Filosofia, pratica filosofica

Pragma Sofia, l’esercizio della filosofia, il blog.

Pragma è parola greca che significa cosa, affare,  la res latina e anche fatto, avvenimento. Pragma è anche azione, la cosa che appartiene all’ambito della vita nel suo dispiegarsi in tutte le forme e le attività di prestazione, formazione, pensiero. Pragma è quindi la dimensione di ogni cosa che riguarda l’affare umano, l’agire e la sua razionalità, la sua logica, conoscitiva, esperienziale e spirituale che si costituisce come sapere, sophía. Sofia che si  traduce e si incarna in sapere, sapienza, conoscenza e spirito, è il logos umano per eccellenza.

La pratica filosofica, in cui si dispiega questa idea di sapienza e di ragione come praxis, ha il suo compimento all’infinito e costituisce l’esercizio filosofico in senso proprio che è intenzionalità pragmatica e spirituale.

L’esercizio della filosofia è questione che attiene all’agire umano, all’orientamento spirituale ed etico, alle scelte politiche, intese come “della polis” in senso socratico. Il riferimento è il ruolo personale e sociale della filosofia che viene sviluppato sui due livelli integranti l’interagire umano, dal punto di vista soggettivo, rivolto quindi a tutto ciò che riguarda le scelte etiche ed esistenziali e l’utilizzo di un pensiero critico: responsabilità, consapevolezza, valori, visioni del mondo, idee; e dal punto di vista collettivo, vale a dire più propriamente legato al contesto intersoggettivo, ciò che ci accomuna e ci divide.

Questo è quindi un blog di pratica filosofica, di formazione, di attualità, di educazione, talvolta di musica, arte e poesia e spiritualità, nella convinzione che la cultura è ciò che rende possibile ogni cosa, plasmando in modi infiniti la natura umana.

Per informazioni e contatti:

davide.ubizzo@gmail.com

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Attualità

Venezia vista dall’acqua.

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“Città ricca d’oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond’è cinta, dalla prudente sapienza dè figli suoi munita e fatta sicura” (Francesco Petrarca ad un amico 1321)

Βενετιϰή, Venetica, Venetia, Bunduqiya, Wenecja, Venetsia, ΒενετιϰόϚ, Venedig, Benetki, Venèsia.

118 isole, 150 rii o canali circa 400 ponti. Un tempo regione augustea, “dalla Pannonia all’Adda”. La grande Venezia, (con l’Istria) di epoca romana, poi scomparve nel 569 d.C. lasciando lo spazio alla seconda Venezia come viene chiamata dallo storico venetico più antico, Giovanni Diacono, quella che noi così conosciamo. Oggi Venezia è sommersa. Venezia sul crinale di un’era terribile priva di equilibrio e di assennatezza. Venezia che oggi sta per esser piombata nel gorgo della forza di una natura debordante i vincoli umani; una Venezia in pericolo ove mancano però uomini attenti che, all’improvviso, la possano vedere e la salvino. Come Jaffier il traditore redento, salvatore e condannato, della tragedia di Simone Weil. O meglio, abbondano uomini e donne che seppur attenti prefigurano una spirale di visioni infauste ma non sanno come intervenire. Dilaga la psicosi del complotto. Dei presunti esperti, dello Stato, degli italiani, degli affaristi senza scrupoli, dei politicanti, della politica, dell’Europa. Venezia è perduta.

Di questi tempi grami in cui l’acqua sembra voler inghiottire con voracità Venezia, quell’acqua marina che invade le rive e penetra da ogni pertugio, si assiste turbati a uno spettacolo naturale di violenza devastante e repentina, come l’onda di denigrazione e cinismo, rivendicazioni e odio e profonda insipienza, quella che ci sommerge come l’acqua.

Incuranti di calici screziati e legni antichissimi, di lamine dorate in tessere incollate, di colonne e pietre levigate, che ancor oggi sulla linea di riflesso dell’acqua che s’innalza risaltano di intatto splendore. Ignari di vetri soffiati, di ricami delicati, di frutti prelibati, di artefici alchemici alimentari.  Del tutto a digiuno di Venetia et Histria, di tribuni marittimi, di Magister Militum, di Cronaca Altinate, di Mauro e Aurio, di Santa Giustina alle Vignole, di Narsete, di San Teodoro, e di pirateria adriatica, di Istria e Dalmazia. Dei Gritti, dei Pisani, dei Grimani, dei Contarini, dei Morosini. Di Veronica Franco e Isabella Cortese. O di Elena Lucrezia Cornaro. Di Interdetto papale, di congiura di Bedmar, di Marino Falier. Di narentani ed Uscocchi. Di Napoleone, di sale e di vino e di olio. E di Carpaccio, di Tiziano, di Giorgione, di Tiepolo e Tintoretto, di Paris Bordone e Cosmè Tura. Di Scamozzi, Sanmicheli, Palladio, Sansovino. Di Candia, di Zante, di Rettimo, di Zara, di Scutari e Durazzo, delle Tremiti, di Cipro. E di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, che ne sanno?

“Beauty is difficult”, la bellezza è difficile. Ezra Pound nel 1908 a Venezia con 80 dollari in tasca pubblica a sue spese la prima raccolta di poesie, A Lume Spento, cantando il sole veneziano, Alma Sol Veneziae. Pound cantava Venezia nella sua Litania notturna «O Dio delle acque, / monda i nostri cuori dentro di noi, / E le nostre labbra per lodarti. / Perché ho veduto / L’ombra di questa tua Venezia / rifrangersi sulle acque, / E le tue stelle // L’hanno veduto dal loro corso remoto / Hanno veduto questa cosa, / O Dio delle acque, / Come sono le tue stelle / Silenti nel loro grande moto, / Così il mio cuore / è silente dentro di me». Quella di Pound, nelle prime poesie veneziane, è una Venezia solare, portatrice di energia, di vita, non di morte come quella di Thomas Mann.

E nel nome della bellezza, platonicamente, la città è cresciuta, generata nella e dalla bellezza, partorita nel bello secondo il corpo (la materia povera delle lagune) e secondo l’anima, (il credo ortodosso cristiano) culla di filosofia a Padova, lo Studium Patavinum, o alla Marciana, di Marco colma di testi antichi, oggi biblioteca nazionale. Che ne sanno oggi dei viaggi di Dante, Petrarca, Leone ebreo,  Erasmo da Rotterdam, Paolo Sarpi, Galileo Galilei, Giordano Bruno (arrestato a palazzo Mocenigo a S. Tomà e portato a San Domenico di Castello), Hobbes,  Rousseau (che vive ai Tre Archi di S. Giobbe), Goethe che arriva dal Brenta in Burchiello, Schopenhauer, Nietzsche che va al Lido a fare i bagni con il fidato Koselitz/Peter Gast, J.P. Sartre, Luigi Stefanini e il filosofo Giuseppe Rensi che cerca una stampa del Cavaliere Solitario, nella città più bella del mondo?

L’antica basilica di San Marco porta scolpite e composte nei marmi, da Bisanzio, le sacre e ieratiche figure di santi e le narrazioni evangeliche che portano a Dio come ad un’ascesa spirituale. I veneziani vollero ancorare al sacro mistero cristiano la loro sorte terrena. 9000 metri quadrati di lamine e tasselli d’oro di vetro e ricoperti con una sottile foglia  da 24 carati, sulle cupole dell’Emanuele, dell’Ascensione e della Pentecoste dove troneggia la Colomba Bianca simbolo dello Spirito Santo da cui scendono 12 fiamme di fuoco sulle teste degli Apostoli, ai piedi dei quali vi sono coppie di figure con il nome di diversi luoghi del mondo che rappresentano i popoli che ricevettero il messaggio di Cristo. Con l’aggiunta di una sagace scaltrezza che pose in Cripta i resti di Marco, il santo, fatto patrono. Dall’arte di Costantinopoli arrivano anche le 1927 pietre preziose della Pala d’Oro. Rubini, smeraldi, topazi, perle, corniole, zaffiri, ametiste, agate.

Rialto fu sempre luogo cardine della vita commerciale veneziana fin dal 1200 e deve la sua configurazione alla natura di scambio e commercio gravante attorno alla piccola chiesa di San Giacomo, sotto i portici al cui riparo si trattavano merci di tutto il mondo conosciuto, (e dove nasceva una delle prime banche d’Europa) nelle cui locande alloggiavano mercanti stranieri, e nelle osterie si ristoravano cittadini e forestieri. Il ponte cinquecentesco (fino al 1591 il ponte era in legno) congiungeva le due zone principali di Venezia: San Marco centro politico e religioso con le mercerie, e Rialto (Rivo Altus) primigienia sede della Nuova Venezia del 700 d.C. luogo di traffici, accordi, commerci. Alvise Zorzi lo considera “il più straordinario crogiolo di lingue, di popoli e di razze e, insieme il più variopinto centro d’affari che si fosse mai visto dopo la caduta di Costantinopoli”. Nella Drapperia o Draparia, nelle botteghe e nei botteghini antistanti gli orefici e i gioiellieri trattavano turchesi persiani e smeraldi indiani, cristallo di rocca e lapislazzuli afghani, rubini, zaffiri, corniole, topazi e diamanti, e da questi artigiani prese il nome la larga calle che fronteggia l’edificio del (fu) Magistrato alle Acque, nel cui cornicione d’angolo, verso il Ponte di Rialto, spicca una statua della giustizia con spada e bilancia, probabilmente d’epoca romana, simbolo di equità nei traffici commerciali. Rialto Mercato veneziano per eccellenza, con la sua Erbaria e le Beccarie, carne e verdure, e il vino veneziano che dà nome alle cantine di mescita, le Malvasie. La diffusione del vitigno e del nome venezianizzato  di Malvasia: dalla Grecia all’Italia, Istria e Dalmazia, Spagna e Portogallo. Si diffonde con la caduta dell’Impero Romano d’Oriente quando a Venezia tocca il porto fortificato di Monemvasia, ovvero Malvasia, i cui vigneti danno da sempre vino eccellente. Molte osterie della città lagunare cominciarono a vendere esclusivamente Malvasia, tanto da venir identificate con il termine stesso. Ancor oggi a Venezia calli e ponti ricordano questo vitigno e con il termine “Malvasie” si indicano i locali in cui si servono principalmente vini sfusi.

