Filosofia, pratica filosofica

Pragma Sofia, l’esercizio della filosofia, il blog.

Pragma è parola greca che significa cosa, affare,  la res latina e anche fatto, avvenimento. Pragma è anche azione, la cosa che appartiene all’ambito della vita nel suo dispiegarsi in tutte le forme e le attività di prestazione, formazione, pensiero. Pragma è quindi la dimensione di ogni cosa che riguarda l’affare umano, l’agire e la sua razionalità, la sua logica, conoscitiva, esperienziale e spirituale che si costituisce come sapere, sophía. Sofia che si  traduce e si incarna in sapere, sapienza, conoscenza e spirito, è il logos umano per eccellenza.

La pratica filosofica, in cui si dispiega questa idea di sapienza e di ragione come praxis, ha il suo compimento all’infinito e costituisce l’esercizio filosofico in senso proprio che è intenzionalità pragmatica e spirituale.

L’esercizio della filosofia è questione che attiene all’agire umano, all’orientamento spirituale ed etico, alle scelte politiche, intese come “della polis” in senso socratico. Il riferimento è il ruolo personale e sociale della filosofia che viene sviluppato sui due livelli integranti l’interagire umano, dal punto di vista soggettivo, rivolto quindi a tutto ciò che riguarda le scelte etiche ed esistenziali e l’utilizzo di un pensiero critico: responsabilità, consapevolezza, valori, visioni del mondo, idee; e dal punto di vista collettivo, vale a dire più propriamente legato al contesto intersoggettivo, ciò che ci accomuna e ci divide.

Questo è quindi un blog di pratica filosofica, di formazione, di attualità, di educazione, talvolta di musica, arte e poesia e spiritualità, nella convinzione che la cultura è ciò che rende possibile ogni cosa, plasmando in modi infiniti la natura umana.

Per informazioni e contatti:

davide.ubizzo@gmail.com

@pragmasofia

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Poesia

Charles Baudelaire, “Pararadis artificiels” 1861.

I Paradisi artificiali” è un’opera saggistica di Charles Baudelaire pubblicata nel 1861 e suddivisa in tre sezioni. L’incipit dell’opera qui riprodotto è una dedica ad una donna rimasta anonima.

A J.G.F

Mia cara amica,

il buon senso ci dice che le cose della terra durano poco, e che la vera realtà si trova soltanto nei sogni. Per digerire la felicità naturale, come quella artificiale, bisogna avere innanzitutto il coraggio di ingoiarla; e le persone che forse meriterebbero la felicità sono proprio quelle alle quali la felicità — almeno come la concepiscono i mortali — ha sempre avuto l’effetto di un emetico.

A delle menti sciocche sembrerà singolare, e persino impertinente, che una descrizione di voluttà artificiali sia dedicata a una donna, la fonte più comune delle voluttà più naturali. Tuttavia è evidente che, come il mondo naturale penetra in quello spirituale, gli serve da nutrimento e concorre così a creare quell’indefinibile amalgama che chiamiamo la nostra individualità, la donna sia l’essere che proietta l’ombra più grande o la luce più grande nei nostri sogni. La donna è fatalmente suggestiva; lei vive di un’altra vita, oltre alla propria; vive spiritualmente nelle fantasie che lei stessa ossessiona e feconda.

È assai poco importante, del resto, che la ragione di questa dedica venga compresa. Ma poi è davvero necessario, per la soddisfazione dell’autore, che un qualsiasi libro venga compreso, se non da colui o da colei, per cui è stato scritto? Per farla breve, è forse indispensabile, in definitiva, che esso sia stato scritto per qualcuno? Per quanto mi riguarda, ho così poca inclinazione per il mondo dei vivi che, alla maniera di quelle donne sensibili e sfaccendate le quali — si dice — spediscono per posta le loro confidenze a degli amici immaginari, scriverei volentieri soltanto per i morti.

Ma questo libretto non lo dedico ad una donna morta; bensì a colei che, sebbene ammalata, è sempre viva ed operosa dentro di me, e adesso volge tutti i suoi sguardi verso il Cielo, luogo di tutte le trasfigurazioni. Infatti, l’essere umano non gode soltanto del privilegio di poter godere di una temibile droga, ma anche di poter trarre gioie nuove e sottili persino dal dolore, dalla catastrofe e della fatalità.

In questo quadro vedrai un uomo errante, cupo e solitario, immerso nella mobile fiumana delle moltitudini, il quale rivolge il suo pensiero e il suo cuore a un’Elettra lontana che, poc’anzi, gli asciugava il sudore della fronte e gli rinfrescava le labbra incartapecorite dalla febbre; e tu comprenderai la gratitudine di un altro Oreste del quale spesso hai vegliato gli incubi, e dal quale, con mano materna e leggera, dissipavi il sonno spaventevole.

C. B.


À J. G. F.

Ma chère amie,

Le bon sens nous dit que les choses de la terre n’existent que bien peu, et que la vraie réalité n’est que dans les rêves. Pour digérer le bonheur naturel, comme l’artificiel, il faut d’abord avoir le courage de l’avaler ; et ceux qui mériteraient peut-être le bonheur sont justement ceux-là à qui la félicité, telle que la conçoivent les mortels, a toujours fait l’effet d’un vomitif.

À des esprits niais il paraîtra singulier, et même impertinent, qu’un tableau de voluptés artificielles soit dédié à une femme, source la plus ordinaire des voluptés les plus naturelles. Toutefois il est évident que comme le monde naturel pénètre dans le spirituel, lui sert de pâture, et concourt ainsi à opérer cet amalgame indéfinissable que nous nommons notre individualité, la femme est l’être qui projette la plus grande ombre ou la plus grande lumière dans nos rêves. La femme est fatalement suggestive; elle vit d’une autre vie que la sienne propre; elle vit spirituellement dans les imaginations qu’elle hante et qu’elle féconde.

Il importe d’ailleurs fort peu que la raison de cette dédicace soit comprise. Est-il même bien nécessaire, pour le contentement de l’auteur, qu’un livre quelconque soit compris, excepté de celui ou de celle pour qui il a été composé? Pour tout dire enfin, indispensable qu’il ait été écrit pour quelqu’un? J’ai, quant à moi, si peu de goût pour le monde vivant que, pareil à ces femmes sensibles et désoeuvrées qui envoient, dit-on, par la poste leurs confidences à des amis imaginaires, volontiers je n’écrirais que pour les morts.

Mais ce n’est pas à une morte que je dédie ce petit livre ; c’est à une qui, quoique malade, est toujours active et vivante en moi, et qui tourne maintenant tous ses regards vers le Ciel, ce lieu de toutes les transfigurations. Car, tout aussi bien que d’une drogue redoutable, l’être humain jouit de ce privilége de pouvoir tirer des jouissances nouvelles et subtiles même de la douleur, de la catastrophe et de la fatalité.

    Tu verras dans ce tableau un promeneur sombre et solitaire, plongé dans le flot mouvant des multitudes, et envoyant son cœur et sa pensée à une Électre lointaine qui essuyait naguère son front baigné de sueur et rafraîchissait ses lèvres parcheminées par la fièvre ; et tu devineras la gratitude d’un autre Oreste dont tu as souvent surveillé les cauchemars, et de qui tu dissipais, d’une main légère et maternelle, le sommeil épouvantable.

C.B.

img: Egon Schiele 1919 – Ragazza nuda acovacciata – da frammentirivista.com

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Poesia

Hank Charles Bukowski 1920-1993

Charles Bukowski, “Compagno di sbronze” Feltrinelli 1979

La rerte è infestata di citazioni di Bukowski pare molte false, ovviamente. Che strano destino per un ubriacone sessista, come sarebbe definito oggi. In realtà ci mise del suo in vita, fu accusato di misoginia dalle femministe anni ’70 e in passato sospettato di simpatie naziste, neintepopòdimeno, per alcune frequentazioni giovanili.

Leggo i suoi libri da quand’era vivo, ed ero ragazzino quando lo lessi per la prima volta. Il mio primo incontro con Bukowski fu la copertina di Compagno di sbronze, edizione Feltrinelli del 1979 libro che entrò in casa con mio fratello a lui prestato da un amico toscano. Su di un fondo che riproduceva un intonaco marrone scrostato c’era una foto in bianco e nero di traverso. La donna con sguardo stralunato impunemente in posa abbraccia Buk che ride ad occhi stretti con la bottiglia in mano davanti ad un frigorifero lui è scalzo con la maglietta troppo stretta che scopre la panza, lei in top, gonna e calze nere sformate. Era repellente tutta la scena, di uno squallore cosmico. Nonostante questa scarna, cruda, irreale e sgraziata immagine di alcolismo contemporaneo quella foto era esilarante, faceva troppo ridere nella sua assurdità. Così parecchi anni dopo riuscii a ritrovare quella edizione (terza edizione del 1979, la prima a marzo e la terza a settembre, quando i libri vendevano a rtimi indiavolati …) la cui copertina è qui riprodotta in questo post.

Penso che sia necessario essere fedeli alle proprie radici spirituali e che perciò non ci debba essere né biasimo né condanna nel riconoscere ciò che si è amato veramente, che cosa ha attratto, dominato e reso felice nel tempo, ciò che ci ha formato nel bene e nel male, nella consapevolezza che ciò che muore non finisce e non scompare se non alla vista.

Non fu una questione di immagine chiaramente poiché alla lettura i contenuti sbalordirono quanto la foto di copertina tanto quel testo snocciola i racconti autobiografici più o meno romanzati dell’autore “poeta dell’eccesso Bukowski” come recita la quarta di copertina. Buk raccontava storie e ambienti che io stesso avevo vissuto, in relato modo, nella Mestre degli anni ’70 che di droghe e ubriaconi era rappezzata come carta moschicida con le mosche morte appese. Il titolo in traduzione italiana di per sé era già abbastanza colorito da colpire, l’originale in realtà lo era in misura molto maggiore “Erections, Ejaculatios, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness” cioè erezioni, eiaculazioni, esibizioni  e storie di ordinaria follia. I racconti furono pubblicati da Bukowski per la prima volta nel 1972 su diverse testate minori, tra le quali una rivista underground di Los Angeles, Open City, Feltrinelli li pubblicò in due volumi tra il 1975 (parzialmente in Storie di ordinaria follia) e appunto il 1979, l’anno successivo fu la volta di Notes of a dirty old man, tradotto in Taccuino di un vecchio porco. Questi racconti del primo Bukowski rappresentano l’esordio letterario in Italia. La scrittura di Bukowski era tutta svelata in queste righe disperate, ciniche, satiriche ed umoristiche che rappresentano, come si diceva allora,  “il lato oscuro” dell’America. Seguiranno i romanzi, le poesie, le interviste i resoconti di viaggi. La critica, e la censura, si concentrarono chiaramente sulla parte “sporca” quella del sesso e degli eccessi alcoolici condannandolo a un limbo letterario di parecchi anni, nonostante le recensioni e le vendite.

Se di solito il mito americano è dipinto con tinte fluo e colori sgargianti, le righe americane di Buk trasudano dolore, disillusione, inganno, povertà e miseria. Bukowski riesce nell’incredibile magia di rendere questo paesaggio spettrale un luna-park di vita con un sarcasmo e una ironia raffinatissima, anche la più squallida delle sue storie mantiene un nucleo puro di satira e ironia che la redimono. I personaggi di Bukowski sono tutti falliti, ubriaconi, giocatori d’azzardo, perdenti di ogni genere Certo l’antropologia bukowskiana vede l’uomo come un animale comico, un coagulo di desideri e secrezioni, con zero spazio per altro. In fondo al Bukowski uomo piacevano le cose semplici, la birra e poi il vino bianco profumato, Muller Thurgau e Riesling o un Petite Sirah,  le corse dei cavalli e una donna da amare …

Alessio Romano, autore del graphic novel sullo scrittore americano dice giustamente: “Bukowski ha avuto un’infanzia terribile e ha trovato un antidoto alla solitudine solo nell’alcolismo e nella letteratura. Non è mai riuscito a integrarsi con il resto della società. Gli ultimi suoi anni di vita, con una moglie premurosa e tanti gatti intorno, sono stati sereni. Ma lui non è mai cambiato, neanche dopo aver raggiunto un successo planetario.”

Fernanda Pivano che lo considerava assolutamente originale quando lo intervistò nel 1980 ne colse un lato intimo molto più reale di ciò che la critica in genere gli attribuiva: “il suo personalissimo modo di fare scrittura attraverso immagini della vita quotidiana trasfigurate sotto una lente d’ingrandimento colossale significa definire anche uno Stile di vita anarchico e pazzo, violento e brutale, sempre visto in chiave di sarcasmo crudele e amarissimo, senza spazio per concessioni al sentimentalismo e intriso di disgusto e di diffidenza per il genere umano e per la società degli uomini. (…)- “Quello che m’importa è grattarmi sotto le ascelle”. Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski, (Sugar Co 1982)

Quando era in vita era più famoso in Europa che negli USA, infatti gli unici viaggi che fece, alla fine degli anni ’70, furono  in Germania – tra l’altro anche a Andernach  dove nacque nel 1920 quando il padre svolgeva il servizio militare nell’esercito americano – e a Parigi, invitato dall’editore francese dove partecipò al programma televisivo Apostrophes allora molto popolare  e la sua apparizione, ebbro, a testa bassa,  parlando quasi sottovoce, fece grande scalpore, con quella sua goffa uscita tenuto a braccia mentre cerca di accarezzare i bianchi capelli ad un anziano professore e dopo aver provato a toccare una gamba ad una scrittrice ospite della trasmissione. (Tutto trascritto in Shakespeare non l’ha mai fatto, Feltrinelli 1996).

Bukowski è un caleidoscopio perché permette di accedere a visioni divergenti, apre mondi sconosciuti, questo dovrebbe in sintesi fare la cultura autentica, proiettare una nuovo film sul muro bianco della vita quotidiana. Lui lo fece e aprì al mondo dei tesi anni ’70 uno squarcio crudele sull’America vera e reale. Il termine “realismo sporco” con cui si usa etichettare la sua arte è patetico, come se il realismo potesse essere pulito, e che significato ha poi pulito, rispetto a cosa? Il reale è sempre una proiezione dei nostri sensi, in ogni caso quindi, di quale reale parliamo? Casomai realismo magico, verismo impressionista, imaginismo crudo o chissà cos’altro ma lo sporco è una categoria usata da chi vuole un mondo preconfezionato dalle sue proprie idee. Bukowski fu frutto originale della cultura europea in America, più vicino alla letteratura russa e romantica che a correnti specifiche da cui sempre si smarcò.

Dei film tratti da sue opere quello di Ferreri è il peggiore. Inutile, etereo, vacuo, pretenzioso. La Rai nel 1980 fece un servizio su Bukowski, è reperibile in rete, onore a Mixer la trasmissione che lo produsse, ah gli archivi Rai …! (“Essere semplici, scrivere breve crudo e facile, l’Ideale stilistico di Bukowski” . Alla mostra del Cinema del 2016 fu presentato a Venezia “You never had it” di Matteo Borgardt nato da cassette rimaste chiuse per 35 anni in scatoloni, nel garage di Silvia Bizio. Pellicole inedite e digitalizzate, registrate durante una serata del gennaio 1981 dalla giornalista e produttrice italiana a San Pedro, California, nel salotto di Bukowski.

Bukowski riconobbe tra le su ispirazioni: Nietzsche, Schopenauer, Lawrence, Saroyan, Pound, Eliot, Fante, Celine, Checov, Kafka, Hemingway, Hamsun, Henry Miller, Dostoevskij, Artaud, Cummings, Robinson Jeffers. Lui che a 24 anni, pur avendo già esordito, preferì non scrivere per 10 anni purtroppo generò una marea di epigoni che s’illusero che scrivere ubriachi equivalesse a diventare come lui, capace di una disciplina teutonica e che scriveva tutta la notte e di giorno lavorava, in seguito scriveva dalle 8 alle 17.

