Filosofia, pratica filosofica

Pragma Sofia, l’esercizio della filosofia, il blog.

Pragma è parola greca che significa cosa, affare,  la res latina e anche fatto, avvenimento. Pragma è anche azione, la cosa che appartiene all’ambito della vita nel suo dispiegarsi in tutte le forme e le attività di prestazione, formazione, pensiero. Pragma è quindi la dimensione di ogni cosa che riguarda l’affare umano, l’agire e la sua razionalità, la sua logica, conoscitiva, esperienziale e spirituale che si costituisce come sapere, sophía. Sofia che si  traduce e si incarna in sapere, sapienza, conoscenza e spirito, è il logos umano per eccellenza.

La pratica filosofica, in cui si dispiega questa idea di sapienza e di ragione come praxis, ha il suo compimento all’infinito e costituisce l’esercizio filosofico in senso proprio che è intenzionalità pragmatica e spirituale.

L’esercizio della filosofia è questione che attiene all’agire umano, all’orientamento spirituale ed etico, alle scelte politiche, intese come “della polis” in senso socratico. Il riferimento è il ruolo personale e sociale della filosofia che viene sviluppato sui due livelli integranti l’interagire umano, dal punto di vista soggettivo, rivolto quindi a tutto ciò che riguarda le scelte etiche ed esistenziali e l’utilizzo di un pensiero critico: responsabilità, consapevolezza, valori, visioni del mondo, idee; e dal punto di vista collettivo, vale a dire più propriamente legato al contesto intersoggettivo, ciò che ci accomuna e ci divide.

Questo è quindi un blog di pratica filosofica, di formazione, di attualità, di educazione, talvolta di musica, arte e poesia e spiritualità, nella convinzione che la cultura è ciò che rende possibile ogni cosa, plasmando in modi infiniti la natura umana.

Per informazioni e contatti:

davide.ubizzo@gmail.com

@pragmasofia

Standard
Poesia

La crescita dell’uomo. Emily Dickinson 1863

Growth of Man—like Growth of Nature—

La crescita dell’uomo – come la crescita della natura gravita all’interno – L’atmosfera e il sole la ratificano – ma essa si muove – da sola –
Ognuno – il proprio ideale assoluto deve raggiungere – da solo – In solitudine, con il coraggio di una vita di silenzi –
Lo sforzo – è la sola condizione – La sopportazione di se stesso – La sopportazione di forze contrarie – e un credo intatto –
Fargli da spettatore – è compito del suo pubblico – La trattativa però – si svolge senza assistenza – senza incoraggiamento.

Growth of Man—like Growth of Nature— Gravitates within— Atmosphere, and Sun endorse it— Bit it stir—alone—   Each—its difficult Ideal Must achieve—Itself— Through the solitary prowess Of a Silent Life—   Effort—is the sole condition— Patience of Itself— Patience of opposing forces— And intact Belief—   Looking on—is the Department Of its Audience— But Transaction—is assisted By no Countenance—

da Silenzi, traduzione, introduzione e note a cura di Barbara Lanati, Feltrinelli, Milano 2005

img: boston review

Standard
Filosofia, pratica filosofica

#5 post it. Fare filosofia. Appunti per una teoria pratica.

salmone tattoo haida

Oggi per pratica filosofica sulla scena italiana si intende un certo numero di attività nate dalla riscoperta della filosofia come realtà extra accademica. Counseling, Consulenza, Seminari, Laboratori, Dialoghi socratici, Caffè filosofici, consulenze di gruppo, P4C: che la consideriamo saggezza pratica con Aristotele o esercizio spirituale con Pierre Hadot siamo oggi consapevoli di che cosa parliamo quando parliamo di pratica filosofica. Una scena nazionale che richiama il “modello francese” prendendo a modello la critica cinematografica filmica, per una teoria della pratica filosofica è come per una sceneggiatura, detta “francese”, dove si parla molto ma accadono poche cose. Interventi, convegni e articoli, siti e blog, (anche il mio) su cos’è, cosa fa, a cosa serve e da dove deriva la pratica filosofica affollano anche l’infosfera, poiché la pratica filosofica è oggi promossa sopratutto tramite il digitale e si è formata e si è sviluppata in Italia – negli esiti novecenteschi di una critica all’accademica forma del filosofare, teorica, astratta, chiusa e auto narrantesi tramite una autoreferenzialità esausta – nell’era digitale. La sostanza qualitativa del dibattito quindi è figlia di questi tempi.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (“la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi”). Il vizio è la ricerca della definizione, del limite, del discrimine. Pare necessario specificare in termini esatti cosa distingua un filosofo pratico da uno psicologo, da un consulente, da un facilitatore, da un mediatore, da un qualsiasi analista o da un esperto di filosofia o da un coach professionista. Non che questa richiesta sia futile, ma siamo così sicuri che tale distinzione sia necessaria? Non si sa in fondo da sempre (anzi da 2500 anni circa …) cosa fanno i filosofi? La pratica filosofica, (almeno nel caso della consulenza) ultima arrivata nel mercato dell’offerta come proposta di un esperto filosofo che “consiglia e assiste il proprio committente nello svolgimento di cure, atti, pratiche o progetti fornendo o implementando informazioni, pareri o soluzioni attraverso il proprio know how e le proprie capacità” fatica a farsi strada. Forse è la categoria consulting/counseling una delle difficoltà?

E che dire dell’idea che il filosofo pratico non debba “usare” o debba limitare al massimo, concetti e idee della storia della filosofia, cioè non possa tra i suoi strumenti utilizzare il patrimonio secolare della filosofia, perchè si dice, la pratica filosofica non ha un metodo, ma utlizza tutti i metodi come da Achenbach, La consulenza filosofica, quindi, non lavorerà con i metodi (nessuno di solito ricorda il seguito della sentenza cioè “bensì sui metodi” evitando così di interrogarsi su che cosa significhi lavorare sui metodi) non sarebbe come se un medico chirurgo davanti ad un’operazione non tenesse conto della prassi che forma il suo corpus teorico pratico? O come un giurista che non tenesse conto dei precendenti legislativi nell’esaminare una riforma di legge? Non si sta confondendo il metodo, cioè la via che si segue, (o prassi) con la sostanza? Detta sostanza della pratica filosofica, se è autenticare la propria anima, (Socrate docet) credere che fare filosofia significhi in esclusiva un colloquiare chiarificante e orientativo sui pensieri delle persone non è in realtà un drammatico impoverimento della praxis filosofica?

Praxis, parola greca che il latino riprende per dire prassi, azione (actio è il sinonimo latino di praxis), e anche metodo, procedimento, tecnica, prova, esperienza, che riguarda un agire che racchiude il proprio senso in se stesso. Inoltre la parola prassi, semanticamente si radica tra fine ‘800 e novecento. Richiama una terminologia specifica della filosofia italiana dell’idelismo gentiliano e del marxismo la quale quindi tende all’ambito sociale e politico, più che filosofico. Come insegna la filosofia del linguaggio ogni parola porta con sè un carico di significati storicizzati, perciò la pratica filosofica necessita di un vocabolario nuovo? La pratica filosofica è quindi processo? Sì, in quanto accade nello spazio tempo determinato della situazione di dialogo. No, perchè non si esaurisce in quel processo, in quanto essa trascende il qui e ora e agisce sulla totalità e nel futuro.

La filosofia si traduce anche in ragione, pensiero, critica, perciò la pratica è anche chiarificazione dei pensieri, mappa concettuale, ristrutturazione dei ragionamenti ma ciò non esaurisce il suo portato che investe persone, fatte di essere, che è corpo, anima, spirito. Purtuttavia ciò non significa rifarsi ad un vago concetto olistico oggi di moda. Piuttosto rimanda alla questione antropologica, e cioè la pratica filosofica è necessariamente legata alla risposta alla domanda: che cos’è l’uomo? A seconda di come si risponde a questa domanda cambia il paradigma filosofico di riferimento. Diverso quindi sarà se si considera l’intima essenza umana la coscienza/mente, il sostituto neuroscientifico dell’anima, o la materia biologica, o il binomio corpo/mente, o io/super io/es o altro ancora .

Se i filosofi pratici intendono occuparsi delle menti (mente o cervello in quanto sede del pensiero) degli uomini farebbero meglio a fare gli psicologi, poiché la differenza non esiste. Se lo scopo è solo comprendere il discorso altrui, il filosofo pratico può rinunciare alla sua pretesa specificità: lo fanno già in molti, consulenti e professionisti. Il chirurgo dei pensieri non è filosofo, la deriva razional popolare di matrice analitica ha già dimostrato la sua sterilità, più o meno alla fine degli anni ’90, quando ci si rese conto che la sola analisi del linguaggio, l’esattezza delle argomentazioni, la pragmatica del discorso (nel concreto sempre disattesa e quasi attuata all’inverso) non portavano a nulla, (Hilary Putnam, «La filosofia analitica è vuota») se non a non sapere che pesci pigliare. Cercando di dire solo ciò che è possibile dire, nei limiti stabiliti dai tecnici del linguaggio, si finisce di non poter dire niente, si giunge all’afasia. La pratica filosofica, o consulenza così come è nata agli inizi del 2000 in Italia,  “logico-argomentativa” pare ignorare quella direzione che mira alla “visione delle essenze“ dei vissuti afferrabili e analizzabili nell’intuizione, nella loro pura generalità essenziale, come vissuti degli uomini e dalle donne.

La filosofia non può essere l’apologia della ragione e del linguaggio ma la liberazione dell’interrogazione e della ricerca, non è teoria dell’ideologia ma preghiera dell’essere. Quando crediamo che la teoria guidi il nostro agire riteniamo che i pensieri ci portino esattamente ad un punto d’azione preciso e coerente ma poche volte è davvero così, certo lo è nel caso dei bisogni primari: ho fame apro una confezione prendo una mela e la addento, ho sete e bevo, ma se ho desiderio di conoscere posso, e la scelta sarà decisiva, scegliere tra diverse opzioni: studiare, leggere, consultare la rete, chiedere ad un esperto. Nel caso volessi migliorare me stesso ho davanti scelte differenti, posso andare in palestra, fare un corso di formazione, andare da un sacerdote, da un terapeuta, da un consulente, se voglio crescere come persona devo prima decidere in base a quali criteri per me crescere ha significato.

Del resto se Socrate è padre nobile della pratica filosofica ciò significa che non ci si può conoscere se non ci si ri-conosce. L’incontro con se stessi, quindi, e la scoperta della propria totalità presuppone un cammino a ritroso, un “tornare indietro”, che è l’unico che possa permetterci di entrare in contatto con l’interezza di quello che siamo. Si può parlare di filosofia in rapporto, di motivazione, intenzionalità, di spirito, di kardia, di proattività, di essere e di essenza profonda della e nella pratica filosofica? Se la filosofia è un’attività e una ricerca, impone ai filosofi di abbandonare ogni facile patria, di lasciarsi alle spalle credenze e pregiudizi, per decidersi ad andare.

Tutto ciò offre un’idea di filosofo consulente come figura mimetica aperta alle dinamiche contemporanee, che fonda la razionalità del suo agire nel valore etico, dialogico e spirituale, senza per questo avere un’etica specifica, nel dialogo concreto e non finto o artefatto, o direttivo mascherato, e  senza nessun idealismo spiritualistico o vacue proposte simil new age.

«Succede della maggioranza dei filosofi sistematici, riguardo ai loro sistemi, come di chi si costruisse un castello e poi se ne andasse a vivere in un fienile: per conto loro essi non vivono in quell’enorme costruzione sistematica. Ma nel campo dello spirito ciò costituisce un’obiezione capitale. Qui i pensieri, i pensieri di un uomo, devono essere l’abitazione in cui egli vive: altrimenti sono guai» Søren Kierkegaard.

“Chi si fida dei propri ragionamenti e delle indagini compiute attraverso di essi, perché pensa di trovare tutta la verità con distinzioni, sillogismi ed analisi, non può né conoscere le esperienze dell’uomo spirituale né credere in esse. In effetti costui è psichico: ‘ma chi è psichico’, dice ‘non riceverà le manifestazioni dello Spirito’, né può farlo: quindi chi non le conosce e non vi crede, come potrà renderle conoscibili e credibili, confrontandosi con gli altri? Gregorio Palamas, Le Triadi.

 “L’originalità della filosofia contemporanea è di aver chiarito come non mai nel passato, protesa sull’enigma dell’esistenza, la richiesta di questo «ricupero essenziale» che l’uomo deve operare su di sé ogni volta che nella vita e nel pensiero egli interroga sull’essere. Si tratta quindi di avvertire, dal profondo, la peculiarità dell’essere umano che non può limitarsi ad essere un oggetto fra gli oggetti o alla funzione di soggetto per gli oggetti: in realtà l’essenza del nostro essere come spirito è precisamente la «libertà» Cornelio Fabro.

«La filosofia non asciuga lacrime né dispensa sorrisi, ma dice la sua parola sulla “verità” delle lacrime e dei sorrisi.» Michele Federico Sciacca.

Altra voce dal profondo, ho sentito risonare, altra luce e più giocondo, ho veduto un altro mare. Vedo il mar senza confini, senza sponde faticate, vedo l’onde illuminate, che carena non varcò. Vedo il sole che non cala, lento e stanco a sera in mare, ma la luce sfolgorare, vedo sopra il vasto mar. [I figli del mare] Carlo Michelstaedter

Una parola malfamata. (…)  Eppure mistico significa soltanto iniziato, colui che è stato introdotto ad altri o da se stesso in un’esperienza, in una conoscenza che non è quella quotidiana, non è alla portata di tutti. (…) La stessa comunicabilità universale, come carattere della ragione, è un pregiudizio, un’illusione. (…) Anche il razionalismo è mistico. E in genere “mistico” va rivendicato come epiteto onorifico. G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi.

img: simbolisignificati

Standard
Filosofia

Empedocle. Cuore noematico, sovraumano intelletto.

“Il suo sguardo non è quello ossimorico, distaccato e severo di Eraclito, né quello apollineo e contemplativo di Parmenide. Empedocle è sapiente e poeta, conosce e vibra. E sogna. E prova nostalgia. Sogna un mondo non travagliato da Contesa, un mondo retto dall’armonia di Amore; prova nostalgia per la perduta natura divina dell’uomo, che va riconquistata attraverso la conoscenza, lontano dalla via funesta di Contesa, e nostalgia per la pace e l’unità della natura originaria, cui la morte mistica può condurre”, scrive Angelo Tonelli, che ha tradotto i Frammenti e testimonianze di Empedocle per Bompiani (2002).

Sovraumano intelletto – lo definisce Lucrezio nel De rerum natura. Empedocle nacque nel 492 circa ad Agrigento. O anche per la natura mistica e divina che lo circonfonde si disse che apparve presso le rive dorate del fiume Akragas. Fu – in termini odierni – pensatore, ingegnere e scienziato, iniziato e sciamano. Taumaturgo e mago disse Hegel.