E poi San Pietro di Castello che fu prima Basilica cittadina, ad Olivolo, sorta nella metà del secolo VII, una delle isole che formavano la Venezia primigenia e bizantina, che custodisce la Cattedra di San Pietro, in realtà parte di un’antica stele funeraria islamica con motivi decorativi arabi e incisioni in cufico di versetti del Corano. A Grado stava il Patriarca di Venezia fino al XVI secolo quando si trasferì a San Pietro di Castello e lì restò fino al 1807. (San Marco era la cappella privata del Doge). L’altar maggiore, dov’è collocato il corpo del primo patriarca, San Lorenzo Giustiniani, fu scolpito l’anno 1649 con disegno di Baldassare Longhena. Lorenzo Giustiniani fu asceta e mistico, fondatore dei cosiddetti Celestini di San Giorgio in Alga, dall’isola dove si ritirò per vivere in comune con loro, riconosciuti poi come “Compagnia di canonici secolari” ordine monastico in seguito diffusosi in Italia ed Europa concordandosi alla regola agostiniana, fondato appunto nell’isola di San Giorgio in alga, a nord della città lagunare affacciata sul Canale Vecchio di Fusina che da Venezia prosegue sino all’imbocco del Brenta, oggi isola totalmente depredata e abbandonata, ridotta a pochi ruderi circondati di rovi.

La Laguna luogo di eremi e di mistici. Come il soggiorno in laguna nel 1220 di San Francesco d’Assisi di ritorno dall’Oriente e dalla Quinta crociata, o dall’Egitto. Anche se rimangono molti dubbi sulla veridicità del fatto certo è che nel 1228 il patrizio Jacopo Michiel, proprietario dell’isola detta Isola delle Due Vigne, accordandosi con Sant’Antonio da Padova, ministro provinciale, fece erigere una chiesa a nome di San Francesco. Questa risulta essere la prima chiesa dedicata al santo, dove campeggia il motto: “Beata solitudo, sola beatitudo”

E di Venezia e della sua natura bizantina si può intendere dalle leggi superstiti e dalle consuetudini che acquisisce dal morente impero romano d’Oriente, dopo esser stata lido romano, tra Lio Piccolo ad Altino, sotto Aquileia, all’avvicinarsi del nuovo millennio,  verso l’anno mille. Il diritto romano, e le antiche leggi riformate da Giustiniano, rientrarono subito in vigore nei territori lagunari dipendenti da Bisanzio. Come intendere altrimenti la consacrazione della cattedrale di Torcello alla Madre di Dio, Theotokos secondo Efesi 431 e il Cristo pantocratore che domina le cupole nei mosaici a San Marco? Grazie al suo passato greco-bizantino visibile ad ogni angolo e grazie al suo ruolo di mediatrice tra Est e Ovest, Venezia è il simbolo della coabitazione umana e di civile convivenza. Dalle sponde della Serenissima il viaggio verso Oriente, per terra o per mare (dall’Adriatico, allo Ionio, all’Egeo) si svolgeva attraverso un cammino che conduceva sulla via delle Indie o verso Costantinopoli. Un itinerario ricco di suggestioni, fortemente attraente, altamente rischioso. L’Oriente, rappresentò il luogo più indicato per la “formazione” diplomatica e per l’esercizio della buona pratica mercantile dei giovani patrizi che usualmente si dedicavano ai commerci dopo gli studi filosofici a Padova. Le Relazioni presentate al Senato dagli ambasciatori di ritorno dalla propria missione informavano le autorità cittadine sugli esiti dell’incarico politico svolto presso la corte del Sultano e non tralasciavano impressioni o valutazioni ricchissime di notizie.

Così fu per l’isola di San Lazzaro degli armeni, rifugio offerto nel 1717 quando la Serenissima accolse i monaci profughi fuggiti dalle persecuzioni turche. L’isola conserva l’antica stamperia e un prezioso sarcofago egiziano. Dalla Riva degli Schiavoni si raggiunge con la linea 20 del vaporetto, seconda fermata dopo l’isola San Servolo, dove c’era il manicomio. A San Lazzaro veniva a meditare lord Byron, «amico degli armeni» di cui volle imparare la lingua. I mercanti partiti dalle pendici dell’Ararat, il monte di Noè, erano presenti in città fin dal Medioevo, come attestano gli antichi toponimi. Ruga Giuffa, non lontano da San Marco, era il quartiere dei mercanti armeni provenienti dalla città di Julfa, ora in Iran, prospero centro sulla Via della Seta. il Sottoportego degli Armeni, nei pressi di San Marco, nasconde la piccola chiesa di Santa Croce e il minuscolo campanile del XIII secolo, un luogo misterioso e arcano che sembra uscito dalle strisce di Corto Maltese di Hugo Pratt, il veneziano artista del fumetto. Qui si raccoglievano i mercanti per ascoltare la messa con la liturgia armena, di molto anteriore al rito latino romano. E se vogliamo essere pignoli  con il termine “armelin” i veneziani chiamano le albicocche, frutto onnipresente in Armenia. Fu la  Quarta Crociata che portò a Venezia un vero e proprio impero coloniale e sancì la sua egemonia su tutto il Mediterraneo orientale: la città lagunare arrivò a controllare gli stretti, l’ingresso nel Bosforo e tutta la rotta marittima dalla laguna veneta fino a Costantinopoli. La repubblica marinara si impadronì dei principali porti dell’Ellesponto e del Mar di Marmara, dei centri strategici del Peloponneso oltre che di Ragusa e Durazzo. Divenne padrona anche delle isole Ionie, di Creta, che comprò da Bonifacio, della la maggior parte delle isole dell’arcipelago e della città di Adrianopoli, nevralgico centro della Tracia imperiale.

La Repubblica di Venezia fu uno dei più potenti e fieri stati dell’Italia preunitaria, ma attorno al 1500 la crescente potenza della città lagunare destava preoccupazione sia agli altri stati italiani che alle potenze straniere presenti nella penisola, ma soprattutto a papa Giulio II: a preoccupare il pontefice era la dichiarata volontà della Repubblica di espandersi verso la Romagna. Le trattative avviate dal papa contro Venezia coinvolgevano gran parte degli stati italiani ma anche le principali potenze europee. Tutti avevano dei conti da regolare con lo Stato marciano. Quando tutti si allearono contro Venezia e la sconfissero, consegnarono nuovamente l’Italia a stranieri vittoriosi. La “rotta della Ghiaradadda” fu un colpo terribile per Venezia; la ritirata di ciò che rimaneva dell’esercito marciano si arrestò solamente sulle “ripe salse“, ovvero tra Mestre e Peschiera. Le potenze della lega di Cambrai approfittarono della crisi veneziana per agire; le truppe pontificie conquistarono le terre romagnole, inclusa Ravenna, mentre nel sud la Spagna si riprendeva i porti pugliesi; il duca di Ferrara occupava il Polesine e Rovigo. Quanto a Luigi XII, questi annetteva al Ducato di Milano le città di Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, Peschiera e la Ghiaradadda. Verona, Padova e Vicenza si ribellavano dandosi a Massimiliano I. Dalla paura di un’Italia unita e veneziana alla disgregazione e parcellizzazione straniera della penisola.

Venezia in conflitto atavico con Roma. Perchè la Repubblica conservava con cura la propria autonomia. Il Vaticano esigeva privilegi speciali che Venezia non volle (quasi) mai concedere. Per le questioni territoriali con il Patriarcato di Aquileia. Per le contese territoriali e fluviali in Romagna. Per la negata esenzione fiscale agli enti religiosi, per la scelta –  sempre rifiutata dalla Serenissima ma da Roma richiesta – di poter decidere i titolari delle sedi espiscopali. Perchè Venezia non garantiva l’immunità al clero rispetto ai suoi tribunali. Per il controllo anche dei vascelli battenti bandiera vaticana operato da Venezia nell’Adriatico. Perchè la Serenissima rifiutò di applicare l’Indice dei libri proibiti sul suo territorio, e così per l’ospitalità distintiva della Repubblica per chiunque professasse fedi differenti: marrani, ebrei, protestanti, greci ortodossi, nonchè i turchi. Nel 1568 papa Pio V indirizzò implicitamente contro Venezia l’encicicla In Coena Domini, con la quale esigeva obbedienza incondizionata. (Venezia negò per un anno, dopo l’arresto nel 1592, l’estradizione a Roma di Giordano Bruno, poi capitolò). Infine si arrivò all’Interdetto del 1606, punizione ecclesiastica che interdice il culto e i sacramenti in uno Stato cattolico e che, per tale motivo, è considerata equivalente alla scomunica. La vicenda vedrà scendere in un accesissimo dibattito personaggi illustri come i cardinali Baronio e Bellarmino per la Santa Sede e Paolo Sarpi e Antonio Querini per la Repubblica veneta. La Repubblica dichiara le censure pontificie contrarie alle Divine Scritture, alla dottrina dei santi Padri, “in pregiudizio dell’autorità secolare donataci da Dio e della libertà del Stato nostro”. La contesa terminerà il 21 aprile 1607 con una “sconfitta” del papa appena velata: egli toglieva l’interdetto senza che Venezia prestasse un’adeguata soddisfazione, né rinunciasse alla sua presa di posizione sulla questione di principio.