David Stephen Calonne scrisse nel 2003 per la Prefazione a Il sole bacia i belli, interviste, incontri, insulti (Feltrinelli 2014) “Sebbene Bukowski affermi di non essere un “guru”, la sua visione è essenzialmente religiosa e la sua ricerca è per il sacro. Dice a Sean Penn che è necessario rimanere incolti, per “non fare assolutamente niente” per parecchi giorni ed è difficile non vedere in questa libertà di spirito la saggezza del Tao Te Ching di Lao Tzu.”

Stupisce in alcune delle innumerevoli interviste la pazienza con cui impassibile Bukowski risponde a domande tipo: “Hai ancora l’uccello duro come vorresti”? o “Prendi le vitamine”?

Buk aveva anche una certa predisposizione alla verità senza stronzate. Andava alla ricerca, soprattutto agli inizi della carriera di poeti, come un segugio, per scoprire come vivessero essendo notorio che vivere di poesia e scrittura non è esattamente semplice. Così facendo metteva a nudo squallide situazioni comico grottesche di pseudo scrittori mantenuti da anziane madri o mogli facoltose o che vivevano di rendita, lui allora lavorava pagato poco e di notte scriveva. In seguito i suoi reading, cioè le letture pubbliche di versi, diventarono spesso eventi memorabili, famosi quelli in Germania i cui resoconti in parte pubblicò in Shakespeare non l’avrebbe mai fatto, era una sorta di rockstar della poesia, anche perchè di solito il suo interloquire con il pubblico era ritmato dal vino bianco e dalla birra.

Bukowski ha fatto in tempo a vedere gli anni ’90, frequentare Hollywood, era amico di Sean Penn quando era sposato con Madonna Ciccone, sfanculare la cultura pop rock allora in auge, (falsi rivoluzionari collusi con il potere) gli U2 in particolare che pure lo omaggiarono con una citazione (in Dirty Days, Zooropa 1993: “Days run like horses over the hill” titolo di una raccolta di poesie del ’69) , di cui frequentò le radici negli anni ’60, scrisse bellissime poesie, come “Nobody but you” o “The laughing heart” uscite postume, poesie scarne, minimali, semplici ma di grande immediatezza che ancora vengono pubblicate sebbene il successo gli arrivò da racconti brevi e romanzi. Bukowski, quando decise di lasciare il lavoro alle poste, diede libero accesso – al suo storico editore, e fondatore della Black Sparrow, John Martin – , ad un armadio pieno traboccante di fogli scritti. Scriveva di continuo e all’inzio spediva sopratutto poesie, a decine, alle riviste alternative e underground d’America, tutte, anche quelle minuscole e sconosciute.

Amava i gatti, le donne, la birra e il vino bianco, guidava una maggiolone nero e giocava ai cavalli.

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Poesia

Aria e angeli di John Donne

John Donne Aire and angels

Twice or thrice had I lov’d thee,
Before I knew thy face or name;
So in a voice, so in a shapeless flame
Angels affect us oft, and worshipp’d be;
         Still when, to where thou wert, I came,
Some lovely glorious nothing I did see.
         But since my soul, whose child love is,
Takes limbs of flesh, and else could nothing do,
         More subtle than the parent is
Love must not be, but take a body too;
         And therefore what thou wert, and who,
                I bid Love ask, and now
That it assume thy body, I allow,
And fix itself in thy lip, eye, and brow.

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Due o tre volte ti amai senza conoscere

il tuo volto o il tuo nome.

In una voce, in una fiamma informe

così talora ci percuote un angelo

per essere adorato.

Persino quando giunsi dov’eri, uno splendente

un adorabile nulla io vidi.

Ma poiché la mia anima, che ha per figlio l’amore,

prende membra di carne o non può nulla,

l’amore non dev’esser più sottile

della madre, ma anch’egli prender corpo:

e allora quel che eri e chi eri io chiedo

all’amore di chiedere; ed ora gli consento

di assumere il tuo corpo e far dimora

nel tuo labbro, nell’occhio e nella fronte …

J. Donne, Poesie amorose, poesie teologiche, Trad. di C. Campo, Einaudi 1971

img: marynovik.com

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Filosofia

Vite filosofiche

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“Una piccola conoscenza che agisce vale infinitamente di più di una grande conoscenza che è oziosa” Khalil Gibran

Cioran giocava a calcio con i teschi dissotterrati nei cimiteri,

Schopenhauer prese a calci una domestica molesta e dovette risarcirla con un vitalizio, il filosofo morì nel 1860 e fu trovato a casa sua, sul divano, accanto ad un gatto senza nome,

Pascal morì di vaiolo contratto per aver ospitato nella propria casa una famiglia di poveri,

Kant non vide mai altro luogo in vita che Königsberg, la città in cui nacque,

la mattina del 22 giugno 1936 a Vienna Moritz Schlick fu ucciso da 4 colpi di pistola, esplosi da un collega ricercatore Johann Nelböck, mentre usciva dalla sua ultima lezione sull’immortalità che non avrebbe dovuto tenere ma poi svolse cambiando idea all’ultimo momento,

Jean-Paul Sartre ogni giorno consumava  due pacchetti di sigarette, tabacco nero da pipa, più di un litro d’alcol, vino, birra, vodka, whisky, e poi duecento milligrammi di anfetamine, quindici grammi di barbiturici, caffè, tè e pasti copiosi,

Nietzsche si fece fotografare con l’amico Paul Ree in posa come cavalli da traino di un calesse guidato da Lou Salomè. Lo stesso filosofo tedesco per un periodo contemplò l’idea di dedicarsi alla coltivazione della terra,

Hegel vide Napoleone a cavallo a Jena e disse: “Ho visto l’Imperatore – quest’anima del mondo – cavalcare attraverso la città” o  “lo Spirito del mondo a cavallo”,

Heidegger dedicò la sua opera più famosa “Essere e tempo” a Husserl, suo maestro, ma tolse la dedica nell’edizione successiva. Il verbale che, dopo il crollo del Nazismo, sanciva l’allontanamento di Heidegger dalle università tedesche perché giudicato non idoneo per l’insegnamento, fu steso da Karl Jaspers. Heidegger in Grecia nel 1962 dopo una crociera nell’Egeo, scrisse “Il congedo dalla Grecia divenne l’avvento della Grecia”,

Anassagora, filosofo greco, venne processato e condannato all’esilio per le sue teorie considerate empie. Egli affermava, osservando la superficie lunare, che fosse composta di materia rocciosa, come la Terra e quindi che la Luna era una roccia.  Come risarcimento postumo nel 1935 gli è stato dedicato uno dei crateri vicino al polo nord lunare,

Platone fu venduto come schiavo al mercato di Egina per ordine di Dionisio tiranno di Siracusa,

Karl Marx in tutta la vita fece solo e saltuariamente il giornalista, da giovane trascorse anche un giorno in prigione per ubriachezza e schiamazzi notturni,

Cartesio che da 20 anni non si muoveva dall’Olanda  fu convinto a trasferirsi in Svezia su insistenza della Regina Cristina e anziché restare a letto fino a tarda mattina – non si era mai alzato prima delle 11 – doveva lasciare la sua casa di Stoccolma e tuffarsi nel gelo dell’inverno scandinavo al mattino molto presto, in modo da essere alla Reggia, in presenza di Sua Maestà, entro le 5 come lei desiderava, così si ammalò di polmonite e morì nel giro di poche settimane,

Spinoza, scomunicato e messo al bando con editto dalla comunità ebraica di Amsterdam per le sue idee nel 1656, sfuggì anche ad un attentato mortale: una sera mentre camminava intabarrato in un pesante cappotto nei pressi della sinagoga, fu accoltellato da un fanatico religioso. La pugnalata non raggiunse il corpo di Spinoza, che si scansò, ma lacerò una parte del cappotto,

Plotino voleva costruire, in Campania, una vera e propria “città dei filosofi”, chiamandola “Platonopoli”,

nel corso della sua vita  Wittgenstein, che nel 1913 andò in Norvegia e visse in una fattoria per un anno, scrisse il Tractatus tra il fornte russo e quello italiano dove fu fatto prigioniero, fu anche maestro di scuola elementare per 6 anni, architetto e giardiniere in un convento di suore. Dal primo lavoro dovette dimettersi perché  maltrattava gli alunni. Nel 1946 in un celebre scontro dialettico con Popper, che lo criticava, pare lo abbia minacciato con un attizzatoio a Cambridge,

nel corso della sua vita, Derrida venne incarcerato per possesso di stupefacenti,

Empedocle, figura di filosofo ai confini con lo sciamano, che avrebbe tra le altre cose riportato in vita una donna morta, morì gettandosi nell’Etna,

Aristotele nacque  in Tracia. Suo padre fu medico personale del Re di Macedonia. Nel 343 a.C. si reca alla corte di Filippo, il re macedone e diviene il precettore del tredicenne Alessandro, futuro Alessandro Magno,

nel 1980, in preda ad un attacco di follia, Althusser arrivò a uccidere la moglie, strangolandola, e ad essere internato nell’ospedale psichiatrico di Sainte Anne,

Palmiro Togliatti disse che Freud era un autore da bordelli,

Jan Patočka, impegnato nel movimento dissidente e uno dei tre portavoce di Charta 77, fu docente all’università di Praga e di Brno ma nel 1948 gli fu impedito l’insegnamento; riacquistò nel 1968 il posto all’università di Praga ma, costretto di nuovo a lasciarlo nel 1972, continuò da allora a insegnare in seminari privati,

quando nel ’68 gli studenti andarono da Adorno a chiedergli di partecipare con loro ai movimenti contestatori, il filosofo reagì chiamando la polizia affinché liberasse l’università da quegli studenti che lo stavano infastidendo,

Agnes Heller filosofa ungherese nel 1959 venne espulsa dall’università e poi anche dal partito comunista per aver sostenuto «le idee false e revisioniste» nel 1968 protestò contro l’intervento sovietico in Cecoslovacchia. Venne anche in seguito licenziata dall’Istituto di Sociologia dell’Accademia delle Scienze nel 1973 con l’accusa di aver negato la realtà socialista dell’Ungheria e di altri paesi usciti dalla rivoluzione d’Ottobre,

con i Pitagorici, per la prima volta nella storia troviamo donne che si dedicano alla filosofia,

Ipazia filosofa alessandrina fu uccisa da una folla di cristiani in tumulto,

nella sua dedizione a Dio, il filosofo Origene, per non essere traviato dalle inclinazioni sensibili, pensò di risolvere il problema alla radice: si evirò direttamente. Pare che, dopo aver compiuto la fatale operazione, si sia pentito,

a Seneca, precettore di Nerone, quando venne considerato parte della congiura dei Pisoni, fu ordinato di togliersi la vita nel 59 d.C. dal suo stesso antico allievo e lo fece,

Giordano Bruno fu arso vivo dall’Inquisizione cattolica in Campo de’ Fiori a Roma nel 1600,

Giovanni Papini che nel 1906 scrisse Il Crepuscolo della filosofia in cui infliggeva e commentava le condanne capitali dei maggiori filosofi tedeschi da Kant a Nietzsche mentre venivano mandati al patibolo, fu il più importante e riconosciuto rappresentante del pragmatismo in Italia, con apprezzamenti dello stesso William James nei primi anni del XX secolo. Fondò La Voce una delle più importanti riviste culturali del ‘900 italiano. Più tardi fu interventista nella prima guerra mondiale, fascista antinazista, scrisse La storia di Cristo e divenne  terziario francescano, noto anche col nome religioso di fra’ Bonaventura. Alla fine della seconda guerra mondiale si nascose nel vescovado di Arezzo poiché minacciato e ricercato dai comunisti, mentre partigiani delle Brigate Garibaldi gli devastano la casa fiorentina e le proprietà, sia per il passato fascista e sia perché ritenuto tacitamente colluso con la RSI. Verrà infine soccorso da soldati americani due dei quali avevano letto i suoi libri.

il filosofo neo-parmenideo Severino fu allontanato nel 1969 dall’Università Cattolica di Milano, per le sue posizioni filosofiche, e fondò la facoltà di filosofia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia,

il corteo funebre del filosofo veronese Giuseppe Rensi, incarcerato e sospeso dalla cattedra di Filosofia Morale all’Università di Genova a causa della sua opposizione al regime di Mussolini, fu disperso dalla polizia fascista che schedò anche alcuni partecipanti nel 1941,

nel 1923 a Bollingen in Svizzera Carl Gustav Jung costruì quella che sarà chiamata in seguito laTorre di Jung, terminata nel 1955 era il luogo in cui trascorreva le vacanze e i fine settimana, la casa era senza elettricità e senza acqua corrente,

Edith Stein di origine ebraica allieva di Husserl tra il 1914 e il 1922 fu – non senza difficoltà – membro della Facoltà di filosofia di Friburgo, si convertì nel ’22 e nel 1933 scrisse a Roma per chiedere a papa Pio XI di denunciare le prime persecuzioni contro gli ebrei, nel 1934 prese il nome di Teresa Benedetta della Croce nel 1942 morì uccisa ad Auschwitz e fu canonizzata nel 1998. Nel 1999 il papa Giovanni Paolo II la nominò compatrona d’Europa,

Simone Weil nell’agosto del ’36 volle partecipare a tuti i costi alla Guerra di Spagna ma si ferì ad un piede in una pentola d’olio bollente e rientrò a Parigi un mese dopo,

György Lukács è noto per la sua collaborazione col regime totalitario comunista in Ungheria dal 1945 in poi. Non ha mai condannato lo stalinismo (anche se ne fu per un certo tempo vittima), e ha contribuito efficacemente all’eliminazione della cultura non-marxista nell’Ungheria comunista. Tra il 1946 e il 1953, Lukács partecipò all’incarcerazione di molti intellettuali dissidenti, costretti a lavori servili o manuali. Di volta in volta fu vittima delle purghe, ed epuratore lui stesso,

Hanna Arendt dopo l’incontro con Heidegger si trasferì a Heidelberg dove si laureò con una tesi sul concetto di amore in Sant’Agostino, sotto la tutela del filosofo e psichiatra Karl Jaspers. Pubblicò la tesi di laurea nel 1929, ma, per via delle sue origini ebraiche, nel 1933 le fu negata la possibilità di ottenere l’abilitazione all’insegnamento nelle università tedesche. Nel dopoguerra fu ignorata perchè nei suoi discorsi sul totalitarismo poneva allo stesso livello il regime nazista con quello stalinista,

Michel Foucault nel 1969 in vacanza nei pressi di Tunisi dava appuntamento pagandoli ai bambini tra gli 8 e i 10 anni al cimitero del paese del villaggio di Sidi Bou Said,

il filosofo Giovanni Gentile fu ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 1944 in un agguato sotto casa sua da due  partigiani comunisti italiani che si finsero studenti,

Ugo Spirito allievo di Gentile e padre del probelmaticismo, fu il teorico del corporativismo fascista prima e l’apologo del comunismo cinese poi, negli anni ’70. Il filosofo auspicava  l’avvento di un mondo antidemocratico, collettivizzato e armonico. Spirito teorizzò una concezione politica totalitaria, antidemocratica e antindividualista, fu fascista eterodosso e comunista sui generis.

Franco Volpi mentre era in sella alla sua bicicletta a San Germano dei Berici, nei pressi di Vicenza, venne investito da un’auto e cadde in coma irreversibile. Morì il giorno successivo,

Giorgio Penzo morì 81 anni, nel 2006, un anno dopo aver lasciato l’insegnamento. Il corpo dell’anziano professore di Storia della Filosofia all’Università di Padova fu ripescato a Sottomarina (Venezia) nelle acque di fronte alla spiaggia del Granso Stanco dai bagnini,

Rousseau visse 5 anni della sua vita mantenuto dall’amante M.me de Warens, anni che definì “court bonheur de ma vie”. Viveva in una casetta di campagna a sua disposizione: “Mi alzavo con il primo sole, passeggiavo, percorrevo i boschi, vagavo, leggevo, oziavo: lavoravo nel giardino, raccoglievo la frutta davo una mano in casa e la felicità mi inseguiva dapperutto.”

