Poesia

Mario Luzi 1952 Aprile-amore, in Primizie del deserto.

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«Tempo che soffre e fa soffrire, tempo

che in un turbine chiaro porta fiori

misti a crudeli apparizioni, e ognuna

mentre ti chiedi che cos’è sparisce

rapida nella polvere e nel vento

~

Il cammino è per luoghi noti

se non che fatti irreali

prefigurano l’esilio e la morte.

Tu che sei, io che sono divenuto

che m’aggiro in così ventoso spazio,

uomo dietro una traccia fine e debole.

~

È incredibile ch’io ti cerchi in questo

o in altro luogo della terra dove

è molto se possiamo riconoscerci.

Ma è ancora un’età, la mia,

che s’aspetta dagli altri

quello che è in noi oppure non esiste.

~

L’amore aiuta a vivere, a durare,

l’amore annulla e dà principio. E quando

chi soffre o langue spera, se anche spera,

che un soccorso s’annunci di lontano,

è in lui, un soffio basta a suscitarlo.

Questo ho imparato e dimenticato mille volte,

ora da te mi torna fatto chiaro,

ora prende vivezza e verità.

~

La mia pena è durare oltre quest’attimo.»

img: anobii

 

 

 

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Filosofia, pratica filosofica

Pragma Sofia, l’esercizio della filosofia, il blog.

Pragma è parola greca che significa cosa, affare,  la res latina e anche fatto, avvenimento. Pragma è anche azione, la cosa che appartiene all’ambito della vita nel suo dispiegarsi in tutte le forme e le attività di prestazione, formazione, pensiero. Pragma è quindi la dimensione di ogni cosa che riguarda l’affare umano, l’agire e la sua razionalità, la sua logica, conoscitiva, esperienziale e spirituale che si costituisce come sapere, sophía. Sofia che si  traduce e si incarna in sapere, sapienza, conoscenza e spirito, è il logos umano per eccellenza.

La pratica filosofica, in cui si dispiega questa idea di sapienza e di ragione come praxis, ha il suo compimento all’infinito e costituisce l’esercizio filosofico in senso proprio che è intenzionalità pragmatica e spirituale.

L’esercizio della filosofia è questione che attiene all’agire umano, all’orientamento spirituale ed etico, alle scelte politiche, intese come “della polis” in senso socratico. Il riferimento è il ruolo personale e sociale della filosofia che viene sviluppato sui due livelli integranti l’interagire umano, dal punto di vista soggettivo, rivolto quindi a tutto ciò che riguarda le scelte etiche ed esistenziali e l’utilizzo di un pensiero critico: responsabilità, consapevolezza, valori, visioni del mondo, idee; e dal punto di vista collettivo, vale a dire più propriamente legato al contesto intersoggettivo, ciò che ci accomuna e ci divide.

Questo è quindi un blog di pratica filosofica, di formazione, di attualità, di educazione, talvolta di musica, arte e poesia e spiritualità, nella convinzione che la cultura è ciò che rende possibile ogni cosa, plasmando in modi infiniti la natura umana.

Per informazioni e contatti:

davide.ubizzo@gmail.com

@pragmasofia

http://www.phronesis-cf.com/albo-consulenti/

 

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Attualità, Etica, Filosofia, Politica

Recensione a Della Libertà, di Renato Pilutti.

della-libertà

La libertà è spesso declinata al plurale, oppure viene intesa in senso molto relativistico, banalizzante, e non precisamente in-relazione tra concetti e enti diversi – la libertà è un fare-ciò-che-si-vuole, oppure un volere-ciò-che-si-fa?

Oggi è difficile parlare di libertà. Potrebbe sembrare un paradosso, in quanto viviamo in un’era di grande sviluppo tecnologico, di democrazia e di largo accesso al sapere. Eppure. Siamo oppressi da una miriade di limitazioni, di inibizioni: personali, che attengono al nostro carattere, alla nostra formazione, alla nostra educazione; sociali perché dipendono dall’ambiente in cui viviamo e in cui ci relazioniamo. Siamo determinati dalle leggi umane e del tutto cui apparteniamo,  e ad esse possiamo esclusivamente adeguarci. A livello personale ognuno cerca di prendere la misura di se stesso.

Amico filosofo e compagno di strada in Phronesis, sia l’associazione che la ricerca comune che ci lega, quel saper vivere guidati dalla saggezza di aristotelica memoria,  Renato Pilutti,  (furlàn, vive en Codroipo, Udine, Italia, scrive di se nel blog che tiene in rete http://www.renatopilutti.it/ ) è teologo e filosofo pratico (Phd) autore di diverse pubblicazioni e articoli scientifici. Segue come consulente delle Proprietà e della direzione diverse aziende, ed insegna in ambienti d’impresa e accademici come riportato fedelmente nel retro del testo.

Questo libercolo, come lo definisce umilmente e autoironicamente l’autore,  è una disamina del concetto di libertà attraverso alcune tra le diverse concezioni reperibili nella lunga storia della filosofia, dai Greci alle neuroscienze. Attraverso le riflessioni di Cartesio, Spinoza, Hobbes, Leibnitz, Locke, Hume, Kant e Fabro l’autore si dedica al valore e al concetto di libertà. E’ un libretto, appunto, breve ma denso, di sole 57 pagine, ed è significativo che spesso di questi tempi i migliori testi editi siano edizioni “diverse” come questa, brevi saggi o pamphlet,  che mirano al sodo, che parlano chiaro e presentano temi di una filosofia che torna a camminare per le nostre strade, per usare una definizione felice di Stefano Zampieri. Pilutti adempie così a quel più arduo impegno del pensiero a scrutare l’abisso del suo tempo.

Renato Pilutti, nell’incipit di questo testo, richiama la confusione di questi tempi caratterizzati da disinformazione e falsificazione della verità: la verità è diventata pura opinione, doxa,  avrebbe detto Platone, pensiero umano incerto e la logica zoppicante scrive l’autore. Scrivere di libertà rappresenta quindi un impegno per Pilutti conscio dell’importanza del termine, del suo valore politico, sociale, morale. Semplificazione e banalizzazione imperano. Si usano le parole in libertà e cresce in chi ha consapevolezza e responsabilità civile un sentimento misto tra imbarazzo e rabbia. Il pressapochismo nei media è diseducativo, al punto di sminuire (ed è cronaca di tutti i giorni) ciò che la scuola dovrebbe costruire.

(Apro una parentesi per consigliare a chi si occupa di giovani e di educazione, a scuola o nelle associazioni, il testo “Educare all’infelicità” scritto dall’autore con  A. Zannini nel 2011, “una sorta di vademecum cui fare ricorso per far crescere un bambino capace di una giusta autostima, aperto verso gli altri, disponibile a mettersi in gioco, fornito dei mezzi per trarsi d’impaccio quando la vita gli crea degli ostacoli. ” un testo che parla di educazione e valori in un tempo che di entrambi  pare non saper che farsene).

Nel web si assiste a un utilizzo spesso non vigilato o addirittura sgangherato.  A questo proposito vengono alla mente le parole di un altro consulente filosofico Davide Miccione che scrive un libretto dal titolo Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletario cognitivo (Ipoc 2015) richiamando esattamente la stessa questione, oggi esplosa, della massificazione dell’ignoranza,  l’ignorante ipermoderno procede non facendosi alcuna domanda, è portatore di una lettura implicita e non articolata, agghiacciante e distruttiva del rapporto tra vita e sapere». Il linguaggio è forse il segno più evidente dei tempi che viviamo, (il linguaggio è la casa dell’essere, diceva Heidegger) pigrizia, ignoranza, non conoscenza della terminologia e delle etimologie: mancano sentimento e intelletto, che invece troviamo qui in questo libretto che ci si offre come un agile strumento di consultazione.