Venezia nasce dalla paura e dalla meraviglia, nasce nel turbine delle invasioni straniere dei Longobardi che si scatenò tra il V e il VI secolo sopra l’angolo nord-orientale della penisola italica. I primi veneziani in fuga dai barbari, in cerca di un riparo sicuro, profughi, migranti veneti che si fanno pescatori, commercianti, a vanto della loro città divennero abilissimi costruttori anfibi di meraviglie in mosaico e pietra d’Istria. Diventano Venetici. Spirito, ingegno, onore e genio. Vendita del pesce e raccolta del sale crearono le prime fonti di ricchezza. Se non si presta attenzione alla difesa della libertà e dell’autonomia non si capisce Venezia. L’unicità di una città-stato costruita tra mare e laguna, sospesa tra terra e mare è tutta qui. A questo allude il suo simbolo, il leone alato cinquecentesco del Carpaccio, posa una zampa sulla terra e l’altra sul mare. E’ qualcosa di intermedio: un grande daimon. E la sua felicità, il suo buon demone, fu questo gioco di riflessi tra cielo, mare e acqua salsa. Una terra mobile che si colora e scompare, che si allaga e si secca, su cui il tempo sembra rallentare. Fermare il tempo, congelare l’ideale.

In quanto città eterna rappresenta l’immagine scolpita dell’impresa millenaria di una stirpe audace qual era a quel tempo la gente veneta. Venezia è una liturgia di amore uranico cesellata e sospesa nei secoli, figlia di penuria e ingegno, che seppe elevare un tempio su colonne di canneti e limonio. Per questo Venezia è città filosofica, straordinaria e peculiare, perché come ricorda Diotima nel Simposio platonico, come Eros che è filosofo, e ha come madre la mancanza, la privazione, Penia, che mendica avanzi dal banchetto degli dei, suo padre è ingegno, Poros, che è figlio di sapienza e scaltrezza, così Venezia costruita dal poco o nulla della barena limo-argillosa, “suolo salso” altamente clorurico, diventa città d’oro, con ingegno e inventiva  straordinari. Si può ignorare l’incuranza verso un bene così prezioso, verso un frutto eccelso dell’ingegno veneto e italico, così delicato e fragile?

“La bellissima e meravigliosa realtà di Venezia va oltre la più stravagante fantasia di un sognatore. L’oppio non riuscirebbe a creare un posto come questo, e un posto così incantevole non potrebbe venire fuori neppure da una visione.Tutto quello che avevo sentito, letto o fantasticato su Venezia è lontano mille miglia. Sai che tendo a essere deluso quando si tratta di aspettarsi troppo ma Venezia è sopra, oltre, al di fuori dell’immaginazione umana.” (Charles Dickens ad un amico 12 novembre 1844)

“Venezia vista dall’acqua” è il titolo di un volume di G. Piamonte pubblicato nel 1968 dalla fu casa editrice stamperia di Venezia.
img: ©Stefano Soffiato 2018
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Etica, Filosofia, Venezia

Della Buona morte.

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La cura per i morenti e i morti è sempre stata considerata dall’uomo un dovere d’amore verso le persone più vicine e care in vita. La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo. Essa costituisce il contenuto centrale di quell’ars moriendi che è saggio esercitare durante tutta la vita. Chi potrebbe, in ogni caso, desiderare una “cattiva morte”?

La filosofia, al contrario delle scienze che, soprattutto nel ‘900 hanno escluso la morte dalla società e dalle relazioni abituali, medicalizzandola, ospedalizzandola, decontestualizzandola come sterile momento di decesso, la filosofia invece ha sempre attribuito al momento di passaggio finale un’importanza essenziale.

La filosofia anzi è, per i greci, una preparazione alla morte attuata in vita attraverso una trasformazione interiore. Già nei riti misterici vigeva la convinzione che per conoscere la Morte bisogna ‘provarla’, ‘sperimentarla’ già in vita acquisendo la capacità di uscire lucidamente e deliberatamente dal corpo, anticipando quell’esperienza che ciascun uomo dovrà fare al termine della propria esistenza. Lo stoicismo, dottrina della scuola filosofica fondata da Zenone di Cizia e sviluppatasi fino al tardo ellenismo e all’epoca romana –  da cui il cristianesimo accoglie molte delle impostazione etiche –  consiste nell’ atteggiamento di impassibile sopportazione delle sventure, del dolore, delle avversità. La morte è propria di ogni vivente, è inerente alla vita stessa, perché questa è un ciclo che ha un termine iscritto necessariamente nel suo percorso. Tutto questo non dipende dall’uomo. Epitteto, com’è noto, affermò: «Per noi la morte è nulla. Infatti, finché viviamo, essa non c’è. E quando essa c’è, noi non siamo più».

Heidegger parlava di esser-per-la-morte in questi termini: “La morte sovrasta l’esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta. (…)La morte è una possibilità di essere che l’esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’esserci sovrasta se stesso nel suo poter-essere più proprio.” Severino afferma: “Noi siamo eterni e mortali perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. (…) Come parte della Totalità certamente, non scompaio nel nulla. Sarò cenere (dopo essere stato non già cenere, ma ovulo e sperma). Resto parte della eterna Totalità eternamente, ma non sarò io, sarà cenere. Sarà Ente, ma non quell’ente che io ero. E questo, per me che sono in quanto non sono cenere ma esistenza (agente, pensante, senziente, ecc.) è Tutto ciò che conta. ”

Nello spirito dell’Antico e del Nuovo Testamento, i cristiani – sotto forme diverse nelle varie confessioni – hanno accompagnato i defunti all’ultima dimora e aiutato i superstiti in lutto attraverso la preghiera, la proclamazione della Parola e la liturgia, l’assistenza e l’accompagnamento. Il morire e la morte fanno parte della vita, e la festività di novembre ci ricorda il destino eterno di chi non c’è più, ma anche il nostro. Loro erano ciò che noi siamo e sono ciò che saremo. La fede insegna che poiché Dio lo ama, l’uomo può consegnare con fiducia se stesso e il frutto della sua vita nelle sue mani. Per imparare quest’abbandono non bisogna attendere il momento angoscioso della morte. “Tutta la nostra vita dev’essere una preparazione a fare una buona morte” diceva san Giovanni Bosco.

La commemorazione di tutti i defunti (in latino: Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum), che comunemente viene detta “giorno dei morti”, è una ricorrenza della Chiesa cristiana celebrata il 2 novembre di ogni anno, il giorno successivo alla solennità di Tutti i Santi. I riti funebri hanno lo scopo di esprimere pubblicamente il dolore e la solidarietà alla famiglia della persona scomparsa, aiutando la comunità del defunto ad accettare la nuova situazione. L’idea di commemorare i defunti in suffragio nasce su ispirazione di un rito bizantino che celebrava infatti tutti i morti, il sabato prima della domenica di Sessagesima, all’incirca in un periodo compreso tra la fine di gennaio e il mese di febbraio.

Nel mondo greco, gli onori dovuti ai morti erano un dovere fondamentale di pietà religiosa, che spettava ai figli o ai parenti più stretti. Si riteneva che la celebrazione del rituale propiziasse il viaggio del defunto verso l’Ade. La sepoltura aveva luogo prima dell’alba. Una processione seguiva il carro con il quale la salma veniva trasportata fino alla necropoli (ma a volte si trasportava a braccia il letto funebre): l’apriva una donna che portava un vaso per le libagioni, seguita dagli uomini, dalle donne e da suonatori di flauto. Si procedeva poi alla cremazione o all’inumazione: nel primo caso, la salma veniva posta su alcuni oggetti cari al defunto; le ceneri erano raccolte in un’urna che veniva collocata nel monumento della famiglia; nel caso della sepoltura (la procedura più diffusa), il corpo veniva posto in una bara in legno o terracotta. Il corredo funebre era costituito da oggetti della vita quotidiana; nella tomba si ponevano inoltre offerte votive di cibo, entro coppe, vasi, piatti ecc., quindi si eseguivano libagioni, frantumando poi parte dei recipienti utilizzati. Nel corso dei funerali pubblici e solenni riservati ai caduti in guerra, veniva pronunciato un elogio e talvolta si tenevano giochi.

Nell’antica Roma, il maschio più anziano della casa, il pater familias, veniva chiamato al capezzale del moribondo, dove aveva il compito di raccogliere l’ultimo alito vitale di chi si trovava in agonia. Al termine della processione, quando il corteo giungeva nel Foro, veniva pronunciata la laudatio funebris del defunto. Mimi, danzatori e musici, come pure lamentatrici professioniste (prefiche) venivano assunti dall’impresa per prendere parte ai funerali. I Romani meno scrupolosi potevano servirsi di mutue società funebri (collegia funeraticia) che svolgevano tali riti per loro conto. Nove giorni dopo la sistemazione definitiva della salma, avvenuta mediante seppellimento o cremazione, veniva data una festa (coena novendialis), in occasione della quale veniva versato vino o altra bevanda di pregio sulla tomba o sulle ceneri. Poiché la cremazione era la scelta prevalente, v’era l’uso di raccogliere le ceneri in un’urna funeraria e deporle in una nicchia ricavata in una tomba collettiva chiamata columbarium (colombaia).