Empedocle è una continua espressione dell’interiorità Mistica. È uno sforzo ininterrotto di fondere ciò che gli sta dentro  con ciò che lo circonda. Esiste la distinzione tra gli uomini quella tra gli uomini mediocri. La tirannia e invece imporsi di un uomo mediocre al di sopra di tutti i suoi uguali. E’ l’ultimo filosofo dei sapienti prima di Platone a scrivere in versi.

Disse: sono stato un tempo fanciullo e fanciulla, arbusto e uccello e  muto pesce del mare. Racchiude nel suo pensiero ascendenze orfiche e pitagorica nella credenza nella trasfigurazione delle anime e trasmigrazione nella condotta di vita secondo principi di purificazione ascesi e politica. Molti suoi versi e molte leggende che lo riguardano ci parlano di un mago, di uno sciamano che crede nella reincarnazione e si proclama discendente dalla stirpe degli dèi.Nel poema “Le purificazioni”, dice infatti: “Vengo a voi come un dio immortale, non più come mortale, da tutti onorato…”.

Nella sua filosofia, come in quelle degli altri Presocratici, non mancano elementi mistici: l’identificazione del nóema con il sangue, quindi con il pensiero pre-razionale. L’attimo della suprema conoscenza mistica in Empedocle è lo Sphaîros, lo stato di perfezione del mondo, in cui l’Amore ha la meglio sull’Odio e unifica i quattro elementi naturali confondendoli in una immobile sfera. Ma questa situazione dura un attimo,  inevitabilmente distrutta dal Neîkos che tutto infrange e separa, e così il ciclo del fenomeno ricomincia. La circolarità del tempo indica l’inesauribilità della fonte extra-fenomenica, che costringe le sue varie manifestazioni a riverberarla perpetuamente in cicli infiniti.

Empedocle individua nella storia dell’Essere 4 diverse fasi che si ripetono ciclicamente, dominate dalle due forze cosmiche. Nelle due fasi in cui c’è il completo dominio dell’Amore (tutti gli elementi sono unificati in completa armonia) e il completo dominio dell’Odio (regno del caos), non c’è vita. Quando l’Odio dissolve il tutto uniforme dell’armonia originaria, si attraversa una fase intermedia in cui le due forze coesistono, fino a sfociare nel regno del caos, da cui si esce quando l’Amore inizia a riconciliare gli elementi all’origine dell’Essere. La vita è possibile sono nelle due fasi intermedie, in cui le 4 radici origini dell’essere sono soggetti al divenire per via della guerra tra le due forze cosmiche.

La bellezza odia il fato terribile da sopportarsi. Il noema significa intuizione e non pensiero razionale.

Scrisse: “Il sangue che sta attorno al cuore è il pensiero degli uomini”

Il pensiero razionale è un fatto puramente cerebrale, non dà nessuna sensazione al petto: ciò che da questa sensazione è oltre che pensiero, sentimento ed intuizione. Qui tutto qui sta ad indicare una conoscenza mistica: prapides originariamente diaframma qui nel senso di cuore, è il luogo dove nasce per tutti i mistici  l’intuizione; il verbo è ereido, il cui significato è piombare su una cosa e stabilirvisi in modo definitivo esprime lo slancio entusiastico al tempo stesso la sicurezza di questo genere di conoscenza; epopteuo  è il termine tecnico ad indicare la contemplazione sopra razionale.

Giorgio Colli scriveva uno schizzo così: “I lontani Greci: α) Parmenide venerabile, β) Empedocle tragico, γ) Eraclito oscuro, δ) Platone divino, ε) La caduta dello spirito dionisiaco.” E ancora. “Lato mistico e lato politico nei Presocratici. Contraddizioni nelle dottrine presocratiche che si spiegano con il contrasto tra pura interiorità che li spinge al misticismo ed impulso ad esprimersi politicamente che fa loro creare i loro sistemi filosofici, li fa capi di scuole filosofiche e di sette religiose, educatori e comandanti politici.”

Plutarco ci riferisce che per Empedocle l’acqua è l’elemento dell’amore, Novalis scrive: l’acqua si mostra come elemento dell’amore della mescolanza dominando sulla terra il divino slancio pieno di bontà dell’amore immacolato.

Dopo di lui apparvero Socrate e Platone.

Decide di attuare in Agrigento una sua polis di purifircazione, una polis in cui l’odio venga eliminato per quanto si può su questa terra, e parla ai cittadini, accentua l’ascetismo pitagorico, li ama come un dio che ama gli uomini, guarisce le loro malattie perchè il dolore dell’umanità diminuisca e scrive per loro I canti di purificazione. (G. Colli, Filosofi sovrumani, 1939)

img: (Empedocles Philosfus stampa del Remondini, Bassano) wellcome collection org

Standard
Filosofia, pratica filosofica

Dialogo socratico e pratica filosofica. Intervista su SoloTablet

La sua estrema fragilità e mimeticità la rende vulnerabile e precaria. Parlare di metodo è pedante e noioso ma necessario perché rende ciò che si fa credibile e professionale. Negare il metodo o generalizzare come fa Achenbach non è molto di aiuto. Serve una costante opera di ricomposizione è un lavoro di Sisifo, ricostruire, collegare, analizzare questa è la ricerca infinita dei filosofi cui la consulenza non può sottrarsi.

Consulenza filosofica e dialogo socratico nell’era tecnologica

 “La tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla!” – Ernst Junger –  “Da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da sé stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d’averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me.”– Socrate (Teeteto)

L’era tecnologica e digitale suggerisce leadership riflessive, dialoganti, capaci di interpretare le categorie dell’efficienza organizzativa, delle capacità individuali e dell’efficacia alla luce della rivoluzione tecnologica e nell’ottica delle persone.

Internet, smartphone, piattaforme social hanno trasformato ogni attività online in conversazioni, spesso caratterizzate dalla superficialità dell’interazione e dalla brutalità del linguaggio. Conversare però non è dialogare. Dialogo significa parlare attraverso, con il desiderio di trovare un punto in comune. Il dialogo è anche mettersi nei panni degli altri, non è un semplice scambio di opinioni, neppure una discussione dialettica finalizzata ad avere ragione. Si basa sull’ascolto dell’altro, sulla capacità di catturare l’attenzione reciproca e sull’ottenimento di un consenso generale. 

Il dialogo oggi è anche strumento della pratica filosofica che il consulente filosofico utilizza con persone che vivono l’era digitale attuale con incertezza, disagio, ansia, stanchezza e insoddisfazione. Il dialogo serve a porsi domande, a guardare alla realtà in modo diverso, a superare schemi fissi e i paradigmi che li sostengono, bias di conferma, per andare alla ricerca di nuove strade. Il dialogo è importante, fondamentale, per superare i conflitti e nella consulenza filosofica diventa cura e prendersi cura. Di dialogo, consulenza filosofica, era tecnologica, leadership e organizzazioni abbiamo deciso di parlare, in forma di intervista, con manager d’azienda, consulenti filosofici, leader di mercato e studiosi.  

L’intervista è condotta da Carlo Mazzucchelli (fondatore di www.solotablet.it e scrittore) e Giovanna Maria Farina (filosofa, Consulente filosofico e scrittrice) con Davide UbizzoConsulente filosofico presso MIUR

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale (lavorativa, professionale, manageriale, ecc.), del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione critica sull’era tecnologica e dell’informazione che viviamo?

Buongiorno. Mi occupo di pratica filosofica e lavoro nella scuola. Vivo e pratico nel territorio lagunare veneziano e mi occupo, da ormai dieci anni, di: consulenze, Caffè filosofici, Laboratori, Dialoghi di cittadinanza. Il mio interesse per le nuove tecnologie risale al primo anno di Filosofia all’Università di Ca’ Foscari a Venezia, alla fine degli anni ’80. Sono interessato all’universo digitale perché lo ritengo uno sviluppatore di conoscenza, un acceleratore di informazioni e un espansore di stimoli di pensiero.

Mi sono occupato a lungo, all’incirca dal 2001 dopo un master sempre a Ca’ Foscari con il prof. Margiotta in e-learning, di e-commerce, di gestione siti web, comunicazione web, piattaforme, social network e contenuti digitali. Sono socio Phronesis, l’associazione nazionale per la consulenza filosofica, per la quale ho ricoperto anche ruoli gestionali, al momento faccio parte della Redazione della Rivista omonima Phronesis.

Dal 2014 gestisco il blog Pragma Sofia, l’esercizio della filosofia. In questo momento sono impegnato in un nuovo progetto con la scuola secondaria di primo grado, sto svolgendo dei Laboratori filosofici nelle classi seconde con alunni di 12/13 anni.

Si dice che Internet sia Conversazione (The Clutrain Manifesto). Il mondo interconnesso globalizzato dalla tecnologia ne è una testimonianza palese. Dispositivi, applicazioni e piattaforme facilitano interazioni, conversazioni, colloqui. È come se tutti stessimo dialogando. In realtà la pratica del dialogo (διά- λογος – attraverso le parole) online è la grande assente, sia nelle interazioni personali sia in quelle lavorative e professionali. Si legge poco e superficialmente, non si presta attenzione, la concentrazione è scarsa, prevalgono l’urlo e la brutalità del linguaggio, si praticano la promozione e la vendita (anche di sé stessi) più che la persuasione. Lei cosa ne pensa? Come vede il dialogare online, anche filosofico? In che modo si potrebbe alimentarlo e coltivarlo?

Conversazione, comunicazione, colloquio. Ogni termine presuppone un diverso grado di interazione e diversi gradi di relazione.

Nel lessico filosofico si parla di dialogo nel senso del dialogo socratico che per me è sinonimo di dialogo filosofico. Credo che servirebbe uno studio rigoroso su ciò che è il dialogo socratico e ciò che spesso viene inteso come dialogo tout court. C’è molta confusione anche tra addetti ai lavori. Lo slittamento linguistico tra dialogo e dialettica non spiega tutto.

C’è chi confonde dialogo e eristica e pensa che il dialogo sia una competizione agonistica,  chi spaccia per dialogo un sorta di interrogatorio di polizia, chi spaccia per dialogo i propri soliloqui e monologhi, chi parla di dialogo ma poi pone dei paletti alla discussione. Le comunicazioni on line segnano una differenza importante rispetto al dialogo in presenza. Come del resto ogni relazione che si sviluppa in rete è sostanzialmente diversa rispetto alle relazioni interpersonali a cui siamo abituati. Mancano tutte le qualità fisiche e relazionali di un vero rapporto umano: gestualità, tono della voce, sguardo, pause e tempi di reazione, rapporto, socievolezza.  Il dialogo on line è un dialogo senza corpo, fatto al massimo, in tempi di piattaforme streaming, di volto, voce e sguardo fisso in webcam, e la chat a latere. Di certo il modello social non favorisce il dialogo di natura socratica o filosofico, anche tentativi di amici o conoscenti in questo senso mostrano la corda: la brevità del testo, il tempo di connessione, la frettolosità che è connaturata alla frequentazione dei social media, l’impossibilità di un approfondimento reale, sono tutti motivi per cui il dialogo social non si può considerare vero dialogo. E’ tuttalpiù conversazione appunto, chiacchiera, opinione, umoralità ma anche finzione, maschera, velo di Maya.

Ciò non significa che non sia possibile applicare il dialogo socratico o filosofico in contesti digitali, ciò presuppone un intervento a priori nell’organizzazione del contesto e dei tempi svolgimento: piattaforme, siti, blog non escludono affatto al possibilità di dialogare anzi, è però necessario, come del resto nel mondo “reale” ricavare spazi e tempi “diversi”, la filosofia comporta sempre una sorta di sospensione spazio temporale. Il mondo digitale è una prateria sconfinata per sperimentazioni di questo tipo, basta volerlo.

Saper dialogare non è importante solo online. Lo è nella vita, nelle aziende, nelle organizzazioni e nella società. Il dialogo serve a migliorare la capacità di formulare pensieri, a coltivare la capacità e la sensibilità di ascolto, a andare in maggiore profondità, a praticare il pragmatismo della comunicazione e a conoscere meglio sé stessi e gli altri. Il dialogo serve a togliere la maschera alle cose e alle persone, a aprire nuove possibilità di conoscenza (anche del Sé), di consapevolezza e di relazione. Quanto conta secondo lei il dialogo nelle pratiche quotidiane? Quanto importante ritiene che esso sia in aziende e organizzazioni nella fase attuale di trasformazione digitale, di smartworking e didattica a distanza, e di conversazioni online?

Che il dialogo sia importante credo sia fuori discussione, che sia in qualche modo di supporto a questa società in cui viviamo mi pare molto dubbio, per le caratteristiche della società occidentale stessa: frettolosità, superficialità, rapporti di forze, natura dei rapporti interpersonali.

Queste caratteristiche sono opposte alle condizioni in cui il dialogo nasce e si sviluppa: lentezza, conoscenza, pensiero critico, problematizzazione, mancanza di riguardo preventiva, pariteticità, cura della psyché, non curanza dei beni materiali. Il dialogo filosofico è sovversivo rispetto al reale sociale. Il dialogo filosofico è assente nelle pratiche quotidiane, non è fatto per il nostro quotidiano attuale.

Dovrebbe essere pratica quotidiana e chissà magari lo diventerà perché pur essendo nel quotidiano, (la riflessione dovrebbe accompagnare gli uomini in ogni passo) non ne è parte, curioso no? Non sono sicuro nemmeno che il dialogo filosofico  sia componente dell’attuale trasformazione in atto nel mondo digitale delle organizzazioni che attuano protocolli e chiedono algoritmi, o comprano software gestionali. C’è uno spazio “filosofico” nei contenuti, nella comunicazione, nella gestione clienti. Forse.

Socrate è il primo filosofo della filosofia occidentale a occuparsi dell’interiorità. Considerato il più sapiente di Grecia dall’oracolo di Delfi ha ideato il dialogo come strumento di ricerca interiore. La sua arte maieutica capace di far partorire le menti era improntata sull’ironia. Maieutica e ironia, due strumenti capaci di mettere in scacco l’interlocutore per far elaborare gli stereotipi. Il dialogo socratico è utile a dirigenti d’azienda, manager, professionisti ma anche a chiunque voglia acquisire la conoscenza di sé. Nella sua pratica professionale e/o di consulente filosofico cosa pensa del dialogo socratico? Può avere un ruolo terapeutico? Diverso e/o migliore di terapie psicologiche e altre pratiche finalizzate al benessere personale? In che modo lo usa, adattandolo, nelle sue attività?

Nella mia attività di pratica filosofica utilizzo il Dialogo socratico da qualche anno ormai. Lo faccio nei Laboratori, nei Dialoghi di cittadinanza e in generale nelle attività di gruppo. Non utilizzo fedelmente il modello di Nelson Heckmann e Specht ma ne seguo i principi base che ne fanno un paradigma per la philosophische praxis, in quanto empirica, dialogica, antidogmatica, critica, intuitiva e astrattiva.