Pilutti ricorda che, come insegna la tradizione, ci sono due diversi modelli di libertà. Il primo è la possibilità di decidere tra due o più alternativa (libertà di), il secondo tipo di libertà è quello che deriva da un’assenza di costrizione (libertà da). Queste due distinzioni sono le prime, le più elementari. Se la prima definizione, cioè la libertà di, contiene già infatti un profilo che potremmo definire morale, la libertà da invece appare più limitata perché non è detto che il libero arbitrio a cui fa riferimento sia totale, e veramente tale, e non piuttosto una illusione di libertà.

Nel dare uno sguardo all’antica Grecia l’autore ricorda che il greco antico ha diverse parole per dire libertà: libertà personale, politica e sociale, indipendenza, franchezza, licenza, concessione, permesso,  tanti termini per dire la stessa cosa che ha nella realtà diverse manifestazioni. Nell’antica Grecia l’uomo che agisce governato dalla ragione è colui che conosce il proprio destino e lo accetta. In generale nell’antica Grecia il tema della libertà è controverso oscillando tra l’estremo del determinismo assoluto e l’estremo opposto di un libero arbitrio capace sempre di orientare le scelte umane.

Il cristianesimo diffonde un’idea diversa delle facoltà spirituali, rispetto alla cultura greca, perché propone l’analogia di proporzionalità e di partecipazione tra Dio e l’anima umana, cioè intelletto e volontà. La visione cristiana sulla responsabilità individuale e quindi sul libero arbitrio, ha sempre oscillato tra due estremi, scrive Pilutti, sostenendo di volta in volta la fondamentale importanza dell’esercizio libero della volontà o l’intervento della Divina Provvidenza specie se con fede. Agostino declina in due modi il concetto di libertà: la libertas major, ovvero la libertà cosciente del discernimento Cristiano, e la libertas minor cioè una libertà più generica non ispirata dalla buona dottrina, la più diffusa a suo parere.

I capitoli dal quinto all’ undicesimo,  ovvero da Cartesio a Kant espongono la storia del concetto di libertà  che si dipana tra determinismo e libertà del volere, per cui Cartesio si contraddistingue per una certa ambiguità tra un determinismo teologico e il libero arbitrio. Spinoza nei suoi scritti, caratterizzati da un estremo determinismo, individua nel pensiero l’unica reale libertà concessa all’uomo. Per Spinoza non esistono causalità libere ma solo necessarie. Se Hobbes è determinista in maniera radicale: “la deliberazione non è altro che un’immagine alternata di appetito e timore” – per lui esiste solamente la libertà da, quella che prevede un agire senza costrizioni esterne -, Leibniz invece propende per una concezione della libertà in senso preciso: per lui la libertà non è come per Hobbes necessitata ma determinata, cioè “si ha la necessità quando di due proposizioni contraddittorie l’una è vera e l’altra è falsa”  la libertà contingente si può dire anche determinata perché una certa azione può essere compiuta per ragioni diverse.

Per John Locke e David Hume l’uomo è libero di agire non di volere. I campioni dell’empirismo inglese percorrono una strada completamente e radicalmente differente da quella dei filosofi precedenti. Essi rifiutano le posizioni metafisiche. La volontà quindi non è libera se non di volere ciò che vuole, afferma Locke.

Renato Pilutti esemplifica con aneddoti personali di vita come applicare realmente nel concreto vivere questi precetti filosofici e queste diverse concezioni della libertà: nel mondo del lavoro, nell’ambito familiare, nelle esperienze di amicizia. Così ché la filosofia torna a farsi vita reale, ciò che rende comprensibile il nostro agire e ci rende coscienti della nostra soggettività. A questo proposito Infatti mi sovviene una definizione di filosofia che l’autore scrive altrove: «La filosofia è un mettersi-davanti-a-sé-e-al-mondo con spirito e pensiero critico, per cercare di comprendere, se non di capire il senso di ciò-che-ci-sembra-esista, della realtà che appare provvista di un suo essere. La stranezza della realtà è che-appare, ma in qualche modo è, e non si manifesta – epifanicamente – solo. La difficoltà è quella di ri-velarla, che significa metterla in evidenza mentre essa si nasconde ancora, come sempre. La ri-velazione è due cose: uno svelamento e un secondo velamento, per cui abbiamo continuamente un apparire e uno scomparire dell’essere.»

La posizione di Kant pone un discrimine fondamentale nelle questioni etiche che riguardano il volere e la decisione nell’uomo. La distinzione tra noumeno come campo di libertà e il fenomenico come campo del necessario diventa con il filosofo tedesco la questione decisiva per quanto riguarda il concetto di libertà. Così nel mondo del noumeno Kant difende la libertà mentre nel mondo fenomenico resta più o meno determinista, sia pure nei differenti modi di intendere il determinismo. Per Kant dunque non si esce dalla causalità determinata necessariamente per cui non si dà alcuna libertà. Il filosofo tedesco determinando “l’autonomia della ragione e della volontà per cui essa è legge”  questo è il discrimine kantiano che rinnova la questione della libertà umana.  La libertà diventa autodeterminazione negli esseri ragionevoli, l’autonomia diventa sinonimo di libertà morale che innerva e sostiene la libertà lato sensu: per dimostrare l’esistenza della libertà occorre operare una introspezione profonda della propria coscienza, la quale mi evidenzierà la mia partenza due mondi: quello animale come regno della necessità fenomenica, e quello umano come luogo dove si esplicita l’agire umano libero, perché dettato dalla coscienza stessa che mediante l’imperativo categorico ordina un “fare la cosa buona perché si deve ovvero la si deve fare perché si deve”,  la legge morale per Kant diventa un fatto della ragione.

Chiudono questa valorosa disgressione sul concetto di libertà due brevi capitoli: il primo sul pensiero di Cornelio Fabro, e il secondo sul collegamento tra filosofia e neuroscienza.

Fabro, che fu filosofo e teologo conterraneo dell’autore, recuperando la nozione di essenza come atto d’essere afferma che l’uomo esprime l’atto d’essere derivandolo dall’ipsum Esse subsistens, cioè da Dio stesso, ed è qui che si pone il tema della libertà umana, cioè nella relazione uomo – Dio. Fabro così introduce la nozione di partecipazione. La partecipazione permette immediatamente di collocare sotto il profilo  esistenziale la libertà della persona umana nella ricerca della verità chiamata dialogicamente a sostenere la ricerca per la comprensione della propria vita nel contesto complesso e talora drammatico della modernità.

Molto stimolante  lo spunto finale che l’autore propone, e che accenna al collegamento tra filosofia morale e neuroscienze. Citando autori che si occupano di neurologia, in particolare Roskies e Libet, ma anche Rita Levi Montalcini e Gerald Edelman, l’autore afferma che neuroscienze e filosofia morale possono incontrarsi sul versante compositivo delle neuro etiche, che non pretendono di essere esaustive di per sé ma, da un lato rifuggendo dal materialismo riduzionistico e dall’altro da uno spiritualismo edulcorato, possano collaborare cercare di comprendere uno dei processi più misteriosi e complessi dell’umano, la coscienza come campo d’azione dei vissuti percepiti e delle scelte volontarie.