Fin dall’inizio dell’Età medievale, soprattutto nelle zone rurali, più isolate i rituali della morte erano pieni di costumi ancestrali e pagani che il cristianesimo cercò di eliminare o, quando non era possibile, di adattare e cristianizzare. Ad esempio, la credenza popolare che la morte prematura portasse l’anima “in pena” del defunto a vagare tra i vivi, perché morto non in “pace con Dio”, portò la Chiesa a “creare” un luogo intermedio tra Inferno e Paradiso, dove le anime attendevano che i vivi, con le loro preghiere, ne ottenessero la salvezza. Alcune credenze popolari relative al Giorno dei morti sono di origine pagana. Così i contadini di molti paesi cattolici credono che quella notte i morti tornino nelle loro case precedenti e si cibino degli alimenti dei “vivi”.

In Italia e a Venezia nel tardo medioevo, ma se ne riconoscono iniziative antecedenti fin dall’antichità in Oriente, esistevano confraternite che venivano chiamate Scuola della Buona Morte, (dette anche Misericordia) il cui unico scopo era quello di gestire sepolture per persone povere o rinnegate, o specializzandosi nel compito di dare gli ultimi conforti ai condannati a morte, come fu l’attuale sede dell’Ateneo Veneto accanto alla Fenice (San Fantin)  che  veniva detta anche “Scuola della Buona Morte” o dei Picai (veneziano per “degli impiccati”) o agli annegati come quella vicino alla chiesa di San Marcuola a Cannaregio, oppure a Santa Maria del Giglio e San Moisè.

Oggigiorno ci si pone piuttosto raramente la questione della propria morte come pure di quella altrui, a meno che non ci colpisca da vicino e in modo violento. La vita continua a essere sempre caratterizzata da un’ars vivendi – un’arte del vivere – (piuttosto che dall’ars morendi) parziale, orientata esclusivamente agli ideali della vita giovane, sana, dinamica e di successo. Il culto della giovinezza, della bellezza, della carriera e del piacere, fa passare in secondo piano l’attenzione per le realtà spirituali e trascendenti.

La morte non è fine ma inizio e rinascita. Il culto delle tombe, dei morti, nel vissuto e nelle tradizioni anche di popoli cristiani, si basa sul concetto della memoria, (Mnemosyne)  del ricordo, oltre che della continuità di un rapporto che va al di là della vita. “Io mi sforzo di ricondurre il divino ch’è in me al divino che è nell’universo” (Porfirio, Vita di Plotino, 2). Il culto dei morti, ancora oggi, mantiene sottili persistenze di tradizioni precristiane rielaborate in senso cristiano.

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*parti di questo testo provengono dalla rete.

 

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Filosofia

#4 Post.it La filosofia nasce grande.

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Post it. Brevi postille filosofiche e non.

Perchè la filosofia? Perchè la filosofia antica, greca? Tutti ne parlano molti ne sparlano. Radure e antiche città. Alla ricerca della possente lucentezza, quella chiara profondità, quel nitore rigore dei grandi testi filosofici. Solo conoscendo che cosa è stata la filosofia si può comprendere il senso della sua trasformazione attuale e se ne può riscoprire il volto sotto la maschera.

«La sapienza o l’esperienza è il nome che ciascuno di noi dà ai propri errori. Sono però più istruttivi gli errori dei grandi intelletti che non la verità dei piccoli intelletti». (Oscar Wilde)

«Certo la parola “filosofia” è oggi continuamente ripetuta; ma appena se ne vuoi capire il significato vien fuori un tale vespaio che viene anche subito voglia di lasciar perdere. Il vespaio è prodotto in buona parte dal modo in cui oggi intendono la filosofia i filosofi di professione. Essa è sempre stata in relazione a tutto: non solo alla realtà come sembra ovvio; ma anche ad ogni forma di cultura. E si sa che, soprattutto nella nostra epoca, la cultura, e in particolare quella scientifica, è andata smisuratamente ingrandendosi e approfondendo. Sono andate quindi smisuratamente moltiplicandosi le relazioni che la filosofia intrattiene con i vari settori culturali. (…) Per rendere la cosa con una immagine, si potrebbe dire che mentre prima la filosofia era una città dalla quale si partivano molte vie che la collegavano diverse contrade, oggi invece le vie, oltre a moltiplicarsi sono di tutelare di autostrade che portano a miriadi di metropoli. La vecchia città si è ridotta a una piccola radura, alla quale i più attenti riconoscono ancora il carattere di punto di irradiazione, ma che più spesso considerata un angolo morto al di fuori del viavai del traffico. Avviene così che la parola “filosofia” sia oggi continuamente sulle labbra e, insieme, si consideri la filosofia come un angolo morto.(…) La filosofia oggi ha accanto a sé le scienze della natura, le scienze logico matematiche, le scienze dell’uomo (economia, psicologia, sociologia, antropologia, linguistica, e mettiamo subito un eccetera perché altrimenti non ci fermeremo più). Cioè la filosofia si presenta, oggi, sempre in compagnia di qualche estraneo – anche se queste estranei –  sono poi tutti i suoi figli. (…) In questo affollamento è difficile scorgere il volto della filosofia.(…) Inoltre, buona parte di quella folla imparato che la cultura dipende dalle condizioni storiche in cui essa vive e che quindi anche la filosofia è determinata dal tipo di società in cui si trova. La calca attorno alla filosofia cresce così a dismisura perché non è più formata soltanto dalle forme culturali, ma addirittura da tutti gli eventi della storia. Per chi vuole incominciare a capire qualcosa meglio la radura del sovraffollamento. (…) È vero che la filosofia è in relazione a tutto, ma per tenere dietro alle sue relazioni si deve incominciare a guardarla in faccia – guardare la sua faccia, dico. Solo in questo modo si può sperare di comprendere il senso autentico della sua relazione con l’intera cultura umana, della sua presenza nei settori più disparati del sapere il senso stesso del rifiuto che in tali settori viene operato nei suoi riguardi. (…) Ebbene, guardare in faccia la filosofia è possibile solo accostandosi alle grandi filosofia apparse nella storia, e soprattutto alla filosofia antica, cioè alla filosofia greca, che sta all’inizio e al fondamento dell’intera storia del pensiero filosofico. (…) Ma molto spesso sarebbe meglio che non si studiasse affatto la filosofia, piuttosto che studiarla come la si studia.(…) Se in tutta questa faccenda non si capisce nulla, allora a volte si risponde – il vizio nelle cose stesse. In questa situazione di (presunto) ingarbugliamento oggettivo diventa impalpabile e quindi incolpevole l’ingarbugliamento mentale di chi dovendo insegnare l’ingarbugliamento oggettivo della filosofia, dovrebbe almeno saper tener dietro alle circonvoluzioni del garbuglio. (…) Ma le cose non stanno in questo modo. Il Garbuglio c’è, indubbiamente. Ma emerge proprio in quando il pensiero e linguaggio filosofici hanno raggiunto quella possente lucentezza, quella chiara profondità, quel nitore rigore  –  tutta caratteristiche, queste, che non hanno nulla a che vedere con la facilità – che sono propri dei grandi testi filosofici. Non è prima, ma è dopo che questi testi sono fatti capire, che può incominciare ad apparire il Garbuglio, il problema dal quale non ci si può più sottrarre (e che include anche il problema del capire del capire la filosofia). (…) Intravvedere quella chiarezza essenziale del pensiero filosofico a partire dalla quale soltanto può farsi innanzi il problema autentico della filosofia (e quest’ultimo genitivo è sia soggettivo sia oggettivo).  Aiutare a scorgere il profilo della montagna significa appunto introdurre a quella chiarezza essenziale.  Un elemento fondamentale di tale chiarezza è il legame profondo che unisce tutte le grandi filosofie. (…) Ma la considerazione di questo legame acquista l’importanza e il significato che le sono propri solo se, innanzitutto, non si perde il ricordo della città filosofica. Rivolgere l’attenzione verso il legame profondo tra i grandi pensatori significa non perdere il ricordo di quella città. Solo conoscendo che cosa è stata la filosofia si può comprendere il senso della sua trasformazione attuale e se ne può riscoprire il volto sotto la maschera. La filosofia tende oggi a confluire nella scienza. Ma solo ricordando ciò che la filosofia è stata si può sperare di comprendere il senso della scienza e della stessa civiltà che sul fondamento della scienza sta costruendosi.»

Emanuele Severino, Introduzione a La filosofia antica, Rizzoli 1984.

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Filosofia, Linguaggio

#3 Post it. Un cibo dell’anima. Philosophica Philologica.

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Post it. Brevi postille filosofiche e non.

Linguaggio e filosofia. Logos e sophia, pragma e thauma.