Carlo Michelstaedter morì dopo tre ore di agonia in seguito al colpo di pistola che si sparò nella casa dei genitori a Gorizia nel 1910.

img: trovata in rete appena recupero i crediti li aggiungo

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Poesia

La crescita dell’uomo. Emily Dickinson 1863

Growth of Man—like Growth of Nature—

La crescita dell’uomo – come la crescita della natura gravita all’interno – L’atmosfera e il sole la ratificano – ma essa si muove – da sola –
Ognuno – il proprio ideale assoluto deve raggiungere – da solo – In solitudine, con il coraggio di una vita di silenzi –
Lo sforzo – è la sola condizione – La sopportazione di se stesso – La sopportazione di forze contrarie – e un credo intatto –
Fargli da spettatore – è compito del suo pubblico – La trattativa però – si svolge senza assistenza – senza incoraggiamento.

Growth of Man—like Growth of Nature— Gravitates within— Atmosphere, and Sun endorse it— Bit it stir—alone—   Each—its difficult Ideal Must achieve—Itself— Through the solitary prowess Of a Silent Life—   Effort—is the sole condition— Patience of Itself— Patience of opposing forces— And intact Belief—   Looking on—is the Department Of its Audience— But Transaction—is assisted By no Countenance—

da Silenzi, traduzione, introduzione e note a cura di Barbara Lanati, Feltrinelli, Milano 2005

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Filosofia, pratica filosofica

#5 post it. Fare filosofia. Appunti per una teoria pratica.

salmone tattoo haida

Oggi per pratica filosofica sulla scena italiana si intende un certo numero di attività nate dalla riscoperta della filosofia come realtà extra accademica. Counseling, Consulenza, Seminari, Laboratori, Dialoghi socratici, Caffè filosofici, consulenze di gruppo, P4C: che la consideriamo saggezza pratica con Aristotele o esercizio spirituale con Pierre Hadot siamo oggi consapevoli di che cosa parliamo quando parliamo di pratica filosofica. Una scena nazionale che richiama il “modello francese” prendendo a modello la critica cinematografica filmica, per una teoria della pratica filosofica è come per una sceneggiatura, detta “francese”, dove si parla molto ma accadono poche cose. Interventi, convegni e articoli, siti e blog, (anche il mio) su cos’è, cosa fa, a cosa serve e da dove deriva la pratica filosofica affollano anche l’infosfera, poiché la pratica filosofica è oggi promossa sopratutto tramite il digitale e si è formata e si è sviluppata in Italia – negli esiti novecenteschi di una critica all’accademica forma del filosofare, teorica, astratta, chiusa e auto narrantesi tramite una autoreferenzialità esausta – nell’era digitale. La sostanza qualitativa del dibattito quindi è figlia di questi tempi.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (“la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi”). Il vizio è la ricerca della definizione, del limite, del discrimine. Pare necessario specificare in termini esatti cosa distingua un filosofo pratico da uno psicologo, da un consulente, da un facilitatore, da un mediatore, da un qualsiasi analista o da un esperto di filosofia o da un coach professionista. Non che questa richiesta sia futile, ma siamo così sicuri che tale distinzione sia necessaria? Non si sa in fondo da sempre (anzi da 2500 anni circa …) cosa fanno i filosofi? La pratica filosofica, (almeno nel caso della consulenza) ultima arrivata nel mercato dell’offerta come proposta di un esperto filosofo che “consiglia e assiste il proprio committente nello svolgimento di cure, atti, pratiche o progetti fornendo o implementando informazioni, pareri o soluzioni attraverso il proprio know how e le proprie capacità” fatica a farsi strada. Forse è la categoria consulting/counseling una delle difficoltà?

E che dire dell’idea che il filosofo pratico non debba “usare” o debba limitare al massimo, concetti e idee della storia della filosofia, cioè non possa tra i suoi strumenti utilizzare il patrimonio secolare della filosofia, perchè si dice, la pratica filosofica non ha un metodo, ma utlizza tutti i metodi come da Achenbach, La consulenza filosofica, quindi, non lavorerà con i metodi (nessuno di solito ricorda il seguito della sentenza cioè “bensì sui metodi” evitando così di interrogarsi su che cosa significhi lavorare sui metodi) non sarebbe come se un medico chirurgo davanti ad un’operazione non tenesse conto della prassi che forma il suo corpus teorico pratico? O come un giurista che non tenesse conto dei precendenti legislativi nell’esaminare una riforma di legge? Non si sta confondendo il metodo, cioè la via che si segue, (o prassi) con la sostanza? Detta sostanza della pratica filosofica, se è autenticare la propria anima, (Socrate docet) credere che fare filosofia significhi in esclusiva un colloquiare chiarificante e orientativo sui pensieri delle persone non è in realtà un drammatico impoverimento della praxis filosofica?

Praxis, parola greca che il latino riprende per dire prassi, azione (actio è il sinonimo latino di praxis), e anche metodo, procedimento, tecnica, prova, esperienza, che riguarda un agire che racchiude il proprio senso in se stesso. Inoltre la parola prassi, semanticamente si radica tra fine ‘800 e novecento. Richiama una terminologia specifica della filosofia italiana dell’idelismo gentiliano e del marxismo la quale quindi tende all’ambito sociale e politico, più che filosofico. Come insegna la filosofia del linguaggio ogni parola porta con sè un carico di significati storicizzati, perciò la pratica filosofica necessita di un vocabolario nuovo? La pratica filosofica è quindi processo? Sì, in quanto accade nello spazio tempo determinato della situazione di dialogo. No, perchè non si esaurisce in quel processo, in quanto essa trascende il qui e ora e agisce sulla totalità e nel futuro.

La filosofia si traduce anche in ragione, pensiero, critica, perciò la pratica è anche chiarificazione dei pensieri, mappa concettuale, ristrutturazione dei ragionamenti ma ciò non esaurisce il suo portato che investe persone, fatte di essere, che è corpo, anima, spirito. Purtuttavia ciò non significa rifarsi ad un vago concetto olistico oggi di moda. Piuttosto rimanda alla questione antropologica, e cioè la pratica filosofica è necessariamente legata alla risposta alla domanda: che cos’è l’uomo? A seconda di come si risponde a questa domanda cambia il paradigma filosofico di riferimento. Diverso quindi sarà se si considera l’intima essenza umana la coscienza/mente, il sostituto neuroscientifico dell’anima, o la materia biologica, o il binomio corpo/mente, o io/super io/es o altro ancora .

Se i filosofi pratici intendono occuparsi delle menti (mente o cervello in quanto sede del pensiero) degli uomini farebbero meglio a fare gli psicologi, poiché la differenza non esiste. Se lo scopo è solo comprendere il discorso altrui, il filosofo pratico può rinunciare alla sua pretesa specificità: lo fanno già in molti, consulenti e professionisti. Il chirurgo dei pensieri non è filosofo, la deriva razional popolare di matrice analitica ha già dimostrato la sua sterilità, più o meno alla fine degli anni ’90, quando ci si rese conto che la sola analisi del linguaggio, l’esattezza delle argomentazioni, la pragmatica del discorso (nel concreto sempre disattesa e quasi attuata all’inverso) non portavano a nulla, (Hilary Putnam, «La filosofia analitica è vuota») se non a non sapere che pesci pigliare. Cercando di dire solo ciò che è possibile dire, nei limiti stabiliti dai tecnici del linguaggio, si finisce di non poter dire niente, si giunge all’afasia. La pratica filosofica, o consulenza così come è nata agli inizi del 2000 in Italia,  “logico-argomentativa” pare ignorare quella direzione che mira alla “visione delle essenze“ dei vissuti afferrabili e analizzabili nell’intuizione, nella loro pura generalità essenziale, come vissuti degli uomini e dalle donne.

La filosofia non può essere l’apologia della ragione e del linguaggio ma la liberazione dell’interrogazione e della ricerca, non è teoria dell’ideologia ma preghiera dell’essere. Quando crediamo che la teoria guidi il nostro agire riteniamo che i pensieri ci portino esattamente ad un punto d’azione preciso e coerente ma poche volte è davvero così, certo lo è nel caso dei bisogni primari: ho fame apro una confezione prendo una mela e la addento, ho sete e bevo, ma se ho desiderio di conoscere posso, e la scelta sarà decisiva, scegliere tra diverse opzioni: studiare, leggere, consultare la rete, chiedere ad un esperto. Nel caso volessi migliorare me stesso ho davanti scelte differenti, posso andare in palestra, fare un corso di formazione, andare da un sacerdote, da un terapeuta, da un consulente, se voglio crescere come persona devo prima decidere in base a quali criteri per me crescere ha significato.

Del resto se Socrate è padre nobile della pratica filosofica ciò significa che non ci si può conoscere se non ci si ri-conosce. L’incontro con se stessi, quindi, e la scoperta della propria totalità presuppone un cammino a ritroso, un “tornare indietro”, che è l’unico che possa permetterci di entrare in contatto con l’interezza di quello che siamo. Si può parlare di filosofia in rapporto, di motivazione, intenzionalità, di spirito, di kardia, di proattività, di essere e di essenza profonda della e nella pratica filosofica? Se la filosofia è un’attività e una ricerca, impone ai filosofi di abbandonare ogni facile patria, di lasciarsi alle spalle credenze e pregiudizi, per decidersi ad andare.

Tutto ciò offre un’idea di filosofo consulente come figura mimetica aperta alle dinamiche contemporanee, che fonda la razionalità del suo agire nel valore etico, dialogico e spirituale, senza per questo avere un’etica specifica, nel dialogo concreto e non finto o artefatto, o direttivo mascherato, e  senza nessun idealismo spiritualistico o vacue proposte simil new age.

«Succede della maggioranza dei filosofi sistematici, riguardo ai loro sistemi, come di chi si costruisse un castello e poi se ne andasse a vivere in un fienile: per conto loro essi non vivono in quell’enorme costruzione sistematica. Ma nel campo dello spirito ciò costituisce un’obiezione capitale. Qui i pensieri, i pensieri di un uomo, devono essere l’abitazione in cui egli vive: altrimenti sono guai» Søren Kierkegaard.

“Chi si fida dei propri ragionamenti e delle indagini compiute attraverso di essi, perché pensa di trovare tutta la verità con distinzioni, sillogismi ed analisi, non può né conoscere le esperienze dell’uomo spirituale né credere in esse. In effetti costui è psichico: ‘ma chi è psichico’, dice ‘non riceverà le manifestazioni dello Spirito’, né può farlo: quindi chi non le conosce e non vi crede, come potrà renderle conoscibili e credibili, confrontandosi con gli altri? Gregorio Palamas, Le Triadi.

 “L’originalità della filosofia contemporanea è di aver chiarito come non mai nel passato, protesa sull’enigma dell’esistenza, la richiesta di questo «ricupero essenziale» che l’uomo deve operare su di sé ogni volta che nella vita e nel pensiero egli interroga sull’essere. Si tratta quindi di avvertire, dal profondo, la peculiarità dell’essere umano che non può limitarsi ad essere un oggetto fra gli oggetti o alla funzione di soggetto per gli oggetti: in realtà l’essenza del nostro essere come spirito è precisamente la «libertà» Cornelio Fabro.

«La filosofia non asciuga lacrime né dispensa sorrisi, ma dice la sua parola sulla “verità” delle lacrime e dei sorrisi.» Michele Federico Sciacca.

Altra voce dal profondo, ho sentito risonare, altra luce e più giocondo, ho veduto un altro mare. Vedo il mar senza confini, senza sponde faticate, vedo l’onde illuminate, che carena non varcò. Vedo il sole che non cala, lento e stanco a sera in mare, ma la luce sfolgorare, vedo sopra il vasto mar. [I figli del mare] Carlo Michelstaedter

Una parola malfamata. (…)  Eppure mistico significa soltanto iniziato, colui che è stato introdotto ad altri o da se stesso in un’esperienza, in una conoscenza che non è quella quotidiana, non è alla portata di tutti. (…) La stessa comunicabilità universale, come carattere della ragione, è un pregiudizio, un’illusione. (…) Anche il razionalismo è mistico. E in genere “mistico” va rivendicato come epiteto onorifico. G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi.

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Filosofia

Empedocle. Cuore noematico, sovraumano intelletto.

“Il suo sguardo non è quello ossimorico, distaccato e severo di Eraclito, né quello apollineo e contemplativo di Parmenide. Empedocle è sapiente e poeta, conosce e vibra. E sogna. E prova nostalgia. Sogna un mondo non travagliato da Contesa, un mondo retto dall’armonia di Amore; prova nostalgia per la perduta natura divina dell’uomo, che va riconquistata attraverso la conoscenza, lontano dalla via funesta di Contesa, e nostalgia per la pace e l’unità della natura originaria, cui la morte mistica può condurre”, scrive Angelo Tonelli, che ha tradotto i Frammenti e testimonianze di Empedocle per Bompiani (2002).

Sovraumano intelletto – lo definisce Lucrezio nel De rerum natura. Empedocle nacque nel 492 circa ad Agrigento. O anche per la natura mistica e divina che lo circonfonde si disse che apparve presso le rive dorate del fiume Akragas. Fu – in termini odierni – pensatore, ingegnere e scienziato, iniziato e sciamano. Taumaturgo e mago disse Hegel.

Empedocle è una continua espressione dell’interiorità Mistica. È uno sforzo ininterrotto di fondere ciò che gli sta dentro  con ciò che lo circonda. Esiste la distinzione tra gli uomini quella tra gli uomini mediocri. La tirannia è invece l’imporsi di un uomo mediocre al di sopra di tutti i suoi uguali. E’ l’ultimo filosofo dei sapienti prima di Platone a scrivere in versi.

Disse: sono stato un tempo fanciullo e fanciulla, arbusto e uccello e  muto pesce del mare. Racchiude nel suo pensiero ascendenze orfiche e pitagorica nella credenza nella trasfigurazione delle anime e trasmigrazione nella condotta di vita secondo principi di purificazione ascesi e politica. Molti suoi versi e molte leggende che lo riguardano ci parlano di un mago, di uno sciamano che crede nella reincarnazione e si proclama discendente dalla stirpe degli dèi. Nel poema “Le purificazioni”, dice infatti: “Vengo a voi come un dio immortale, non più come mortale, da tutti onorato…”.

Nella sua filosofia, come in quelle degli altri Presocratici, non mancano elementi mistici: l’identificazione del nóema con il sangue, quindi con il pensiero pre-razionale. L’attimo della suprema conoscenza mistica in Empedocle è lo Sphaîros, lo stato di perfezione del mondo, in cui l’Amore ha la meglio sull’Odio e unifica i quattro elementi naturali confondendoli in una immobile sfera. Ma questa situazione dura un attimo,  inevitabilmente distrutta dal Neîkos che tutto infrange e separa, e così il ciclo del fenomeno ricomincia. La circolarità del tempo indica l’inesauribilità della fonte extra-fenomenica, che costringe le sue varie manifestazioni a riverberarla perpetuamente in cicli infiniti.

Empedocle individua nella storia dell’Essere 4 diverse fasi che si ripetono ciclicamente, dominate dalle due forze cosmiche. Nelle due fasi in cui c’è il completo dominio dell’Amore (tutti gli elementi sono unificati in completa armonia) e il completo dominio dell’Odio (regno del caos), non c’è vita. Quando l’Odio dissolve il tutto uniforme dell’armonia originaria, si attraversa una fase intermedia in cui le due forze coesistono, fino a sfociare nel regno del caos, da cui si esce quando l’Amore inizia a riconciliare gli elementi all’origine dell’Essere. La vita è possibile sono nelle due fasi intermedie, in cui le 4 radici origini dell’essere sono soggetti al divenire per via della guerra tra le due forze cosmiche.

La bellezza odia il fato terribile da sopportarsi. Il noema significa intuizione e non pensiero razionale.

Scrisse: “Il sangue che sta attorno al cuore è il pensiero degli uomini”

Il pensiero razionale è un fatto puramente cerebrale, non dà nessuna sensazione al petto: ciò che da questa sensazione è oltre che pensiero, sentimento ed intuizione. Qui tutto qui sta ad indicare una conoscenza mistica: prapides originariamente diaframma qui nel senso di cuore, è il luogo dove nasce per tutti i mistici  l’intuizione; il verbo è ereido, il cui significato è piombare su una cosa e stabilirvisi in modo definitivo esprime lo slancio entusiastico al tempo stesso la sicurezza di questo genere di conoscenza; epopteuo  è il termine tecnico ad indicare la contemplazione sopra razionale.