Non mi pongo il problema se sia terapeutico o finalizzato al benessere personale perché per me la questione è esclusivamente filosofica ovvero riguarda la totalità dell’essere umano che entra in gioco nel dialogo: corpo, anima e spirito. Certo salute, guarigione, cura, benessere, sono tutti costrutti oggi molto di moda che in un qualche senso ruotano attorno all’idea di eudaimonia aristotelica ma sono troppo di moda per non essere sospetti, danno troppo l’idea di spendibilità sul mercato, che per carità è legittima ma non necessaria, meglio applicare una sana diffidenza e pensare alla phronesis ovvero la saggezza di vivere, e la sofia che le sta accanto, e quindi tentare di rispondere alle domande che poneva Agnes Heller nel suo la Filosofia Radicale: come si deve pensare, come si deve agire, come si deve vivere.”

Da qualche anno ormai propongo i Dialoghi di cittadinanza una formula di pratica di gruppo in cui l’esercizio della filosofia può creare consapevolezza, produrre l’interiorizzazione riflessiva di nuove comprensioni che avvengono nel processo dialogico, può suscitare e favorire un diverso senso di condivisione del pensiero e del vivere, proprio e altrui, mettendo in gioco una comunicazione autentica e profonda. Sulla fruibilità e accessibilità del dialogo nella pratica filosofica sarebbe necessaria una riflessione: aspettative, attitudine, precomprensioni, le dinamiche possibili sono molteplici.

Molti consulenti filosofici che hanno preso a modello Socrate e non solo, fanno della formazione lo strumento e la chiave delle loro pratiche filosofiche. Ma il filosofo non è un insegnante, neppure un educatore, semmai un maestro come lo è stato Socrate, sempre alla ricerca di conoscenza, anche del sé, di nuove mappe della realtà e di nuove verità. Il maestro non ha alunni, studenti o allievi ma discepoli. La ricerca, che parte dal non sapere, non va confusa con l’educare che si basa sulla trasmissione di un sapere acquisito e consolidato. Mentre l’educazione trasferisce cose e concetti già pronti, idee già masticate e digerite, la ricerca serve a creare cose nuove, a partire da nuove idee e nuove concettualizzazioni del mondo, Da consulente filosofico lei cosa pensa? Si sente filosofo, educatore, maestro, ricercatore? Che importanza ha per lei continuare a fare ricerca e che importanza ha nella pratica filosofica da consulente?

Socrate lo si può intendere solo come paradigma, come exemplum concreto di agire filosofico che accade.

Molti prendono Socrate ad esempio a modello e in effetti Socrate è il primo filosofo della storia del mondo e della filosofia di strada però appunto è necessario anche capire cosa Socrate mostra. Il Socrate citato nel mondo delle pratiche è spesso un feticcio, un presupposto inespresso, un espediente retorico.

Dal mio punto di vista Socrate mostra che la filosofia apre all’uomo la dimensione della dialettica io / mondo e offre come strumenti il domandare radicale, il problematizzare, la parresia, ponendo infine la questione spirituale (che riguarda il nostro essere intero) e politica nell’esistenza ovvero il rapporto con gli altri e la questione del governo degli uomini. Il carattere critico problematico della ricerca sempre aperta di Socrate per una vita etica personale che ci apre al mondo è ciò che rende l’esercizio della filosofia nella pratica filosofica una nuova praxis socratica, che realizza nel suo fare un’intenzionalità spirituale. 

CONSIGLIATO PER TE: Pensiero critico? Dipende…

In realtà, e mi pare una curiosità da sottolineare, la pratica filosofica oggi realizza vivificandole tutte queste istanze insite nel pensiero socratico e nel suo agire ma non le esibisce, forse perché meno interessata alla teoria epistemologica che ossessiona l’accademia. La filosofia è il quid che rende viva la nostra vita, Platone la chiamava fiamma che balza, Nietzsche parlava di passione per la conoscenza, “Amor che ne la mente mi ragiona” scriveva Dante nel Convivio. 

Per lavoro mi sono occupato per lo più di educazione, sono stato animatore, educatore, attualmente insegno e al contempo la mia ricerca filosofica non ha fine nel mio fare attività di pratica. Quanto al rapporto formazione / filosofia mi pare che la questione sia mal posta. Da Pitagora e il suo circolo la filosofia è tratto comune che caratterizza la vita di gruppi di persone che la praticano. Come vogliamo chiamarla? Vita filosofica? Non vedo come in altro modo. Socrate fu maestro? Sì ma non professionista. Non si faceva pagare. E’ certo corretto non  confondere educazione e filosofia ma è anche difficile distinguerle in maniera netta come vorrebbe qualcuno. Nell’antichità queste distinzioni non esistevano.

Scuola deriva da “scholé” parola che indica le attività che il cittadino riservava a sé stesso, che i Greci chiamavano “paidéia”, e vedevano in maniera non specialistica, integrale.  Davvero si può dire che un’attività di pratica filosofica non è formativa? Cadere in questo pensiero manicheo è piuttosto superficiale e significa disconoscere secoli di pensiero pedagogico e di paidetica. Di solito ha a che fare con l’antipedagogia. Poi la pratica filosofica utilizza tutte le modalità formali della formazione e dell’educazione: corsi, scuole, aule, testi, programmi, docenti, quote, pagamenti. Che contraddizione ipocrita.

La distinzione necessaria è forse tra addestramento e formazione, nel primo caso Socrate c’entra poco nel secondo, appunto, non lo si può escludere categoricamente, anzi. Le distinzioni servono a chi si vuole distinguere e ai suoi interessi.

Diffido perciò da chi perentoriamente divide gli ambiti e poi magari nel dichiarare di non voler essere maestro fonda scuole filosofiche. Io posso sentirmi filosofo, educatore, maestro e ricercatore senza grosse difficoltà.

Molti filosofi, consulenti con formazione umanistica si stanno oggi cimentando nella consulenza filosofica. Con quali risultati è difficile dirlo, soprattutto perché diversi sono gli approcci e le metodologie adottate e proposte. Secondo lei esiste un unico metodo universale per la consulenza filosofica o ne esistono diversi? Qual è quello da lei adottato e/o quale considera il più adeguato in una realtà mediata e ibridata tecnologicamente? Una realtà accelerata, caratterizzata dal costante cambiamento, che obbliga a cambiare modi di pensare e paradigmi, a aprire la mente e a elaborare pensiero critico.  Una realtà che obbliga aziende e persone a cambiare ma che non hanno necessariamente pensato che una consulenza filosofica potrebbe fornire loro la giusta soluzione.

La consulenza filosofica è sempre in bilico, sul crinale dell’essere/ non essere e del desiderare. La sua estrema fragilità e mimeticità la rende vulnerabile e precaria. Parlare di metodo è pedante e noioso ma necessario perché rende ciò che si fa credibile e professionale. Negare il metodo o generalizzare come fa Achenbach non è molto di aiuto. Serve una costante opera di ricomposizione è un lavoro di Sisifo, ricostruire, collegare, analizzare questa è la ricerca infinita dei filosofi cui la consulenza non può sottrarsi.

La consulenza vive il mondo attuale nel suo farsi quotidiano quindi è per forza liquida, digitale, proiettata nel futuro ed è l’unica possibilità che esista nel mercato per orientare le riflessioni personali che si ricavano dall’esperienza, che come analisi dei nostri vissuti necessitano di una comprensione immaginativa capace di orientare l’esistenza al di fuori del corto raggio dell’agire economico adattivo e del funzionamento conformista.

Questo è ciò che solo la filosofia è in grado di garantire.

Prima della consulenza filosofica c’è la filosofia e l’essere filosofo. La filosofia fa parte della vita di ogni consulente filosofico. Cosa significa per lei filosofare? Come è arrivato/a fare il consulente filosofico, con quali motivazioni e attraverso quale percorso? Cosa è per lei la consulenza filosofica? Non le sembra strano che proprio mentre la filosofia sta attraversando un periodo problematico nelle scuole e nelle università, sia diventata strumento e pratica rilevante all’interno di numerose aziende e organizzazioni (in Italia forse meno che in altri paesi)?

Un filosofo che non viva la filosofia mi pare un ossimoro. Filosofia significa in greco amore per il sapere. Filosofia è la passione per il sapere che ci lega alla vita ogni giorno. Una filosofia che non parli all’esistenza è alienazione. Essa fiorisce più in tempi di crisi, come nel IV secolo a.c. in Grecia e prima come risposta alla paura, dall’espediente e dal desiderio. La filosofia come l’Eros platonico è figlia di povertà ed ingegno.

La vecchia filosofia che nobilita la disciplina storica, quella lunga sequenza di nomi e idee, è il DNA dell’uomo occidentale. La ricerca filosofica si nutre di innovazione e di severa disciplina di studio, richiede attenzione e spirito vigile.  Le aziende e il mercato forse capiscono oggi che la filosofia è centrale per orientare nella complessità ma temo che abbiano bisogno di ricette facilmente spendibili nell’immediato, mentre i tempi del lavoro filosofico sono di solito più lunghi. La filosofia mi accompagna da quando avevo 15 anni e grazie al mio professore delle superiori lessi il Simposio platonico e Nietzsche, come dire l’Alpha e l’Omega in un certo senso. In seguito alla laurea sono arrivato alla Pratica filosofica e alla Consulenza interessandomi ad essa nel 2008 e poi nel 2011 con l’Associazione Phronesis in cui ho ricoperto qualche incarico.

Considero ancora una fortuna poter godere della tenacia della filosofia e della sua resistenza in tempi così cupi e vedere molti cimentarsi con un ritorno alla filosofia come esercizio e pratica. La filosofia torna sempre in tempi di crisi, come ho detto è una delle sue caratteristiche.

Ciò che la consulenza filosofica offre non sono risposte e domande poste mille volte ma la ricerca della domanda giusta, capace di cambiare la prospettiva alla radice sul problema preso in considerazione. In un ‘epoca accelerata dalla tecnologia, la consulenza filosofica suggerisce di rallentare, fermarsi, tacere e isolarsi dal brusio digitale di fondo, per riflettere e impegnarsi in un percorso di ricerca personale dal significato e effetti esistenziali. Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Per curiosità (aprirsi a prospettive inattese), disperazione, simpatia verso la filosofia, bisogno di acquisire un approccio critico e indipendente, libero da condizionamenti e pensieri abituali, difficoltà a accettare il conformismo diffuso, antipatia verso terapie psicologiche, o altro ancora? Lei cosa ne pensa?

Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Non ne ho idea. Non mi occupo di filosofia in azienda. Però posso dire che fa bene. Anche se di solito si cerca quello che non si ha e si vorrebbe avere. In azienda conta quello che vuole il titolare che compra i servizi che gli servono ma se ritiene di comprare la filosofa penso che stia spendendo bene i suoi soldi e che dimostri coraggio e lungimiranza, investire in filosofia significa mettere tutto in discussione anche se magari il risultato non è sempre quello sperato.

Forse questo ipotetico imprenditore probabilmente potrebbe cercare qualche competenza che il suo mondo aziendale non frequenta: pensiero critico, consapevolezza, orientamento, strategia, uno sguardo terzo.

Certo un filosofo pagato da un’azienda cercherà di vendere quello che serve all’azienda, sarà quindi un filosofo aziendale.

Uno degli ambiti nei quali potrebbe focalizzarsi la ricerca filosofica è quello tecnologico e digitale. Di nuovi libri su Socrate, Platone, Spinoza o Nietzsche non se ne sente una reale necessità. Di studi filosofici sulla tecnologia al contrario ce n’è un gran bisogno. Anche per i filosofi che hanno scelto la consulenza filosofica fatta di filosofia pratica e dialogo socratico. Una ricerca in ambito tecnologico non potrebbe essere definita astratta o lontana dalla vita ma molto pratica e concreta. Porterebbe a riflettere criticamente sulle molteplici realtà quotidiane mediate tecnologicamente, a sperimentare nuovi strumenti dialogici, tecnologici e digitali. Lei cosa pensa? Non ritiene urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti? Nel suo ruolo di consulente filosofico che ruolo hanno le nuove tecnologie (piattaforme social, APP di messaggistica, strumenti come Zoom, Skype, ecc.?).

Ritengo urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti e credo che la filosofia potrebbe fornire un metodo e i contesti adeguati a favorirla però non ne vedo la consapevolezza negli addetti ai lavori a parte rare eccezioni. Significherebbe che i filosofi dovrebbero contaminarsi con altre discipline e questo è spesso difficile per reciproche difficoltà relazionali, però quando accade i risultati ci sono eccome.

Penso ai Laboratori filosofici che sto sperimentando con ragazzi della scuola secondaria. Personalmente utilizzo i principali canali di comunicazione digitale: GSuite, Zoom, Meet, Skype, Messenger, WhatsApp, Facebook, Moodle, anche come consulente e l’ho sempre fatto con curiosità e attenzione critica.

Il motto socratico “Sapere di non sapere è sapere” conduce l’essere umano, l’individuo, alla consapevolezza dei propri limiti. Non è questo ciò che manca alle persone? Credere di sapere tutto, non è forse questo l’errore “metodologico” che conduce a mostrare senza vergogna un’ignoranza pericolosa?

Ma certo. Perché il “sapere di non sapere” può condurre tanto al relativismo che a nuovi assoluti.

Mi spiego: l’uomo può sentirsi libero da vincoli non riconoscendo alcun assoluto a cui fare riferimento nel rimettere tutto in discussione oppure, dal lato opposto, può temere e sfuggire al terrore di non avere più riferimenti e certezze stabili e così andare alla ricerca di un porto sicuro, possibilmente che si adatti alle proprie esigenze. In entrambi i casi “il sapere di non sapere” è il porto di partenza.

In realtà ciò che conta sono le tappe intermedie che ti fanno giungere al porto di destinazione, qualunque sia.

Aristotele nella sua opera Politica riconosce la famiglia come luogo capace insieme alla polis, la piccola città stato greca, di dare sicurezza alle persone regalando loro la felicità. Crede che ciò sia possibile anche oggi, o la felicità sia da ricercarsi altrove? Cosa suggerire a chi si rivolge al consulente filosofico per trovare una serena vita felice?

Ethos e Polis, etica e politica sono focus della filosofia a partire da Platone ed Aristotele. Platone l’aristocratico cerca di salvaguardare la polis dai guasti della democrazia, Aristotele lo straniero cerca di garantire all’individuo una vita sicura.

Le formule per la felicità cambiano a seconda dei tempi. La famiglia è nucleo primario di socialità ma il senso comune di famiglia cambia nel tempo. Spesso la famiglia è l’inferno da cui fuggire. L’altrove è sempre un’incognita. ”Un altro mare” scriveva Michelstaedter.

La serenità della vita è l’utopia del mondo progressista, in realtà essa è sempre una ricerca esistenziale e personale infinita ma proprio per questo continuamente rimessa in discussone.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l’iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Suggerisco di attendere il prossimo numero di Phronesis, la rivista, in uscita a breve in cui spero di pubblicare un articolo che parla proprio di Dialogo. Consiglio il testo di Linda M. Napolitano Valditara sul Dialogo socratico, può aiutare a capire meglio i termini della questione dialogo / Socrate.