«Il latino, dunque, come paradigma di un parlare illustre, non confuso, e perciò condizione di un vero colloquio, di un fare e agire coerenti e responsabili. La filologia ‘ama’ un tale linguaggio, ma è ben cosciente di non poterne mai raggiungere l’efficacia. Come il testo di cui abbiamo cura, in tutte le accezioni del termine, rimane sempre anche un ‘tesoro nascosto’ così il latino che amiamo non potrà mai essere perfettamente nostro. Un cibo dell’anima, lo chiamava Valla di cui non potremo mai saziarci. Il latino educa questa la sua funzione: trarci fuori dal parlare disordinato, incoerente dalla decadenza in cui è caduto linguaggio, e che è il segno più drammatico della decadenza della cultura tutta. (…)

Esso dovrà servire ad armarsi di un logos capace di significare con precisione e di comunicare universalmente. E questo ora nel nostro presente. La parola, approfondita nel suo etymon, sotto il profilo sia linguistico che semantico, vale in quanto esprime la più ferma intenzione a designare ordinate la cosa.  De re agitur. E tuttavia nessuna cosa, mai, potrà essere conosciuta dall’uomo se non attraverso la potenza del linguaggio dono divino. Qui sta davvero l’acquisizione filosofica fondamentale dell’Umanesimo: non abbiamo a che fare con dati ai quali adattare convenzioni linguistiche, come un abito a un corpo. Abbiamo a che fare soltanto con fatti e cioè eventi, situazioni, che sono in quanto da noi espressi interpretati, agiti. Si tratta della cosa che il greco chiama pragma. Tale filologia ha in sé il germe, e più che il germe, di qualsiasi futura ermeneutica. (…)

La philia per la storia e il significato della parola, come di una potenza che attraverso il nostro atto di parlare, continuamente si esprime, e che pure sempre ci trascende, potenza che proprio nell’immaginazione artistico – poetico perviene al suo culmine appare essenzialmente affine a quella per la sophìa;  verso entrambi, logos e sophìa, rivolgiamo il cammino, e di entrambi siamo sempre mancanti: un abisso si spalanca appena ci apriamo al thauma anche di una singola voce, e mai riuscirà un discorso a determinare l’essenza stessa in sé di qualsiasi cosa. Tuttavia proprio nel cammino, nell’aprirsi la strada, più terso e vivo diviene il linguaggio, più critico il modo in cui ne affrontiamo la storia e  gli autori (…), più forte il nesso fra ratio e oratio,  più feconda l’invenzione di motivi e immagini in cui esprimerlo.»

M. Cacciari, Philosophica Philologia. La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo, Einaudi 2019.

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Consulenza filosofica, Etica, Filosofia, pratica filosofica

#2 Post it. Praticare la filosofia, un florilègio.

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Post it. Brevi postille filosofiche e non.

Husserl nella Prolusione del 1917 affermava che i filosofi preferiscono ancora criticare dall’alto invece di comprendere dall’interno e studiare. Enzo Paci scrisse: “la filosofia ha davanti a sé l’orizzonte del futuro e dietro a sé l’orizzonte del passato.”  Husserl interroga “noi filosofi del presente”  e il ruolo dei filosofi nella cultura quando abbiano scoperto con certezza che ogni filosofia ha lo spazio effimero di una giornata “nell’ambito della flora filosofica”  che sempre nasce e perisce e sempre di nuovo. Merleau Ponty, dalla sua prospettiva fenomenologica, citava, quasi quarant’anni dopo nella sua Prolusione (Elogio della filosofia, SE, Milano, 2008), Socrate come colui che incarna l’idea di un pensiero che rifiuta di ritirarsi o ripiegarsi dal rapporto con il reale, declinato come realtà individuale e collettiva allo stesso tempo, e, rifiutando tale ripiegamento, mostra nuovi spazi di pensabilità. Socrate, per MerleauPonty, rappresenta l’espressione più compiuta di una filosofia autentica che non può che essere una vita filosofica.

«Cercare e ammettere che ci sono cose da vedere e da dire» in un legame indissolubile tra vita e pensiero. Qui, per il fenomenologo francese, il filosofare stesso trova la sua propria collocazione e funzione: dire il vero (parresia) è spesso un compito pericoloso eppure il filosofo deve farsi garante, testimone della verità. Vedere e dire il reale, il dire il vero sono attitudini filosofiche che incarnano una prospettiva che nel corso del ‘900 instrada la filosofia verso una dialogicità sociale e spirituale, in cui la ragione si fa mondo e il riconoscimento dell’io spirituale è compito analitico dei vecchi e nuovi filosofi.

«fare della buona filosofia consisterà […] nel creare la posizione del problema e nel creare le soluzioni, […] l’Essere stesso è problematico»

*  In Italia tra gli autori e le pratiche messe in atto, sembra prevalere una decisa preminenza del ruolo sociale della filosofia: sia dal punto di vista individuale, ovvero rivolto alle scelte etiche ed  esistenziali, sia dal punto di vista collettivo, vale a dire più propriamente etico e politico, fatto di scelte comuni e della loro complessità; in secondo luogo appare evidente come si sia dimostrato sterile il tentativo di ricostruirne una caratterizzazione specifica, basata su una chiara, univoca, esclusiva ed epistemologicamente fondata identità, stante l’ineluttabile impossibilità di un’unica definizione di filosofia (posto che se ne senta la necessità, di una definizione). Consulenza, Seminari, Laboratori, Dialoghi socratici, Caffè filosofici, consulenze di gruppo, P4C: che la consideriamo saggezza pratica con Aristotele[1] o esercizio spirituale con Pierre Hadot[2] siamo oggi consapevoli di che cosa parliamo quando parliamo di pratica filosofica.[3]

Minna Specht, collaboratrice negli anni ’20 del novecento di Leonard Nelson, descriveva il Discorso Socratico (Sokratische Gesprach la prima forma di Pratica filosofica)[4] come messa alla prova delle nostre vecchie convinzioni verso un cambiamento che purifica di cui il fondatore, Leonard Nelson, diceva: il dialogo socratico non è l’arte rivolta all’insegnamento della filosofia, ma al filosofare stesso[5]. Achenbach parlava di filosofia e consulenza come opportunità di vita[6], la Schuster descrive la consulenza come pratica alternativa, terapia e cura filosofica[7], Marc Sautet scriveva di uso spontaneo della filosofia che ha come vocazione quella di non tacere e di filosofare come mettere in dubbio[8]. Romano Madera e Luigi Vero Tarca scrissero di filosofia come stile di vita[9], in seguito a proposito di consulenza filosofica Ran Lahav parlò di ricerca della saggezza[10]. Neri Pollastri ha scritto che fare filosofia in consulenza significa cercare di mettere ordine razionale nel discorso[11] e Augusto Cavadi la definì filosofia di strada[12], e poi Davide Miccione che la descrisse come disciplina antichissima o recentissima[13], e Luciana Regina che parla di un fare che è pensare[14], oppure Stefano Zampieri che scrisse di vita filosofica[15], o Antonio Cosentino di filosofia come pratica sociale[16]. Giorgio Giacometti stesso parlò di consulenza come aporetica di un’attività complessa. Infine Moreno Montanari scriveva a proposito di filosofia come cura[17], e Oscar Brenifier di filosofare come Socrate[18] per il suoi Laboratori e per la sua idea di filosofia con i bambini. Questo florilegio di immagini rappresenta un caleidoscopio che tenta di descrivere una filosofia che torna a camminare per le nostre strade nel quotidiano, come scrive ancora Zampieri nella bella Prefazione ad un altro breve testo sulla consulenza filosofica pubblicato nel 2016 da Andrea Modesto.[19]

[1] Aristotele definisce phronesis la saggezza pratica «una disposizione vera, accompagnata da ragionamento, che dirige l’agire e concerne le cose che per l’uomo sono buone e cattive» Etica Nicomachea, VI, 5, 1140 b 4.

[2] P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, 2005. Il libro ricostruisce la storia di un sistema di pratiche filosofiche che si proponeva di formare gli animi piuttosto che informarli, attraverso un lavoro su se stessi che coinvolgeva non solo il pensiero, ma anche l’immaginazione, la sensibilità e la volontà. “La filosofia antica propone all’uomo un’arte della vita, mentre al contrario la filosofia moderna si presenta anzitutto come la costruzione di un linguaggio tecnico riservato a specialisti.”

[3] La conferma della maggiore affermazione di una interpretazione ampia di Pratica filosofica, anche a livello internazionale, è data dagli interventi succedutisi alla 14th International Conference on Philosophical Practice (ICPP 2016) tenuta a Berna. Vedi il resoconto di A. Modesto: http://andreamodesto.blogspot.it/2018/03/considerazioni-sul-presente-e.html

[4] “L’unica via d’uscita è rappresentata dal ritorno alla filosofia critica (…) La filosofia critica deve, quindi, correre ancora una volta in nostro aiuto, per riaffermare i diritti della teoria dell’autostima della ragione, in contrapposizione a tutte le false dottrine sull’impotenza della ragione umana.” Da “Del ruolo della filosofia nel nostro tempo nel rinnovamento della vita pubblica” in L. Nelson, Vita pubblica e ragion pratica, Rubettino, 2003 o vedere P. Dordoni, Il dialogo socratico, Apogeo 2009.

[5] Leonard Nelson, Il metodo socratico, 1922 in Paolo Dordoni, Il dialogo socratico, Apogeo 2009.

[6] Gerd B. Achenbach, La consulenza filosofica. La filosofia come opportunità di vita. Apogeo, Feltrinelli 2004.

[7] Shlomit C Schuster, La pratica filosofica. Una alternativa al counseling psicologico e alla psicoterapia. Apogeo, 2006.

[8] Marc Sautet, Socrate al caffè. Come la filosofia può insegnarci con semplicità e soddisfazione, a capire noi e il mondo. Ponte alle Grazie1997.

[9] Romano Madera, Luigi Vero Tarca, Filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche. Mondadori 2003.