A proposito di coscienza è utile ricordare quanto la riflessione della fenomenologia, Husserl e Stein in particolare, sulla costituzione del soggetto avessero già anticipato le tematiche delle neuroscienze, su di una componente – non pienamente comprensibile esclusivamente con paradigmi scientisti – della coscienza «L’essere dell’uomo è corporeo vivente, animato e spirituale. In quanto l’uomo per essenza è spirito, con la sua vita spirituale esce da sé, senza lasciare se stesso, in un mondo che gli si schiude. Non solo egli, come ogni altro essere reale, «respira» la sua essenza in modo spirituale, esprimendosi inconsciamente: è anche personalmente-spiritualmente attivo. L’anima dell’uomo in quanto spirito si innalza sopra se stessa nella sua vita spirituale. Ma lo spirito dell’uomo è condizionato dall’alto e dal basso: è affondato nella sua struttura materiale, che esso anima e forma dandole la sua forma corporea. La persona umana porta e comprende il «suo» corpo e la «sua» anima, ma nello stesso tempo è portata e compresa in essi. La sua vita spirituale si innalza da una profondità buia, come una fiamma di candela che splende, ma che è alimentata da una materia che di per sé non splende. Splende senza essere interamente luce: lo spirito è visibile per sé, ma non è completamente trasparente; è in grado di illuminare altre cose, ma non di penetrarle perfettamente. (…) L’intera vita cosciente non si identifica con il «mio essere», assomiglia alla superficie illuminata di un abisso oscuro, che si manifesta attraverso questa superficie. Se vogliamo capire l’essere persona dell’uomo dobbiamo cercare di penetrare in questa profondità oscura». (E. Stein, Essere finito e essere eterno. Per un’elevazione al senso dell’essere, di A. Ales Bello, Città Nuova editrice, Roma 1988).

Ritorno in conclusione alla questione politica che risulta in sottotraccia come implicita e forse non pienamente sottolineata da Pilutti ma che nella citazione iniziale di Pietro Calamandrei, che l’autore mette in epigrafe e in sottotitolo, si staglia chiaramente : «Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che auguro a voi, giovani, di non sentire mai.»  La libertà è sempre un atto in essere che necessita di un pensiero critico. Ancor più sovviene, questo contrasto tra avere la libertà ed esserne privi, soprattutto  in questi tempi di falsa libertà, quando Pilutti parla di oclocrazia, (stadio di governo deteriore nel quale la guida della pόlis è alla mercé di volizioni delle masse) in tempi di sovranismi e populismi.

Ricordo a questo proposito le parole di un altro amico filosofo e compagno di strada, Andrea Modesto che sull’utilità del fare filosofia scrive: « per condurre la propria vita da uomini liberi, smettendo di farsi trascinare forzatamente avanti, come prigionieri ribelli che, nel tentativo di spezzare le catene e fuggire verso la libertà, finiscono in celle sempre più anguste, scomode e soffocanti. Insomma: un’esperienza controtendenza, e in questo senso inattuale, ma per lo stesso motivo profondamente urgente e, dunque, proprio per questo, più attuale che mai.» Andrea Modesto, “Mini Guida alla consulenza filosofica” edizioni Pellicano © 2016

Scriveva Polibio:  «Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza […], essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia […].»

Cosa si può dire alla fine? Forse si può dire che la vera libertà è vivere oltre i propri piccoli desideri, spiritualmente, elevandosi a un livello più alto dell’esistenza, oltre l’individuazione personale e rifiutando la dittatura dell’io, l’io di tutti i giorni, l’io che vuole, che desidera, che si illude, che freme e scalpita. Trascendendo il proprio io, la libertà è conquistata. È nei momenti di trascendenza che accade l’evento della libertà, nei momenti in cui non si cerca più il proprio scopo solamente in se stessi. In questa prospettiva appare che la vera libertà è un evento spirituale.

Renato Pilutti, Della Libertà. Il tumulto e la legge nell’interiorità di ogni persona e nella politica.  Edizioni Segno 2019

 

 

 

 

 

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Filosofia

Dall’eidos a Dio. La vita filosofica di Edith Stein.

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Edith Stein nasce il 12 ottobre 1891 da genitori commercianti ebrei a Breslavia dove a ventidue anni viene a conoscenza delle indagini che il filosofo Edmund Husserl (1859-1938) stava svolgendo a Gottinga e decide di seguire le sue lezioni dopo aver letto nell’estate del 1913 il secondo volume delle Ricerche Logiche.

 L’incontro con questo filosofo è determinate per la formazione intellettuale della giovane Stein. Tra il 1913 ed il 1916 Edith segue i corsi di Edmund Husserl presso l’Università di Gottinga e fa parte del primissimo nucleo che forma il circolo fenomenologico che si era costituito intorno al filosofo e già nel 1916 diviene assistente volontaria di Husserl presso l’Università di Friburgo dove egli si era trasferito e, avendolo come relatore, discute la dissertazione Zum Problem der Einfühlung (Il problema dell’empatia).

Chi era allora Edmund Husserl? Nel primo volume delle Ricerche Logiche del 1901 Husserl aveva si rese conto dell’insufficienza della psicologia e scelse di orientarsi verso la logica per afferrare il significato dei processi conoscitivi, cioè quelli che chiama atti psichici. In realtà, egli era alla ricerca di un metodo d’indagine sull’interiorità umana che si ponesse al di là sia della logica sia della psicologia, metodo che sarà da lui elaborato e definito “fenomenologico”, ossia un’analisi dell’attività conoscitiva e in generale della vita riflessiva e affettiva umana, che la descriva nel suo darsi, così come si presenta, senza sovrapporre ad essa elementi estranei. La fenomenologia è così riflessione su ciò che si presenta, ciò che si offre e si dà nel fluire della nostra coscienza e si può racchiudere in due movimenti: una messa in evidenza di ciò che è “essenziale” (riduzione eidetica, da eidos = essenza), dopo aver messo fra parentesi ogni altro aspetto, perfino quello esistenziale (epoché), e degli atti che sono “vissuti” (Erlebnisse) dal soggetto, preso nella sua universalità (riduzione trascendentale), come ciò che è relativo alla struttura della soggettività.

Quando pubblicò le Ricerche logiche Husserl suscitò grande ammirazione e a molti sembrò che le sue teorie potessero rappresentare una radicale riforma del pensiero filosofico e scientifico del suo tempo, soprattutto per l’impulso verso le cose nella loro realtà che la fenomenologia e il tema dell’intenzionalità della coscienza sembravano evocare, “ciò rappresentava allora, in un mondo pieno di pregiudizi, di schematismi e di convenzioni, una specie di liberazione”, come disse Karl Jaspers. La Stein a tal proposito  scrisse: «ci veniva continuamente raccomandato di considerare ogni cosa con occhio libero da pregiudizi, di gettare via qualsiasi tipo di «paraocchi» .

E’ nel 1905 che si va formando intorno ad Husserl, passato nel 1901 da Halle, dove era Privatdozent, a Gottinga dove insegna all’Università, quel gruppo di studiosi e ricercatori che verrà formando il famoso movimento fenomenologico, movimento culturale e filosofico nato sulla scia della grande diffusione delle “Ricerche logiche”: la Stein, Ingarden, Lipps, Reinach, Daubert, Pfander, Scheler e altri vedevano in Husserl un nuovo maestro e nella fenomenologia il principio di un profondo rinnovamento della filosofia e della cultura, liberate dalle sterili opposizioni tra psicologismo, logicismo e neokantismo per indirizzarsi verso un vigoroso progetto di rifondazione delle scienze della natura e dello spirito; questo gruppo di studiosi accompagnerà Husserl fino al 1916 anno in cui il filosofo lascerà Gottinga per Friburgo, e dei vecchi discepoli lo seguirà solo Edith Stein.

