lei cosa ne pensa?

Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Non ne ho idea. Non mi occupo di filosofia in azienda. Però posso dire che fa bene. Anche se di solito si cerca quello che non si ha e si vorrebbe avere. In azienda conta quello che vuole il titolare che compra i servizi che gli servono ma se ritiene di comprare la filosofa penso che stia spendendo bene i suoi soldi e che dimostri coraggio e lungimiranza, investire in filosofia significa mettere tutto in discussione anche se magari il risultato non è sempre quello sperato.

Forse questo ipotetico imprenditore probabilmente potrebbe cercare qualche competenza che il suo mondo aziendale non frequenta: pensiero critico, consapevolezza, orientamento, strategia, uno sguardo terzo.

Certo un filosofo pagato da un’azienda cercherà di vendere quello che serve all’azienda, sarà quindi un filosofo aziendale.

Uno degli ambiti nei quali potrebbe focalizzarsi la ricerca filosofica è quello tecnologico e digitale. Di nuovi libri su Socrate, Platone, Spinoza o Nietzsche non se ne sente una reale necessità. Di studi filosofici sulla tecnologia al contrario ce n’è un gran bisogno. Anche per i filosofi che hanno scelto la consulenza filosofica fatta di filosofia pratica e dialogo socratico. Una ricerca in ambito tecnologico non potrebbe essere definita astratta o lontana dalla vita ma molto pratica e concreta. Porterebbe a riflettere criticamente sulle molteplici realtà quotidiane mediate tecnologicamente, a sperimentare nuovi strumenti dialogici, tecnologici e digitali. Lei cosa pensa? Non ritiene urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti? Nel suo ruolo di consulente filosofico che ruolo hanno le nuove tecnologie (piattaforme social, APP di messaggistica, strumenti come Zoom, Skype, ecc.?).

Ritengo urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti e credo che la filosofia potrebbe fornire un metodo e i contesti adeguati a favorirla però non ne vedo la consapevolezza negli addetti ai lavori a parte rare eccezioni. Significherebbe che i filosofi dovrebbero contaminarsi con altre discipline e questo è spesso difficile per reciproche difficoltà relazionali, però quando accade i risultati ci sono eccome.

Penso ai Laboratori filosofici che sto sperimentando con ragazzi della scuola secondaria. Personalmente utilizzo i principali canali di comunicazione digitale: GSuite, Zoom, Meet, Skype, Messenger, WhatsApp, Facebook, Moodle, anche come consulente e l’ho sempre fatto con curiosità e attenzione critica.

Il motto socratico “Sapere di non sapere è sapere” conduce l’essere umano, l’individuo, alla consapevolezza dei propri limiti. Non è questo ciò che manca alle persone? Credere di sapere tutto, non è forse questo l’errore “metodologico” che conduce a mostrare senza vergogna un’ignoranza pericolosa?

Ma certo. Perché il “sapere di non sapere” può condurre tanto al relativismo che a nuovi assoluti.

Mi spiego: l’uomo può sentirsi libero da vincoli non riconoscendo alcun assoluto a cui fare riferimento nel rimettere tutto in discussione oppure, dal lato opposto, può temere e sfuggire al terrore di non avere più riferimenti e certezze stabili e così andare alla ricerca di un porto sicuro, possibilmente che si adatti alle proprie esigenze. In entrambi i casi “il sapere di non sapere” è il porto di partenza.

In realtà ciò che conta sono le tappe intermedie che ti fanno giungere al porto di destinazione, qualunque sia.

Aristotele nella sua opera Politica riconosce la famiglia come luogo capace insieme alla polis, la piccola città stato greca, di dare sicurezza alle persone regalando loro la felicità. Crede che ciò sia possibile anche oggi, o la felicità sia da ricercarsi altrove? Cosa suggerire a chi si rivolge al consulente filosofico per trovare una serena vita felice?

Ethos e Polis, etica e politica sono focus della filosofia a partire da Platone ed Aristotele. Platone l’aristocratico cerca di salvaguardare la polis dai guasti della democrazia, Aristotele lo straniero cerca di garantire all’individuo una vita sicura.

Le formule per la felicità cambiano a seconda dei tempi. La famiglia è nucleo primario di socialità ma il senso comune di famiglia cambia nel tempo. Spesso la famiglia è l’inferno da cui fuggire. L’altrove è sempre un’incognita. ”Un altro mare” scriveva Michelstaedter.

La serenità della vita è l’utopia del mondo progressista, in realtà essa è sempre una ricerca esistenziale e personale infinita ma proprio per questo continuamente rimessa in discussone.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l’iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Suggerisco di attendere il prossimo numero di Phronesis, la rivista, in uscita a breve in cui spero di pubblicare un articolo che parla proprio di Dialogo. Consiglio il testo di Linda M. Napolitano Valditara sul Dialogo socratico, può aiutare a capire meglio i termini della questione dialogo / Socrate.

Cosa pensa del progetto SoloTablet? Anche una prima impressione conta. Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

SoloTablet deve avere la tenacia della filosofia nel continuare a proporre domande e risposte (anche scomode) ai tempi attuali che stiamo vivendo, incerti e complessi. Grazie!

https://www.solotablet.it/blog/tecnologia-e-dialogo-socratico/conversazione-comunicazione-colloquio

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