[10] Ran Lahav, Comprendere la vita. La consulenza filosofica come ricerca della saggezza. Apogeo 2004.

[11] Neri Pollastri, Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche. Apogeo 2004.

[12] Augusto Cavadi, La filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche. Di Girolamo 2010.

[13] Davide Miccione, La consulenza filosofica. Xenia 2007.

[14] Luciana Regina, Consulenza filosofica: un fare che è pensare. Edizioni Unicopli 2006.

[15] Stefano Zampieri, Introduzione alla vita filosofica. Consulenza filosofica e vita quotidiana, Mimesis, 2010.

[16] Antonio Cosentino, Filosofia come pratica sociale. Comunità di ricerca, formazione e cura di sé, Apogeo 2008.

[17] Moreno Montanari, La filosofa come cura, Mursia 2012.

[18] Oscar Brenifier, Filosofare come Socrate. Teoria e forme della pratica filosofica con i bambini e gli adulti, Ipoc 2015.

[19] Andrea Modesto, Mini guida alla consulenza filosofica, Il pellicano 2016.

* (Brano tratto da Giorgio Giacometti, Platone 2.0 di Davide Ubizzo  recensione pubblicata sulal Rivista Phronesis, Anno XIV, numero 25-26 aprile 2016, uscita il 5 luglio 2018.)

img:Romanian Pavillion, Biennale di Venezia 2019

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Attualità, Etica, Filosofia, Politica

Recensione. Della Libertà, di Renato Pilutti.

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La libertà è spesso declinata al plurale, oppure viene intesa in senso molto relativistico, banalizzante, e non precisamente in-relazione tra concetti e enti diversi – la libertà è un fare-ciò-che-si-vuole, oppure un volere-ciò-che-si-fa?

Oggi è difficile parlare di libertà. Potrebbe sembrare un paradosso, in quanto viviamo in un’era di grande sviluppo tecnologico, di democrazia e di largo accesso al sapere. Eppure. Siamo oppressi da una miriade di limitazioni, di inibizioni: personali, che attengono al nostro carattere, alla nostra formazione, alla nostra educazione; sociali perché dipendono dall’ambiente in cui viviamo e in cui ci relazioniamo. Siamo determinati dalle leggi umane e del tutto cui apparteniamo,  e ad esse possiamo esclusivamente adeguarci. A livello personale ognuno cerca di prendere la misura di se stesso.

Amico filosofo e compagno di strada in Phronesis, sia l’associazione che la ricerca comune che ci lega, quel saper vivere guidati dalla saggezza di aristotelica memoria,  Renato Pilutti,  (furlàn, vive en Codroipo, Udine, Italia, scrive di se nel blog che tiene in rete http://www.renatopilutti.it/ ) è teologo e filosofo pratico (Phd) autore di diverse pubblicazioni e articoli scientifici. Segue come consulente delle Proprietà e della direzione diverse aziende, ed insegna in ambienti d’impresa e accademici come riportato fedelmente nel retro del testo.

Questo libercolo, come lo definisce umilmente e autoironicamente l’autore,  è una disamina del concetto di libertà attraverso alcune tra le diverse concezioni reperibili nella lunga storia della filosofia, dai Greci alle neuroscienze. Attraverso le riflessioni di Cartesio, Spinoza, Hobbes, Leibnitz, Locke, Hume, Kant e Fabro l’autore si dedica al valore e al concetto di libertà. E’ un libretto, appunto, breve ma denso, di sole 57 pagine, ed è significativo che spesso di questi tempi i migliori testi editi siano edizioni “diverse” come questa, brevi saggi o pamphlet,  che mirano al sodo, che parlano chiaro e presentano temi di una filosofia che torna a camminare per le nostre strade, per usare una definizione felice di Stefano Zampieri. Pilutti adempie così a quel più arduo impegno del pensiero a scrutare l’abisso del suo tempo.

Renato Pilutti, nell’incipit di questo testo, richiama la confusione di questi tempi caratterizzati da disinformazione e falsificazione della verità: la verità è diventata pura opinione, doxa,  avrebbe detto Platone, pensiero umano incerto e la logica zoppicante scrive l’autore. Scrivere di libertà rappresenta quindi un impegno per Pilutti conscio dell’importanza del termine, del suo valore politico, sociale, morale. Semplificazione e banalizzazione imperano. Si usano le parole in libertà e cresce in chi ha consapevolezza e responsabilità civile un sentimento misto tra imbarazzo e rabbia. Il pressapochismo nei media è diseducativo, al punto di sminuire (ed è cronaca di tutti i giorni) ciò che la scuola dovrebbe costruire.

(Apro una parentesi per consigliare a chi si occupa di giovani e di educazione, a scuola o nelle associazioni, il testo “Educare all’infelicità” scritto dall’autore con  A. Zannini nel 2011, “una sorta di vademecum cui fare ricorso per far crescere un bambino capace di una giusta autostima, aperto verso gli altri, disponibile a mettersi in gioco, fornito dei mezzi per trarsi d’impaccio quando la vita gli crea degli ostacoli. ” un testo che parla di educazione e valori in un tempo che di entrambi  pare non saper che farsene).

Nel web si assiste ad un utilizzo spesso non vigilato o addirittura sgangherato.  A questo proposito vengono alla mente le parole di un altro consulente filosofico Davide Miccione che scrive un libretto dal titolo Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletario cognitivo (Ipoc 2015) richiamando esattamente la stessa questione, oggi esplosa, della massificazione dell’ignoranza,  l’ignorante ipermoderno procede non facendosi alcuna domanda, è portatore di una lettura implicita e non articolata, agghiacciante e distruttiva del rapporto tra vita e sapere». Il linguaggio è forse il segno più evidente dei tempi che viviamo, (il linguaggio è la casa dell’essere, diceva Heidegger) pigrizia, ignoranza, non conoscenza della terminologia e delle etimologie: mancano sentimento e intelletto, che invece troviamo qui in questo libretto che ci si offre come un agile strumento di consultazione.

Pilutti ricorda che, come insegna la tradizione, ci sono due diversi modelli di libertà. Il primo è la possibilità di decidere tra due o più alternativa (libertà di), il secondo tipo di libertà è quello che deriva da un’assenza di costrizione (libertà da). Queste due distinzioni sono le prime, le più elementari. Se la prima definizione, cioè la libertà di, contiene già infatti un profilo che potremmo definire morale, la libertà da invece appare più limitata perché non è detto che il libero arbitrio a cui fa riferimento sia totale, e veramente tale, e non piuttosto una illusione di libertà.

Nel dare uno sguardo all’antica Grecia l’autore ricorda che il greco antico ha diverse parole per dire libertà: libertà personale, politica e sociale, indipendenza, franchezza, licenza, concessione, permesso,  tanti termini per dire la stessa cosa che ha nella realtà diverse manifestazioni. Nell’antica Grecia l’uomo che agisce governato dalla ragione è colui che conosce il proprio destino e lo accetta. In generale nell’antica Grecia il tema della libertà è controverso oscillando tra l’estremo del determinismo assoluto e l’estremo opposto di un libero arbitrio capace sempre di orientare le scelte umane.

Il cristianesimo diffonde un’idea diversa delle facoltà spirituali, rispetto alla cultura greca, perché propone l’analogia di proporzionalità e di partecipazione tra Dio e l’anima umana, cioè intelletto e volontà. La visione cristiana sulla responsabilità individuale e quindi sul libero arbitrio, ha sempre oscillato tra due estremi, scrive Pilutti, sostenendo di volta in volta la fondamentale importanza dell’esercizio libero della volontà o l’intervento della Divina Provvidenza specie se con fede. Agostino declina in due modi il concetto di libertà: la libertas major, ovvero la libertà cosciente del discernimento Cristiano, e la libertas minor cioè una libertà più generica non ispirata dalla buona dottrina, la più diffusa a suo parere.

I capitoli dal quinto all’ undicesimo,  ovvero da Cartesio a Kant espongono la storia del concetto di libertà  che si dipana tra determinismo e libertà del volere, per cui Cartesio si contraddistingue per una certa ambiguità tra un determinismo teologico e il libero arbitrio. Spinoza nei suoi scritti, caratterizzati da un estremo determinismo, individua nel pensiero l’unica reale libertà concessa all’uomo. Per Spinoza non esistono causalità libere ma solo necessarie. Se Hobbes è determinista in maniera radicale: “la deliberazione non è altro che un’immagine alternata di appetito e timore” – per lui esiste solamente la libertà da, quella che prevede un agire senza costrizioni esterne -, Leibniz invece propende per una concezione della libertà in senso preciso: per lui la libertà non è come per Hobbes necessitata ma determinata, cioè “si ha la necessità quando di due proposizioni contraddittorie l’una è vera e l’altra è falsa”  la libertà contingente si può dire anche determinata perché una certa azione può essere compiuta per ragioni diverse.

Per John Locke e David Hume l’uomo è libero di agire non di volere. I campioni dell’empirismo inglese percorrono una strada completamente e radicalmente differente da quella dei filosofi precedenti. Essi rifiutano le posizioni metafisiche. La volontà quindi non è libera se non di volere ciò che vuole, afferma Locke.