Giorgio Colli scriveva uno schizzo così: “I lontani Greci: α) Parmenide venerabile, β) Empedocle tragico, γ) Eraclito oscuro, δ) Platone divino, ε) La caduta dello spirito dionisiaco.” E ancora. “Lato mistico e lato politico nei Presocratici. Contraddizioni nelle dottrine presocratiche che si spiegano con il contrasto tra pura interiorità che li spinge al misticismo ed impulso ad esprimersi politicamente che fa loro creare i loro sistemi filosofici, li fa capi di scuole filosofiche e di sette religiose, educatori e comandanti politici.”

Plutarco ci riferisce che per Empedocle l’acqua è l’elemento dell’amore, Novalis scrive: l’acqua si mostra come elemento dell’amore della mescolanza dominando sulla terra il divino slancio pieno di bontà dell’amore immacolato.

Federica Montevecchi, curatrice dell’edizione Adelphi degli scritti di Giorgio Colli sul filosofo, scrive: Empedocle è dunque un misti­co che vive e considera come inseparabili la dimen­sione mortale e quella immortale, aspetti polari di una medesima natura la cui trascendenza è irridu­cibile a una spiegazione razionale.

Decide di attuare in Agrigento una sua polis di purificazione, una polis in cui l’odio venga eliminato per quanto si può su questa terra, e parla ai cittadini, accentua l’ascetismo pitagorico, li ama come un dio che ama gli uomini, guarisce le loro malattie perchè il dolore dell’umanità diminuisca e scrive per loro I canti di purificazione. (G. Colli, Filosofi sovrumani, 1939)

Dopo di lui apparvero Socrate e Platone.

Empedocle rientra nella storia materiale nel XX° secolo nel 1904 quando viene acquistato nel mercato antiquario di Achmim – l’antica Panopoli che è il nome greco di un’antica città dell’Alto Egitto conosciuta nell’Ellade anche come Chemmis o Khemmis e chiamata attualmente col nome arabo di Akhmim, sulle rive est del Nilo, patria del poeta Nonno – , un lotto di papiri egiziani che finisce in Germania. Nel 1990 Alain Martin uno studioso ipotizza la paternità di quello che diventerà in seguito il Papiro di Strasbourgo di Empedocle. Tale conferma sarà resa pubblica nel 1992. L’edizione critica sarà del 1999 spingendo il filosofo presocratico verso il nuovo secolo.

Scrive Volpi nel 1998: “Una sensazionale scoperta fatta nella Bibliotèque Nationale et Universitaire di Strasburgo dal grecista belga Alain Martin getta nuova luce sull’ enigmatico filosofo presocratico. In un papiro databile intorno alla fine del I secolo d. C. Martin ha identificato i resti di un libro antico di qualità contenente il poema Sulla natura di Empedocle, che offrirebbe la prima trasmissione diretta dell’ opera, antica di 2500 anni, restituendocene insperatamente ben 74 esametri. Martin ne ha curato l’ edizione e il commento insieme all’ antichista tedesco Oliver Primavesi: L’ Empedocle de Strasbourg. Introduction, édition et commentaire, de Gruyter, XII-396 pagg., 6 tavole. La storia del prezioso papiro si perde nella notte dei tempi, ed è difficile ricostruire con certezza tutte le tappe del miracoloso cammino che lo ha portato fino a noi. Si sa che nel 1904 esso fu acquistato dall’ archeologo tedesco Otto Rubensohn per conto del “Deutsches Papyruskartell” presso un antiquario nella città egiziana di Achmim, l’ antica Panopoli. Arrotolato e piegato a ciambella, il papiro fu utilizzato come sostegno rigido per una corona funebre, assieme alla quale venne comperato. Quando fu tolto dalla corona e ridisteso, si lacerò in 52 frammenti. Finì, illeggibile, a Berlino, dove si procedette all’ estrazione a sorte per distribuire tra gli enti partecipanti al “Deutsches Papyruskartell” i materiali raccolti dalla spedizione. Gli inservibili lacerti del papiro furono assegnati alla Biblioteca di Strasburgo, allora sotto l’ impero tedesco. Qui furono “provvisoriamente” catalogati con la sigla P. Stras. gr. Inv. 1665-1666, in verità definitivamente abbandonati al tempo e alla polvere. Fino a quando, nel 1990, sull’ inestimabile reperto ha messo gli occhi Martin, che è riuscito a ricomporlo e a individuare, nella primavera del 1994, l’ autore dei versi.

img: (Empedocles Philosfus stampa del Remondini, Bassano) wellcome collection org

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Filosofia, pratica filosofica

Dialogo socratico e pratica filosofica. Intervista su SoloTablet

La sua estrema fragilità e mimeticità la rende vulnerabile e precaria. Parlare di metodo è pedante e noioso ma necessario perché rende ciò che si fa credibile e professionale. Negare il metodo o generalizzare come fa Achenbach non è molto di aiuto. Serve una costante opera di ricomposizione è un lavoro di Sisifo, ricostruire, collegare, analizzare questa è la ricerca infinita dei filosofi cui la consulenza non può sottrarsi.

Consulenza filosofica e dialogo socratico nell’era tecnologica

 “La tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla!” – Ernst Junger –  “Da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da sé stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d’averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me.”– Socrate (Teeteto)

L’era tecnologica e digitale suggerisce leadership riflessive, dialoganti, capaci di interpretare le categorie dell’efficienza organizzativa, delle capacità individuali e dell’efficacia alla luce della rivoluzione tecnologica e nell’ottica delle persone.

Internet, smartphone, piattaforme social hanno trasformato ogni attività online in conversazioni, spesso caratterizzate dalla superficialità dell’interazione e dalla brutalità del linguaggio. Conversare però non è dialogare. Dialogo significa parlare attraverso, con il desiderio di trovare un punto in comune. Il dialogo è anche mettersi nei panni degli altri, non è un semplice scambio di opinioni, neppure una discussione dialettica finalizzata ad avere ragione. Si basa sull’ascolto dell’altro, sulla capacità di catturare l’attenzione reciproca e sull’ottenimento di un consenso generale. 

Il dialogo oggi è anche strumento della pratica filosofica che il consulente filosofico utilizza con persone che vivono l’era digitale attuale con incertezza, disagio, ansia, stanchezza e insoddisfazione. Il dialogo serve a porsi domande, a guardare alla realtà in modo diverso, a superare schemi fissi e i paradigmi che li sostengono, bias di conferma, per andare alla ricerca di nuove strade. Il dialogo è importante, fondamentale, per superare i conflitti e nella consulenza filosofica diventa cura e prendersi cura. Di dialogo, consulenza filosofica, era tecnologica, leadership e organizzazioni abbiamo deciso di parlare, in forma di intervista, con manager d’azienda, consulenti filosofici, leader di mercato e studiosi.  

L’intervista è condotta da Carlo Mazzucchelli (fondatore di www.solotablet.it e scrittore) e Giovanna Maria Farina (filosofa, Consulente filosofico e scrittrice) con Davide UbizzoConsulente filosofico presso MIUR

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale (lavorativa, professionale, manageriale, ecc.), del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione critica sull’era tecnologica e dell’informazione che viviamo?

Buongiorno. Mi occupo di pratica filosofica e lavoro nella scuola. Vivo e pratico nel territorio lagunare veneziano e mi occupo, da ormai dieci anni, di: consulenze, Caffè filosofici, Laboratori, Dialoghi di cittadinanza. Il mio interesse per le nuove tecnologie risale al primo anno di Filosofia all’Università di Ca’ Foscari a Venezia, alla fine degli anni ’80. Sono interessato all’universo digitale perché lo ritengo uno sviluppatore di conoscenza, un acceleratore di informazioni e un espansore di stimoli di pensiero.

Mi sono occupato a lungo, all’incirca dal 2001 dopo un master sempre a Ca’ Foscari con il prof. Margiotta in e-learning, di e-commerce, di gestione siti web, comunicazione web, piattaforme, social network e contenuti digitali. Sono socio Phronesis, l’associazione nazionale per la consulenza filosofica, per la quale ho ricoperto anche ruoli gestionali, al momento faccio parte della Redazione della Rivista omonima Phronesis.

Dal 2014 gestisco il blog Pragma Sofia, l’esercizio della filosofia. In questo momento sono impegnato in un nuovo progetto con la scuola secondaria di primo grado, sto svolgendo dei Laboratori filosofici nelle classi seconde con alunni di 12/13 anni.

Si dice che Internet sia Conversazione (The Clutrain Manifesto). Il mondo interconnesso globalizzato dalla tecnologia ne è una testimonianza palese. Dispositivi, applicazioni e piattaforme facilitano interazioni, conversazioni, colloqui. È come se tutti stessimo dialogando. In realtà la pratica del dialogo (διά- λογος – attraverso le parole) online è la grande assente, sia nelle interazioni personali sia in quelle lavorative e professionali. Si legge poco e superficialmente, non si presta attenzione, la concentrazione è scarsa, prevalgono l’urlo e la brutalità del linguaggio, si praticano la promozione e la vendita (anche di sé stessi) più che la persuasione. Lei cosa ne pensa? Come vede il dialogare online, anche filosofico? In che modo si potrebbe alimentarlo e coltivarlo?

Conversazione, comunicazione, colloquio. Ogni termine presuppone un diverso grado di interazione e diversi gradi di relazione.

Nel lessico filosofico si parla di dialogo nel senso del dialogo socratico che per me è sinonimo di dialogo filosofico. Credo che servirebbe uno studio rigoroso su ciò che è il dialogo socratico e ciò che spesso viene inteso come dialogo tout court. C’è molta confusione anche tra addetti ai lavori. Lo slittamento linguistico tra dialogo e dialettica non spiega tutto.

C’è chi confonde dialogo e eristica e pensa che il dialogo sia una competizione agonistica,  chi spaccia per dialogo un sorta di interrogatorio di polizia, chi spaccia per dialogo i propri soliloqui e monologhi, chi parla di dialogo ma poi pone dei paletti alla discussione. Le comunicazioni on line segnano una differenza importante rispetto al dialogo in presenza. Come del resto ogni relazione che si sviluppa in rete è sostanzialmente diversa rispetto alle relazioni interpersonali a cui siamo abituati. Mancano tutte le qualità fisiche e relazionali di un vero rapporto umano: gestualità, tono della voce, sguardo, pause e tempi di reazione, rapporto, socievolezza.  Il dialogo on line è un dialogo senza corpo, fatto al massimo, in tempi di piattaforme streaming, di volto, voce e sguardo fisso in webcam, e la chat a latere. Di certo il modello social non favorisce il dialogo di natura socratica o filosofico, anche tentativi di amici o conoscenti in questo senso mostrano la corda: la brevità del testo, il tempo di connessione, la frettolosità che è connaturata alla frequentazione dei social media, l’impossibilità di un approfondimento reale, sono tutti motivi per cui il dialogo social non si può considerare vero dialogo. E’ tuttalpiù conversazione appunto, chiacchiera, opinione, umoralità ma anche finzione, maschera, velo di Maya.

Ciò non significa che non sia possibile applicare il dialogo socratico o filosofico in contesti digitali, ciò presuppone un intervento a priori nell’organizzazione del contesto e dei tempi svolgimento: piattaforme, siti, blog non escludono affatto al possibilità di dialogare anzi, è però necessario, come del resto nel mondo “reale” ricavare spazi e tempi “diversi”, la filosofia comporta sempre una sorta di sospensione spazio temporale. Il mondo digitale è una prateria sconfinata per sperimentazioni di questo tipo, basta volerlo.

Saper dialogare non è importante solo online. Lo è nella vita, nelle aziende, nelle organizzazioni e nella società. Il dialogo serve a migliorare la capacità di formulare pensieri, a coltivare la capacità e la sensibilità di ascolto, a andare in maggiore profondità, a praticare il pragmatismo della comunicazione e a conoscere meglio sé stessi e gli altri. Il dialogo serve a togliere la maschera alle cose e alle persone, a aprire nuove possibilità di conoscenza (anche del Sé), di consapevolezza e di relazione. Quanto conta secondo lei il dialogo nelle pratiche quotidiane? Quanto importante ritiene che esso sia in aziende e organizzazioni nella fase attuale di trasformazione digitale, di smartworking e didattica a distanza, e di conversazioni online?

Che il dialogo sia importante credo sia fuori discussione, che sia in qualche modo di supporto a questa società in cui viviamo mi pare molto dubbio, per le caratteristiche della società occidentale stessa: frettolosità, superficialità, rapporti di forze, natura dei rapporti interpersonali.

Queste caratteristiche sono opposte alle condizioni in cui il dialogo nasce e si sviluppa: lentezza, conoscenza, pensiero critico, problematizzazione, mancanza di riguardo preventiva, pariteticità, cura della psyché, non curanza dei beni materiali. Il dialogo filosofico è sovversivo rispetto al reale sociale. Il dialogo filosofico è assente nelle pratiche quotidiane, non è fatto per il nostro quotidiano attuale.

Dovrebbe essere pratica quotidiana e chissà magari lo diventerà perché pur essendo nel quotidiano, (la riflessione dovrebbe accompagnare gli uomini in ogni passo) non ne è parte, curioso no? Non sono sicuro nemmeno che il dialogo filosofico  sia componente dell’attuale trasformazione in atto nel mondo digitale delle organizzazioni che attuano protocolli e chiedono algoritmi, o comprano software gestionali. C’è uno spazio “filosofico” nei contenuti, nella comunicazione, nella gestione clienti. Forse.

Socrate è il primo filosofo della filosofia occidentale a occuparsi dell’interiorità. Considerato il più sapiente di Grecia dall’oracolo di Delfi ha ideato il dialogo come strumento di ricerca interiore. La sua arte maieutica capace di far partorire le menti era improntata sull’ironia. Maieutica e ironia, due strumenti capaci di mettere in scacco l’interlocutore per far elaborare gli stereotipi. Il dialogo socratico è utile a dirigenti d’azienda, manager, professionisti ma anche a chiunque voglia acquisire la conoscenza di sé. Nella sua pratica professionale e/o di consulente filosofico cosa pensa del dialogo socratico? Può avere un ruolo terapeutico? Diverso e/o migliore di terapie psicologiche e altre pratiche finalizzate al benessere personale? In che modo lo usa, adattandolo, nelle sue attività?

Nella mia attività di pratica filosofica utilizzo il Dialogo socratico da qualche anno ormai. Lo faccio nei Laboratori, nei Dialoghi di cittadinanza e in generale nelle attività di gruppo. Non utilizzo fedelmente il modello di Nelson Heckmann e Specht ma ne seguo i principi base che ne fanno un paradigma per la philosophische praxis, in quanto empirica, dialogica, antidogmatica, critica, intuitiva e astrattiva.

Non mi pongo il problema se sia terapeutico o finalizzato al benessere personale perché per me la questione è esclusivamente filosofica ovvero riguarda la totalità dell’essere umano che entra in gioco nel dialogo: corpo, anima e spirito. Certo salute, guarigione, cura, benessere, sono tutti costrutti oggi molto di moda che in un qualche senso ruotano attorno all’idea di eudaimonia aristotelica ma sono troppo di moda per non essere sospetti, danno troppo l’idea di spendibilità sul mercato, che per carità è legittima ma non necessaria, meglio applicare una sana diffidenza e pensare alla phronesis ovvero la saggezza di vivere, e la sofia che le sta accanto, e quindi tentare di rispondere alle domande che poneva Agnes Heller nel suo la Filosofia Radicale: come si deve pensare, come si deve agire, come si deve vivere.”

Da qualche anno ormai propongo i Dialoghi di cittadinanza una formula di pratica di gruppo in cui l’esercizio della filosofia può creare consapevolezza, produrre l’interiorizzazione riflessiva di nuove comprensioni che avvengono nel processo dialogico, può suscitare e favorire un diverso senso di condivisione del pensiero e del vivere, proprio e altrui, mettendo in gioco una comunicazione autentica e profonda. Sulla fruibilità e accessibilità del dialogo nella pratica filosofica sarebbe necessaria una riflessione: aspettative, attitudine, precomprensioni, le dinamiche possibili sono molteplici.