Nel 1917 Husserl quindi fu nominato ordinario all’Università di Friburgo, egli scelse come sua assistente la giovane Edith Stein, il cui lavoro consisteva nel sistemare i numerosi manoscritti del maestro e nel tenere corsi preparatori alla fenomenologia per gli studenti più giovani. In questo periodo la Stein si occupa soprattutto di dare sistemazione agli scritti, numerosi, disordinati, in crescita continua di Husserl. Si occuperà principalmente di sistemare gli scritti che in seguito formeranno il II° volume delle Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica (titolo originale, Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie) scritto fondamentale che contiene le parti esplicative sulla costituzione trascendentale dell’Io spirituale e sul corpo. Purtroppo il testo sarà pubblicato solo negli anni ’50 dopo una successiva risistemazione che si protrasse fino al 1928 ad opera di Ludwig Langrebe, allora assistente di Husserl.

Scriverà in seguito la Stein, in uno scritto che risale probabilmente al 1932  rimasto inedito, dal titolo Die weltanschauliche Bedeutung der Phänomenologie, che il maestro ha avuto il grande merito, ancora oggi troppo poco apprezzato, di avere scoperto la sfera della coscienza e la problematica della costituzione e di analizzare «la sfera della coscienza pura, che nessuno prima di lui aveva individuato e tanto meno ricavato, come un campo di ricerche infinito, attraverso un lavoro di ricerca rigorosamente metodico e fecondo»

Dopo aver pubblicato Beiträge zur philosophischen Be- gründung der Psychologie und der Geisteswissenschaften (Contributi per la fondazione filosofica della psicologia e delle scienze dello spirito), nel 1922, nello Jahrbuch, (rivista fondata e diretta da Husserl, vol. V) la sua vita cambia in maniera radicale.

Riceve il battesimo avendo come madrina Hedwig Conrad-Martius, entra così nella Chiesa cattolica. Tra il 1922 e il 1930 insegna germanistica presso l’Istituto Santa Maddalena delle Suore Domenicane di Spira. Svolge un’intensa attività di conferenziera in Germania e all’estero. Nel 1925 Pubblica lo studio Eine Untersuchung über den Staat (Una ricerca sullo stato), nello Jahrbuch, vol. VII. Nel 1929 inizia la traduzione delle Quaestiones disputatae de Veritate e pubblica il saggio Husserls Phänomenologie und die Philosophie des Hl. Thomas von Aquin (La fenomenologia di Husserl e la filosofia di san Tommaso d’Aquino), nello Jahrbuch, volume dedicato al settantesimo compleanno di Husserl. Nel 1931 lascia l’insegnamento di Spira e tenta di conseguire la libera docenza presso l’Università di Friburgo e di Breslavia senza ottenerla. Pubblica la sua traduzione del De Veritate. Dal 1932 insegna all’Istituto tedesco di Scienze Pedagogiche di Münster. Partecipa alle Giornate di Juvisy sulla Fenomenologia. Scrive numerosi saggi raccolti nei volumi V e VI delle sue Opere. Scrive sulla questione del ruolo della donna nella società: “la donna ha un ruolo fondamentale nella società proprio per le sue caratteristiche di apertura verso gli altri e può, quindi, essere utile in molte professioni e può assumere validamente funzioni pubbliche”, assumendo una poszione per quei tempi rivoluzionaria. (E. Stein, La donna – Il suo compito secondo la natura e la grazia, Prefazione di Angela Ales Bello, Città Nuova, Roma 1999). Nel 1933 con l’avvento del Nazismo al potere in Genrmania le è proibito di continuare la sua attività di docente per la sua origine ebraica. Nell’aprile del 1933 scrive a papa Pio XI denunciando profeticamente gli orrori del Nazismo: «Da settimane siamo spettatori, in Germania, di avvenimenti che comportano un totale disprezzo della giustizia e dell’umanità, per non parlare dell’amore del prossimo. Per anni i capi del nazionalsocialismo hanno predicato l’odio contro gli ebrei. Ora che hanno ottenuto il potere e hanno armato i loro seguaci – tra i quali ci sono dei noti elementi criminali – raccolgono il frutto dell’odio seminato.»  Diventa insegnante e suora carmelitana nel 1934 a Colonia con il nome di Teresa Benedetta della Croce, ed entra nel Carmelo di Colonia. Tra il 1934 ed il 1936 si dedica alla stesura dell’opera Endliches und Ewiges Sein (Essere finito e Essere eterno), pubblicata postuma. Tra il 1938 ed il 1942 Si trasferisce nel carmelo di Echt in Olanda a causa delle persecuzioni razziali. Scrive Kreuzeswissenschaft (Scientia crucis).

 Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas.

Il suo legame con Husserl sarà sancito dalle vicende editoriali degli scritti del maestro.

«Nell’estate del 1938 Herman Van Breda si reca in visita alla vedova del filosofo per catalogare le carte e gli appunti ancora inediti. Crede che il numero dei manoscritti sia contenuto e invece si imbatte in «quarantamila pagine autografe stenografate direttamente dal maestro e quasi diecimila già trascritte dagli assistenti Edith Stein, Ludwig Landgrebe e Eugen Fink» racconta il francescano. (…) le valigie, sotto tutela diplomatica, arriveranno in Belgio mettendo al riparo della censura nazionalsocialista il materiale inedito Husserl presso gli Archives-Husserl di Lovanio. (…) Con la guerra alle battute finali e i tedeschi in ritirata, nel marzo del 1945, Herman Van Breda viene a conoscenza del rischio di vedere distrutti gli appunti della sua amica carmelitana Edith Stein, imponente filosofa di origine ebraiche, uccisa nell’agosto del 1942 ad Auschwitz. Così, insieme a tre carmelitane, Van Breda va a rovistare fra le macerie del monastero di Echt, nei Paesi Bassi dove Edith Stein si era rifugiata sperando di scampare alle leggi razziali naziste, per raccogliere i fogli della santa. Una volta riordinati, con l’appoggio di Avertanus Hennekes, provinciale dei Carmelitani scalzi, e Cristoforo Willems, sottopriore dei Carmelitani di Geleen, anche i manoscritti della fenomenologa cattolica avrebbero preso la strada di Lovanio per costituire l’Archivum Carmelitanum Edith Stein.» (Avvenire: “Il  francescano che salvò le tesi di Husserl”)

Un’eminente figlia di Israele e fedele figlia della Chiesa” l’ha definita canonizzandola nel 1998 san Giovanni Paolo II. “Dichiarare santa Edith Stein, compatrona d’Europa – ha detto – significa porre sull’orizzonte del Vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza”.

“L’anima dell’uomo, in quanto spirito, si innalza sopra se stessa nella sua vita spirituale”, ma l’essere umano, pur distinguendosi dagli animali, non è un puro spirito, pertanto “… lo spirito dell’uomo è condizionato dall’alto e dal basso: è affondato nella sua struttura materiale, che esso anima e forma, dandole la sua forma corporea. La persona umana porta e comprende il ‘suo’ corpo e la ‘sua’ anima, ma nello stesso tempo è portata e compresa in essi. La sua vita spirituale si innalza da una profondità buia, come una fiamma di candela che splende, ma che è alimentata da una materia che, di per sé, non splende. Splende senza essere interamente luce: lo spirito umano è visibile per sé, ma non è completamente trasparente; è in grado di illuminare altre cose, ma non di penetrarle perfettamente” (Angela Ales Bello, “Ragione ed esperienza religiosa in  Edith Stein” )

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Filosofia

#1 Post it. L’antinomia dei sofisti.

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E’ noto che questi furono duramente criticati da Platone e Aristotele che li consideravano dei “mercenari del sapere”, eppure sofista deriva dal termine σοφιστής, cioè sophistés, (sapiente) ed era sinonimo di σοφός , sophòs,( saggio). Sorgono perciò alcune riflessioni su quali possano essere le conseguenze aporetiche (cioè contraddittorie) di questa interpretazione.

