Attualità, filosofia digitale, Politica

Infosfera, tra nuovi linguaggi e ingenuità. Sul digitale.

web digital.pngAppunti per una riflessione sulla filosofia digitale tra Floridi, Baricco, Accoto e Morozov.

Se è vero, come scrive  David Bohm, che «la scienza è divenuta la religione dell’età moderna», la tecnologia e in particolare le ICT –  cioè le tecnologie legate alla comunicazione e a all’informazione – oggi creano gli spazi in cui si realizzano le nostre relazioni quotidiane. Come ci modificano e quanto stanno influenzando la nostra vita lo ritroviamo in quanto scrive Luciano Floridi, quando afferma che la sfida del digitale rappresenta una rivoluzione di così grande impatto e così veloce nel suo evolversi e la filosofia avrebbe il dovere di interrogare questo enorme cambiamento.

Una premessa necessaria riguarda la formazione degli autori che studiano e scrivono di filosofia digitale che sono per la maggior parte fisici, matematici e informatici, l’eccezione appare italiana con Floridi, (e con il giovane Cosimo Accoto, Research Affiliate all’MIT di Boston) come vedremo.  La filosofia digitale  nasce con la diffusione dei computer e del pensiero computazionale, il computer infatti per tale concezione  è anche una macchina filosofica. Giuseppe Longo afferma che con il pensiero digitale si afferma l’idea che la realtà sia, al suo fondo, un tessuto o una struttura di informazioni. «Il computer ha segnato il ritorno a una filosofia in senso forte, cioè a una metafisica e a un’ontologia, allontanandosi da una serie di incarnazioni deboli e parziali sviluppatesi negli ultimi tempi (filosofia del linguaggio, epistemologia, filosofia del diritto, filosofia della scienza e via enumerando).»  La filosofia del digitale oggi rappresenta una corrente di pensiero i cui esiti e sviluppi sono ancora tutti da verificare, ma che legge la realtà come costituita  di  informazione  e  animata  dalla  continua  esecuzione  di algoritmi,  tra  i  quali  sono  fondamentali  gli  automi  cellulari. Se si vuole individuare una data, un momento storico, per la nascita del pensiero digitale, detto anche talvolta filosofia dell’informatica, Longo lo individua nel 1981 con l’affermazione: “il Cosmo è un Grande Computer” nel contributo di Wheeeler Zuse, intitolato The Computing Universe, al Massachusetts Institute of Technology dove si tenne il convegno su “Fisica e computazione” dichiarazione che allora apparve inaudita e pretenziosa ma che oggi lo è molto meno visti i recenti sviluppi della tecnologia ICT a livello globale.

Le riflessioni di Fredkin, Chaitin e Wolfram sono le espressioni forse più esplicite  di questo movimento filosofico. Per Edward Fredkin, considerato il pioniere della Digital Philosophy , «L’informazione è alla base della realtà materiale, che fin  dal  tempo  dei  presocratici  costituisce  il  campo  d’indagine  privilegiato  della filosofia, ma è anche alla base della realtà mentale del soggetto che si pone la domanda  e  investiga.  In  parole  ancora  più  trasparenti,  l’informazione  (questa volta  intesa  in  senso semantico)  è  anche  alla  base  della  formulazione  della verità, il cui possesso dovrebbe acquietare la sete di conoscenza che muove la ricerca.  L’informazione  è  insieme  l’oggetto  e  il  soggetto.  Informazionale  è  la natura della verità: secondo Fredkin tutto si muove all’interno di questo circolo.» L’apporto maggiore  di  Fredkin  consiste  in  un’asserzione  ontologica:  l’informazione  è  il principio  primo  della  realtà,  il  suo elemento  costitutivo.  In  altri  termini:  dove Pitagora  poneva  i  numeri  e  Leibniz  immaginava  le  monadi,  ecco  che  Fredkin colloca l’informazione. (La Nascita della Filosofia Digitale G.O. Longo, A. Vaccaro). “Esistono tre grandi domande filosofiche: cos’è la vita? Cosa sono la coscienza, il pensiero, la memoria e simili? Come funziona l’universo? Il punto di vista informazionale le concerne tutt’e tre.” (E. Fredkin in R. Wright, Three scientists and Their Gods, cit., p. 9.)