Molti consulenti filosofici che hanno preso a modello Socrate e non solo, fanno della formazione lo strumento e la chiave delle loro pratiche filosofiche. Ma il filosofo non è un insegnante, neppure un educatore, semmai un maestro come lo è stato Socrate, sempre alla ricerca di conoscenza, anche del sé, di nuove mappe della realtà e di nuove verità. Il maestro non ha alunni, studenti o allievi ma discepoli. La ricerca, che parte dal non sapere, non va confusa con l’educare che si basa sulla trasmissione di un sapere acquisito e consolidato. Mentre l’educazione trasferisce cose e concetti già pronti, idee già masticate e digerite, la ricerca serve a creare cose nuove, a partire da nuove idee e nuove concettualizzazioni del mondo, Da consulente filosofico lei cosa pensa? Si sente filosofo, educatore, maestro, ricercatore? Che importanza ha per lei continuare a fare ricerca e che importanza ha nella pratica filosofica da consulente?

Socrate lo si può intendere solo come paradigma, come exemplum concreto di agire filosofico che accade.

Molti prendono Socrate ad esempio a modello e in effetti Socrate è il primo filosofo della storia del mondo e della filosofia di strada però appunto è necessario anche capire cosa Socrate mostra. Il Socrate citato nel mondo delle pratiche è spesso un feticcio, un presupposto inespresso, un espediente retorico.

Dal mio punto di vista Socrate mostra che la filosofia apre all’uomo la dimensione della dialettica io / mondo e offre come strumenti il domandare radicale, il problematizzare, la parresia, ponendo infine la questione spirituale (che riguarda il nostro essere intero) e politica nell’esistenza ovvero il rapporto con gli altri e la questione del governo degli uomini. Il carattere critico problematico della ricerca sempre aperta di Socrate per una vita etica personale che ci apre al mondo è ciò che rende l’esercizio della filosofia nella pratica filosofica una nuova praxis socratica, che realizza nel suo fare un’intenzionalità spirituale. 

CONSIGLIATO PER TE: Pensiero critico? Dipende…

In realtà, e mi pare una curiosità da sottolineare, la pratica filosofica oggi realizza vivificandole tutte queste istanze insite nel pensiero socratico e nel suo agire ma non le esibisce, forse perché meno interessata alla teoria epistemologica che ossessiona l’accademia. La filosofia è il quid che rende viva la nostra vita, Platone la chiamava fiamma che balza, Nietzsche parlava di passione per la conoscenza, “Amor che ne la mente mi ragiona” scriveva Dante nel Convivio. 

Per lavoro mi sono occupato per lo più di educazione, sono stato animatore, educatore, attualmente insegno e al contempo la mia ricerca filosofica non ha fine nel mio fare attività di pratica. Quanto al rapporto formazione / filosofia mi pare che la questione sia mal posta. Da Pitagora e il suo circolo la filosofia è tratto comune che caratterizza la vita di gruppi di persone che la praticano. Come vogliamo chiamarla? Vita filosofica? Non vedo come in altro modo. Socrate fu maestro? Sì ma non professionista. Non si faceva pagare. E’ certo corretto non  confondere educazione e filosofia ma è anche difficile distinguerle in maniera netta come vorrebbe qualcuno. Nell’antichità queste distinzioni non esistevano.

Scuola deriva da “scholé” parola che indica le attività che il cittadino riservava a sé stesso, che i Greci chiamavano “paidéia”, e vedevano in maniera non specialistica, integrale.  Davvero si può dire che un’attività di pratica filosofica non è formativa? Cadere in questo pensiero manicheo è piuttosto superficiale e significa disconoscere secoli di pensiero pedagogico e di paidetica. Di solito ha a che fare con l’antipedagogia. Poi la pratica filosofica utilizza tutte le modalità formali della formazione e dell’educazione: corsi, scuole, aule, testi, programmi, docenti, quote, pagamenti. Che contraddizione ipocrita.

La distinzione necessaria è forse tra addestramento e formazione, nel primo caso Socrate c’entra poco nel secondo, appunto, non lo si può escludere categoricamente, anzi. Le distinzioni servono a chi si vuole distinguere e ai suoi interessi.

Diffido perciò da chi perentoriamente divide gli ambiti e poi magari nel dichiarare di non voler essere maestro fonda scuole filosofiche. Io posso sentirmi filosofo, educatore, maestro e ricercatore senza grosse difficoltà.

Molti filosofi, consulenti con formazione umanistica si stanno oggi cimentando nella consulenza filosofica. Con quali risultati è difficile dirlo, soprattutto perché diversi sono gli approcci e le metodologie adottate e proposte. Secondo lei esiste un unico metodo universale per la consulenza filosofica o ne esistono diversi? Qual è quello da lei adottato e/o quale considera il più adeguato in una realtà mediata e ibridata tecnologicamente? Una realtà accelerata, caratterizzata dal costante cambiamento, che obbliga a cambiare modi di pensare e paradigmi, a aprire la mente e a elaborare pensiero critico.  Una realtà che obbliga aziende e persone a cambiare ma che non hanno necessariamente pensato che una consulenza filosofica potrebbe fornire loro la giusta soluzione.

La consulenza filosofica è sempre in bilico, sul crinale dell’essere/ non essere e del desiderare. La sua estrema fragilità e mimeticità la rende vulnerabile e precaria. Parlare di metodo è pedante e noioso ma necessario perché rende ciò che si fa credibile e professionale. Negare il metodo o generalizzare come fa Achenbach non è molto di aiuto. Serve una costante opera di ricomposizione è un lavoro di Sisifo, ricostruire, collegare, analizzare questa è la ricerca infinita dei filosofi cui la consulenza non può sottrarsi.

La consulenza vive il mondo attuale nel suo farsi quotidiano quindi è per forza liquida, digitale, proiettata nel futuro ed è l’unica possibilità che esista nel mercato per orientare le riflessioni personali che si ricavano dall’esperienza, che come analisi dei nostri vissuti necessitano di una comprensione immaginativa capace di orientare l’esistenza al di fuori del corto raggio dell’agire economico adattivo e del funzionamento conformista.

Questo è ciò che solo la filosofia è in grado di garantire.

Prima della consulenza filosofica c’è la filosofia e l’essere filosofo. La filosofia fa parte della vita di ogni consulente filosofico. Cosa significa per lei filosofare? Come è arrivato/a fare il consulente filosofico, con quali motivazioni e attraverso quale percorso? Cosa è per lei la consulenza filosofica? Non le sembra strano che proprio mentre la filosofia sta attraversando un periodo problematico nelle scuole e nelle università, sia diventata strumento e pratica rilevante all’interno di numerose aziende e organizzazioni (in Italia forse meno che in altri paesi)?

Un filosofo che non viva la filosofia mi pare un ossimoro. Filosofia significa in greco amore per il sapere. Filosofia è la passione per il sapere che ci lega alla vita ogni giorno. Una filosofia che non parli all’esistenza è alienazione. Essa fiorisce più in tempi di crisi, come nel IV secolo a.c. in Grecia e prima come risposta alla paura, dall’espediente e dal desiderio. La filosofia come l’Eros platonico è figlia di povertà ed ingegno.

La vecchia filosofia che nobilita la disciplina storica, quella lunga sequenza di nomi e idee, è il DNA dell’uomo occidentale. La ricerca filosofica si nutre di innovazione e di severa disciplina di studio, richiede attenzione e spirito vigile.  Le aziende e il mercato forse capiscono oggi che la filosofia è centrale per orientare nella complessità ma temo che abbiano bisogno di ricette facilmente spendibili nell’immediato, mentre i tempi del lavoro filosofico sono di solito più lunghi. La filosofia mi accompagna da quando avevo 15 anni e grazie al mio professore delle superiori lessi il Simposio platonico e Nietzsche, come dire l’Alpha e l’Omega in un certo senso. In seguito alla laurea sono arrivato alla Pratica filosofica e alla Consulenza interessandomi ad essa nel 2008 e poi nel 2011 con l’Associazione Phronesis in cui ho ricoperto qualche incarico.

Considero ancora una fortuna poter godere della tenacia della filosofia e della sua resistenza in tempi così cupi e vedere molti cimentarsi con un ritorno alla filosofia come esercizio e pratica. La filosofia torna sempre in tempi di crisi, come ho detto è una delle sue caratteristiche.

Ciò che la consulenza filosofica offre non sono risposte e domande poste mille volte ma la ricerca della domanda giusta, capace di cambiare la prospettiva alla radice sul problema preso in considerazione. In un ‘epoca accelerata dalla tecnologia, la consulenza filosofica suggerisce di rallentare, fermarsi, tacere e isolarsi dal brusio digitale di fondo, per riflettere e impegnarsi in un percorso di ricerca personale dal significato e effetti esistenziali. Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Per curiosità (aprirsi a prospettive inattese), disperazione, simpatia verso la filosofia, bisogno di acquisire un approccio critico e indipendente, libero da condizionamenti e pensieri abituali, difficoltà a accettare il conformismo diffuso, antipatia verso terapie psicologiche, o altro ancora? Lei cosa ne pensa?

Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Non ne ho idea. Non mi occupo di filosofia in azienda. Però posso dire che fa bene. Anche se di solito si cerca quello che non si ha e si vorrebbe avere. In azienda conta quello che vuole il titolare che compra i servizi che gli servono ma se ritiene di comprare la filosofa penso che stia spendendo bene i suoi soldi e che dimostri coraggio e lungimiranza, investire in filosofia significa mettere tutto in discussione anche se magari il risultato non è sempre quello sperato.

Forse questo ipotetico imprenditore probabilmente potrebbe cercare qualche competenza che il suo mondo aziendale non frequenta: pensiero critico, consapevolezza, orientamento, strategia, uno sguardo terzo.

Certo un filosofo pagato da un’azienda cercherà di vendere quello che serve all’azienda, sarà quindi un filosofo aziendale.

Uno degli ambiti nei quali potrebbe focalizzarsi la ricerca filosofica è quello tecnologico e digitale. Di nuovi libri su Socrate, Platone, Spinoza o Nietzsche non se ne sente una reale necessità. Di studi filosofici sulla tecnologia al contrario ce n’è un gran bisogno. Anche per i filosofi che hanno scelto la consulenza filosofica fatta di filosofia pratica e dialogo socratico. Una ricerca in ambito tecnologico non potrebbe essere definita astratta o lontana dalla vita ma molto pratica e concreta. Porterebbe a riflettere criticamente sulle molteplici realtà quotidiane mediate tecnologicamente, a sperimentare nuovi strumenti dialogici, tecnologici e digitali. Lei cosa pensa? Non ritiene urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti? Nel suo ruolo di consulente filosofico che ruolo hanno le nuove tecnologie (piattaforme social, APP di messaggistica, strumenti come Zoom, Skype, ecc.?).

Ritengo urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti e credo che la filosofia potrebbe fornire un metodo e i contesti adeguati a favorirla però non ne vedo la consapevolezza negli addetti ai lavori a parte rare eccezioni. Significherebbe che i filosofi dovrebbero contaminarsi con altre discipline e questo è spesso difficile per reciproche difficoltà relazionali, però quando accade i risultati ci sono eccome.

Penso ai Laboratori filosofici che sto sperimentando con ragazzi della scuola secondaria. Personalmente utilizzo i principali canali di comunicazione digitale: GSuite, Zoom, Meet, Skype, Messenger, WhatsApp, Facebook, Moodle, anche come consulente e l’ho sempre fatto con curiosità e attenzione critica.

Il motto socratico “Sapere di non sapere è sapere” conduce l’essere umano, l’individuo, alla consapevolezza dei propri limiti. Non è questo ciò che manca alle persone? Credere di sapere tutto, non è forse questo l’errore “metodologico” che conduce a mostrare senza vergogna un’ignoranza pericolosa?

Ma certo. Perché il “sapere di non sapere” può condurre tanto al relativismo che a nuovi assoluti.

Mi spiego: l’uomo può sentirsi libero da vincoli non riconoscendo alcun assoluto a cui fare riferimento nel rimettere tutto in discussione oppure, dal lato opposto, può temere e sfuggire al terrore di non avere più riferimenti e certezze stabili e così andare alla ricerca di un porto sicuro, possibilmente che si adatti alle proprie esigenze. In entrambi i casi “il sapere di non sapere” è il porto di partenza.

In realtà ciò che conta sono le tappe intermedie che ti fanno giungere al porto di destinazione, qualunque sia.

Aristotele nella sua opera Politica riconosce la famiglia come luogo capace insieme alla polis, la piccola città stato greca, di dare sicurezza alle persone regalando loro la felicità. Crede che ciò sia possibile anche oggi, o la felicità sia da ricercarsi altrove? Cosa suggerire a chi si rivolge al consulente filosofico per trovare una serena vita felice?

Ethos e Polis, etica e politica sono focus della filosofia a partire da Platone ed Aristotele. Platone l’aristocratico cerca di salvaguardare la polis dai guasti della democrazia, Aristotele lo straniero cerca di garantire all’individuo una vita sicura.

Le formule per la felicità cambiano a seconda dei tempi. La famiglia è nucleo primario di socialità ma il senso comune di famiglia cambia nel tempo. Spesso la famiglia è l’inferno da cui fuggire. L’altrove è sempre un’incognita. ”Un altro mare” scriveva Michelstaedter.

La serenità della vita è l’utopia del mondo progressista, in realtà essa è sempre una ricerca esistenziale e personale infinita ma proprio per questo continuamente rimessa in discussone.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l’iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Suggerisco di attendere il prossimo numero di Phronesis, la rivista, in uscita a breve in cui spero di pubblicare un articolo che parla proprio di Dialogo. Consiglio il testo di Linda M. Napolitano Valditara sul Dialogo socratico, può aiutare a capire meglio i termini della questione dialogo / Socrate.

Cosa pensa del progetto SoloTablet? Anche una prima impressione conta. Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

SoloTablet deve avere la tenacia della filosofia nel continuare a proporre domande e risposte (anche scomode) ai tempi attuali che stiamo vivendo, incerti e complessi. Grazie!

https://www.solotablet.it/blog/tecnologia-e-dialogo-socratico/conversazione-comunicazione-colloquio

img:g.carrer serigrafia

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Filosofia

Elogio della sapienza.

In essa c’è uno spirito intelligente, santo,
unico, molteplice, sottile,
mobile, penetrante, senza macchia,
terso, inoffensivo, amante del bene, acuto,
libero, benefico, amico dell’uomo,
stabile, sicuro, senz’affanni,
onnipotente, onniveggente
e che pervade tutti gli spiriti
intelligenti, puri, sottilissimi.
La sapienza è il più agile di tutti i moti;
per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
E’ un’emanazione della potenza di Dio,
un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente,
per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra.
E’ un riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia dell’attività di Dio
e un’immagine della sua bontà.
Sebbene unica, essa può tutto;
pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova
e attraverso le età entrando nelle anime sante,
forma amici di Dio e profeti.
Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza.
Essa in realtà è più bella del sole
e supera ogni costellazione di astri;
paragonata alla luce, risulta superiore;
a questa, infatti, succede la notte,
ma contro la sapienza la malvagità non può prevalere.

(La Sacra Bibbia – CEI, I Libri Poetici e Sapienziali, Sapienza 7,22)

img: S.Sofia, Kiev

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Filosofia, Poesia

Sognavo un bosco nero con le fragole. Ode a Hölderlin.

Un destino caparbio lo trattiene

Va oltre ciò che è santo e ciò che è legge

molta bellezza ho cantato e il volto di Dio ho veduto

prossimo è il dio e difficile è afferrarlo

curvato in prigionia celeste

ma io lo so, mia è la colpa

Il padre della terra si rallegra

che vi siano fanciulli ancora

e perduri così una certezza del bene.

Verdi primavere e lente estati amiche

io capii il silenzio del cielo

Così una superbia di regina

sciolse perle nel vino

i nostri giorni sono ancora fiori

dove si serba il vino della vita

taci e soffri perchè non ti comprendono

grazia mirabile della divinità sublime

immutabili abissi di saggezza

così invano nascondiamo il cuore nel petto

maestri e giovani chi può vietarci la gioia?