 “I sofisti erano considerati maestri di virtù che si facevano pagare per i propri insegnamenti. Per questo motivo essi furono aspramente criticati dai loro contemporanei, soprattutto da Platone e Aristotele, ed erano offensivamente chiamati «prostituti della cultura».”

Ma sarà davvero così? E oggi esistono amanti del sapere di questo tipo? Donata Romizi ne parla in un’intervista alla rivista Phronesis in questi termini: “Qualcuno  pensa  che  esercitare  la  filosofia  come  libera  professione  significhi  asservirla  alle esigenze dei clienti, e quindi rinunciare al proprio senso critico – “vendersi”. La filosofia ha sempre avuto  un  problema  con  “il  vil  denaro”  –  a  partire  dalla  critica  feroce  ai  Sofisti  (che  invece probabilmente  erano  filosofi  di  tutto  rispetto).  Ciò  non  stupisce:  sociologicamente  parlando,  la filosofia ha una matrice aristocratica, con un certo disprezzo per chi “si sporca le mani” nel mondo. Vorremmo, in quanto filosofi, poter “lavorare” nel mondo senza essere costretti ad essere utili a qualcuno: a volte c’è un atteggiamento un po’ presuntuoso.”

Ironicamente, i sofisti furono i primi ad elaborare il concetto occidentale di cultura (Paideia), intesa non come un insieme di conoscenze specialistiche, ma come metodo di formazione di un individuo nell’ambito di un popolo o di un contesto sociale. Furono i precursori di educatori ed insegnanti?

Certo esistono argomenti più che solidi per comprendere le critiche ai sofisti : il relativismo etico per cui tutto è giustificato nel nome dell’individuo, il fatto che  si rivolsero solo agli aristocratici e ai “nuovi ricchi” ai ceti emergenti facendosi pagare da chi poteva permetterselo, il fatto che in sostanza insegnavano a parlare in pubblico, l’arte della retorica era per loro quindi importante come metodo di comunicazione funzionale al successo mondano e politico.

«La cultura sofistica attraverso la critica della nozione di verità perviene ad una forma più radicale di relativismo. Non solo non esiste una verità assolutamente valida, ma l’unico metro di valutazione diviene l’individuo: per ciascuno è vera solamente la propria percezione soggettiva. Analogamente tale visione relativistica del mondo viene applicata al campo dell’etica… Non esistono azioni buone o cattive in sé; ciascuna azione deve essere valutata caso per caso.» (Fabio Cioffi, I filosofi e le idee)

Il prevalere dell’opposizione platonica e aristotelica si spiega bene in prospettiva di un sapere che si vuole epistème cioè in riferimento ad un sapere che sta sopra, che si ritiene superiore ed esige una gerarchia come sarà la filosofia di Platone che porrà il bonum come summa dell’etica della polis e del cittadino ateniese e l’equiparazione tra Buono, Bello e Vero (Kalokagathia) concezione poi assunta anche dal cristianesimo, poiché il Dio cristiano è infatti, oltre che onnipotente e onnisciente, l’essenza della bontà, della bellezza e della verità. Per questo Platone salva Socrate il suo maestro e lo distingue dai sofisti, (distinzione che regge fino ad un certo punto e che forse alimenta l’aporia) e la storiografia lo porrà come discrimine con il sapere che lo precede (i presocratici).

Aristotele segue il suo maestro:  dirsi filosofo dopo che qualcuno prima di te è stato condannato dal tribunale cittadino poiché ha affermato di voler stare in mezzo alla gente comune, stimolandola a riflettere con le sue domande, di voler  invitare a dubitare delle credenze, a esaminare la vita vivente, di tenere in conto non i beni materiali ma l’anima, di poter essere, invece che giudicato, mantenuto nel tempio come illustre cittadino, ecco chiunque avrebbe certo scelto di: indagare la natura e catalogare le parti che la compongono, esaminare il pensiero e le forme esteriori della sua oggettivazione, studiare i sapienti del passato, insomma dare concreta testimonianza dell’inutilità pratica della filosofia, che quand’anche si facesse pratica dovrebbe essere riflessione sulle cose dell’economia, del governo e della morale. Incoronare la filosofia come regina teoretica mise al riparo lo straniero Aristotele da sospetti e invidie, e soprattutto rischi mortali, pericolo di vita, in quanto discepolo platonico e socratico.

Eppure i sofisti che oppongono diverse prospettive rinnovano proprio platonicamente quel parricidio parmenideo (per salvare il molteplice occorre riuscire a pensare il “non essere”) cioè permettono il superamento di concezioni esauste o inapplicabili nel reale e l’elaborazione di nuovi concetti, (la filosofia come creazione di concetti, Deleuze e Guattari) garantiscono cioè una pluralità di idee, divengono antidoto all’assolutismo insito nel platonismo (il «Platone totalitario» di Popper ?).

img: Johann Friedrich Greuter, “Socrate e i suoi studenti”, XVII secolo.

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Consulenza filosofica

Radio Live Social intervista: la Consulenza filosofica.

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Nel sito dell’Associazione Phronesis, qui : https://www.phronesis-cf.com/video/ è disponibile una mia intervista a Radio Venezia Live social andata in onda il 23 settembre 2017.

Vedi anche:

https://fareondeblog.wordpress.com/2014/10/16/dal-counseling-alla-consulenza-filosofica/

https://fareondeblog.wordpress.com/2014/09/03/il-consulente-filosofico-phronesis/

https://fareondeblog.wordpress.com/2015/09/26/consulenza-filosofica-per-immagini-1/

 

 

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Filosofia, pratica filosofica

Sulla Praxis filosofica oggi (2019).

praxis

Praxis, parola greca che il latino riprende per dire prassi, azione (actio è il sinonimo latino di praxis), e anche metodo, procedimento, tecnica, prova, esperienza, che riguarda un agire che racchiude il proprio senso in se stesso. Tutte le scelte etiche e morali, positive o negative, che non sono cioè poíesis, vale  a dire dirette alla specifica produzione di oggetti, rientrano in questa seconda accezione, che è stata quella prevalente nella gamma di significati del termine azione nelle lingue europee. Agire come pratica, termine equivalente, in questo caso, di morale. Il concetto di “azione” è inseparabile dal concetto di “volontà”, a tal punto che si può dire che essi si articolano insieme in un paradigma, il cui scopo è di fondare la libertà e, quindi, la responsabilità del soggetto moderno.Tale parola latina che traduce il greco, è stata mal utilizzata nella Philosophische Praxis tedesca di Achenbach tradotta peggio in consulenza e parafrasata in studio professionale.

Sospendendo qui il giudizio sulle condizioni di possibilità di fattibilità professionale della consulenza filosofica nel contesto tardo capitalistico attuale, resta intatta la domanda filosofica del suo essere fenomenologico, del suo presentarsi nella scena della storia. Per meglio dire: qual’è il senso della pratica filosofica nella società occidentale ? Come analisi degli atti interiori essa si presenta come interrogazione e interpretazione delle intenzionalità psichiche, atti di coscienza fenomenologicamente intesi, cioè appercezioni del corpo proprio nella costituzione della realtà trascendentale e come tale andrebbe intesa ogni pratica filosofica che abbia come obiettivo l’uomo. Questo significa e sottende il riconoscere in via preliminare che l’uomo abbia una coscienza che rappresenta la sua anima spirituale, ovvero la sua essenza trascendentale più profonda e irriducibile che lo lega al mondo della vita. Nell’opera Summa contra Gentiles in cui deve affrontare il tema del bene e del male e dell’azione umana, Tommaso afferma: omnis agens agit propter finem, ogni uomo che agisce determina la volontà rispetto a uno scopo.