Cosa pensa del progetto SoloTablet? Anche una prima impressione conta. Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

SoloTablet deve avere la tenacia della filosofia nel continuare a proporre domande e risposte (anche scomode) ai tempi attuali che stiamo vivendo, incerti e complessi. Grazie!

https://www.solotablet.it/blog/tecnologia-e-dialogo-socratico/conversazione-comunicazione-colloquio

img:g.carrer serigrafia

Standard
Filosofia

Elogio della sapienza.

In essa c’è uno spirito intelligente, santo,
unico, molteplice, sottile,
mobile, penetrante, senza macchia,
terso, inoffensivo, amante del bene, acuto,
libero, benefico, amico dell’uomo,
stabile, sicuro, senz’affanni,
onnipotente, onniveggente
e che pervade tutti gli spiriti
intelligenti, puri, sottilissimi.
La sapienza è il più agile di tutti i moti;
per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
E’ un’emanazione della potenza di Dio,
un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente,
per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra.
E’ un riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia dell’attività di Dio
e un’immagine della sua bontà.
Sebbene unica, essa può tutto;
pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova
e attraverso le età entrando nelle anime sante,
forma amici di Dio e profeti.
Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza.
Essa in realtà è più bella del sole
e supera ogni costellazione di astri;
paragonata alla luce, risulta superiore;
a questa, infatti, succede la notte,
ma contro la sapienza la malvagità non può prevalere.

(La Sacra Bibbia – CEI, I Libri Poetici e Sapienziali, Sapienza 7,22)

img: S.Sofia, Kiev

Standard
Filosofia, Poesia

Sognavo un bosco nero con le fragole. Ode a Hölderlin.

Un destino caparbio lo trattiene

Va oltre ciò che è santo e ciò che è legge

molta bellezza ho cantato e il volto di Dio ho veduto

prossimo è il dio e difficile è afferrarlo

curvato in prigionia celeste

ma io lo so, mia è la colpa

Il padre della terra si rallegra

che vi siano fanciulli ancora

e perduri così una certezza del bene.

Verdi primavere e lente estati amiche

io capii il silenzio del cielo

Così una superbia di regina

sciolse perle nel vino

i nostri giorni sono ancora fiori

dove si serba il vino della vita

taci e soffri perchè non ti comprendono

grazia mirabile della divinità sublime

immutabili abissi di saggezza

così invano nascondiamo il cuore nel petto

maestri e giovani chi può vietarci la gioia?

I sacri sacerdoti del Dio del vino di terra in terra in una sacra notte

e non so che dire e che fare

senza compagni e attendere

Sognavo un bosco nero con le fragole

tacite passeggiate con la luna.

img: Dürer, Angelo con la chiave del pozzo senza fondo (photos1blogger)

Standard
pratica filosofica

Caffè filosofici digitali 2021. Per una nuova idea di cittadinanza globale e locale.

L’uomo e l’ambiente, nella prospettiva dell’Agenda 2030

L’inizio del percorso culturale e politico relativo allo sviluppo sostenibile, si può far coincidere con la Conferenza ONU sull’Ambiente Umano tenutasi a Stoccolma nel 1972: si afferma l’opportunità di intraprendere azioni tenendo conto non soltanto degli obiettivi di pace e di sviluppo socio-economico del mondo, per i quali «la protezione ed il miglioramento dell’ambiente è una questione di capitale importanza», ma anche avendo come «obiettivo imperativo» dell’umanità «difendere e migliorare
l’ambiente per le generazioni presenti e future».

Questi Caffè filosofici digitali 2021 cercheranno di sondare tematiche relative all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo, adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze, rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili.

M. Sentieri scrive su Doppiozero un articolo dal titolo emblematico “Ecologia non fa rima con questa economia” in cui ricorda : ” Alcuni esempi: l’azienda leader mondiale nel settore croceristico – la Carnival Corporation – ha emesso nel solo 2017 dieci volte il quantitativo di ossidi di zolfo superiore a quello delle 260 milioni di autovetture circolanti in Europa. Oggi, ogni anno vengono macellati circa 70 miliardi di animali all’anno rispetto agli 8 miliardi del 1960 e con una previsione al 2050 – stante l’attuale modello di consumo – intorno ai 120 miliardi all’anno “… e tale quantità di bestiame richiederebbe l’uso di due pianeti”. Un’industria della carne che “sta divorando la terra” e per la quale occorrono oggi solo per le necessità del mangime soia oltre cento milioni di ettari di suolo (più dell’intera superficie di Francia, Italia e Belgio insieme). E ancora: l’anidride carbonica, principale gas serra, appresenta da sola il 76% delle emissioni globali. L’80 % delle emissioni di anidride carbonica è dovuta alla combustione di combustibili fossili, che coprono più dell’80 % del consumo attuale. I costi per rimpiazzare il sistema energetico attuale fossile/nucleare si aggirano tra i 15 e i 20.000 miliardi di dollari, pari a un quinto del Pil mondiale. Conclusione parziale su questi dati: “…poiché l’80% dell’energia utilizzata dal pianeta è attualmente costituita da combustibili fossili, a parità di altre condizioni, la transizione energetica comporterà un aumento di emissioni di anidride carbonica. Per evitarlo e per restare sulla strada delle 0 emissioni entro il 2050… bisognerà abbandonare l’idea di rilanciare l’economia e rompere con l’accumulazione capitalista, produrre meno, trasportare meno e condividere di più”.

Per partecipare e ricevere il link inviare una e-mail a biblioteca@comunecavallinotreporti.it

𝘈𝘱𝘱𝘶𝘯𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘨𝘳𝘢𝘵𝘶𝘪𝘵𝘪 𝘢𝘱𝘦𝘳𝘵𝘪 𝘢 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪

Standard
Attualità, filosofia digitale, pratica filosofica

Il Mondo Nuovo 2021

«A dieci mila chilometri da questo mondo

C’è un bar, c’è un bar, c’è un pub, c’è un tram

È una baracca di lamiera

C’è dentro l’uomo nero

Ti guarda coi suoi occhi rossi e ti sorride

Ti chiede se per caso vuoi ancora da bere

Da bere, da bere, da bere, da bere, da bere

O forse no» (Pop X , Antille 2020)

«

Il tempo sta cambiando. L’agire umano e l’esperienza perdono il loro primato nella complessità e nella scala dell’organizzazione sociale di oggi. Gli attori protagonisti sono invece sistemi complessi, infrastrutture e reti in cui il futuro sostituisce il presente come condizione strutturante del tempo. Anche Dio rimane una possibilità che si può dare nel futuro.

I dispositivi digitali hanno cambiato gli uomini e il loro modo di pensare. Alla comunicazione in presenza, alla capacità di analisi e alla visione del futuro si sono sostituiti interlocutori fantasmatici immersi in un presente continuo ossessivo e sempre visualizzabile in immagini memetiche  attraverso uno schermo. Il soggetto è parte uno sciame digitale di individui anonimi e isolati, che si muovono disordinati e imprevedibili come insetti mutanti. Ci si interroga su ciò che accade quando una società – la nostra – rinuncia al racconto di sé per contare i “mi piace”, quando il privato esibito si trasforma in un pubblico che cannibalizza l’intimità e la privacy. E su cosa accade ad una società che mistifica la virtù in nome del performabile. E su che cosa comporta abdicare al significato e al senso per un’informazione reperibile sempre sincronicamente ma spesso deforme e inaffidabile.

Gli USA in questo senso sono il vaso di Pandora dell’Occidente, un verminaio di rancori e forze centrifughe verso posizioni sempre più estreme. La Cina è un mondo che appare sempre più distopico e avulso, la Russia un enigma assopito, l’Europa una Babele di voci incongruenti.

La sfida – che si possa assumere un atteggiamento altamente speculativo e teoretico ossia genuinamente filosofico – per il quale se è vero che la metafisica non può essere approfondita e studiata separatamente dalla fisica, al contempo questa non può essere declinata in chiave esclusivamente scientifica o somatistica, perché evoca appunto una metafisica che sappia offrire – a essa come all’insieme delle scienze – un orizzonte più generale. Una mistica che ci invita a partecipare coscientemente, cioè umanamente, all’avventura della realtà.

Nel frattempo qui in questo contesto surreale è venuto allo scoperto il vulnus dello shock strutturale, dell’immobilismo burocratico in cui si trovano le istituzioni e della lenta e farraginosa funzionalità delle stesse a rispondere a situazioni di crisi diverse, sovrapposte tra loro: prima sanitaria, ma poi economica e politica. Una vera e propria empasse (in)decisionista, e complice di questa difficoltà è (probabilmente) una sempre maggiore frammentazione istituzionale e la sovrapposizione di ruoli, enti, organismi vari, tecnici, “forze speciali” di intervento, che rappresentano una forza centrifuga dallo Stato ed in grado di destrutturarlo in tanti piccoli microcosmi.

Come non convincersi che il capitalismo sia l’unico sistema politico economico realistico attuale? In realtà, non è così, perché nella vita di ogni giorno, le persone non si curano né del capitalismo né dell’idea che sarebbe l’unico sistema sostenibile. In realtà, l’unico modo di pensare il realismo capitalista è in termini di deflazione della coscienza. Lo diceva anche il terzultimo papa alla caduta del Muro. Resta il mistero sul destino della domanda cos’è la coscienza?

Intanto come nell’evoluzione delle specie l’unità di selezione era il gene, così nel campo della cultura l’elemento su cui si gioca l’evoluzione del pensiero è il «meme» (abbreviativo di “mimene”, cioè “unità di imitazione”). Che può essere molte cose: una idea, una frase, una musica e una qualunque creazione artistica, una teoria scientifica, una filosofia o una religione che si diffonde di cervello in cervello.

Appariranno nuove identità digitali e nuove comunità alternative. Proprio qui la filosofia e la pratica filosofica dovrebbero entrare in gioco, il gioco delle superpotenze digitali. Da una parte per metterlo in questione, per esercitare quel potere di critica senza riguardi, (soppesare, criticare, valutare, metter in discussione, indagare presupposti e fini, intenzionalità e volontà) sempre se, la filosofia non voglia essere la nottola di Minerva che inizia il suo volo sul far del crepuscolo, quando tutto è già accaduto.  Dall’altra per garantire spazi di libertà da ogni forma di controllo, sorveglianza e qualunque sistema totalitario anche digitale.

img: dismagazine. La foto rappresenta non una cittadina di qualche luogo del sud est asiatico come sembrerebbe ma Willets Point nel Queens a New York, un sobborgo industriale che pare una rappresentazione abbastanza verosimile di una città qualsiasi del prossimo futuro. (nda)

Riferimenti:Byung-Chul Han, Angela Nagle, Iain Hamilton Grant, M. Proietti, Mark Fischer, Gianluca Liva, Quentin Meillassoux, Armen Avanessian, Suhail Malik, Giuliana Rotondi, Pop X.

Standard
filosofia digitale

Prigionieri della Macchina Algoritmica siamo come piccioni dentro la gabbia di Skinner.

Condivido l’intervista a SoloTablet e ringrazio Carlo Mazzucchelli per l’oppportunità.

https://www.solotablet.it/blog/filosofia-e-tecnologia/siamo-prigionieri-della-macchina-algoritmica-che-ci-vuole-come-piccioni-dentro-la-gabbia-di-skinner

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull’era tecnologica e dell’informazione che viviamo?

Buongiorno. Sono insegnante e consulente filosofico.Sono interessato all’universo digitale perché lo ritengo uno sviluppatore di conoscenza, un acceleratore di informazioni e un espansore di stimoli di pensiero. Mi sono occupato a lungo, all’incirca dal 2001 dopo un master in e-learning, di e-commerce, di gestione siti web, comunicazione web, piattaforme, social network e contenuti digitali in comunità virtuali.

Sono socio Phronesis, l’associazione nazionale per la consulenza filosofica, per la quale ho ricoperto anche ruoli gestionali, al momento faccio parte della Redazione della Rivista omonima Phronesis, rivista semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche. Dal 2014 gestisco il blog Pragma Sofia l’esercizio della filosofia.

Certamente l’era che viviamo ci pone di fronte a nuovi strumenti concettuali e cognitivi, e sappiamo che modificare il modo di pensare cambia il nostro approccio al mondo, la nostra visione. Per ora il medium è pur sempre umano, e se è troppo umano e quindi legato a questioni di interesse e di potere ciò non può che renderci ancora una volta consapevoli che questo è il rischio che si corre inevitabilmente, è il prezzo da pagare. Anche per questo la filosofia e il digitale hanno un rapporto complicato, almeno in Italia. Di fronte alla tradizione, ogni novità rappresenta errore o pericolo, scriveva Abbagnano.

La filosofia mainstream nostrana ha opposto molta (peraltro inutile perché ha solo accumulato ritardi) resistenza alla sormontante cultura digitale individuando nelle TIC e nella rete un pericolo per sé stessa, sottovalutandone l’impatto culturale, a mio avviso con una lettura ingenua e superficiale. Questo atteggiamento di fatto fu un errore di visione, per incompetenza, ideologia o arretratezza culturale. O forse per una mal pensata visione “antimodernista” troppo legata a schemi interpretativi obsoleti come certe riflessioni sulla tecnica di quella filosofia che un tempo si diceva “continentale”. Da qualche tempo in ogni caso sono stati fatti dei passi avanti, perlomeno nell’ambito della condivisione e nella digitalizzazione di contenuti open source. I siti e i blog di filosofia e di riflessione digitale sono rari e di nicchia. Tanto da fare c’è nel campo delle possibilità date da software e piattaforme di condivisone.

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull’economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l’uomo, la percezione della realtà e l’evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell’uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell’era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Sono convinto che riguardo la cultura digitale serva una più profonda e consapevole riflessione estetica, etica e ontologica.

Penso che dobbiamo liberarci di questa idea di “fine della storia” se il nostro desiderio è continuare a pensare. Perciò più che a Žižek (e a slogan abusati sulle “fine” di questo o quello) o a una filosofia pop, penso che viviamo in tempi interessanti.

Come scrive Edoardo Camurri “La tecnologia sta portando alle estreme conseguenze, con risultati paradossali e paralizzanti, alcuni miti e concetti fondativi: identità, anima, libertà, tempo, morte” e tutto ciò lo trovo estremamente centrale per la filosofia, che i filosofi lo vogliano o no. Come affermava Mark Fisher siamo tutti incastrati nella storia e la storia del digitale sembra dire che siamo piuttosto di fronte ad una nuova prospettiva neo metafisica, per citare Floridi: «il computer ha segnato il ritorno a una filosofia in senso forte, cioè a una metafisica e a un’ontologia, allontanandosi da una serie di incarnazioni deboli e parziali sviluppatesi negli ultimi tempi (filosofia del linguaggio, epistemologia, filosofia del diritto, filosofia della scienza e via enumerando)».