I sacri sacerdoti del Dio del vino di terra in terra in una sacra notte

e non so che dire e che fare

senza compagni e attendere

Sognavo un bosco nero con le fragole

tacite passeggiate con la luna.

img: Dürer, Angelo con la chiave del pozzo senza fondo (photos1blogger)

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pratica filosofica

Caffè filosofici digitali 2021. Per una nuova idea di cittadinanza globale e locale.

L’uomo e l’ambiente, nella prospettiva dell’Agenda 2030

L’inizio del percorso culturale e politico relativo allo sviluppo sostenibile, si può far coincidere con la Conferenza ONU sull’Ambiente Umano tenutasi a Stoccolma nel 1972: si afferma l’opportunità di intraprendere azioni tenendo conto non soltanto degli obiettivi di pace e di sviluppo socio-economico del mondo, per i quali «la protezione ed il miglioramento dell’ambiente è una questione di capitale importanza», ma anche avendo come «obiettivo imperativo» dell’umanità «difendere e migliorare
l’ambiente per le generazioni presenti e future».

Questi Caffè filosofici digitali 2021 cercheranno di sondare tematiche relative all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo, adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze, rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili.

M. Sentieri scrive su Doppiozero un articolo dal titolo emblematico “Ecologia non fa rima con questa economia” in cui ricorda : ” Alcuni esempi: l’azienda leader mondiale nel settore croceristico – la Carnival Corporation – ha emesso nel solo 2017 dieci volte il quantitativo di ossidi di zolfo superiore a quello delle 260 milioni di autovetture circolanti in Europa. Oggi, ogni anno vengono macellati circa 70 miliardi di animali all’anno rispetto agli 8 miliardi del 1960 e con una previsione al 2050 – stante l’attuale modello di consumo – intorno ai 120 miliardi all’anno “… e tale quantità di bestiame richiederebbe l’uso di due pianeti”. Un’industria della carne che “sta divorando la terra” e per la quale occorrono oggi solo per le necessità del mangime soia oltre cento milioni di ettari di suolo (più dell’intera superficie di Francia, Italia e Belgio insieme). E ancora: l’anidride carbonica, principale gas serra, appresenta da sola il 76% delle emissioni globali. L’80 % delle emissioni di anidride carbonica è dovuta alla combustione di combustibili fossili, che coprono più dell’80 % del consumo attuale. I costi per rimpiazzare il sistema energetico attuale fossile/nucleare si aggirano tra i 15 e i 20.000 miliardi di dollari, pari a un quinto del Pil mondiale. Conclusione parziale su questi dati: “…poiché l’80% dell’energia utilizzata dal pianeta è attualmente costituita da combustibili fossili, a parità di altre condizioni, la transizione energetica comporterà un aumento di emissioni di anidride carbonica. Per evitarlo e per restare sulla strada delle 0 emissioni entro il 2050… bisognerà abbandonare l’idea di rilanciare l’economia e rompere con l’accumulazione capitalista, produrre meno, trasportare meno e condividere di più”.

Per partecipare e ricevere il link inviare una e-mail a biblioteca@comunecavallinotreporti.it

𝘈𝘱𝘱𝘶𝘯𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘨𝘳𝘢𝘵𝘶𝘪𝘵𝘪 𝘢𝘱𝘦𝘳𝘵𝘪 𝘢 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪

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Attualità, filosofia digitale, pratica filosofica

Il Mondo Nuovo 2021

«A dieci mila chilometri da questo mondo

C’è un bar, c’è un bar, c’è un pub, c’è un tram

È una baracca di lamiera

C’è dentro l’uomo nero

Ti guarda coi suoi occhi rossi e ti sorride

Ti chiede se per caso vuoi ancora da bere

Da bere, da bere, da bere, da bere, da bere

O forse no» (Pop X , Antille 2020)

«

Il tempo sta cambiando. L’agire umano e l’esperienza perdono il loro primato nella complessità e nella scala dell’organizzazione sociale di oggi. Gli attori protagonisti sono invece sistemi complessi, infrastrutture e reti in cui il futuro sostituisce il presente come condizione strutturante del tempo. Anche Dio rimane una possibilità che si può dare nel futuro.

I dispositivi digitali hanno cambiato gli uomini e il loro modo di pensare. Alla comunicazione in presenza, alla capacità di analisi e alla visione del futuro si sono sostituiti interlocutori fantasmatici immersi in un presente continuo ossessivo e sempre visualizzabile in immagini memetiche  attraverso uno schermo. Il soggetto è parte uno sciame digitale di individui anonimi e isolati, che si muovono disordinati e imprevedibili come insetti mutanti. Ci si interroga su ciò che accade quando una società – la nostra – rinuncia al racconto di sé per contare i “mi piace”, quando il privato esibito si trasforma in un pubblico che cannibalizza l’intimità e la privacy. E su cosa accade ad una società che mistifica la virtù in nome del performabile. E su che cosa comporta abdicare al significato e al senso per un’informazione reperibile sempre sincronicamente ma spesso deforme e inaffidabile.

Gli USA in questo senso sono il vaso di Pandora dell’Occidente, un verminaio di rancori e forze centrifughe verso posizioni sempre più estreme. La Cina è un mondo che appare sempre più distopico e avulso, la Russia un enigma assopito, l’Europa una Babele di voci incongruenti.

La sfida – che si possa assumere un atteggiamento altamente speculativo e teoretico ossia genuinamente filosofico – per il quale se è vero che la metafisica non può essere approfondita e studiata separatamente dalla fisica, al contempo questa non può essere declinata in chiave esclusivamente scientifica o somatistica, perché evoca appunto una metafisica che sappia offrire – a essa come all’insieme delle scienze – un orizzonte più generale. Una mistica che ci invita a partecipare coscientemente, cioè umanamente, all’avventura della realtà.

Nel frattempo qui in questo contesto surreale è venuto allo scoperto il vulnus dello shock strutturale, dell’immobilismo burocratico in cui si trovano le istituzioni e della lenta e farraginosa funzionalità delle stesse a rispondere a situazioni di crisi diverse, sovrapposte tra loro: prima sanitaria, ma poi economica e politica. Una vera e propria empasse (in)decisionista, e complice di questa difficoltà è (probabilmente) una sempre maggiore frammentazione istituzionale e la sovrapposizione di ruoli, enti, organismi vari, tecnici, “forze speciali” di intervento, che rappresentano una forza centrifuga dallo Stato ed in grado di destrutturarlo in tanti piccoli microcosmi.

Come non convincersi che il capitalismo sia l’unico sistema politico economico realistico attuale? In realtà, non è così, perché nella vita di ogni giorno, le persone non si curano né del capitalismo né dell’idea che sarebbe l’unico sistema sostenibile. In realtà, l’unico modo di pensare il realismo capitalista è in termini di deflazione della coscienza. Lo diceva anche il terzultimo papa alla caduta del Muro. Resta il mistero sul destino della domanda cos’è la coscienza?

Intanto come nell’evoluzione delle specie l’unità di selezione era il gene, così nel campo della cultura l’elemento su cui si gioca l’evoluzione del pensiero è il «meme» (abbreviativo di “mimene”, cioè “unità di imitazione”). Che può essere molte cose: una idea, una frase, una musica e una qualunque creazione artistica, una teoria scientifica, una filosofia o una religione che si diffonde di cervello in cervello.

Appariranno nuove identità digitali e nuove comunità alternative. Proprio qui la filosofia e la pratica filosofica dovrebbero entrare in gioco, il gioco delle superpotenze digitali. Da una parte per metterlo in questione, per esercitare quel potere di critica senza riguardi, (soppesare, criticare, valutare, metter in discussione, indagare presupposti e fini, intenzionalità e volontà) sempre se, la filosofia non voglia essere la nottola di Minerva che inizia il suo volo sul far del crepuscolo, quando tutto è già accaduto.  Dall’altra per garantire spazi di libertà da ogni forma di controllo, sorveglianza e qualunque sistema totalitario anche digitale.

img: dismagazine. La foto rappresenta non una cittadina di qualche luogo del sud est asiatico come sembrerebbe ma Willets Point nel Queens a New York, un sobborgo industriale che pare una rappresentazione abbastanza verosimile di una città qualsiasi del prossimo futuro. (nda)

Riferimenti:Byung-Chul Han, Angela Nagle, Iain Hamilton Grant, M. Proietti, Mark Fischer, Gianluca Liva, Quentin Meillassoux, Armen Avanessian, Suhail Malik, Giuliana Rotondi, Pop X.

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filosofia digitale

Prigionieri della Macchina Algoritmica siamo come piccioni dentro la gabbia di Skinner.

Condivido l’intervista a SoloTablet e ringrazio Carlo Mazzucchelli per l’oppportunità.

https://www.solotablet.it/blog/filosofia-e-tecnologia/siamo-prigionieri-della-macchina-algoritmica-che-ci-vuole-come-piccioni-dentro-la-gabbia-di-skinner

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull’era tecnologica e dell’informazione che viviamo?

Buongiorno. Sono insegnante e consulente filosofico.Sono interessato all’universo digitale perché lo ritengo uno sviluppatore di conoscenza, un acceleratore di informazioni e un espansore di stimoli di pensiero. Mi sono occupato a lungo, all’incirca dal 2001 dopo un master in e-learning, di e-commerce, di gestione siti web, comunicazione web, piattaforme, social network e contenuti digitali in comunità virtuali.

Sono socio Phronesis, l’associazione nazionale per la consulenza filosofica, per la quale ho ricoperto anche ruoli gestionali, al momento faccio parte della Redazione della Rivista omonima Phronesis, rivista semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche. Dal 2014 gestisco il blog Pragma Sofia l’esercizio della filosofia.

Certamente l’era che viviamo ci pone di fronte a nuovi strumenti concettuali e cognitivi, e sappiamo che modificare il modo di pensare cambia il nostro approccio al mondo, la nostra visione. Per ora il medium è pur sempre umano, e se è troppo umano e quindi legato a questioni di interesse e di potere ciò non può che renderci ancora una volta consapevoli che questo è il rischio che si corre inevitabilmente, è il prezzo da pagare. Anche per questo la filosofia e il digitale hanno un rapporto complicato, almeno in Italia. Di fronte alla tradizione, ogni novità rappresenta errore o pericolo, scriveva Abbagnano.

La filosofia mainstream nostrana ha opposto molta (peraltro inutile perché ha solo accumulato ritardi) resistenza alla sormontante cultura digitale individuando nelle TIC e nella rete un pericolo per sé stessa, sottovalutandone l’impatto culturale, a mio avviso con una lettura ingenua e superficiale. Questo atteggiamento di fatto fu un errore di visione, per incompetenza, ideologia o arretratezza culturale. O forse per una mal pensata visione “antimodernista” troppo legata a schemi interpretativi obsoleti come certe riflessioni sulla tecnica di quella filosofia che un tempo si diceva “continentale”. Da qualche tempo in ogni caso sono stati fatti dei passi avanti, perlomeno nell’ambito della condivisione e nella digitalizzazione di contenuti open source. I siti e i blog di filosofia e di riflessione digitale sono rari e di nicchia. Tanto da fare c’è nel campo delle possibilità date da software e piattaforme di condivisone.

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull’economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l’uomo, la percezione della realtà e l’evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell’uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell’era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Sono convinto che riguardo la cultura digitale serva una più profonda e consapevole riflessione estetica, etica e ontologica.

Penso che dobbiamo liberarci di questa idea di “fine della storia” se il nostro desiderio è continuare a pensare. Perciò più che a Žižek (e a slogan abusati sulle “fine” di questo o quello) o a una filosofia pop, penso che viviamo in tempi interessanti.

Come scrive Edoardo Camurri “La tecnologia sta portando alle estreme conseguenze, con risultati paradossali e paralizzanti, alcuni miti e concetti fondativi: identità, anima, libertà, tempo, morte” e tutto ciò lo trovo estremamente centrale per la filosofia, che i filosofi lo vogliano o no. Come affermava Mark Fisher siamo tutti incastrati nella storia e la storia del digitale sembra dire che siamo piuttosto di fronte ad una nuova prospettiva neo metafisica, per citare Floridi: «il computer ha segnato il ritorno a una filosofia in senso forte, cioè a una metafisica e a un’ontologia, allontanandosi da una serie di incarnazioni deboli e parziali sviluppatesi negli ultimi tempi (filosofia del linguaggio, epistemologia, filosofia del diritto, filosofia della scienza e via enumerando)».

Tutto ciò apre orizzonti ricchi di opportunità. Per saperle cogliere, tuttavia, occorre un nuovo approccio filosofico alla realtà per comprendere la forma che le stanno dando le tecnologie e l’impatto che queste hanno sulle nostre esistenze e sulle nostre identità. La filosofia corre il rischio di diventare irrilevante.

L’ambizione dei pionieri del web era quella di rimuovere le cause degli orrori del ‘900, fuggire dalle limitazioni imposte dalla realtà fisica, far saltare tutte le mediazioni che portano alla conoscenza, abbattere la concentrazione del potere nelle mani di pochi e sviluppare le capacità di tutti e non solo quelle di una élite. Le loro idee nobili, innovative, rivoluzionarie (e forse ingenue) si sono infrante contro il colosso capitalista, che ne ha colonizzato le creazioni.

Con obiettivi molto diversi. Per citare Nick Land: «Il capitale conserva caratteristiche antropologiche solo come sintomo di sottosviluppo, riformattando il comportamento dei primati come inerzia da dissipare in un’artificialità auto-rinforzante. L’uomo è qualcosa che esso deve superare: un problema, una resistenza». Per continuare ad avere il ruolo centrale che ha sempre avuto la pratica filosofica deve proporsi come critica radicale di questa logica, dei fini e dei presupposti quell’ideologia tecnologico-capitalista che sembra mirare nell’era digitale al controllo totale della coscienza.

In cambio della gratuità dei servizi offerti, i grandi colossi della rete succhiano le informazioni personali degli utenti e alimentano la loro dipendenza social per tenerli intrappolati in una specie di gabbia da cavie per esperimenti. Per evitare questo scenario si tratta di attivare potenze inespresse capaci di sottrarsi a questa dinamica. Una curiosità: che se ne farà Bob Dylan “Il grande menestrello americano, gigante del folk e simbolo del movimento di protesta degli anni Sessanta” di 400 milioni di dollari che prenderà da una major discografica per vendere i diritti sulla sua opera omnia?

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell’occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Le nuove tecnologie hanno cambiato le nostre abitudini, in pochi anni grandi innovazioni hanno portato ad un nuovo rapporto con il mondo della comunicazione, delle relazioni e dell’informazione. L’uso di personal computer, smartphone, tablet e iPad ci permette non solamente di essere sempre connessi alla rete ma anche di portare con noi un bagaglio di dati di una misura tale che fino a pochi anni fa era impensabile. Sono inoltre diventati imprescindibili l’e-mail, le piattaforme d’insegnamento on-line, i siti istituzionali, i blogs, le banca dati e i supporti di memoria, e ancora la documentazione on-line, la consultazione di riviste scientifiche attraverso la rete, l’acquisto con carta di credito, l’e-commerce.

Dal punto di vista della comunicazioni e dell’informazione i progressi sono evidenti ed enormi.  E’ ormai chiaro che la rete globale permette di interagire con persone che stanno dall’altra parte del mondo e di accedere ad una sorta di gigantesca enciclopedia contemporanea, essa quindi ha avuto riflessi enormi prima di tutto sulla ricerca scientifica dando l’opportunità di accedere a notizie, testi e dati prima accessibili solo materialmente e con gran dispendio di tempo ed energie, e poi sulla comunicazione, infatti  i software e le applicazioni di messaggistica rendono l’interazione istantanea e ci permettono di interloquire velocemente con chiunque sia parte della nostra rete di relazioni.