La filosofia digitale pone alcune questioni urgenti che qui attraverso questi autori emergono con chiarezza: l’etica e la governance del digitale, l’educazione alla ICT, la gestione degli algoritmi nella rete, la manipolazione dei dati a livello globale, la politica digitale.

Mentre compaiono le prime indagini sulle conseguenze dell’abuso dell’uso di strumenti ICT , soprattutto sulle funzioni cognitive, memoria, attenzione e concentrazione, da uno studio su larghissima scala condotto dalla Cancer Society e dall’Istituto di Epidemiologia dei Tumori di Copenhagen non è emerso alcun rischio di aumento di tumori cerebrali o del sistema nervoso più in generale. Si afferma che tali tecnologie possono però ridurre la nostra capacità di attenzione e concentrazione, e ciò può riguardare in particolar modo (ma non solo) gli studenti, come evidenzia uno studio della Stellenbosch University. Valleur e Matysiak (2004) hanno evidenziato come le nuove dipendenze quali gioco d’azzardo, internet, sesso, lavoro, telefono cellulare e shopping compulsivo siano malattie della postmodernità e questo non scalfisce certo l’importanza della diffusione delle ICT. Jean M. Twenge, docente di psicologia all’Università di San Diego, ha scritto un articolo molto complesso e discusso che analizza l’uso e le conseguenze degli smartphone e dei social media da parte degli e delle adolescenti, non è un’esagerazione, dice la studiosa, descrivere gli adolescenti di oggi come sull’orlo della peggiore crisi di salute mentale degli ultimi decenni, e non è un’esagerazione ipotizzare che gran parte di questa situazione possa essere ricondotta ai loro telefonini. Nel novembre del 2017 appare un’intervista in cui Sean Parker, l’hacker che ha fondato Napster e ha lavorato con il fondatore del social più famoso  fa mea culpa: «Solo dio sa cosa fanno queste piattaforme al cervello dei nostri bambini». Più che i rischi legati alla salute si evidenziano oggi i rischi dal punto di vista comportamentale e relazionale. Naturalmente gli amici psicologi hanno subitamente coniato nuove patologie, pret a psyché: la Sindrome da Disconnessione, la Sindrome da Blackberry, la Dipendenza da Social Network e la Sindrome dello squillo o della vibrazione fantasma.

Il tema delle navigazioni orientate è uno dei più scottanti, poiché dietro a ogni ricerca in rete c’è sempre un algoritmo che mira a soddisfare l’utente, a farlo contento. E questa è una strategia elementare: più sei contento e più rimani a navigare dove sei contento e questo aspetto ha anche o soprattutto una funzione commerciale, poiché in base alle tue ricerche sarai inondato da offerte commerciali specifiche. Così come ciò che ricerchi mette in moto un algoritmo che al successivo accesso ti indirizzerà verso il rafforzamento dell’oggetto di quella ricerca. I motori di ricerca decidono per noi cosa sia rilevante nella conoscenza e, ultimamente, agiscono in maniera personalizzata. Alessandro Chessa, data scientist e amministratore delegato  Linkalab, centro studi sui big data spiega:  «questo meccanismo autoreferenziale amplifica le nostre preferenze e ci fa cadere nelle cosiddette echo chambers, che sono il brodo di coltura perfetto per la diffusione delle fake news», praticamente sentiamo sempre e solo ciò che vogliamo sentire.

Come anticipato in premessa Luciano Floridi afferma che il progresso delle tecnologie informatiche e di comunicazione (ICT) rappresenta una rivoluzione (la quarta) di così grande impatto e così veloce nel suo evolversi che la filosofia sarebbe l’unica disciplina che per statuto avrebbe il dovere di interrogare questo enorme cambiamento, pari a quello che 6000 anni fa investì il mondo con la nascita della scrittura e 2500 anni fa coinvolse Platone nel dibattito sull’oralità contro la scrittura. Floridi è un filosofo italiano naturalizzato britannico,  professore ordinario di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, dirige il Digital Ethics Lab. Afferma che siamo passati dalla storia all’iperstoria, ovvero le ICT sono diventate condizione necessaria di supporto alle nostre vite, e che le strutture digitali sostengono di fatto le società più avanzate. Floridi afferma senza mezzi termini che questa è una questione filosofica. «Più il mondo è tech, più ha bisogno di filosofia etica. Perché il tema non è capire se dobbiamo o no aver paura dei robot ma come gestire in modo coordinato la società digitale». Non solo etica quindi, ma l’esigenza di comprendere e interpretare, analizzare e orientare, strumenti filosofici, altrove abbandonati ma oggi inevitabili per i filosofi del nuovo millennio. «C’è un enorme bisogno di vederci chiaro, di porre le domande giuste e di trovare le risposte migliori alle nuove sfide anche politiche poste dall’iperstoria.» C’è insomma bisogno di filosofia ma ancora la filosofia fatica a fare filosofia.