Renato Pilutti esemplifica con aneddoti personali di vita come applicare realmente nel concreto vivere questi precetti filosofici e queste diverse concezioni della libertà: nel mondo del lavoro, nell’ambito familiare, nelle esperienze di amicizia. Così ché la filosofia torna a farsi vita reale, ciò che rende comprensibile il nostro agire e ci rende coscienti della nostra soggettività. A questo proposito mi sovviene una definizione di filosofia che l’autore scrive altrove: «La filosofia è un mettersi-davanti-a-sé-e-al-mondo con spirito e pensiero critico, per cercare di comprendere, se non di capire il senso di ciò-che-ci-sembra-esista, della realtà che appare provvista di un suo essere. La stranezza della realtà è che-appare, ma in qualche modo è, e non si manifesta – epifanicamente – solo. La difficoltà è quella di ri-velarla, che significa metterla in evidenza mentre essa si nasconde ancora, come sempre. La ri-velazione è due cose: uno svelamento e un secondo velamento, per cui abbiamo continuamente un apparire e uno scomparire dell’essere.»

La posizione di Kant pone un discrimine fondamentale nelle questioni etiche che riguardano il volere e la decisione nell’uomo. La distinzione tra noumeno come campo di libertà e il fenomenico come campo del necessario diventa con il filosofo tedesco la questione decisiva per quanto riguarda il concetto di libertà. Così nel mondo del noumeno Kant difende la libertà mentre nel mondo fenomenico resta più o meno determinista, sia pure nei differenti modi di intendere il determinismo. Per Kant dunque non si esce dalla causalità determinata necessariamente per cui non si dà alcuna libertà. Il filosofo tedesco determinando “l’autonomia della ragione e della volontà per cui essa è legge”  questo è il discrimine kantiano che rinnova la questione della libertà umana.  La libertà diventa autodeterminazione negli esseri ragionevoli, l’autonomia diventa sinonimo di libertà morale che innerva e sostiene la libertà lato sensu: per dimostrare l’esistenza della libertà occorre operare una introspezione profonda della propria coscienza, la quale mi evidenzierà la mia partenza due mondi: quello animale come regno della necessità fenomenica, e quello umano come luogo dove si esplicita l’agire umano libero, perché dettato dalla coscienza stessa che mediante l’imperativo categorico ordina un “fare la cosa buona perché si deve ovvero la si deve fare perché si deve”,  la legge morale per Kant diventa un fatto della ragione.

Chiudono questa valorosa disgressione sul concetto di libertà due brevi capitoli: il primo sul pensiero di Cornelio Fabro, e il secondo sul collegamento tra filosofia e neuroscienza.

Fabro, che fu filosofo e teologo conterraneo dell’autore, recuperando la nozione di essenza come atto d’essere afferma che l’uomo esprime l’atto d’essere derivandolo dall’ipsum Esse subsistens, cioè da Dio stesso, ed è qui che si pone il tema della libertà umana, cioè nella relazione uomo – Dio. Fabro così introduce la nozione di partecipazione. La partecipazione permette immediatamente di collocare sotto il profilo  esistenziale la libertà della persona umana nella ricerca della verità chiamata dialogicamente a sostenere la ricerca per la comprensione della propria vita nel contesto complesso e talora drammatico della modernità.

Molto stimolante  lo spunto finale che l’autore propone, e che accenna al collegamento tra filosofia morale e neuroscienze. Citando autori che si occupano di neurologia, in particolare Roskies e Libet, ma anche Rita Levi Montalcini e Gerald Edelman, l’autore afferma che neuroscienze e filosofia morale possono incontrarsi sul versante compositivo delle neuro etiche, che non pretendono di essere esaustive di per sé ma, da un lato rifuggendo dal materialismo riduzionistico e dall’altro da uno spiritualismo edulcorato, possano collaborare cercare di comprendere uno dei processi più misteriosi e complessi dell’umano, la coscienza come campo d’azione dei vissuti percepiti e delle scelte volontarie.

A proposito di coscienza è utile ricordare quanto la riflessione della fenomenologia, Husserl e Stein in particolare, sulla costituzione del soggetto avessero già anticipato le tematiche delle neuroscienze, su di una componente – non pienamente comprensibile esclusivamente con paradigmi scientisti – della coscienza «L’essere dell’uomo è corporeo vivente, animato e spirituale. In quanto l’uomo per essenza è spirito, con la sua vita spirituale esce da sé, senza lasciare se stesso, in un mondo che gli si schiude. Non solo egli, come ogni altro essere reale, «respira» la sua essenza in modo spirituale, esprimendosi inconsciamente: è anche personalmente-spiritualmente attivo. L’anima dell’uomo in quanto spirito si innalza sopra se stessa nella sua vita spirituale. Ma lo spirito dell’uomo è condizionato dall’alto e dal basso: è affondato nella sua struttura materiale, che esso anima e forma dandole la sua forma corporea. La persona umana porta e comprende il «suo» corpo e la «sua» anima, ma nello stesso tempo è portata e compresa in essi. La sua vita spirituale si innalza da una profondità buia, come una fiamma di candela che splende, ma che è alimentata da una materia che di per sé non splende. Splende senza essere interamente luce: lo spirito è visibile per sé, ma non è completamente trasparente; è in grado di illuminare altre cose, ma non di penetrarle perfettamente. (…) L’intera vita cosciente non si identifica con il «mio essere», assomiglia alla superficie illuminata di un abisso oscuro, che si manifesta attraverso questa superficie. Se vogliamo capire l’essere persona dell’uomo dobbiamo cercare di penetrare in questa profondità oscura». (E. Stein, Essere finito e essere eterno. Per un’elevazione al senso dell’essere, di A. Ales Bello, Città Nuova editrice, Roma 1988).

Ritorno in conclusione alla questione politica che risulta in sottotraccia come implicita e forse non pienamente sottolineata da Pilutti ma che nella citazione iniziale di Pietro Calamandrei, che l’autore mette in epigrafe e in sottotitolo, si staglia chiaramente: «Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che auguro a voi, giovani, di non sentire mai.»  La libertà è sempre un atto in essere che necessita di un pensiero critico. Ancor più sovviene, questo contrasto tra avere la libertà ed esserne privi, soprattutto  in questi tempi di falsa libertà, quando Pilutti parla di oclocrazia, (stadio di governo deteriore nel quale la guida della pόlis è alla mercé di volizioni delle masse) in tempi di sovranismi e populismi.

Ricordo a questo proposito le parole di un altro amico filosofo e compagno di strada, Andrea Modesto che sull’utilità del fare filosofia scrive: « per condurre la propria vita da uomini liberi, smettendo di farsi trascinare forzatamente avanti, come prigionieri ribelli che, nel tentativo di spezzare le catene e fuggire verso la libertà, finiscono in celle sempre più anguste, scomode e soffocanti. Insomma: un’esperienza controtendenza, e in questo senso inattuale, ma per lo stesso motivo profondamente urgente e, dunque, proprio per questo, più attuale che mai.» Andrea Modesto, “Mini Guida alla consulenza filosofica” edizioni Pellicano © 2016

Scriveva Polibio:  «Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza […], essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia […].»

Cosa si può dire alla fine? Forse si può dire che la vera libertà è vivere oltre i propri piccoli desideri, spiritualmente, elevandosi a un livello più alto dell’esistenza, oltre l’individuazione personale e rifiutando la dittatura dell’io, l’io di tutti i giorni, l’io che vuole, che desidera, che si illude, che freme e scalpita. Trascendendo il proprio io, la libertà è conquistata. È nei momenti di trascendenza che accade l’evento della libertà, nei momenti in cui non si cerca più il proprio scopo solamente in se stessi. In questa prospettiva appare che la vera libertà è un evento spirituale.

Renato Pilutti, Della Libertà. Il tumulto e la legge nell’interiorità di ogni persona e nella politica.  Edizioni Segno 2019

 

 

 

 

 

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Filosofia

Dall’eidos a Dio. La vita filosofica di Edith Stein.

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Edith Stein nasce il 12 ottobre 1891 da genitori commercianti ebrei a Breslavia, dove a ventidue anni viene a conoscenza delle ricerche che il filosofo Edmund Husserl (1859-1938) stava svolgendo a Gottinga, e quindi decide di seguire le sue lezioni dopo aver letto nell’estate del 1913 il secondo volume delle Ricerche Logiche.

 L’incontro con questo filosofo è determinate per la formazione intellettuale della giovane Stein. Tra il 1913 ed il 1916 Edith segue i corsi di Edmund Husserl presso l’Università di Gottinga e fa parte del primissimo nucleo che forma il circolo fenomenologico che si era costituito intorno al filosofo. Nel 1916 diviene assistente volontaria di Husserl presso l’Università di Friburgo dove egli si era trasferito e, avendolo come relatore, discute la dissertazione Zum Problem der Einfühlung (Il problema dell’empatia).

Chi era a quel tempo Edmund Husserl? Nel primo volume delle Ricerche Logiche del 1901 Husserl denunciò l’insufficienza della psicologia e scelse di orientarsi verso la logica per afferrare il significato dei processi conoscitivi, cioè quelli che chiama atti psichici. In realtà era alla ricerca di un metodo d’indagine sull’interiorità umana che si ponesse al di là sia della logica sia della psicologia, metodo che sarà da lui elaborato e definito “fenomenologico”, ossia un’analisi dell’attività conoscitiva e in generale della vita riflessiva e affettiva umana, che la descriva nel suo darsi, così come si presenta, senza sovrapporre ad essa elementi estranei. La fenomenologia è così riflessione su ciò che si presenta, ciò che si offre e si dà nel fluire della nostra coscienza. Il metodo fenomenologico si può racchiudere in due movimenti: una messa in evidenza di ciò che è “essenziale” (riduzione eidetica, da eidos = essenza), dopo aver messo fra parentesi ogni altro aspetto, perfino quello esistenziale (epoché), e degli atti che sono “vissuti” (Erlebnisse) dal soggetto, preso nella sua universalità (riduzione trascendentale), come ciò che è relativo alla struttura della soggettività.