Dal punto di vista delle relazioni interpersonali i cambiamenti operati dalle nuove tecnologie sono decisamente ambivalenti e critici. Chat, forum, piattaforme, newsletter offrono l’opportunità di interagire con gruppi eterogenei formati da persone legate tra loro da rapporti di vario tipo: hobbistico, culturale, parentale, amicale, sessuale. Nello specifico i social network hanno cambiato il nostro modo di relazionarci con gli altri: nel collegamento tra il mondo virtuale e il mondo reale la nostra competenza sociale e la nostra identità sono messe alla prova, sono messe in discussione, impongono nuovi comportamenti.

I social network solleticano al nostra curiosità, stimolano la nostra immaginazione, spingono alla ricerca di persone, eppure possono anche minare la credibilità, (reputazione digitale)incrinare l’immagine di personaggi pubblici, inquinare i rapporti, modificare le relazioni, distruggere personalità fragili. Le relazioni digitali sono diventate le sabbie mobili dell’interazione sociale. In sintesi a fronte degli evidenti vantaggi del digitale, quale prezzo stiamo pagando? Come scrive Morozov: “E quanto ci costano fenomeni come la dipendenza da internet, studiata a tavolino, o le fake news?”  Direi perciò che no, la tecnologia non è mai neutrale.

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

Ultimamente prediligo uno scenario distopico. Penso a Aldous Huxley, Philip K. Dick, Guido Morselli.

La pandemia certo suggestiona prospettive di questo tipo. Del resto il futuro è scomparsa dall’orizzonte del pensiero, per ricordare ancora Fischer, viviamo un eterno piccolo presente che si allarga al massimo al prossimo anno. Viviamo tempi così ineffabili in cui le libertà usuali sono sospese e si vive con mille accortezze mai avute e come separati in casa. Giorni in cui vediamo un’invisibile e pneumatico virus minacciare la stabilità globale, sociale, economica, umana. Un pericolo di vita. Albert Camus, nel suo libro La peste mise in esergo una citazione di Defoe. “E’ ragionevole descrivere una sorta d’imprigionamento per mezzo  d’un  altro  quanto  descrivere  qualsiasi  cosa  che  esiste  realmente  per  mezzo di un’altra che non esiste affatto”.

Stiamo infatti vivendo una vita nella vita, perché il ‘fuori’ non è sicuro e quindi dobbiamo tutti alienarci dal mondo estraniandoci in una bolla domestica, dubbiosi e scettici altalenanti tra bio-potere e pandemia, recalcitranti eremiti. Si realizza in effetti ciò che Camus prefigurava:  il vacillare della responsabilità sociale, il sentimento  del  proprio  dovere, i dubbi della fede  religiosa,  l’edonismo  di  chi  non  crede  alle  astrazioni (studi scientifici, teorie, complotti) e nemmeno al tangibile (la rapidissima diffusione e mortalità di un nuovo virus) , ma neppure è capace di “essere felice da solo”, di starsene da sé a casa propria pascalianamente.

Se è vero, come scrive  David Bohm, che «la scienza è divenuta la religione dell’età moderna», la tecnologia e in particolare le ICT –  cioè le tecnologie legate alla comunicazione e a all’informazione – oggi creano gli spazi in cui si realizzano le nostre relazioni quotidiane. Come ci modificano e quanto stanno influenzando la nostra vita, oltre a quanto detto nella risposta precedente, lo ritroviamo anche in quanto scrive Luciano Floridi, quando afferma che la sfida del digitale rappresenta una rivoluzione di così grande impatto e così veloce nel suo evolversi e la filosofia avrebbe il dovere di interrogare questo enorme cambiamento.

La società dell’informazione e della comunicazione, il cosiddetto villaggio globale, offre l’esperienza dell’iperstimolazione consumistica, l’eccesso di input che fa emergere da un lato il crescere delle manipolazioni e delle campagne mediatiche che hanno come obiettivo orientare (o controllare) l’individuo e l’opinione pubblica, dall’altro, per reazione, emerge l’esigenza di aumentare le difese e gli strumenti per pensare, come il critical thinking e il dialogo socratico come messa in discussione dei presupposti concettuali del mondo dato.

Il cittadino globale è immerso nella solitudine e nello spaesamento e gli spazi di riflessione, dialogo e azione politica si sono ristretti. Il reale è diventato virtuale. Il problematico rapporto individuo/società si complica  oggi come capacità di affrontare la complessità del mondo della vita influenzata dalla rivoluzione digitale. Si può subire o agire. Gli spazi digitali dovrebbero essere contaminati da “virus filosofici”. Esistono, e vanno esplorati e sviluppati, progetti interessanti, ad esempio il concetto di città Smart o Healthy city che considera il tema della salute in modo integrato, come bene supremo e collettivo.


Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell’utilizzo della tecnologia?

Credo di stare “a cavallo” delle due e, certo, sono convintamente per  una maggiore consapevolezza nell’utilizzo della tecnologia.

Sono “scettico ottimista”: filosoficamente parlando ci sono opportunità di immaginazione creativa enormi, (l’immaginazione è il campo di battaglia di ciò che sta avvenendo con lo sviluppo tecnologico) e allo stesso tempo massime pressioni sull’essere umano da parte di una “macchina moloch” che stringe dappertutto. Fake news, algoritmi, influencer, manipolazioni mediatiche, censura, privacy: questi rappresentano i temi in gioco e sono diversi e complessi.

Da ormai 10 anni circa le riflessioni critiche sul digitale hanno iniziato a girare tra le diverse comunità culturali internazionali e lo hanno fatto partendo dall’interno, dagli addetti ai lavori da chi ci lavora, c’è un ritardo grave ed è della società e delle istituzioni incapaci di reagire ad un così rapido progresso gestito dalla finanza e strutturato sulla libertà di mercato. Ci sono in campo proposte ? Rottura del monopolio, imporre codici etici, legiferare sulla trasparenza, favorire l’incremento e la diffusione del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, studiare e comprendere i meccanismi psicologici e neuronali che creano la dipendenza da smartphone, obbligare i colossi digitali ad abbandonare i metodi più aggressivi impiegati per tenerci incollati a smartphone e social network, questi sono solo alcuni.

Bisogna dire che sono obiettivi “politici” e riguardano la “classe dirigente” spesso non del tutto autonoma ed indipendente  e anzi vincolata a molti di questi colossi del digitale. Pensiamo ad esempio all’accordo G Suite for Education / Miur per la gestione della Didattica e distanza in seguito alla chiusura delle scuole nel periodo marzo/settembre 2020, positiva per molti aspetti ma che pone altrettante questioni etiche.  Individualmente ritengo che il pensiero critico, la capacità di analisi e comprensione, la questione etica e l’educazione siano gli strumenti che anche nel digitale possono  aiutare a contrastare le difficoltà di pensiero: difficoltà di essere consapevoli, difficoltà a vedere o a leggere situazioni, difficoltà a concettualizzare, a dare spiegazioni, a fornire un argomento, a proporre più ipotesi, a problematizzare. Difficoltà che ci impediscono di far lavorare il cervello, l’anima lo spirito, quelle facoltà che l’uso indiscriminato, pervasivo, incontrollato dei media digitali rischia di compromettere.

Mentre l’attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all’uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell’alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Penso ci siano sterminati spazi filosofici di ricerca. Il primo aspetto è quello che appare più ovvio, forse banale: il digitale oggi si mostra come forma pervasiva e tentacolare di accerchiamento tecnologico, siamo tutti “nel digitale” anche se non lo vogliamo: dal semplice consultare il meteo per vedere il tempo domani,  al pianificare uno spostamento in treno o aereo o automobile.

Siamo nelle mani della Macchina Algoritmica che ci vuole come piccioni dentro la gabbia di Skinner, padre del comportamentismo, cioè manipolabili a comando. Siamo passati da un entusiastico atteggiamento di accettazione acritica o di rifiuto ostinato, ad un pensiero critico su di un futuro così disegnato. Il secondo aspetto è etico. Di fronte ad una realtà così mutevole e di grande impatto cosa pensiamo di fare? Vivere nascosti come invitava a fare Eraclito? Edward Fredkin, che conia il termine Digital Philosophy, ritiene che l’informazione sia tutto:  “l’informazione è alla base della realtà materiale, che fin dal tempo dei presocratici costituisce il campo d’indagine privilegiato della filosofia, ma è anche alla base della realtà mentale del soggetto che si pone la domanda e investiga.” Perciò che ne possiamo fare dell’informazione sulla realtà digitale dell’essere umano? Possiamo fare qualcosa con le nostre scelte in quanto cittadini. Il punto è esattamente questo: nella nostra visione del mondo è come se si fosse insinuato un demone digitale che in maniera subdola riesce a modificare la nostra estetica e i nostri comportamenti in apparente normalità e libera adesione. E’ davvero così?

Pensiamo al periodo che stiamo passando: ai termo scanner digitali che ci accolgono all’ingresso di certi uffici pubblici che ci inquadrano il volto, o alle applicazioni per il tracciamento o alla identità digitale ormai obbligatoria per certi servizi pubblici, o al riconoscimento facciale negli aeroporti. Eppure un filosofo che denuncia queste dinamiche viene quasi ridicolizzato, attaccato personalmente,  Agamben.

Penso alla questione della coscienza, il deep learning, la gestione degli algoritmi, la prospettiva del 5 G, l’educazione alla cittadinanza digitale, solo per fare alcuni esempi. Ritengo forse primario un pensiero che prenda spunto dall’etica per la civiltà tecnologica di Hans Jonas e al concetto di responsabilità e incidenza del nostro individuale contributo alla coscienza digitale collettiva.

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Fcebook, Amazon e Apple). E’ un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l’identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Parto dalla fine. Per la maggior parte delle persone non si tratta neppure di servitù volontaria, non sapendo minimamente come funziona il digitale e cosa implica una semplice navigazione internet e questo riguarda da vicino la responsabilità di una educazione digitale programmata seriamente.

Penso che il dato italiano sul digital divide sia abbastanza eloquente. Ritengo che ci sia anche molta confusione. Queste tematiche le ho affrontate in alcune attività di pratica filosofica di recente. Naturalmente i termini della questione non riguardano solo l’uso delle ICT e l’accesso alla rete,  ovvero non stiamo parlando banalmente (solo) di Facebook e dell’uso degli smartphone, che in Italia è il massimo livello di discussione e approfondimento che siamo in grado di produrre, ombelico-centrici e provinciali come sempre il massimo che riusciamo a proporre è l’ennesimo avvitamento mediatico sull’invasione social del politico di turno.

Finti analisti si indignano dell’ignoranza imperante ma la alimentano per incompetenza informatica, con le semplicistiche analogie tra polis e agorà, (no, una volta per tutte: Facebook non è il nuovo agorà della polis globale ma solo il parco giochi commerciale del suo inventore)  ignorando così loro stessi e ingenuamente il funzionamento degli algoritmi che riproducono, replicandole a dismisura, le parole chiave più usate nei network digitali regalando ai personaggi in questione il favore più grosso che si possa oggi immaginare cioè amplificarne il messaggio a costo zero e senza troppa fatica.

Complici di tutto ciò sono i sempre più pigri e pavidi commentatori che senza approfondimento pescano le notizie dai social e senza ulteriori filtri critici le rimbalzano nei loro media. Oppure alcuni credono di replicare  il dialogo come fine argomentazione negli angusti spazi dei commenti social mediatici, che è come dire che il lessico digitale, cioè il modo di scrivere e interloquire nei social possa replicare un confronto argomentato e che equivalga all’oralità del dialogo filosofico, semanticamente e semiologicamente un’assurdità.

Morozov invita a riconoscere il lato oscuro di internet, «l’idea che internet favorisca gli oppressi anziché gli oppressori è viziata da quello che chiamo cyberutopismo, ovvero la fiducia ingenua nel potenziale liberatorio della comunicazione on line, una fiducia che si basa sul rifiuto ostinato di riconoscerne gli aspetti negativi.» Aspetti che sono le misure adottate dai governi autoritari nei confronti di internet, l’uso dello stesso come mezzo di propaganda, e la sofisticatezza dei sistemi di censura e l’uso della rete a scopo di sorveglianza.

La prospettiva che ci sia una convergenza tra gli interessi statali e quelli delle aziende digitali nell’orientare subdolamente le nostre coscienze usando i nostri dati personali come fonte di guadagno, di controllo, e sostituti del welfare è già in atto, basta guardare per accorgersene. Al cyberutopismo si associa l’atteggiamento che Morozov chiama internet-centrismo, ovvero l’idea che ogni azione sociale e politica sia modellabile sulla rete e attraverso al rete, «una droga che disorienta: ignora il contesto e intrappola i politici nella convinzione di avere un alleato utile e potente al loro fianco.» Secondo Morozov, l’ invasività della rete non è adeguatamente percepita dai comuni fruitori: quando, con facilità e immediatezza, si fruisce dei servizi che ci vengono offerti in rete dalle grandi aziende ICT, è facile illudersi che ciò avvenga in maniera gratuita, un’illusione di libertà che nasconde una cessione di identità e di dati personali.

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell’ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Come dicevo prima è il grande interrogativo del digitale. Assistiamo al paradosso relazionale per cui due persone, già in contatto on line, se si incontrano di persona non si riconoscono, (una sorta di corto circuito delle norme comportamentali), oppure può succedere che qualcuno si inventi diversi finti account personali ( profili digitali) detti fake, ognuno dei quali ha funzioni diverse in gruppi diversi, oppure ancora abbiamo imparato a conoscere la figura del troll colui che infesta le discussioni virtuali per distruggerle o inquinarle, oppure il saccente quello che ne sa sempre più di tutti e ci tiene a farlo sapere.  Certo,  il nostro modo di interloquire anche in digitale ha enormi riflessi sull’identità e sul ruolo che intendiamo proporre agli altri di noi stessi, dice molto, ma è pur sempre un gioco di maschere.

Se è fondamentale saper riconoscere i comportamenti consoni ed evitare quelli errati per relazionarci agli altri tramite la rete,  l’urgenza del mondo social è educativa e formativa, rivolta alle fasce d’età che sempre prima hanno accesso alla rete e ai social senza la preparazione necessaria, è necessaria perciò un’azione di educazione digitale: assistiamo ad un deficit culturale, un gap da colmare, la velocità delle innovazioni è stata tale che non abbiamo saputo costruire in parallelo una corrispondente educazione al digitale. A questo scopo è nato il neologismo netiquette, creato dalla fusione tra le parole network (rete) ed étiquette (galateo, etichetta): un termine che indica quindi un complesso di norme di buona educazione che occorre rispettare nel web. Purtroppo è nato anche il termine cyberbullismo che designa l’attività di chi usa le nuove tecnologie per molestare gli altri.

La rete può aiutare a relazionarci? Offre uno strumento in più,  una più ampia gamma di possibilità? Apparentemente sì. Nella realtà però si assiste al paradosso di coloro che in Giappone chiamano hikikomori, i cosiddetti ritirati sociali: giovani che vivono imprigionati nella proprio camera, sempre collegati a un computer, sempre connessi ma totalmente isolati.

La domanda è solo apparentemente retorica, abbiamo una più ampia possibilità di dialogo e strumenti nuovi ma pare che le nostre capacità stesse di dialogo si stiano affievolendo, crescono superficialità, volgarità, maleducazione, frettolosità, nei giudizi, nelle valutazioni, nel proporsi; sembrano emergere nuove criticità relazionali e anche nuove chiusure emozionali.

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall’invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Voglio portare l’esempio di Gail Bradbrook e Roger Hallam, due scienziati che sono gli animatori di Extinction rebellion il movimento di protesta per il cambiamento climatico che ha bloccato Londra nell’aprile del 2019, collezionando quasi mille arresti. Con slogan come: “To everybody else, rebel. Because time is running out. We’re on the brink of extinction The governments are doing nothing. Businesses are doing nothing. We must rebel”.   (Per tutti gli altri, ribellati. Perché il tempo corre. Siamo sull’orlo dell’estinzione. I governi non fanno nulla. Il mondo degli affari non fa nulla. Dobbiamo ribellarci.) Bradbrook e Hallam sostengono di aver creato “l’algoritmo delle proteste”, grazie al quale hanno costruito la strategia con cui hanno organizzato le proteste a Londra.