Tutto ciò apre orizzonti ricchi di opportunità. Per saperle cogliere, tuttavia, occorre un nuovo approccio filosofico alla realtà per comprendere la forma che le stanno dando le tecnologie e l’impatto che queste hanno sulle nostre esistenze e sulle nostre identità. La filosofia corre il rischio di diventare irrilevante.

L’ambizione dei pionieri del web era quella di rimuovere le cause degli orrori del ‘900, fuggire dalle limitazioni imposte dalla realtà fisica, far saltare tutte le mediazioni che portano alla conoscenza, abbattere la concentrazione del potere nelle mani di pochi e sviluppare le capacità di tutti e non solo quelle di una élite. Le loro idee nobili, innovative, rivoluzionarie (e forse ingenue) si sono infrante contro il colosso capitalista, che ne ha colonizzato le creazioni.

Con obiettivi molto diversi. Per citare Nick Land: «Il capitale conserva caratteristiche antropologiche solo come sintomo di sottosviluppo, riformattando il comportamento dei primati come inerzia da dissipare in un’artificialità auto-rinforzante. L’uomo è qualcosa che esso deve superare: un problema, una resistenza». Per continuare ad avere il ruolo centrale che ha sempre avuto la pratica filosofica deve proporsi come critica radicale di questa logica, dei fini e dei presupposti quell’ideologia tecnologico-capitalista che sembra mirare nell’era digitale al controllo totale della coscienza.

In cambio della gratuità dei servizi offerti, i grandi colossi della rete succhiano le informazioni personali degli utenti e alimentano la loro dipendenza social per tenerli intrappolati in una specie di gabbia da cavie per esperimenti. Per evitare questo scenario si tratta di attivare potenze inespresse capaci di sottrarsi a questa dinamica. Una curiosità: che se ne farà Bob Dylan “Il grande menestrello americano, gigante del folk e simbolo del movimento di protesta degli anni Sessanta” di 400 milioni di dollari che prenderà da una major discografica per vendere i diritti sulla sua opera omnia?

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell’occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Le nuove tecnologie hanno cambiato le nostre abitudini, in pochi anni grandi innovazioni hanno portato ad un nuovo rapporto con il mondo della comunicazione, delle relazioni e dell’informazione. L’uso di personal computer, smartphone, tablet e iPad ci permette non solamente di essere sempre connessi alla rete ma anche di portare con noi un bagaglio di dati di una misura tale che fino a pochi anni fa era impensabile. Sono inoltre diventati imprescindibili l’e-mail, le piattaforme d’insegnamento on-line, i siti istituzionali, i blogs, le banca dati e i supporti di memoria, e ancora la documentazione on-line, la consultazione di riviste scientifiche attraverso la rete, l’acquisto con carta di credito, l’e-commerce.

Dal punto di vista della comunicazioni e dell’informazione i progressi sono evidenti ed enormi.  E’ ormai chiaro che la rete globale permette di interagire con persone che stanno dall’altra parte del mondo e di accedere ad una sorta di gigantesca enciclopedia contemporanea, essa quindi ha avuto riflessi enormi prima di tutto sulla ricerca scientifica dando l’opportunità di accedere a notizie, testi e dati prima accessibili solo materialmente e con gran dispendio di tempo ed energie, e poi sulla comunicazione, infatti  i software e le applicazioni di messaggistica rendono l’interazione istantanea e ci permettono di interloquire velocemente con chiunque sia parte della nostra rete di relazioni.

Dal punto di vista delle relazioni interpersonali i cambiamenti operati dalle nuove tecnologie sono decisamente ambivalenti e critici. Chat, forum, piattaforme, newsletter offrono l’opportunità di interagire con gruppi eterogenei formati da persone legate tra loro da rapporti di vario tipo: hobbistico, culturale, parentale, amicale, sessuale. Nello specifico i social network hanno cambiato il nostro modo di relazionarci con gli altri: nel collegamento tra il mondo virtuale e il mondo reale la nostra competenza sociale e la nostra identità sono messe alla prova, sono messe in discussione, impongono nuovi comportamenti.

I social network solleticano al nostra curiosità, stimolano la nostra immaginazione, spingono alla ricerca di persone, eppure possono anche minare la credibilità, (reputazione digitale)incrinare l’immagine di personaggi pubblici, inquinare i rapporti, modificare le relazioni, distruggere personalità fragili. Le relazioni digitali sono diventate le sabbie mobili dell’interazione sociale. In sintesi a fronte degli evidenti vantaggi del digitale, quale prezzo stiamo pagando? Come scrive Morozov: “E quanto ci costano fenomeni come la dipendenza da internet, studiata a tavolino, o le fake news?”  Direi perciò che no, la tecnologia non è mai neutrale.

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

Ultimamente prediligo uno scenario distopico. Penso a Aldous Huxley, Philip K. Dick, Guido Morselli.

La pandemia certo suggestiona prospettive di questo tipo. Del resto il futuro è scomparsa dall’orizzonte del pensiero, per ricordare ancora Fischer, viviamo un eterno piccolo presente che si allarga al massimo al prossimo anno. Viviamo tempi così ineffabili in cui le libertà usuali sono sospese e si vive con mille accortezze mai avute e come separati in casa. Giorni in cui vediamo un’invisibile e pneumatico virus minacciare la stabilità globale, sociale, economica, umana. Un pericolo di vita. Albert Camus, nel suo libro La peste mise in esergo una citazione di Defoe. “E’ ragionevole descrivere una sorta d’imprigionamento per mezzo  d’un  altro  quanto  descrivere  qualsiasi  cosa  che  esiste  realmente  per  mezzo di un’altra che non esiste affatto”.

Stiamo infatti vivendo una vita nella vita, perché il ‘fuori’ non è sicuro e quindi dobbiamo tutti alienarci dal mondo estraniandoci in una bolla domestica, dubbiosi e scettici altalenanti tra bio-potere e pandemia, recalcitranti eremiti. Si realizza in effetti ciò che Camus prefigurava:  il vacillare della responsabilità sociale, il sentimento  del  proprio  dovere, i dubbi della fede  religiosa,  l’edonismo  di  chi  non  crede  alle  astrazioni (studi scientifici, teorie, complotti) e nemmeno al tangibile (la rapidissima diffusione e mortalità di un nuovo virus) , ma neppure è capace di “essere felice da solo”, di starsene da sé a casa propria pascalianamente.

Se è vero, come scrive  David Bohm, che «la scienza è divenuta la religione dell’età moderna», la tecnologia e in particolare le ICT –  cioè le tecnologie legate alla comunicazione e a all’informazione – oggi creano gli spazi in cui si realizzano le nostre relazioni quotidiane. Come ci modificano e quanto stanno influenzando la nostra vita, oltre a quanto detto nella risposta precedente, lo ritroviamo anche in quanto scrive Luciano Floridi, quando afferma che la sfida del digitale rappresenta una rivoluzione di così grande impatto e così veloce nel suo evolversi e la filosofia avrebbe il dovere di interrogare questo enorme cambiamento.

La società dell’informazione e della comunicazione, il cosiddetto villaggio globale, offre l’esperienza dell’iperstimolazione consumistica, l’eccesso di input che fa emergere da un lato il crescere delle manipolazioni e delle campagne mediatiche che hanno come obiettivo orientare (o controllare) l’individuo e l’opinione pubblica, dall’altro, per reazione, emerge l’esigenza di aumentare le difese e gli strumenti per pensare, come il critical thinking e il dialogo socratico come messa in discussione dei presupposti concettuali del mondo dato.

Il cittadino globale è immerso nella solitudine e nello spaesamento e gli spazi di riflessione, dialogo e azione politica si sono ristretti. Il reale è diventato virtuale. Il problematico rapporto individuo/società si complica  oggi come capacità di affrontare la complessità del mondo della vita influenzata dalla rivoluzione digitale. Si può subire o agire. Gli spazi digitali dovrebbero essere contaminati da “virus filosofici”. Esistono, e vanno esplorati e sviluppati, progetti interessanti, ad esempio il concetto di città Smart o Healthy city che considera il tema della salute in modo integrato, come bene supremo e collettivo.


Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell’utilizzo della tecnologia?

Credo di stare “a cavallo” delle due e, certo, sono convintamente per  una maggiore consapevolezza nell’utilizzo della tecnologia.

Sono “scettico ottimista”: filosoficamente parlando ci sono opportunità di immaginazione creativa enormi, (l’immaginazione è il campo di battaglia di ciò che sta avvenendo con lo sviluppo tecnologico) e allo stesso tempo massime pressioni sull’essere umano da parte di una “macchina moloch” che stringe dappertutto. Fake news, algoritmi, influencer, manipolazioni mediatiche, censura, privacy: questi rappresentano i temi in gioco e sono diversi e complessi.

Da ormai 10 anni circa le riflessioni critiche sul digitale hanno iniziato a girare tra le diverse comunità culturali internazionali e lo hanno fatto partendo dall’interno, dagli addetti ai lavori da chi ci lavora, c’è un ritardo grave ed è della società e delle istituzioni incapaci di reagire ad un così rapido progresso gestito dalla finanza e strutturato sulla libertà di mercato. Ci sono in campo proposte ? Rottura del monopolio, imporre codici etici, legiferare sulla trasparenza, favorire l’incremento e la diffusione del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, studiare e comprendere i meccanismi psicologici e neuronali che creano la dipendenza da smartphone, obbligare i colossi digitali ad abbandonare i metodi più aggressivi impiegati per tenerci incollati a smartphone e social network, questi sono solo alcuni.

Bisogna dire che sono obiettivi “politici” e riguardano la “classe dirigente” spesso non del tutto autonoma ed indipendente  e anzi vincolata a molti di questi colossi del digitale. Pensiamo ad esempio all’accordo G Suite for Education / Miur per la gestione della Didattica e distanza in seguito alla chiusura delle scuole nel periodo marzo/settembre 2020, positiva per molti aspetti ma che pone altrettante questioni etiche.  Individualmente ritengo che il pensiero critico, la capacità di analisi e comprensione, la questione etica e l’educazione siano gli strumenti che anche nel digitale possono  aiutare a contrastare le difficoltà di pensiero: difficoltà di essere consapevoli, difficoltà a vedere o a leggere situazioni, difficoltà a concettualizzare, a dare spiegazioni, a fornire un argomento, a proporre più ipotesi, a problematizzare. Difficoltà che ci impediscono di far lavorare il cervello, l’anima lo spirito, quelle facoltà che l’uso indiscriminato, pervasivo, incontrollato dei media digitali rischia di compromettere.

Mentre l’attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all’uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell’alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Penso ci siano sterminati spazi filosofici di ricerca. Il primo aspetto è quello che appare più ovvio, forse banale: il digitale oggi si mostra come forma pervasiva e tentacolare di accerchiamento tecnologico, siamo tutti “nel digitale” anche se non lo vogliamo: dal semplice consultare il meteo per vedere il tempo domani,  al pianificare uno spostamento in treno o aereo o automobile.

Siamo nelle mani della Macchina Algoritmica che ci vuole come piccioni dentro la gabbia di Skinner, padre del comportamentismo, cioè manipolabili a comando. Siamo passati da un entusiastico atteggiamento di accettazione acritica o di rifiuto ostinato, ad un pensiero critico su di un futuro così disegnato. Il secondo aspetto è etico. Di fronte ad una realtà così mutevole e di grande impatto cosa pensiamo di fare? Vivere nascosti come invitava a fare Eraclito? Edward Fredkin, che conia il termine Digital Philosophy, ritiene che l’informazione sia tutto:  “l’informazione è alla base della realtà materiale, che fin dal tempo dei presocratici costituisce il campo d’indagine privilegiato della filosofia, ma è anche alla base della realtà mentale del soggetto che si pone la domanda e investiga.” Perciò che ne possiamo fare dell’informazione sulla realtà digitale dell’essere umano? Possiamo fare qualcosa con le nostre scelte in quanto cittadini. Il punto è esattamente questo: nella nostra visione del mondo è come se si fosse insinuato un demone digitale che in maniera subdola riesce a modificare la nostra estetica e i nostri comportamenti in apparente normalità e libera adesione. E’ davvero così?

Pensiamo al periodo che stiamo passando: ai termo scanner digitali che ci accolgono all’ingresso di certi uffici pubblici che ci inquadrano il volto, o alle applicazioni per il tracciamento o alla identità digitale ormai obbligatoria per certi servizi pubblici, o al riconoscimento facciale negli aeroporti. Eppure un filosofo che denuncia queste dinamiche viene quasi ridicolizzato, attaccato personalmente,  Agamben.

Penso alla questione della coscienza, il deep learning, la gestione degli algoritmi, la prospettiva del 5 G, l’educazione alla cittadinanza digitale, solo per fare alcuni esempi. Ritengo forse primario un pensiero che prenda spunto dall’etica per la civiltà tecnologica di Hans Jonas e al concetto di responsabilità e incidenza del nostro individuale contributo alla coscienza digitale collettiva.

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Fcebook, Amazon e Apple). E’ un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l’identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Parto dalla fine. Per la maggior parte delle persone non si tratta neppure di servitù volontaria, non sapendo minimamente come funziona il digitale e cosa implica una semplice navigazione internet e questo riguarda da vicino la responsabilità di una educazione digitale programmata seriamente.

Penso che il dato italiano sul digital divide sia abbastanza eloquente. Ritengo che ci sia anche molta confusione. Queste tematiche le ho affrontate in alcune attività di pratica filosofica di recente. Naturalmente i termini della questione non riguardano solo l’uso delle ICT e l’accesso alla rete,  ovvero non stiamo parlando banalmente (solo) di Facebook e dell’uso degli smartphone, che in Italia è il massimo livello di discussione e approfondimento che siamo in grado di produrre, ombelico-centrici e provinciali come sempre il massimo che riusciamo a proporre è l’ennesimo avvitamento mediatico sull’invasione social del politico di turno.

Finti analisti si indignano dell’ignoranza imperante ma la alimentano per incompetenza informatica, con le semplicistiche analogie tra polis e agorà, (no, una volta per tutte: Facebook non è il nuovo agorà della polis globale ma solo il parco giochi commerciale del suo inventore)  ignorando così loro stessi e ingenuamente il funzionamento degli algoritmi che riproducono, replicandole a dismisura, le parole chiave più usate nei network digitali regalando ai personaggi in questione il favore più grosso che si possa oggi immaginare cioè amplificarne il messaggio a costo zero e senza troppa fatica.

Complici di tutto ciò sono i sempre più pigri e pavidi commentatori che senza approfondimento pescano le notizie dai social e senza ulteriori filtri critici le rimbalzano nei loro media. Oppure alcuni credono di replicare  il dialogo come fine argomentazione negli angusti spazi dei commenti social mediatici, che è come dire che il lessico digitale, cioè il modo di scrivere e interloquire nei social possa replicare un confronto argomentato e che equivalga all’oralità del dialogo filosofico, semanticamente e semiologicamente un’assurdità.