Quando pubblicò le Ricerche logiche Husserl suscitò grande ammirazione e a molti sembrò che le sue teorie potessero rappresentare una radicale riforma del pensiero filosofico e scientifico del suo tempo, soprattutto per l’impulso verso le cose nella loro realtà che la fenomenologia e il tema dell’intenzionalità della coscienza sembravano evocare, “ciò rappresentava allora, in un mondo pieno di pregiudizi, di schematismi e di convenzioni, una specie di liberazione”, come disse Karl Jaspers. La Stein a tal proposito  scrisse: «ci veniva continuamente raccomandato di considerare ogni cosa con occhio libero da pregiudizi, di gettare via qualsiasi tipo di «paraocchi» .

E’ nel 1905 che si va formando intorno ad Husserl, passato nel 1901 da Halle, dove era Privatdozent, a Gottinga dove insegna all’Università, quel gruppo di studiosi e ricercatori che verrà formando il famoso movimento fenomenologico, movimento culturale e filosofico nato sulla scia della grande diffusione delle “Ricerche logiche”: la Stein, Ingarden, Lipps, Reinach, Daubert, Pfander, Scheler e altri vedevano in Husserl un nuovo maestro e nella fenomenologia il principio di un profondo rinnovamento della filosofia e della cultura, liberate dalle sterili opposizioni tra psicologismo, logicismo e neokantismo per indirizzarsi verso un vigoroso progetto di rifondazione delle scienze della natura e dello spirito; questo gruppo di studiosi accompagnerà Husserl fino al 1916 anno in cui il filosofo lascerà Gottinga per Friburgo, e dei vecchi discepoli lo seguirà solo Edith Stein.

Nel 1917 Husserl quindi fu nominato ordinario all’Università di Friburgo, egli scelse come sua assistente la giovane Edith Stein, il cui lavoro consisteva nel sistemare i numerosi manoscritti del maestro e nel tenere corsi preparatori alla fenomenologia per gli studenti più giovani. In questo periodo la Stein si occupa soprattutto di dare sistemazione agli scritti, numerosi, disordinati, in crescita continua, di Husserl. Si occuperà principalmente di sistemare gli appunti che in seguito formeranno il II° volume delle Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica (titolo originale, Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie) scritto fondamentale che contiene le parti esplicative sulla costituzione trascendentale dell’Io spirituale e sul corpo. Purtroppo il testo sarà pubblicato solo negli anni ’50 dopo una successiva risistemazione che si protrasse fino al 1928 ad opera di Ludwig Langrebe, allora assistente di Husserl.

Scriverà in seguito la Stein, in uno scritto che risale probabilmente al 1932  rimasto inedito, dal titolo Die weltanschauliche Bedeutung der Phänomenologie, (vol. 6 dell’edizione Edith Stein Werke, in Italia in Natura e persona mistica. Per una ricerca cristiana della verità, Città Nuova 1999) che il maestro ha avuto il grande merito, ancora oggi troppo poco apprezzato, di avere scoperto la sfera della coscienza e la problematica della costituzione e di analizzare «la sfera della coscienza pura, che nessuno prima di lui aveva individuato e tanto meno ricavato, come un campo di ricerche infinito, attraverso un lavoro di ricerca rigorosamente metodico e fecondo»

Dopo aver pubblicato Beiträge zur philosophischen Be- gründung der Psychologie und der Geisteswissenschaften (Contributi per la fondazione filosofica della psicologia e delle scienze dello spirito), nel 1922, nello Jahrbuch, (rivista fondata e diretta da Husserl, vol. V) la sua vita cambia in maniera radicale.

Riceve il battesimo avendo come madrina Hedwig Conrad-Martius, entra così nella Chiesa cattolica. Tra il 1922 e il 1930 insegna germanistica presso l’Istituto Santa Maddalena delle Suore Domenicane di Spira. Svolge un’intensa attività di conferenziera in Germania e all’estero. Nel 1925 Pubblica lo studio Eine Untersuchung über den Staat (Una ricerca sullo stato), nello Jahrbuch, vol. VII. Nel 1929 inizia la traduzione delle Quaestiones disputatae de Veritate e pubblica il saggio Husserls Phänomenologie und die Philosophie des Hl. Thomas von Aquin (La fenomenologia di Husserl e la filosofia di san Tommaso d’Aquino), nello Jahrbuch, volume dedicato al settantesimo compleanno di Husserl. Nel 1931 lascia l’insegnamento di Spira e tenta di conseguire la libera docenza presso l’Università di Friburgo e di Breslavia senza ottenerla. Pubblica la sua traduzione del De Veritate. Dal 1932 insegna all’Istituto tedesco di Scienze Pedagogiche di Münster. Partecipa alle Giornate di Juvisy sulla Fenomenologia. Scrive numerosi saggi raccolti nei volumi V e VI delle sue Opere. Scrive sulla questione del ruolo della donna nella società: “la donna ha un ruolo fondamentale nella società proprio per le sue caratteristiche di apertura verso gli altri e può, quindi, essere utile in molte professioni e può assumere validamente funzioni pubbliche”, assumendo una posizione per quei tempi rivoluzionaria. (E. Stein, La donna – Il suo compito secondo la natura e la grazia, Prefazione di Angela Ales Bello, Città Nuova, Roma 1999).

Nel 1933 con l’avvento del Nazismo al potere in Germania le è proibito di continuare la sua attività di docente per la sua origine ebraica. Nell’aprile del 1933 scrive a papa Pio XI denunciando profeticamente gli orrori del Nazismo: «Da settimane siamo spettatori, in Germania, di avvenimenti che comportano un totale disprezzo della giustizia e dell’umanità, per non parlare dell’amore del prossimo. Per anni i capi del nazionalsocialismo hanno predicato l’odio contro gli ebrei. Ora che hanno ottenuto il potere e hanno armato i loro seguaci – tra i quali ci sono dei noti elementi criminali – raccolgono il frutto dell’odio seminato.»  Diventa insegnante e suora carmelitana nel 1934 a Colonia con il nome di Teresa Benedetta della Croce, ed entra nel Carmelo di Colonia. Tra il 1934 ed il 1936 si dedica alla stesura dell’opera Endliches und Ewiges Sein (Essere finito e Essere eterno), pubblicata postuma. Tra il 1938 ed il 1942 Si trasferisce nel carmelo di Echt in Olanda a causa delle persecuzioni razziali. Scrive Kreuzeswissenschaft (Scientia crucis).

 Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas.

Il suo legame con Husserl sarà sancito dalle vicende editoriali degli scritti del maestro.

«Nell’estate del 1938 Herman Van Breda si reca in visita alla vedova del filosofo per catalogare le carte e gli appunti ancora inediti. Crede che il numero dei manoscritti sia contenuto e invece si imbatte in «quarantamila pagine autografe stenografate direttamente dal maestro e quasi diecimila già trascritte dagli assistenti Edith Stein, Ludwig Landgrebe e Eugen Fink» racconta il francescano. (…) le valigie, sotto tutela diplomatica, arriveranno in Belgio mettendo al riparo della censura nazionalsocialista il materiale inedito Husserl presso gli Archives-Husserl di Lovanio. (…) Con la guerra alle battute finali e i tedeschi in ritirata, nel marzo del 1945, Herman Van Breda viene a conoscenza del rischio di vedere distrutti gli appunti della sua amica carmelitana Edith Stein, imponente filosofa di origine ebraiche, uccisa nell’agosto del 1942 ad Auschwitz. Così, insieme a tre carmelitane, Van Breda va a rovistare fra le macerie del monastero di Echt, nei Paesi Bassi dove Edith Stein si era rifugiata sperando di scampare alle leggi razziali naziste, per raccogliere i fogli della santa. Una volta riordinati, con l’appoggio di Avertanus Hennekes, provinciale dei Carmelitani scalzi, e Cristoforo Willems, sottopriore dei Carmelitani di Geleen, anche i manoscritti della fenomenologa cattolica avrebbero preso la strada di Lovanio per costituire l’Archivum Carmelitanum Edith Stein.» (Avvenire: “Il  francescano che salvò le tesi di Husserl”)

“Un’eminente figlia di Israele e fedele figlia della Chiesa” l’ha definita canonizzandola nel 1998 San Giovanni Paolo II. “Dichiarare santa Edith Stein, compatrona d’Europa – ha detto – significa porre sull’orizzonte del Vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza”.

“L’anima dell’uomo, in quanto spirito, si innalza sopra se stessa nella sua vita spirituale”, ma l’essere umano, pur distinguendosi dagli animali, non è un puro spirito, pertanto “… lo spirito dell’uomo è condizionato dall’alto e dal basso: è affondato nella sua struttura materiale, che esso anima e forma, dandole la sua forma corporea. La persona umana porta e comprende il ‘suo’ corpo e la ‘sua’ anima, ma nello stesso tempo è portata e compresa in essi. La sua vita spirituale si innalza da una profondità buia, come una fiamma di candela che splende, ma che è alimentata da una materia che, di per sé, non splende. Splende senza essere interamente luce: lo spirito umano è visibile per sé, ma non è completamente trasparente; è in grado di illuminare altre cose, ma non di penetrarle perfettamente” (Angela Ales Bello, “Ragione ed esperienza religiosa in  Edith Stein” )

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