Gli arresti sono stati pianificati e voluti. Quel preciso numero, mille, era l’obiettivo perché mille arresti di manifestanti pacifici costituiscono un costo sociale troppo alto per essere ignorato dalla autorità e dalla politica. Mille era il numero da raggiungere per costringere la politica ad ascoltarli. Come scrive Riccardo Luna su AGI : “Numeri alla mano dimostrano che per rovesciare un dittatore non serve una rivolta di massa: basta il 3,5 per cento della popolazione. Quel numero, 3,5 per cento, per Hallam e la Bradbrook, è un numero magico. Applicato al Regno Unito, vuol dire che gli basterà convincere due milioni  e mezzo di persone. Molti di meno di quelli che votano per il partito laburista e per i verdi.” 

Questo per dire che credo servano nuove identità digitali e nuove comunità alternative. Penso che proprio qui la filosofia e la pratica filosofica dovrebbero entrare in gioco, il gioco delle superpotenze digitali. Da una parte per metterlo in questione, per esercitare quel potere di critica senza riguardi, (soppesare, criticare, valutare, metter in discussione, indagare presupposti e fini, intenzionalità e volontà) sempre se, la filosofia non voglia essere la nottola di Minerva che inizia il suo volo sul far del crepuscolo, quando tutto è già accaduto.  Dall’altra per garantire spazi di libertà da ogni forma di controllo, sorveglianza e qualunque sistema totalitario anche digitale.

Come dice ancora Edoardo Camurri “È fondamentale provare a rendersi irriconoscibili, quindi provare a fregare in qualche misura la macchina e l’algoritmo.” Trovare delle strategie per poter provare a rompere questo meccanismo. Certo ricorrere a strumenti di autodifesa per rettificare le “asimmetrie dell’informazione” e quantomeno ridurre il potere del controllo esterno come proposto nel libro di Brunton e Nissenbaum,  lo trovo più che legittimo visto che regaliamo dati ad ogni connessione.

Nel futuro serviranno (anche) nuovi filosofi o data-scientists, umanisti digitali, che sappiano essere “multi alfabeti”, come diceva il mio professore di Pedagogia, Umberto Margiotta. Il multialfabeta è un mapping processor. “E’ un elaboratore di mappe mentali. Multialfabeta è colui che utilizza linguaggi diversi per comunicare. Usare linguaggi diversi significa creare continuamente nuove mappe mentali, nuove mappe cognitive a seconda dei contesti d’uso di riferimento delle procedure di conoscenza o di azione in cui è impegnato; significa produrre strategie appropriate di soluzione dei problemi, e conseguentemente metodi e prospettive competenti di esplorazione e di dialogo. In parole povere il multialfabeta è colui che inventa setting di interazione, di conoscenza, di relazione.” 

Insomma si rende necessario un “reincantamento”, che si incarni come movimento contrario ad un disincanto arrendevole e nichilista. Ancora cito Fischer, le cui pagine di Realismo capitalista sugli studenti inglesi (edonisti depressi, o interpassivi nervosi, post-lessici affetti da impotenza riflessiva) sono terribilmente reali. “Che cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore?”

L’insicurezza di cui soffre l’individuo nell’era della globalizzazione digitale genera assenza di comunità.  Sorge quindi anche un nuovo bisogno di comunità, in questo senso si può parlare di nuove comunità come dicevo all’inizio, di comunità educanti come contrapposte all’individualismo egoista dell’homo homini lupus. Bauman definisce una comunità possibile quella “responsabile, volta a garantire il pari diritto di essere considerati esseri umani e la pari capacità di agire in base a tale diritto”.   Il desiderio di comunità nasce anche perché sentiamo di non avere radici in nessun luogo e il digitale amplifica questo senso di dispersione esistenziale. Non ci sono più, infatti, punti di orientamento che indichino un ambiente sociale “stabile”, e avanza così la tendenza a non mettere le radici in nessun dove. Serve, mediando il concetto da Simone Weil, un nuovo radicamento digitale. Forse come dice Bauman, servono comunità flessibili e “a tempo”, che si possano smontare facilmente e che facciano leva unicamente sui loro sogni e desideri. Eppure tutto sembra andare in direzione opposta a questo. Omologazione e isolamento prevalgono.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l’iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Volentieri. Consiglio i testi di Luciano Floridi, Evgeny Morozov, Jaron Lanier, Cosimo Accoto e anche The Game di Baricco. Per i più curiosi me compreso Mark Fisher, Nick Land o Federico Campagna. Tutte le tematiche cui abbiamo brevemente accennato sono altrettanti spunti di discussione. In particolare da docente ritengo urgente la questione dell’educazione digitale.

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Il progetto SoloTablet lo trovo ottimo esattamente perché va nel senso dell’incremento e dello sviluppo di una sempre maggior consapevolezza nell’utilizzo delle tecnologie digitali e di una attenzione alla educazione e alla cultura digitale.

Trovo inoltre funzionale l’approccio multidisciplinare e collaborativo. Non credo abbia bisogno di consigli.

Grazie

Img: SoloTablet

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Poesia

William Shakespeare, sonetto #12

Quando conto i rintocchi che mi parlano del tempo

e guardo il giorno più audace affondare nell’orribile notte,

quando osservo la violetta ormai avvizzita

e ricci neri ormai striati d’argento e bianco,

quando vedo spogli gli alberi immensi

un tempo riparo dalla calura per il gregge

e il verde dell’estate cinto in covoni

portato sui carri con la sua ispida barba bianca,

penso allora al destino della tua bellezza

che se ne andrà con gli scarti del tempo

siccome ogni cosa dolce e bella si consuma

e velocemente muore, così come altre crescono.

E non c’è nulla che dalla falce del Tempo ti difenderà

se non i figli, che ti saranno corona quando essa ti rapirà.

~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~~ ~ ~ ~ ~

When I do count the clock that tells the time,

And see the brave day sunk in hideous night,

When I behold the violet past prime,

And sable curls all silver’d o’er with white:

When lofty trees I see barren of leaves,

Which erst from heat did canopy the herd

And Summer’s green all girded up in sheaves

Borne on the bier with white and bristly beard:

Then of thy beauty do I question make

That thou among the wastes of time must go,

Since sweets and beauties do themselves forsake,

And die as fast as they see others grow,

And nothing ’gainst Time’s scythe can make defence

Save breed to brave him, when he takes thee hence.

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Filosofia

Sapere aude #PhilosophyDay20

Nel 1784 Kant scrisse un articolo rispondendo alla domanda “Che cos’è l’Illuminismo?”

«L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo”»

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Attualità, filosofia digitale

Il dilemma dei social.

Uno studio su 5.000 persone ha rilevato che un maggiore utilizzo dei social media è correlato al calo auto-riferito della salute mentale e fisica e della soddisfazione di vita. Il numero di paesi con campagne di disinformazione politica sui social media è raddoppiato negli ultimi 2 anni. Il 64% delle persone che si sono iscritte a gruppi estremisti su Facebook lo ha fatto perché gli algoritmi li hanno guidati lì. (Tratto dal sito del film “The social dilemma“)

Il tema è sempre caldo, in ambito nuove tecnologie informatiche l’ultima notizia riguarda la più recente app del momento, Tik Tok e il fatto che il Presidente (sic) degli USA vorrebbe proibirla, ma solo perché è cinese.

The Social Dilemma è un documentario di Jeff Orlowski arrivato da poco su Netflix, in realtà un docufilm (o docudrama) poiché incrocia interviste reali e finzione.

Il motto “Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu” viene qui descritto e spiegato nei termini più specifici della questione. The Social dilemma analizza gli effetti dell’uso compulsivo di Facebook, Instagram, Twitter & co. Su ognuno di noi e sulla società contemporanea, spiega tutti i rischi che corriamo frequentando i social. In estrema sintesi:  le piattaforme social utilizzano un algoritmo studiato appositamente per invogliarci a rimanere connessi per il maggiore tempo possibile. Il meccanismo che regola tutto ciò è mutuato dal gioco d’azzardo e dalle slot machine ed è chiamato sistema di rinforzo intermittente positivo. Più restiamo collegati a un social media, più gli introiti della piattaforma aumenteranno. Più ci rendono dipendenti da loro e più loro ci guadagnano, diventano straricchi con quello che noi riteniamo “svago”. I social network sfruttano la capacità del nostro cervello di generare scariche di piacere per tenerci inchiodati e passare quanto più tempo possibile sulle applicazioni in quella che viene chiamata “economia dell’attenzione”. Inframmezzato da inserti di fiction che raccontano l’invasività della tecnologia nelle vite e nelle relazioni delle famiglie contemporanee, la sostanza del film sono le confessioni di alcuni (ex) big della Silicon Valley pentiti di aver contribuito a creare il mostro social che invade come un blob digitale il nostro vivere quotidiano. Ex protagonisti reali, figure come Justin Rosenstein (inventore del pulsante “mi piace” di Facebook), l’investitore Roger McNamee (anche lui in passato a supporto dell’opera di Zuckerberg) Tim Kendall, ex CEO di Pinterest ed ex direttore della monetizzazione in Facebook, Guillaume Chaslot, l’uomo a cui dobbiamo il meccanismo dei video consigliati su YouTube e Tristan Harris, uno dei creatori di Gmail.

I quali a dirla tutta stupiscono per la loro ingenuità etico morale.

Presentato al Sundance Festival del 2020, The Social Dilemma racconta il lato oscuro dei social media attraverso le testimonianze di chi ha contribuito a rendere queste piattaforme quello che sono oggi: luoghi virtuali in grado di manipolare in maniera subdola chi li frequenta, senza destare nell’individuo il minimo sospetto. Dall’ingenuo e pioneristico sogno di “mettere le persone in comunicazione” tramite il digitale, alla creazione e vendita di profili personalizzati di utenti, o meglio gli “utilizzatori”, come i consumatori di droga, lo dice l’esperto di statistica Edward Tufte nel film. A chi? Ad aziende interessate solo a conquistare sempre più ampie fette di mercato a qualsiasi costo, per profitto ovviamente. Il marketing delle persone. Chi paga? Pagano “gli inserzionisti” ovvero tutti coloro che vogliono vendere qualche cosa e hanno interesse a veicolare i loro prodotti tramite i social. Compreso chi vuole manipolare opinioni. Basta che compri pubblicità. Da qui nasce lo strapotere di Facebook, Google, Pinterest, Instagram e Twitter aziende americane che hanno visto il loro profitti aumentare costantemente. Queste grandi aziende mirano al controllo sul modo in cui miliardi di noi pensano, agiscono e vivono.

Nulla di nuovo in realtà, da qualche anno ormai anche in Italia se ne parla, ne avevo scritto qui nel 2019 ma questa produzione Netflix rende la questione pubblicamente critica e problematica. Nel novembre del 2017 apparve un’intervista in cui Sean Parker, l’hacker che ha fondato Napster e ha lavorato con il fondatore del social più famoso fece mea culpa: «Solo dio sa cosa fanno queste piattaforme al cervello dei nostri bambini». Morozov scrisse nel 2011 un testo che indagava le ricadute politiche dell’uso dei social, L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet. Jerome Lanier pioniere dell’informatica, musicista e scrittore, famoso per il suo lavoro di ricerca sulla Realtà virtuale ormai da anni ne parla pubblicamente il suo Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social è  del  2018 e Tu non sei un gadget e del 2010. Cosimo Accoto, giovane ricercatore al MIT di Boston, contro il retaggio idealistico e antitecnologico, indaga la natura linguistica del codice algoritmico, e delle sue applicazioni software in Il mondo dato. Cinque brevi lezioni di filosofia digitale, del 2017. Luciano Floridi, che è ormai abbastanza conosciuto anche in Italia con le sue riflessioni etiche sul digitale, ha appena pubblicato Pensare l’infosfera.

Fake news, algoritmi, influencer, manipolazioni mediatiche, censura, privacy: questi rappresentano i temi in gioco e sono diversi e complessi. Da ormai 10 anni queste riflessioni critiche sul digitale hanno iniziato a girare tra le diverse comunità culturali internazionali e lo hanno fatto partendo dall’interno, dagli addetti ai lavori da chi ci lavora, i pentiti. Il ritardo è grave ed è della società e delle istituzioni incapaci di reagire ad un così rapido progresso gestito dalla finanza e strutturato sulla libertà di mercato. Ci sono in campo proposte ? Ce ne sono. Rottura del monopolio, imporre codici etici, imporre limitazioni, legiferare sulla trasparenza, favorire l’incremento e la diffusione del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, studiare e comprendere i meccanismi psicologici e neuronali che creano la dipendenza da smartphone, obbligare i colossi digitali ad abbandonare i metodi più aggressivi impiegati per tenerci incollati a smartphone e social network, questi sono solo alcuni. Bisogna dire che sono obiettivi “politici” e riguardano la “classe dirigente” spesso non del tutto autonoma ed indipendente  e anzi vincolata a molti di questi colossi del digitale. Pensiamo ad esempio all’accordo G Suite for Education / Miur per la gestione della Didattica e distanza in seguito alla chiusura delle scuole per la pandemia COVID 19 nel periodo marzo/settembre 2020.  Individualmente ognuno può ricorrere a quelle capacità umane innate ma che vanno allenate: il pensiero critico, la capacità di analisi e comprensione,  la questione etica e l’ educazione questi sono gli strumenti che anche nel digitale possono  aiutare a contrastare le difficoltà di pensiero: difficoltà di essere consapevoli, difficoltà a vedere o a leggere situazioni, difficoltà a concettualizzare, a dare spiegazioni, a fornire un argomento, a proporre più ipotesi, a problematizzare. Difficoltà che ci impediscono di far lavorare il cervello, l’anima lo spirito, quelle facoltà che l’uso indiscriminato, pervasivo, incontrollato dei media digitali rischia di compromettere.

I nerd che intervengono nel film alla fine offrono alcuni consigli di “resistenza” al modello di business che ci vuole cavie da social, eccoli:

  • Solo la volontà collettiva potrà fronteggiare lo scenario distopico che l’abuso dei social incrementa,
  • riconoscere il problema aumenta la possibilità di affrontarlo,
  • il fallimento della tecnologia odierna è un problema di leadership,
  • disinstalla le app che non ti sono indispensabili,
  • disattivare tutte le notifiche,
  • non usare Google ma Qwant che rispetta la tua privacy,
  • non accettare video consigliati da YouTube,
  • usa le stensioni di Chrome per rimuovere i consigli,
  • prma di condividere qualsiasi cosa verifica i fatti,
  • non incrementare il sistema con clic baiting o esche digitali
  • attingi le informazioni da siti diversi,
  • esponiti a punti di vista diversi dal tuo,
  • non dare dispositivi ai tuoi figli,
  • dispositivi fuori dalla camera da letto
  • stabilire tempi di utilizzo a priori,
  • cancella i tuoi account.

Img: Superthumb.

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bukowski, Poesia

Il cuore che ride. Charles Bukowski

La tua vita è la tua vita.

non lasciare che venga rinchiusa in un antro

di sottomissione.

stai in guardia.

ci sono delle uscite.

da qualche parte c’è luce.

forse non sarà una gran luce ma

vince sulle

tenebre.

stai in guardia.

gli dei ti offriranno delle

occasioni.

riconoscile, afferrale.

non puoi sconfiggere la morte ma

puoi sconfiggere la morte

in vita,

qualchevolta.

e più impari a farlo di frequente,

più luce ci sarà.

la tua vita è la tua vita.

sappilo finché ce l’hai.

tu sei meraviglioso

gli dei aspettano di compiacersi

in te.

THE LAUGHING HEART

your life is your life

don’t let it be clubbed into dank

submission.

be on the watch.

there are ways out.

there is a light somewhere.

it may not be much light but

it beats

the darkness.

be on the watch.

the gods will offer you

chances.

know them, take them.

you can’t beat death but

you can beat death

in life,

sometimes.

and the more often you

learn to do it,

the more light there will

be.

your life is your life.

know it while you have

it.

you are marvelous.

the gods wait to delight

in

you.

Da Bukowski Il meglio, Guanda 2018.

Scritta nel 1992, apparsa in Praire Schooner 67.3, autunno 1993, pubblicata in Betting on the Muse. In Italia inserita nella raccolta Le ragazze che seguivamo, Guanda, 2006.

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