Naturalmente i termini della questione non riguardano solo l’uso delle ICT e l’accesso alla rete,  ovvero non stiamo parlando banalmente (solo) di Facebook e dell’uso degli smartphone, che rappresentano il livello di superficie dell’analisi sul digitale. A questo proposito è bene ribadirlo: no, una volta per tutte: facebook non è il nuovo agorà della polis globale ma solo il parco giochi commerciale del suo inventore. Social media di cui spesso si ignora ingenuamente il funzionamento degli algoritmi che riproducono, replicandole a dismisura, le parole chiave più usate nei network digitali regalando a personaggi in cerca di visibilità il favore più grosso che si possa oggi immaginare oggi cioè amplificarne il messaggio a costo zero e senza troppa fatica. Complici di tutto ciò sono i sempre più pigri e pavidi commentatori che senza approfondimento pescano le notizie dai social e senza ulteriori filtri critici le rimbalzano nei loro media. Che è come se nella boulé ateniese un gruppo di cittadini sostenitori di una parte ripetesse a gran voce le parole d’ordine dei magistrati più potenti e così influenzasse il voto dell’ecclesia, mentre coloro che dovrebbero contrapporre argomenti e azioni si limitano a ripetere le parole d’ordine altrui per contrapposizione, senza porre temi alternativi ma spendendo energie inseguendo dibattiti. Oppure alcuni credono di replicare  il dialogo come fine argomentazione negli angusti spazi dei commenti social mediatici, che è come dire che il lessico digitale, cioè il modo di scrivere e interloquire nei social possa replicare un confronto argomentato e che equivalga all’oralità del dialogo filosofico, semanticamente e semiologicamente un’assurdità. La viralità di un contenuto social in ogni caso non è garanzia di veridicità ma solo di quantità di contatti o condivisioni, per assurdo un software che moltiplica un contenuto per un certo tempo genererebbe una “convinzione diffusa” solo perché molto condivisa e quindi un’opinione maggioritaria, ovvero una fake news. Nel caso italiano è evidente l’ignoranza dei più rispetto agli effetti cosiddetti Streisand o Erostrato, ( tratti anche dal libro di Morozov) che prendono nome dai casi più celebri di tentativi di censura che per eterogenesi dei fini si trasformano nel loro opposto: la Streisand tentando di eliminare alcune foto della sua casa di Malibu dalla rete intentò una causa milionaria che accese i riflettori su una storia che altrimenti sarebbe rimasta semisconosciuta. Erostrato, colpevole di aver incendiato il Tempio di Artemide non solo fu giustiziato ma fu imposta dalla città di Efeso la proibizione anche solo di ricordarne il nome, consegnando così alla storia in eterno la sua vicenda. Morozov parla anche  del “dilemma del dittatore” che si chiede: «mi serve meglio censurare o non censurare?» Questo esempio è riferito al fatto di attaccare ad ogni affermazione i politici dello schieramento opposto offrendo loro in questo modo un potente megafono e ampliando la platea dei riceventi il loro messaggio che si vorrebbe censurare o combattere, che altrimenti potrebbe essere stata minima. L’opposizione ottusa, a testa bassa, sui social si trasforma facilmente in palcoscenico gratuito per l’avversario, e chi critica, che sia nel giusto o meno, a breve scompare lasciando in evidenza l’antagonista più forte.