Morozov invita a riconoscere il lato oscuro di internet, «l’idea che internet favorisca gli oppressi anziché gli oppressori è viziata da quello che chiamo cyberutopismo, ovvero la fiducia ingenua nel potenziale liberatorio della comunicazione on line, una fiducia che si basa sul rifiuto ostinato di riconoscerne gli aspetti negativi.» Aspetti che sono le misure adottate dai governi autoritari nei confronti di internet, l’uso dello stesso come mezzo di propaganda, e la sofisticatezza dei sistemi di censura e l’uso della rete a scopo di sorveglianza.

La prospettiva che ci sia una convergenza tra gli interessi statali e quelli delle aziende digitali nell’orientare subdolamente le nostre coscienze usando i nostri dati personali come fonte di guadagno, di controllo, e sostituti del welfare è già in atto, basta guardare per accorgersene. Al cyberutopismo si associa l’atteggiamento che Morozov chiama internet-centrismo, ovvero l’idea che ogni azione sociale e politica sia modellabile sulla rete e attraverso al rete, «una droga che disorienta: ignora il contesto e intrappola i politici nella convinzione di avere un alleato utile e potente al loro fianco.» Secondo Morozov, l’ invasività della rete non è adeguatamente percepita dai comuni fruitori: quando, con facilità e immediatezza, si fruisce dei servizi che ci vengono offerti in rete dalle grandi aziende ICT, è facile illudersi che ciò avvenga in maniera gratuita, un’illusione di libertà che nasconde una cessione di identità e di dati personali.

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell’ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Come dicevo prima è il grande interrogativo del digitale. Assistiamo al paradosso relazionale per cui due persone, già in contatto on line, se si incontrano di persona non si riconoscono, (una sorta di corto circuito delle norme comportamentali), oppure può succedere che qualcuno si inventi diversi finti account personali ( profili digitali) detti fake, ognuno dei quali ha funzioni diverse in gruppi diversi, oppure ancora abbiamo imparato a conoscere la figura del troll colui che infesta le discussioni virtuali per distruggerle o inquinarle, oppure il saccente quello che ne sa sempre più di tutti e ci tiene a farlo sapere.  Certo,  il nostro modo di interloquire anche in digitale ha enormi riflessi sull’identità e sul ruolo che intendiamo proporre agli altri di noi stessi, dice molto, ma è pur sempre un gioco di maschere.

Se è fondamentale saper riconoscere i comportamenti consoni ed evitare quelli errati per relazionarci agli altri tramite la rete,  l’urgenza del mondo social è educativa e formativa, rivolta alle fasce d’età che sempre prima hanno accesso alla rete e ai social senza la preparazione necessaria, è necessaria perciò un’azione di educazione digitale: assistiamo ad un deficit culturale, un gap da colmare, la velocità delle innovazioni è stata tale che non abbiamo saputo costruire in parallelo una corrispondente educazione al digitale. A questo scopo è nato il neologismo netiquette, creato dalla fusione tra le parole network (rete) ed étiquette (galateo, etichetta): un termine che indica quindi un complesso di norme di buona educazione che occorre rispettare nel web. Purtroppo è nato anche il termine cyberbullismo che designa l’attività di chi usa le nuove tecnologie per molestare gli altri.

La rete può aiutare a relazionarci? Offre uno strumento in più,  una più ampia gamma di possibilità? Apparentemente sì. Nella realtà però si assiste al paradosso di coloro che in Giappone chiamano hikikomori, i cosiddetti ritirati sociali: giovani che vivono imprigionati nella proprio camera, sempre collegati a un computer, sempre connessi ma totalmente isolati.

La domanda è solo apparentemente retorica, abbiamo una più ampia possibilità di dialogo e strumenti nuovi ma pare che le nostre capacità stesse di dialogo si stiano affievolendo, crescono superficialità, volgarità, maleducazione, frettolosità, nei giudizi, nelle valutazioni, nel proporsi; sembrano emergere nuove criticità relazionali e anche nuove chiusure emozionali.

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall’invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Voglio portare l’esempio di Gail Bradbrook e Roger Hallam, due scienziati che sono gli animatori di Extinction rebellion il movimento di protesta per il cambiamento climatico che ha bloccato Londra nell’aprile del 2019, collezionando quasi mille arresti. Con slogan come: “To everybody else, rebel. Because time is running out. We’re on the brink of extinction The governments are doing nothing. Businesses are doing nothing. We must rebel”.   (Per tutti gli altri, ribellati. Perché il tempo corre. Siamo sull’orlo dell’estinzione. I governi non fanno nulla. Il mondo degli affari non fa nulla. Dobbiamo ribellarci.) Bradbrook e Hallam sostengono di aver creato “l’algoritmo delle proteste”, grazie al quale hanno costruito la strategia con cui hanno organizzato le proteste a Londra.

Gli arresti sono stati pianificati e voluti. Quel preciso numero, mille, era l’obiettivo perché mille arresti di manifestanti pacifici costituiscono un costo sociale troppo alto per essere ignorato dalla autorità e dalla politica. Mille era il numero da raggiungere per costringere la politica ad ascoltarli. Come scrive Riccardo Luna su AGI : “Numeri alla mano dimostrano che per rovesciare un dittatore non serve una rivolta di massa: basta il 3,5 per cento della popolazione. Quel numero, 3,5 per cento, per Hallam e la Bradbrook, è un numero magico. Applicato al Regno Unito, vuol dire che gli basterà convincere due milioni  e mezzo di persone. Molti di meno di quelli che votano per il partito laburista e per i verdi.” 

Questo per dire che credo servano nuove identità digitali e nuove comunità alternative. Penso che proprio qui la filosofia e la pratica filosofica dovrebbero entrare in gioco, il gioco delle superpotenze digitali. Da una parte per metterlo in questione, per esercitare quel potere di critica senza riguardi, (soppesare, criticare, valutare, metter in discussione, indagare presupposti e fini, intenzionalità e volontà) sempre se, la filosofia non voglia essere la nottola di Minerva che inizia il suo volo sul far del crepuscolo, quando tutto è già accaduto.  Dall’altra per garantire spazi di libertà da ogni forma di controllo, sorveglianza e qualunque sistema totalitario anche digitale.

Come dice ancora Edoardo Camurri “È fondamentale provare a rendersi irriconoscibili, quindi provare a fregare in qualche misura la macchina e l’algoritmo.” Trovare delle strategie per poter provare a rompere questo meccanismo. Certo ricorrere a strumenti di autodifesa per rettificare le “asimmetrie dell’informazione” e quantomeno ridurre il potere del controllo esterno come proposto nel libro di Brunton e Nissenbaum,  lo trovo più che legittimo visto che regaliamo dati ad ogni connessione.

Nel futuro serviranno (anche) nuovi filosofi o data-scientists, umanisti digitali, che sappiano essere “multi alfabeti”, come diceva il mio professore di Pedagogia, Umberto Margiotta. Il multialfabeta è un mapping processor. “E’ un elaboratore di mappe mentali. Multialfabeta è colui che utilizza linguaggi diversi per comunicare. Usare linguaggi diversi significa creare continuamente nuove mappe mentali, nuove mappe cognitive a seconda dei contesti d’uso di riferimento delle procedure di conoscenza o di azione in cui è impegnato; significa produrre strategie appropriate di soluzione dei problemi, e conseguentemente metodi e prospettive competenti di esplorazione e di dialogo. In parole povere il multialfabeta è colui che inventa setting di interazione, di conoscenza, di relazione.” 

Insomma si rende necessario un “reincantamento”, che si incarni come movimento contrario ad un disincanto arrendevole e nichilista. Ancora cito Fischer, le cui pagine di Realismo capitalista sugli studenti inglesi (edonisti depressi, o interpassivi nervosi, post-lessici affetti da impotenza riflessiva) sono terribilmente reali. “Che cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore?”

L’insicurezza di cui soffre l’individuo nell’era della globalizzazione digitale genera assenza di comunità.  Sorge quindi anche un nuovo bisogno di comunità, in questo senso si può parlare di nuove comunità come dicevo all’inizio, di comunità educanti come contrapposte all’individualismo egoista dell’homo homini lupus. Bauman definisce una comunità possibile quella “responsabile, volta a garantire il pari diritto di essere considerati esseri umani e la pari capacità di agire in base a tale diritto”.   Il desiderio di comunità nasce anche perché sentiamo di non avere radici in nessun luogo e il digitale amplifica questo senso di dispersione esistenziale. Non ci sono più, infatti, punti di orientamento che indichino un ambiente sociale “stabile”, e avanza così la tendenza a non mettere le radici in nessun dove. Serve, mediando il concetto da Simone Weil, un nuovo radicamento digitale. Forse come dice Bauman, servono comunità flessibili e “a tempo”, che si possano smontare facilmente e che facciano leva unicamente sui loro sogni e desideri. Eppure tutto sembra andare in direzione opposta a questo. Omologazione e isolamento prevalgono.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l’iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Volentieri. Consiglio i testi di Luciano Floridi, Evgeny Morozov, Jaron Lanier, Cosimo Accoto e anche The Game di Baricco. Per i più curiosi me compreso Mark Fisher, Nick Land o Federico Campagna. Tutte le tematiche cui abbiamo brevemente accennato sono altrettanti spunti di discussione. In particolare da docente ritengo urgente la questione dell’educazione digitale.

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Il progetto SoloTablet lo trovo ottimo esattamente perché va nel senso dell’incremento e dello sviluppo di una sempre maggior consapevolezza nell’utilizzo delle tecnologie digitali e di una attenzione alla educazione e alla cultura digitale.

Trovo inoltre funzionale l’approccio multidisciplinare e collaborativo. Non credo abbia bisogno di consigli.

Grazie

Img: SoloTablet

Standard
Poesia

William Shakespeare, sonetto #12

Quando conto i rintocchi che mi parlano del tempo

e guardo il giorno più audace affondare nell’orribile notte,

quando osservo la violetta ormai avvizzita

e ricci neri ormai striati d’argento e bianco,

quando vedo spogli gli alberi immensi

un tempo riparo dalla calura per il gregge

e il verde dell’estate cinto in covoni

portato sui carri con la sua ispida barba bianca,

penso allora al destino della tua bellezza

che se ne andrà con gli scarti del tempo

siccome ogni cosa dolce e bella si consuma

e velocemente muore, così come altre crescono.

E non c’è nulla che dalla falce del Tempo ti difenderà

se non i figli, che ti saranno corona quando essa ti rapirà.

~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~~ ~ ~ ~ ~

When I do count the clock that tells the time,

And see the brave day sunk in hideous night,

When I behold the violet past prime,

And sable curls all silver’d o’er with white:

When lofty trees I see barren of leaves,

Which erst from heat did canopy the herd

And Summer’s green all girded up in sheaves

Borne on the bier with white and bristly beard:

Then of thy beauty do I question make

That thou among the wastes of time must go,

Since sweets and beauties do themselves forsake,

And die as fast as they see others grow,

And nothing ’gainst Time’s scythe can make defence

Save breed to brave him, when he takes thee hence.

Standard
Filosofia

Sapere aude #PhilosophyDay20

Nel 1784 Kant scrisse un articolo rispondendo alla domanda “Che cos’è l’Illuminismo?”

«L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo”»

Standard
Attualità, filosofia digitale

Il dilemma dei social.

Uno studio su 5.000 persone ha rilevato che un maggiore utilizzo dei social media è correlato al calo auto-riferito della salute mentale e fisica e della soddisfazione di vita. Il numero di paesi con campagne di disinformazione politica sui social media è raddoppiato negli ultimi 2 anni. Il 64% delle persone che si sono iscritte a gruppi estremisti su Facebook lo ha fatto perché gli algoritmi li hanno guidati lì. (Tratto dal sito del film “The social dilemma“)

Il tema è sempre caldo, in ambito nuove tecnologie informatiche l’ultima notizia riguarda la più recente app del momento, Tik Tok e il fatto che il Presidente (sic) degli USA vorrebbe proibirla, ma solo perché è cinese.

The Social Dilemma è un documentario di Jeff Orlowski arrivato da poco su Netflix, in realtà un docufilm (o docudrama) poiché incrocia interviste reali e finzione.

Il motto “Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu” viene qui descritto e spiegato nei termini più specifici della questione. The Social dilemma analizza gli effetti dell’uso compulsivo di Facebook, Instagram, Twitter & co. Su ognuno di noi e sulla società contemporanea, spiega tutti i rischi che corriamo frequentando i social. In estrema sintesi:  le piattaforme social utilizzano un algoritmo studiato appositamente per invogliarci a rimanere connessi per il maggiore tempo possibile. Il meccanismo che regola tutto ciò è mutuato dal gioco d’azzardo e dalle slot machine ed è chiamato sistema di rinforzo intermittente positivo. Più restiamo collegati a un social media, più gli introiti della piattaforma aumenteranno. Più ci rendono dipendenti da loro e più loro ci guadagnano, diventano straricchi con quello che noi riteniamo “svago”. I social network sfruttano la capacità del nostro cervello di generare scariche di piacere per tenerci inchiodati e passare quanto più tempo possibile sulle applicazioni in quella che viene chiamata “economia dell’attenzione”. Inframmezzato da inserti di fiction che raccontano l’invasività della tecnologia nelle vite e nelle relazioni delle famiglie contemporanee, la sostanza del film sono le confessioni di alcuni (ex) big della Silicon Valley pentiti di aver contribuito a creare il mostro social che invade come un blob digitale il nostro vivere quotidiano. Ex protagonisti reali, figure come Justin Rosenstein (inventore del pulsante “mi piace” di Facebook), l’investitore Roger McNamee (anche lui in passato a supporto dell’opera di Zuckerberg) Tim Kendall, ex CEO di Pinterest ed ex direttore della monetizzazione in Facebook, Guillaume Chaslot, l’uomo a cui dobbiamo il meccanismo dei video consigliati su YouTube e Tristan Harris, uno dei creatori di Gmail.

I quali a dirla tutta stupiscono per la loro ingenuità etico morale.

Presentato al Sundance Festival del 2020, The Social Dilemma racconta il lato oscuro dei social media attraverso le testimonianze di chi ha contribuito a rendere queste piattaforme quello che sono oggi: luoghi virtuali in grado di manipolare in maniera subdola chi li frequenta, senza destare nell’individuo il minimo sospetto. Dall’ingenuo e pioneristico sogno di “mettere le persone in comunicazione” tramite il digitale, alla creazione e vendita di profili personalizzati di utenti, o meglio gli “utilizzatori”, come i consumatori di droga, lo dice l’esperto di statistica Edward Tufte nel film. A chi? Ad aziende interessate solo a conquistare sempre più ampie fette di mercato a qualsiasi costo, per profitto ovviamente. Il marketing delle persone. Chi paga? Pagano “gli inserzionisti” ovvero tutti coloro che vogliono vendere qualche cosa e hanno interesse a veicolare i loro prodotti tramite i social. Compreso chi vuole manipolare opinioni. Basta che compri pubblicità. Da qui nasce lo strapotere di Facebook, Google, Pinterest, Instagram e Twitter aziende americane che hanno visto il loro profitti aumentare costantemente. Queste grandi aziende mirano al controllo sul modo in cui miliardi di noi pensano, agiscono e vivono.