La Consulenza filosofica, finora perimetrata più a partire dal suo carattere “logico-argomentativo” duale che dal versante spirituale e maieutico, si è proposta per lo più come una pratica analitica e linguistica che ha tentato di inserirsi nelle pratiche di matrice pedagogica (peraltro cercando di differenziarsene) auto definitasi in negativo come non – essere – tramite poco convincenti negazioni identitarie. Putnam, che fu allievo di Carnap e di Reichenbach, afferma: «La  filosofia  analitica  parte  come  rispetto  per  l’argomentazione.  Il  problema  è che  dopo  un  po’ non  si  è  cominciato  a  fare  che  questo,  e  non  si  è  più  saputo  su cosa  argomentare.  Allora  emersero  gli  oggetti  immaginari:  i  mondi  possibili, quanto i mondi possibili o potenziali sono diversi o uguali al mondo reale e così via […] La filosofia analitica è vuota» E Robert Nozick, allievo di Carl Hempel, dichiara: «Per  me  fu  sempre  importante  la  combinazione  tra  clear  thinking e  grandi  temi.  Il problema della filosofia analitica è che si è dimenticata di questo secondo aspetto». In questo modo, preoccupandosi troppo delle parole e avendo rinunciato ai problemi più reali, che per Popper «è la via più sicura per la perdizione intellettuale », l’approccio analitico si dimostra sempre più incapace di trovare risposte ai problemi spirituali, etici, politici, sociali. Al riguardo è interessante la testimonianza di Putnam: egli confessa che il suo distacco dall’orizzonte della filosofia analitica si produsse quando «si lasciò coinvolgere dall’impegno politico», e si convinse che la filosofia non era «semplicemente una disciplina accademica». Scrive Miguel Perez de Laborda: “Per lui quindi l’impegno sociale esigeva l’abbandono dell’analitica, e la ricerca di altre forme di filosofare. E certamente non è difficile capire questa sua decisione, poiché l’analisi meta-etica (l’unica cosa che nel campo dell’etica può fare l’analitica, con il suo metodo) è solo una descrizione di usi del linguaggio, e quindi non ci fornisce nessuna informazione su ciò che ci interessa di più: che cosa dobbiamo fare, e non semplicemente che dice la gente che dobbiamo fare.”

La consulenza filosofica si è posta a lungo come esclusivamente filosofica, orgogliosamente in antitesi con le psicoterapie e la psicanalisi, con l’accademia, le sue convenzioni e le declinazioni consulenziali della società attuale, molto ingenuamente pretendendo – ultima arrivata sul mercato in tempo di crisi – di ergersi a consulenza senza consulenti, a professione senza mercato, cercando di invertire la dinamica che ha visto nascere la Pratica filosofica in contesti formativi, pubblici o collettivi, per porla in maniera esclusiva come dialogo a due. Questa idea di Consulenza filosofica, non potendo peraltro appoggiarsi su di un’identificazione condivisa di filosofia, che ha sempre rifuggito, è giunta a sfaldarsi da sé, incapace di reggere la tensione della non identità.

Se tale assunto è plausibile, in questo modo, la consulenza filosofica si è tolta di sotto i piedi un possibile terreno comune solido, credibile professionalmente e attendibile epistemologicamente e neppure il solo porsi come ricerca filosofica la rende oggi convincente, poiché aristotelicamente auto referenziale (“La filosofia non serve a nulla”) e perché non istituzionalizzata né remunerativa, finché resta de-contestualizzata, lontana dal resto del mondo delle pratiche, distante dal mondo di matrice Psy, diversa dalle pratiche formative ed educative, fuori dal mondo terapeutico e di cura, isolata nel contesto politico e sociale, flebile nel panorama editoriale e divisa a livello nazionale. Marginale nel mondo della ricerca poichè la ricerca è – nella nostra cultura tardo capitalistica – finalizzata alla vendita di prodotti perciò a sviluppare tecnologie per poi commercializzarle, ovvero ha sempre un fine economico. La ricerca filosofica in sè non può avere un utile spendibile ponendosi nel mercato economico dell’industria o accademica, (il mercato culturale appare in via di estinzione)  eccetto il caso della ricerca pedagogica o metodologica cioè quando la filosofia si pone a supporto di altre discipline.

Insomma, una consulenza che finora si è decostruita al suo interno, forse in un eccesso di zelo nell’applicare la meta-teoria praticante di Achenbach, ambiguamente situatasi in un intollerabile, ipotetico nonché ipocrita, confine tra mercato e controcultura che non le corrisponde, se essa vuole essere esercizio filosofico critico e parresiastico. Una tale teoria di Consulenza fatica a collocarsi nello scenario contemporaneo, multiverso, policentrico, globale, perché inattuale in un certo senso, una teoria che descrive una professione antica incapace di reggere la pluralità del post moderno. Incerta collocazione gnoseologica e antropologica, difficoltà a “stare sul mercato”, figura professionale ibrida, il pensiero aurorale di Achenbach che parla di cuore pensante e illuminazione sul senso della vita. Questi temi sono il core problem della consulenza/pratica filosofica oggi.

Pur condividendo l’idea che oggi qualsiasi pratica filosofica si può fondare solo ed esclusivamente sul paradigma greco antico in particolare platonico, è il paradosso socratico, che diventa paradosso orfico, il punto di radicale convergenza e attenzione che caratterizza il filosofo pratico oggi: essere coscienza critica della complessità attuale e, in questo, accettare il rischio di essere socraticamente atopica, attività enigmatica, non classificabile e sempre nel mirino della fragile democrazia occidentale a causa di questo agire sociale e politico; la consapevolezza di questo rischio estremo rende questa figura massimamente mimetica, precaria, instabile e perciò in bilico, sospesa tra ragione e follia, ma che può e deve accettare il suo destino di kènosis del lògos, capace cioè di sacrificare se stessa o meglio svuotarsi del suo portato storico per inverarsi nel quotidiano. La praxis filosofica si mostra come proteiforme, da Proteo divinità del mare, dei fiumi e delle distese d’acqua nonché oracolo e mutaforma. Un rischio che oggi la categoria dei philosophers probabilmente non è sempre conscia di assumere; se lo assume, e se ne è conscia, lo interpreta come un “incantesimo orfico”, (come lo descrive Giorgio Giacometti, in Platone 2.0, Mimesis 2017)  essendo infatti costretta a non dire ciò che presuppone e anela: filosofare, ovvero farsi mediatore tra il mortale e l’immortale, daimon, δαίμων parola che “designa i mediatori, gli intermediari fra l’uomo e Dio”, come scrisse S. Weil. Filosofi, amanti della sapienza.

Pur condivisibile quindi il paradigma platonico, (per cui la pratica filosofica, in quanto dialogo, non può non essere platonica) è bene riconoscere, che non è possibile replicare il senso dell’esperienza dell’esercizio filosofico antico nelle modalità rinnovate dalle odierne pratiche filosofiche, per alcuni motivi che qui si possono solo accennare, e che tale riferimento può funzionare come paradigma, modello pratico, non logico ma analogico. L’antichità contrapponeva al possesso materiale il livello spirituale; oggi il materiale prevale e lo spirituale ha le sembianze di un sincretismo onnicomprensivo, un blob indistinto in cui convergono spizzichi di cabala, oriente, esoterismo, tecniche di respirazione e esercizi di rilassamento. Stando agli effetti, la pratica si porrebbe come audace se efficace e imperiosa, capace di fare metanoia, provocare un cambiamento, altrimenti ha le sembianze di una tecnica del sé postmoderna, di derivazione foucaultiana, post freudiana, neo orientaleggiante, new age, olistica, un cui il filosofico perde la sua specialità.