Nulla di nuovo in realtà, da qualche anno ormai anche in Italia se ne parla, ne avevo scritto qui nel 2019 ma questa produzione Netflix rende la questione pubblicamente critica e problematica. Nel novembre del 2017 apparve un’intervista in cui Sean Parker, l’hacker che ha fondato Napster e ha lavorato con il fondatore del social più famoso fece mea culpa: «Solo dio sa cosa fanno queste piattaforme al cervello dei nostri bambini». Morozov scrisse nel 2011 un testo che indagava le ricadute politiche dell’uso dei social, L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet. Jerome Lanier pioniere dell’informatica, musicista e scrittore, famoso per il suo lavoro di ricerca sulla Realtà virtuale ormai da anni ne parla pubblicamente il suo Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social è  del  2018 e Tu non sei un gadget e del 2010. Cosimo Accoto, giovane ricercatore al MIT di Boston, contro il retaggio idealistico e antitecnologico, indaga la natura linguistica del codice algoritmico, e delle sue applicazioni software in Il mondo dato. Cinque brevi lezioni di filosofia digitale, del 2017. Luciano Floridi, che è ormai abbastanza conosciuto anche in Italia con le sue riflessioni etiche sul digitale, ha appena pubblicato Pensare l’infosfera.

Fake news, algoritmi, influencer, manipolazioni mediatiche, censura, privacy: questi rappresentano i temi in gioco e sono diversi e complessi. Da ormai 10 anni queste riflessioni critiche sul digitale hanno iniziato a girare tra le diverse comunità culturali internazionali e lo hanno fatto partendo dall’interno, dagli addetti ai lavori da chi ci lavora, i pentiti. Il ritardo è grave ed è della società e delle istituzioni incapaci di reagire ad un così rapido progresso gestito dalla finanza e strutturato sulla libertà di mercato. Ci sono in campo proposte ? Ce ne sono. Rottura del monopolio, imporre codici etici, imporre limitazioni, legiferare sulla trasparenza, favorire l’incremento e la diffusione del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, studiare e comprendere i meccanismi psicologici e neuronali che creano la dipendenza da smartphone, obbligare i colossi digitali ad abbandonare i metodi più aggressivi impiegati per tenerci incollati a smartphone e social network, questi sono solo alcuni. Bisogna dire che sono obiettivi “politici” e riguardano la “classe dirigente” spesso non del tutto autonoma ed indipendente  e anzi vincolata a molti di questi colossi del digitale. Pensiamo ad esempio all’accordo G Suite for Education / Miur per la gestione della Didattica e distanza in seguito alla chiusura delle scuole per la pandemia COVID 19 nel periodo marzo/settembre 2020.  Individualmente ognuno può ricorrere a quelle capacità umane innate ma che vanno allenate: il pensiero critico, la capacità di analisi e comprensione,  la questione etica e l’ educazione questi sono gli strumenti che anche nel digitale possono  aiutare a contrastare le difficoltà di pensiero: difficoltà di essere consapevoli, difficoltà a vedere o a leggere situazioni, difficoltà a concettualizzare, a dare spiegazioni, a fornire un argomento, a proporre più ipotesi, a problematizzare. Difficoltà che ci impediscono di far lavorare il cervello, l’anima lo spirito, quelle facoltà che l’uso indiscriminato, pervasivo, incontrollato dei media digitali rischia di compromettere.

I nerd che intervengono nel film alla fine offrono alcuni consigli di “resistenza” al modello di business che ci vuole cavie da social, eccoli:

  • Solo la volontà collettiva potrà fronteggiare lo scenario distopico che l’abuso dei social incrementa,
  • riconoscere il problema aumenta la possibilità di affrontarlo,
  • il fallimento della tecnologia odierna è un problema di leadership,
  • disinstalla le app che non ti sono indispensabili,
  • disattivare tutte le notifiche,
  • non usare Google ma Qwant che rispetta la tua privacy,
  • non accettare video consigliati da YouTube,
  • usa le stensioni di Chrome per rimuovere i consigli,
  • prma di condividere qualsiasi cosa verifica i fatti,
  • non incrementare il sistema con clic baiting o esche digitali
  • attingi le informazioni da siti diversi,
  • esponiti a punti di vista diversi dal tuo,
  • non dare dispositivi ai tuoi figli,
  • dispositivi fuori dalla camera da letto
  • stabilire tempi di utilizzo a priori,
  • cancella i tuoi account.

Img: Superthumb.

Standard
bukowski, Poesia

Il cuore che ride. Charles Bukowski

La tua vita è la tua vita.

non lasciare che venga rinchiusa in un antro

di sottomissione.

stai in guardia.

ci sono delle uscite.

da qualche parte c’è luce.

forse non sarà una gran luce ma

vince sulle

tenebre.

stai in guardia.

gli dei ti offriranno delle

occasioni.

riconoscile, afferrale.

non puoi sconfiggere la morte ma

puoi sconfiggere la morte

in vita,

qualchevolta.

e più impari a farlo di frequente,

più luce ci sarà.

la tua vita è la tua vita.

sappilo finché ce l’hai.

tu sei meraviglioso

gli dei aspettano di compiacersi

in te.

THE LAUGHING HEART

your life is your life

don’t let it be clubbed into dank

submission.

be on the watch.

there are ways out.

there is a light somewhere.

it may not be much light but

it beats

the darkness.

be on the watch.

the gods will offer you

chances.

know them, take them.

you can’t beat death but

you can beat death

in life,

sometimes.

and the more often you

learn to do it,

the more light there will

be.

your life is your life.

know it while you have

it.

you are marvelous.

the gods wait to delight

in

you.

Da Bukowski Il meglio, Guanda 2018.

Scritta nel 1992, apparsa in Praire Schooner 67.3, autunno 1993, pubblicata in Betting on the Muse. In Italia inserita nella raccolta Le ragazze che seguivamo, Guanda, 2006.

Standard
letteratura veneta, Poesia

Comisso, viaggi nell’Italia perduta.

comisso

“Comisso è uno degli autori del Novecento, non solo italiano, tra i più difficili da circoscrivere e da situare, pur essendo necessario a una definizione globale di questo periodo della storia letteraria, o anche semplicemente della storia. A mano a mano che il tempo passa, sempre più si evidenzia la difficoltà di un reale avvicinamento a Comisso, che tuttavia dà l’impressione di essere e di volersi costantemente “qui” e “ora”: vale di certo per lui la qualifica di absolument moderne, secondo l’aspirazione e il programma di Rimbaud.” Andrea Zanzotto “I cento metri” in Nico Naldini, Vita di Giovanni Comisso l’ancora del mediterraneo 2002.

Giovanni Comisso fu il più importante scrittore veneto del ‘900. “Il migliore in assoluto dei narratori veneti”, secondo una definizione di Rigoni Stern. Fu autore atipico e particolarissimo con uno stile quasi impressionista. Romanziere, giornalista e autore capace, con rapide pennellate linguistiche, di rappresentare luoghi, di rendere immediatamete raffigurabili situazioni e personaggi spesso minori, semplici, della vita quotidiana. Di Giovanni Comisso ebbero parole di grande riconoscimento critici letterari come Contini e Debenedetti e la sua opera fu apprezzata da alcuni dei più importanti autori del nostro Novecento letterario, come Montale e Saba, Svevo e Gadda.

Dall’esordio poetico nel 1916, pubblicato quando Comisso era al fronte tra Cormons e Manzano volontario del Genio telegrafisti, periodo che poi descrisse in Giorni di guerra scritto tra il 1923 e il 1928, pubblicato nel 1930, all’avventura fiumana con D’annunzio (Porto d’amore del 1924). Dall’esperienza a bordo del bragosso tra Chioggia e l’Istria (Gente di mare 1928), e le amicizie con artisti come De Pisis, De Chirico e Martini, Ravenna, (Mio sodalizio con De Pisis del 1951) fu sodale con poeti e scrittori del suo tempo a lui vicini: Piovene, Parise, Pasolini, Zanzotto, Naldini. Comisso scrisse reportage da tutto il mondo per i maggiori quotidiani nazionali, pubblicò innumerevoli scritti, romanzi e racconti, vinse premi letterari prestigiosi. Per circa  vent’anni visse a Zero Branco, all’inizio degli anni Trenta, con i guadagni delle corrispondenze giornalistiche comprò un piccolo podere con una vecchia casa colonica a Conche di Zero Branco, nel trevisano. Vi trascorse lunghi periodi, coltivando l’orto e dedicandosi alla cura della terra con la passione e la sapienza dei contadini (La mia casa di campagna 1954). Morì nel 1969. Per lungo tempo le sue opere risultavano introvabili, fuori catalogo, non acquistabili. Per anni caduto in un oscuro oblio ingiustamente un po’ dimenticato e poco letto. Con la biografia di Naldini del 1984 e a partire dagli anni successivi al 2000, in seguito all’opera omnia nei Meridiani Mondadori (2002), sono reperibili le nuove edizioni.

Disse di lui Pasolini, nel 1968: « Comisso non è né veneto né cattolico. Se n’è sempre fre­gato di D’Annunzio prima, poi del fa­scismo, del dopoguerra, del marxismo, del Vietnam, di ogni possibile sorta d’impegno che la storia abbia cercato di mettergli tra i piedi. C’è in lui una sorta di incoscienza — in senso etimo­logico — che è morale e grammaticale insieme, costituisce la sua felicità e il suo stile. Come nella malattia segreta delle ostriche, con gli anni si sono for­mate in Comisso due perle: cattolicesi­mo dimenticato e felicità pagana. Guardatela, questa felice incoscienza di stile, la serie impalpabile e levissima degli anacoluti, il permanere ancor oggi di qualcosa di sorgivo e di popo­lare in una prosa d’arte conclusa »

Conobbi l’opera di Comisso ragazzo quando lessi La mia casa di campagna in edizione economica Pocket Longanesi & C. del 1971 Lire 450, il libro era di mia madre, credo fossero gli anni ’80. Me ne innamorai. Lessi avidamente Gente di Mare un’edizione Longanesi & C. del 1988 me ne rinnamorai. Negli anni ’90 in uno dei miei pellegrinaggi letterari andai alla ricerca della casa di Comisso a Zero Branco, la trovai facilmente. Mi avvicinai al cancello e scambiai due parole con quello che ho scoperto (in Nicola De Cilia, Geografie di Comisso, Ronzani 2019) essere il figlio dell’acquirente di Comisso nel 1930 che vi visse fino al 1954 e marito dell’attuale anziana proprietaria – davanti alla casa “di campagna” era ancora presente un piccolo macello di orrida fattura cementizia (oggi scopro abbattuto) che poi nel Veneto troverà repliche nei mille “capannoni” che funestano il territorio tutt’oggi. Ricordo la casa semplice ma spaziosa, di architettura tipica inizio ‘900.

Cesare De Michelis grande editore veneto recensì il testo qui sotto poco prima di morire, questo articolo è un omaggio a entrambi.

Comisso, viaggi nell’Italia perduta: l’incanto di un Paese che non c’è più.

Sensualità, inquietudine e paesaggi familiari, dalle visioni della laguna con i suoi orti segreti alla Treviso quasi distrutta dai bombardamenti: pubblicata un’antologia di scritti. Il rifugio nella casa di campagna dopo le avventure giovanili.

di Cesare De Michelis

Perché mai l’Italia di Giovanni Comisso, esplorata con paziente entusiasmo in lungo e in largo con particolare attenzione a quella appartata e sconosciuta, sia riassumibile nell’insegna dello smarrimento, se non addirittura della scomparsa, Nicola De Cilia, che ha curato questa breve antologia intitolata Viaggi nell’Italia perduta (Edizioni dell’asino, pp. 160, € 10), lo spiega assai sbrigativamente interpretando il «cupo» presente come il tempo di una devastazione che ci ha lasciato solo una grande nostalgia di un paese incantevole che non c’è quasi più.

Eppure Comisso, che ha attraversato quasi intero il secolo scorso (1895-1969), era tutt’altro che uno scrittore accorato e malinconico, anzi, come scrive lo stesso De Cilia, «vorace di avventure» e «goloso di vita», libero e curioso, desideroso di «vivere come voglio. Fuori di ogni legame civile e legislativo», che si immagina come «un battello ubriaco di golfi e di mari…». Certo a confondere l’immagine di Comisso contribuisce in questa antologia la rinuncia a qualsiasi ordine cronologico, giustapponendo testi di stagioni distanti con l’effetto di appiattire la ricchezza di toni e sentimenti, la varietà degli stati d’animo, che oscillano da un giovanilistico entusiasmo sensuale e ribelle, che si accende improvviso soprattutto negli anni dell’impresa di Fiume, a una perenne inquietudine che tende a trascinarlo lontano, in un altrove luminoso e sognante, che sfugge a qualsiasi descrizione impressionistica, evocando rimpianti e stupori cui le parole non sono sufficienti. A un certo punto, lo scrittore si rifugerà nella casa di campagna, sazio di ebbrezza, per coltivare le tradizioni delle sue origini e quietarsi nella contemplazione di un paesaggio familiare, pronto, tuttavia, al primo segnale di noia, a ricominciare il suo andare girovago cercando le tracce di una natura incontaminata e materna, ma anche i segni dell’eterno conflitto dell’uomo col mondo, riconoscibili nei gesti e nei volti degli umili e dei lavoratori.

Il libro si apre con un solare viaggio in Toscana alla ricerca dei segnali del risveglio primaverile per ritrovare insieme all’«amico più caro» il fervore degli anni di guerra ormai sommerso nel silenzio di una memoria che attesta soltanto l’allontanarsi di una giovinezza irrecuperabile, oppure appena riconoscibile nel soffio del vento che sollevava in volo i loro primitivi aeroplani, ma inquietante nell’improvvisa comparsa di dolenti segnali di morte annunciati da sordi colpi di cannone che risuonano nella valle di fronte, facendo inevitabilmente eco a quegli altri che erano allora esplosi sul fronte del Carso. Poi c’è l’incanto della laguna coi suoi canali tortuosi e i suoi orti segreti o il mistero di un’ape che si agita solitaria alla ricerca del nettare sulla scena della Piazza San Marco stordita dagli aurei riflessi dei mosaici della Basilica, o la Treviso «quasi tutta distrutta» dai bombardamenti americani, che «ha rigermogliato dalle sue macerie», certo pagando un prezzo pesante al gusto nuovo di un urbanesimo vorace e selvaggio, ma conservando ancora «una buona parte del suo vecchio spirito, nascosto» e con esso, sensuale, «la dolcissima bellezza delle giovinette che si vedono all’uscita dalle scuole». Lo sguardo, infine, si allarga al resto della penisola e alle isole così sgargianti di luce e colori, così vive per il continuo agitarsi operoso delle sue genti, umili, certo, ma estranee ancora al benessere che intorno a loro cresce rigoglioso, cosicché, a star dentro all’auto americana grande come una intera casa, allo scrittore sembra di essere messo «alla berlina davanti a un popolo così puro, così giusto, così onesto da potere avere il massimo diritto di condannare» e allo stesso di poter concludere il suo pellegrinaggio con la certezza che «non si può visitare l’Italia in macchina».