L’idea di Associazione, professionale o culturale, è solo parzialmente una ripresa di un’idea di comunità di filosofi. Ciò che è comune oggi non è un concetto condiviso, tra filosofi, e la stessa idea di condivisione è incerta. La ricerca personale verso una crescita interiore è vista oggi come una forma di eccentricità ed è difficile che i soggetti della consulenza attestino una credenza diversa dal conforme, la moda, il si dice il si fa, l’omologante mondano dell’analitica dell’esistenza heideggeriana. Il consulente non dovrebbe essere lo specialista dello straordinario e della meraviglia? Le figure di agitatori interiori, coscienze critiche: poeti, filosofi, artisti oggi sono integrati o dissociati; i primi, innocui, cantano il tema del presente, i secondi (più incisivi) non hanno voce pubblica e spesso sono isolati. Dove si colloca il consulente? Si segna un tema di spartizione tra i più ed i pochi, tra un’idea di massa e un’idea di coloro che pensano ciò che fanno, è il destino della sapienza: sapiens e insipiens. E’ ancora valido l’assunto che tutti hanno una filosofia? Oppure la filosofia è per tutti ma non tutti sono per la filosofia?

La sfida del futuro per i filosofi praticanti e consultanti appare, chiunque si proponga di fare pratica filosofica, in questa prospettiva, quella di abitare questo paradosso orfico e proteico, proprio per questa radicale “diversità” e audacia, di una filosofia precaria che vuole essere critica, cioè capace di problematizzare i problemi stessi, mettendoli in discussione, e che vuole essere coscienza spirituale dell’anima politica occidentale, contro e in radicale opposizione ad un pensiero omologato e omologante cui deve far buon viso a cattivo gioco, con cui è costretta a convivere, filosoficamente. Estrema sembianza, ultima maschera, di una pratica preistorica.

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Filosofia

De hominis dignitate

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Nel suo essere peraltro è senza consistenza e sparisce appena sorge ed esiste

Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino

Inebriamoci di vino squisito e di profumi,

non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera,

coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano;

lasciamo dovunque i segni della nostra gioia

perché questo ci spetta, questa è la nostra parte

la sua sinistra è sotto il mio capo

e la sua destra mi abbraccia

Vanitas Vanitatum et omnia vanitas

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce

Non si sazia l’occhio di guardare

né mai l’orecchio è sazio di udire

si estende da un confine all’altro con forza,

governa con bontà eccellente ogni cosa

Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza,

ho cercato di prendermela come sposa,

mi sono innamorato della sua bellezza

15 aprile 2016

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Filosofia

Schopenahauer come educatore. Come può un uomo conoscere se stesso?

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A Irene.

Schopenhauer come educatore affronta un problema di educazione, lo dice Nietzsche stesso in Ecce Homo, la miglior biografia intellettuale sul filosofo, scritta da se medesimo. Perché questo testo ci dice qualcosa di vero e importante anche oggi, pur nei limiti di uno scritto giovanile di Nietzsche, lo spiega bene invece Giorgio Colli, nella Nota introduttiva della prima edizione Adelphi del 1985, che riproduce l’edizione Bollati Boringhieri del 1958 con la traduzione di Mazzino Montinari. «È uno scritto destinato a chi ha ancora qualcosa da decidere, sulla sua vita e sul suo atteggiamento di fronte alla cultura. È scegliendo un maestro, che cominciamo diventare qualcosa, e ciò per la modestia dell’atto, che attenua l’orgoglio giovanile, e per la fiducia nel sostegno, che dà fermezza al nostro incedere.» Perché Schopenhauer? Perché la visione tragica della vita non impedisce la vita stessa ma anzi rinforza e sferza lo spirito che anela e muove verso una nuova consapevolezza. Non c’è consolazione o debolezza in questo ma responsabilità e ascesi. Mazzino Montinari, che con Colli lavorò alle edizioni Adelphi dal 1961, lo ribadisce e lo specifica: «la verità è dolore, la verità non dà felicità ma l’uomo di Schopenhauer accetta quel dolore.» Nel 1873, mentre si avvicinava al suo trentesimo compleanno, Nietzsche si occupò dell’eterna questione di come diventare se stessi, che qui tematizza e che in fine diventerà il sottotitolo di Ecce Homo, opera fatale dell’epilogo torinese, appunto il famoso «Come si diventa ciò che si è».

In questo periodo il filosofo crede ancora possibile una riforma della società ad opera di volenterosi rappresentanti della cultura alta, quale implicitamente lui stesso si considera, riforma in senso aristocratico e nobile, antimoderna. Questo è il periodo di Nietzsche giovane promessa, docente filologo, studioso dei greci, ammaliato dalle lezioni di Burckhardt sulla Kulturgeschichte, la storia della cultura – cultura nel senso di civiltà, animato da spirito di grandezza, aspirante filosofo (nel senso che effettivamente aBasilea nel 1871 cercò di farsi assegnare, senza peraltro riuscirci, la cattedra di filosofia). Un Nietzsche ancora speranzoso che mantiene una certa giovane illusione sul mondo, a cui seguirà l’amara disillusione che lo porterà a profetare l’ultimo uomo, distruzione e décadence, la morte di dio e a cercare nuove speranze in un nuovo homo, l’Übermensch di là da venire, oltre il baratro del nichilismo europeo e la trasvalutazione di tutti i valori.

Se nelle conferenze del 1872 svolte su incarico della “Società Accademica”  tra cui quella intitolata Sull’avvenire delle nostre scuole l’oggetto era la scuola ottocentesca tedesca, le sue criticità, le sue lacune, le sue debolezze, qui il filosofo intende stabilire un nuovo concetto di autodisciplina, di autodifesa, “qui è iscritta la mia storia più intima, il mio divenire. Soprattutto il mio voto solenne!” scrive l’autore con il suo solito tono altisonante. Manifesto e diario di Nietzsche lo considera Sossio Giammetta, unico sopravvissuto, con Maria Ludovica Pampaloni, dei membri dell’équipe artefice della rivoluzionaria edizione Adelphi/Gallimard, che scrive «Attraverso l’esaltazione del suo primo e unico maestro, il grande Arthur Schopenhauer, è Nietzsche stesso che, ripetendo l’esperienza fatta da Platone con Socrate, si presenta come educatore: educatore alla grandezza e a compiti di portata storica universale. Poiché il filosofo non è qui un neutro contemplatore, un ruminante, ma dinamite, che può far saltare ogni ordine esistente».

Questo testo, mai pubblicato vivente l’autore in forma autonoma, è il terzo lavoro di una serie di scritti (considerati minori dalla critica ma che Nietzsche pone come inizio della sua produzione in Ecce Homo) chiamati “Considerazioni inattuali” Unzeitgemäße Betrachtungen pubblicati e così titolati nel 1874, una raccolta di quattro saggi, su 13 originariamente previsti, rivolti alle condizioni della cultura europea con particolare attenzione a quella tedesca, tutto il progetto doveva richiedere un lavoro di sei anni (un saggio ogni sei mesi). Con la solita (per Nietzsche) mancanza di fedeltà alle proprie iniziali  intenzioni, il lavoro si interruppe con i soli quattro saggi, scritti appunto tra il 1873 ed il 1876, fece lo stesso con le Conferenze da cui trasse Sull’avvenire delle nostre scuole, precedenti alla Nascita all’inizio del 1870  tra cui “Il dramma musicale greco”, “Socrate e la tragedia”, erano inizialmente sei, ne svolse cinque e non le pubblicò. A questi testi dobbiamo inoltre il concetto di “inattualità” che Nietzsche intende come il trovarsi fuori posto nel suo tempo, nell’essere o troppo indietro o troppo avanti rispetto ai tempi correnti. E’ il periodo di Bayreuth, dell’amicizia con Wagner, in cui il giovane Nietzsche docente a Basilea dal 1869,  è l’enfant prodige della filologia tedesca: nominato senza laurea né abilitazioni docente di lingua e letteratura greca  a soli ventiquattro anni, ha appena pubblicato La nascita della tragedia, lo sfolgorante esordio sul dionisiaco e l’apollineo che vende tutte le mille copie della prima edizione, (non gli succederà mai più). L’occasione per le Considerazioni fu un attacco a mezzo stampa, anche abbastanza vergognoso, (titolo: David Strauss il confessore e lo scrittore) a tale David Strauss, allora teologo hegeliano in voga, oggi quasi dimenticato, il quale inoltre già malato morì poco dopo la pubblicazione del pamphlet di Nietzsche, che, con profondo cattivo gusto lo giudica “autore di un Vangelo da birreria” attacco commissionato da Wagner che con il teologo aveva qualche conto in sospeso. In questo periodo progetta anche una seconda Inattuale, con il titolo Il filosofo come medico della cultura, (la critica della cultura dovrebbe essere almeno da Socrate in poi,  uno dei ruoli primari del filosofo nella società, qualcuno ancora cerca di farlo) e per prepararla alla biblioteca universitaria di Basilea prende in prestito numerose opere di fisica e chimica, ma non la scrive.  Nonostante in seguito, nel solito Ecce Homo, l’autore tenti di elevarne la portata, con parole e accenni oggi risibili, questi testi rappresentano il tentativo di Nietzsche di presentarsi sulla scena culturale come polemista, il Nietzsche «critico della cultura», fustigatore dei costumi intellettuali del momento, rappresentante dell’avanguardia wagneriana, immoralista, nel nome superiore della cultura con la K maiuscola (di kultur). Un tentativo appunto, che tale restò, poiché proposto da un giovane docente della cerchia di Wagner, qual era allora Nietzsche, che però fallì miseramente in seguito quando l’ex docente volle così caratterizzarsi in maniera autonoma, dopo la rottura con il maestro di Bayreuth, il filosofo con il martello della trasvalutazione dei valori, cioè lo stravolgimento dei valori tradizionali, a partire dalla morale religiosa cristiana, fino all’idealismo razionalista, quello che scrive “L’uomo é qualcosa che deve essere superato”. Ciò non toglie affatto nulla alle Considerazioni, al  loro singolo peso filosofico e intellettuale, l’occasione storica della loro pubblicazione, il contesto e perfino le vicende biografiche dell’autore incidono in fondo poco sul valore del testo. Questo resta, perché Nietzsche, come afferma a ricerche vedute Sossio Giammetta, (che fu nella cerchia dei traduttori Adelphi delle edizioni Colli – Montinari) fu psicologo, poeta e moralista (e fondatore della religione laica) oltre che grande scrittore, più che filosofo. Basterebbe in fondo la sola citazione del famoso motto qui contenuto: “Vivere, in generale, significa essere in pericolo”.

In questo scritto Nietzsche afferma di aver voluto utilizzare Schopenhauer come Platone usò Socrate, cioè come espediente, come occasione per proclamare qualcosa, come formula linguistica. In realtà questo testo è allo stesso tempo un omaggio ed un commiato, a e da Schopenhauer, assieme a La nascita della tragedia conclude, con le Conferenze il periodo di Basilea. All’inizio della sua riflessione, Nietzsche fu influenzato da Schopenhauer, per il quale la vita è crudele e cieca irrazionalità, è dolore e distruzione. Ma egli non si fermò al pessimismo di Schopenhauer: il sentimento tragico della vita è accettazione della vita stessa, amor fati, è adesione a tutti gli aspetti dell’esistenza, anche a quelli più terribili, poiché tutto fa parte della vita. La “sua” volontà di potenza, secondo i critici, sarà solo la schopenhaueriana volontà di vivere rivisitata.

Scrive Giuliano Campioni, «La diffidenza verso i grandi sistemi, la messa in discussione delle fede – di ogni tipo di fede -, la volontà di percorsi privi di garanzie stabilite trovavano nella filosofia di Nietzsche un terreno di confronto che coinvolge fino in fondo “la passione rabbiosa per la verità” e l’eticità.» Montinari, diversamente da Colli o Giammetta, nel 1963 scriveva che  Nietzsche è simbolo di disordine spirituale, una malattia, un problema non ancora risolto.

Ma come mette insieme, Nietzsche, l’educazione e un filosofo come Schopenhauer? Le prime sette pagine sono effettivamente folgoranti, un colpo diritto all’amor proprio di qualsiasi giovane studente che si trovi in quella fase in cui deve scegliere e decidersi sulla propria vita, invito, esortazione, appello. Scrive Nietzsche: gli uomini sono pavidi e pigri, si nascondono dietro  costumi e opinioni, pensano ed agiscono al modo del gregge. Per paura, adattabilità e ignavia, perché temono il giudizio del prossimo. L’uomo che non vuole appartenere alla massa deve cessare di essere accomodante con se stesso, in quanto nulla è più ripugnante di chi sfugge al proprio genio, poiché della nostra esistenza dobbiamo rispondere a noi stessi. «Al mondo vi è un’unica via che nessuno oltre a te può fare: dove porta? Non domandare, seguila.» Ma come è possibile ritrovare noi stessi? Come può l’uomo conoscersi se è una cosa oscura e velata, anzi scrive Nietzsche, ogni uomo è un unicum, molteplicità bizzarramente variopinta nell’unità che è. C’è un modo, ed è guardare indietro nella propria vita e chiedere: che cosa ho amato veramente, che cosa mi ha attratto, dominato e reso felice? Metter davanti a se questi oggetti venerati e la loro essenza, la loro  successione sarà la legge fondamentale del tuo te stesso vero e proprio. Confronta questi oggetti, scrive Nietzsche, guarda come si completano l’un l’altro, come formano una scala su cui ti arrampichi verso te stesso. La tua vera essenza dice non è nascosta dentro di te, ma al di sopra di te, o meglio di ciò che abitualmente prendi per il tuo io. Gli educatori? Sono dei plasmatori. I veri educatori sono quelli che sanno rivelare quale è il vero senso originario e la materia fondamentale del tuo essere, i tuoi educatori non possono essere niente altro che i tuoi liberatori. «L’educazione è liberazione, rimozione di tutte le erbacce, delle macerie, dei vermi che vogliono intaccare i germogli delicati delle piante, irradiazione di luce e di calore, benigno rovesciarsi di pioggia notturna (..)» L’educazione per Nietzsche è imitazione e adorazione della natura, e anche compimento della sua opera. Questa metafora naturale in particolare è molto efficace, l’educazione è coltura, allevamento, cura.

Il resto del testo non è esattamente all’altezza dello scrittore Nietzsche che verrà, il più famoso, a volte “cincischiato, prolisso e zoppicante” lo scrive Giammetta.

Da qui in avanti  per Nietzsche tutto cambierà, si chiude un periodo e se ne apre uno nuovo, il cui inizio sarà segnato dalla pubblicazione di Umano troppo umano nel 1876: finisce la misticheggiante rilettura estetica del mondo greco inserita in un humus filosofico in cui l’artista/genio, il santo ed il filosofo sono i prescelti salvatori dell’umanità intrisa di decadenza e nichilismo che contraddistinguono l’era moderna secondo il filosofo tedesco. Schopenhauer e Wagner i maestri di questo periodo sono da qui superati.  Negli anni seguenti arriveranno gli altri scritti più noti che porteranno Nietzsche a diventare quel che è diventato, meno accademici, meno filologici, meno storico – sociologici, meno esplicitamente di critica culturale, che con questi testi finisce di essere l’obiettivo specifico del filosofo, ma ancora filologo e docente, Nietzsche.

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