Questo è l’ultimo articolo scritto da Cesare De Michelis per il Corriere del Veneto, uscito nelle pagine culturali di domenica 5 agosto 2018. De Michelis si è spento a Cortina d’Ampezzo il 10 agosto 2018.

“…io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue. Penetra per i miei occhi e mi incrementa di forza. Forse la ragione dei miei viaggi per il mondo non è stata altro che una ricerca di paesaggi, i quali funzionava-no come potenti richiami. Forse vi è in me ancora di quell’istinto che doveva dominare le razze emigratrici, istinto che era sete di paesaggi nuovi e meravigliosi, prima ancora di essere istinto di preda e di conquista. Nel paesaggio è il primo segno delle mani di Dio e giustifico certi esseri sensibili che nel mezzo dei paesaggi più belli attestano d’aver veduto l’apparizione della divinità. L’altro segno è l’uomo, ma l’uomo si forma e cresce in rapporto al paesaggio: è uno specchio del paesaggio.” (G. Comisso, Veneto felice, 1984)

img: Autoritratto “Il folle avventuriero” 1952 da literary.it

Standard
Consulenza filosofica

Parlane con il filosofo.

 

 

Phronesis coronavirus BOZZA7  Iniziativa di solidarietà sociale in occasione dell’emergenza Coronavirus.

 

#IORESTOACASA

20 professionisti dell’Associazione per la consulenza filosofica Phronesis si mettono a disposizione gratuitamente per chiunque, in questo periodo di limitazioni e costrizione domestica, sentisse la necessità di riflettere e chiarire il proprio percorso di vita, il proprio orientamento, il proprio pensiero, le personali difficoltà o dubbi. La crisi è il momento in cui occorre fare ordine nei propri pensieri, riesaminare la propria vita e la propria visione del mondo.

Prendi appuntamento con un filosofo per un dialogo a distanza tramite: telefono, Skype, WhatsApp. L’offerta è valida fino al 31 maggio 2020.

Φ DAVIDE UBIZZO

tel.:  3495945011

email: davide.ubizzo@gmail.com

nome Skype: davide0710

 

Standard
Attualità, Filosofia

La realtà distopica

Cyberspazio

Esattamente un mese fa esplodeva la questione SARS-CoV-2.

Emanule Severino in un’intervista, rilasciata poco prima di lasciarci, (e di vedere i fatti di oggi) alla domanda: “In che direzione stiamo andando?” Rispose: «È un tempo molto interessante. Siamo in questo tempo intermedio, uso la metafora di quei trapezisti che, essendo inizialmente attaccati al trapezio, lo lasciano per afferrarsi all’altro, che ci sia sotto o no una rete, ma nel frattempo sono sospesi. Noi siamo in questo momento di sospensione che è carico di significato.» In questi giorni mi è tornato in mente quel che disse, in altro luogo qualche tempo fa, quando affermava che la vera questione filosofica è: la realtà esiste di per sé o esiste solo nella nostra coscienza perché e in quanto noi la pensiamo? Per Severino il pensiero, per essere ‘vero’, non ha bisogno e non deve “corrispondere” ad alcuna cosa “esterna” affermazione che è un’apparente radicale idealismo ma in realtà è un assoluto realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione fenomenica della realtà esterna, ma la realtà in sé stessa. Il reale e l’ideale, potremmo dire parafrasando Hegel che nella Prefazione alla Filosofia del diritto nel 1820 scrive “Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale ” per dire che ogni fatto che si manifesta nel mondo risponde ad una legge razionale, e perciò comprensibile e spiegabile all’uomo, ma anche che tutto ciò che è pensabile è reale. Un inguaribile ottimismo (e assolutismo) della ragione che tutto percorre e può comprendere. Al che Giuseppe Rensi, dimenticato filosofo veronese, ateo, scettico e credente metafisico, ribaltava negli anni ’40 del ‘900 con un secco: “il reale è irrazionale e il razionale è irreale” contro la nota sentenza hegeliana. L’esperienza tragica di chiunque oggi ce lo dice, per il filosofo veneto infatti nella vita predomina l’assurdo. Gli eventi,  sono prodotti inattesi, effetti inintenzionali ed imprevedibili di azioni poste in essere per ottenere ciò che, alla fine, non si realizza. Quasi a suggerire che a governarci siano forze misteriose, complesse e sconosciute. Una variante potrebbe essere che l’Agire pervade l’Essere, il pensiero stesso è praxis, come avrebbe detto altrimenti Giulio Preti, altro filosofo semi dimenticato. O per dirla con Antonio Banfi “Non è il pensiero che insegna a vivere alla vita, ma la vita che insegna al pensiero a pensare”.

Questo è del resto sotto i nostri occhi, non il trionfo certo della scienza positiva, vincente e obiettiva sede di incrollabili fiducie ed episteme ontologico del presente. Il linguaggio stesso ne è sintomo, il linguaggio mediatico su tutti. Gli studiosi cosiddetti esperti dibattono e litigano, sintomi, diffusione, epidemiologia, numeri e dati, cure e presìdi tutto è incerto, confuso, poco oggettivo. OMS, Ministeri, BCE, consiglio europeo, direttori sanitari. La realtà nuda e cruda ci investe con slogan emotivi, appelli ossessivi, umanitarismo alla buona, tutto centrifugato nell’infosfera. Ciò che sta accadendo in Italia è sostanzialmente senza spiegazione: stiamo navigando al buio, non sappiamo cosa accadrà domani e perché sta accadendo tutto ciò in queste proporzioni, abbiamo troppe domande e nessuna risposta. Chi vede altro vede male.

Scrivo questo oggi sulla scorta di eventi che trafiggono la vita di questi giorni. Queste idi di marzo così ineffabili in cui le libertà usuali sono sospese e si vive con mille accortezze mai avute e come separati in casa. Giorni in cui vediamo un’invisibile e pneumatico virus minacciare la stabilità globale, sociale, economica, umana. Un pericolo di vita. Albert Camus, nel suo libro La peste mise in esergo una citazione di Defoe. “E’ ragionevole descrivere una sorta d’imprigionamento per mezzo  d’un  altro  quanto  descrivere  qualsiasi  cosa  che  esiste  realmente  per  mezzo di un’altra che non esiste affatto”. Stiamo infatti vivendo una vita nella vita, perché il ‘fuori’ non è sicuro e quindi dobbiamo tutti alienarci dal mondo estraniandoci in una bolla domestica, dubbiosi e scettici altalenanti tra bio-potere e pandemia, recalcitranti eremiti. Si realizza in effetti ciò che Camus prefigurava:  il vacillare della responsabilità sociale, i dubbi della fede  religiosa,  l’edonismo  di  chi  non  crede  alle  astrazioni (studi scientifici, teorie, complotti) e nemmeno al tangibile (la rapidissima diffusione e mortalità del virus), ma neppure è capace di “essere felice da solo”, di starsene da sè a casa propria pascalianamente, il traballante impegno nel fare il proprio  dovere;  l’indifferenza,  il  panico,  lo  spirito  burocratico  e  l’egoismo  gretto  sono gli  alleati del morbo.

E scorrono nella memoria Il mondo nuovo di Huxley, e Philip Dick di La svastica sul sole e Blade Runner di Ridley Scott, o il Lupo della steppa di Herman Hesse, 1984 di Orwell ovviamente, ma anche Fahrenheit 451 di Bradbury o quella ricerca di un uomo misterioso che ci conduce a scoprire gli universi presenti nel nostro mondo, in Da un altro mondo di Stefano Zampieri. Opere della letteratura distopica, un tempo derubricata a letteratura fantastica o fantascientifica e declassata a serie inferiore. Testi che immaginano realtà alternative che mantengono alcune delle caratteristiche della realtà ma ne distorgono altre. “Rappresentazione di una realtà immaginaria del futuro, ma prevedibile sulla base di tendenze del presente percepite come altamente negative, dove viene presagita un’esperienza di vita indesiderabile o spaventosa.” Un’utopia dominata dal negativo.

In questi tempi ci si chiede increduli quanto oggi la realtà abbia superato tutto ciò in modo così inaspettato e repentino che ci ha sorpreso e sbalordito. Anche nei toni mantrici e auto consolatori dello slogan andrà tutto bene, quando fino a ieri tutto andava verso il peggio, nei canti e nello sventolio di bandiere nazional popolari alle finestre di  un popolo radicalmente individualista e anarchico, (ricchissimo di inventiva e umanità) incapace di riconoscere un heimat, un genius loci pur che sia, anche culturale, che non sia il limitar del paesello proprio, o le eterne, esauste e fruste diatribe ideologiche (piazzate a sproposito). E’ un tempo di sospensioni spirituali e assenze religiose in un paese sede vaticana,  nell’indaffaratismo lombardo, nell’autarchia veneta. La realtà supera la fantasia anche nell’insistenza con cui si vuol costringere un popolo, – che vive per la natura del clima e per la posizione geografica sostanzialmente all’aperto, in strada –  alla clausura. Insomma per i caratteri storici ottocenteschi che Leopardi già descrisse: disincanto, il cinismo e il disinteresse. O, per citare Dante, Italia “di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”

Una certa cultura critica basata sulla razionalità scientifica oggi ci dice che questo paradigma di diffusione virale (a cui pare dovremmo abituarci come costante del futuro) è l’effetto collaterale del nostro modello di sviluppo occidentale che consuma, stravolge e uccide la terra, e se non invertito quanto prima porterà morte, distruzione, estinzione dell’umana stirpe. Di sicuro il pensiero liberale, razionale ‘forte’, economicista imperante e rapace sta dimostrando una radicale fragilità, impensata fino a pochi anni fa, in un periodo di post ideologico ottimismo mercantile, il globale diventa così reale nel locale anche nella diffusione virale. Alla fine della storia della dialettica materialista scopriamo l’assurdo nel senso tragico della vita, che non è né pessimismo né nichilismo: il pessimismo è pensare che tutto vada per il peggio, il nichilismo invece che nulla abbia valore, e se ce l’ha prima o poi lo perda.

Il senso tragico è realistica accettazione della ‘nuda vita’ così come ci si presenta, la cosa stessa. È, del resto, proprio soltanto dalla sensazione di vivere lanciati e abbandonati senza paracadute nello spazio vuoto d’un mondo d’assurdo esterno ed interno e di cieco caso, che sorge intimo e veramente profondo e potente quel senso tragico della vita” Lo scriveva Rensi in La filosofia dell’assurdo nel 1937.  La  nuda vita è già da sempre qualcosa di escluso che entra per inclusione, la rappresentazione della realtà distopica di oggi.

 “Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor” (Leopardi, l’Ultimo canto di Saffo)

img.mediterranea on line

Standard
Attualità

Leggere libri.

8065a74a3828afda31fcd76cd974f65b--celebrities-reading-reading-is-sexy

Il libro sta bene. Anzi benissimo. Le vendite crescono. La lettura meno.

Alla Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri nel corso del Seminario veneziano di dicembre scorso, all’Isola di San Giorgio,  dedicato ai librai di tutta Italia sono stati resi noti i dati del 2019 di Messaggerie Libri (il più importante distributore italiano di prodotti editoriali) che riguardano il periodo 2017-2019.

I dati sulla lettura nel nostro Paese – Il 36% degli italiani tra i 15 e i 75 anni non legge libri, ebook, non ascolta audiolibri – le difficoltà delle reti di distribuzione, le disparità regionali fortissime, la pirateria stessa-  sottolineano le criticità più evidenti. I report delineano una profonda trasformazione del mercato, con i libri di carta in crescita, soprattutto nel 2019.

Il Veneto è una delle regioni d’Italia in cui si legge di più. Nel Veneto si vendono il 10% dei libri di tutta Italia e le librerie hanno aumentato la domanda di titoli di oltre il 7%. Guardando il dato per provincia, Verona è al primo posto, seguita da Padova, Venezia, Treviso. Caso dell’anno Rovigo, che ha aumentato del 48% la richiesta di titoli. I dati presentati nel report Istat , riferiti all’anno 2018, riportano che al Nord legge una persona su due, in Sicilia solo una su quattro.

La  lettura  risulta molto più  diffusa  nelle  regioni  del  Nord: ha  letto  almeno  un  libro il  49,4%  delle persone  residenti nel  Nord-ovest e  il  48,4%  di  quelle  del  Nord-est. Al Sud  la  quota  di lettori scende al 26,7% mentre nelle Isole si conferma una realtà molto differenziata tra Sicilia (24,9%)e Sardegna (44,7%). Persistono perciò ampi divari  territoriali:  legge  meno  di una  persona  su  tre  nelle  regioni  del  Sud  (28,3%),quasi una su due  in quelle del Nord-est (49,0%).

Le biblioteche sono più frequentate nelle regioni del Nord-est (21,7%della popolazione)e del Nord-ovest (19,8%). Tra uomini e donne c’è un divario rilevante. Nel 2018 la percentuale delle lettrici è del 46,2% e quella dei lettori è al 34,7%. Per la prima volta inoltre la performance dell’Italia in questo settore risulta addirittura migliore di quella degli altri Paesi: nel 2019 il  mercato francese secondo le stime delle associazioni di categoria pare sia cresciuto solo del 2% e quello tedesco dell’1,4%. Gli Stati Uniti calano addirittura dell’1,3% in termini di copie vendute.

Secondo la classifica Amazon delle città dove si legge di più, relativa al  2019, è Milano la patria dei lettori: per il settimo anno consecutivo conquista il titolo di città che acquista più libri, sia in formato cartaceo che digitale. La medaglia d’argento va a Padova, che scalza Torino, scivolata dal secondo posto del 2018 al sesto. Il terzo posto lo guadagna Pisa.

I dati Istat ci dicono che solo il 40% degli italiani legge almeno un libro l’anno. Un dato sottostimato perché comprende esclusivamente titoli consumati per diletto e non a scopo professionale. In ogni caso, emerge un’Italia divisa in due. Una vera emergenza nazionale. Al Nord il tasso di lettura è più che doppio rispetto a quello del Mezzogiorno, mentre il centro si colloca intorno al 43,5%.

 

   “Sono convinto che chi non legge resta uno stupido. Anche se nella vita sa destreggiarsi, il fatto di non ingerire regolarmente parole scritte lo condanna ineluttabilmente all’ignoranza, indipendentemente dai suoi averi e dalle sue attività.”

Edward Bunker

Img:Pinterest

Standard