Chissà forse anche questa è una deriva di quella cesura culturale, nutrita di decostruzionismo, antimodernismo, ribellismo e illegalismo rivoluzionario che tanto ha alimentato gli anni ‘70 e ‘80 del novecento e tuttora minoritaria perdura, che ha escluso dal mondo evoluto generazioni di cittadini inebriati dal miraggio illuministico razionalista del mondo nuovo, e generando –  una volta realizzatosi il disincanto della fallimentare caduta di un sistema illiberale e non funzionale –  indifferenti impegnati, disabituati ai regolamenti elementari della democrazia che poco hanno storicamente frequentato, e che si è trasformata in un indistinto e astratto umanesimo cinico e globalista. Generazioni disilluse di nichilisti convinti di fare bene ma arruffoni, superficiali e omologati sul pensiero unico come lo descrive nell’Innominabile attuale  Calasso, cioè il secolarismo del mondo odierno: informe grezzo e sempre più potente, in cui prevale l’inconsistenza assassina, un mondo sfuggente che sembra ignorare il suo passato: fatto di turisti, terroristi, secolaristi, hacker, fondamentalisti, transumanisti, algoritmici. «Il secolarismo si definisce per via negativa, in quanto ignora e esclude da sé ciò che è il divino, il sacro, gli déi o l’unico dio. Una volta compiuta questa rescissione, tutto può essere incluso nel secolarismo. E’ il secolarismo umanista, una modalità del pensiero che tiene ai propri principi non meno delle religioni che l’hanno preceduta.»

Ma qui stiamo parlando d’altro, di un terreno ancora poco frequentato in Italia, di un livello superiore, di governo delle scelte e delle decisioni,  come scrive Floridi: «Le nuove sfide del digitale si presentano, nei prossimi decenni, come legate soprattutto alla governance del digitale, e non tanto alle sue innovazioni tecnologiche ulteriori, governance che al momento è delegata al mondo aziendale – primariamente americano – di cui implementa la logica del profitto e la cultura imprenditoriale. È una soluzione insoddisfacente, perché in essa è insito il costante rischio del monopolio colonizzante. Per completarla c’è bisogno soprattutto di strategie politiche buone e di coraggio nel fare le scelte sociali giuste. In altre parole, c’è tanto bisogno di politica buona.» Floridi studia la rivoluzione del diffondersi delle ICT  che ha conseguenze “pervasive, profonde e incessanti”  sul rapido mutarsi sociale e antropologico messo in atto dallo sviluppo della tecnica, e lo fa da filosofo e la studia nello specifico come la globalità dello spazio delle informazioni, l’infosfera cioè «Lo spazio semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni.»

Digitale che con Baricco vede una un barlume di intuizione genealogica nel suo The Game, che perlomeno ha il pregio di smuovere un dibattito nazionale, altrimenti asfittico, su temi contemporanei quali la rivoluzione digitale, oltre il wall del “Faccialibro” e pone un’idea ermeneutica tra oltremondo e umanità aumentata, verso un futuro privo di mediatori che allarga il divario tra élite e dèmos, un po’ tra il fantapolitico e la fantascienza apocalttica hollywoodiana, condito di smanettoni hippy e videogame ma intanto è un qualchecosa. Interessante quindi l’interpretazione di Baricco per il quale la rivoluzione digitale è il tentativo di fuga dagli orrori del Novecento, fuga che genera l’oltremondo, altro modo di dire infosfera, cioè il mondo digitale dove tutto è diverso: semplice gioco, superficie in cui il profondo scompare. Una cesura netta con il passato che, però, non è così semplice sostenere e comprendere ma che ci proietta verso l’umanità aumentata, come la chiama lo scrittore.

Cosimo Accoto, giovane ricercatore al MIT di Boston, contro il retaggio idealistico e antitecnologico, indaga la natura linguistica del codice algoritmico, e delle sue applicazioni software. Accoto cita  Paul Dourish: «Il codice ha una sua forza filosofica proprio in questo: nel modo che ha di rappresentare il mondo, nel modo di manipolare modelli di realtà, di umanità e di azione. Ogni stringa di codice riflette una quantità di prospettive e dimensioni filosofiche senza le quali non potrebbe, in alcun modo, essere creato.» Il codice software è il nuovo linguaggio per costruire nuove mappe del mondo. E aggiunge, a proposito delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie – in particlalre i sensori – che «Quando Socrate si interrogava sul motto delfico del conosci te stesso come principio guida, mai avrebbe immaginato che le nuove tecnologie avrebbero dato un significato del tutto nuovo al suo orientamento filosofico.»

Una conseguenza di tutto ciò è che tutti gli attori del digitale hanno responsabilità etiche nel loro agire digitale, «Si è visto che con la rivoluzione dell’informazione il mondo è dominato dall’informazione ed è popolato da agenti umani, biologici e artificiali accomunati dall’essere enti informazionali. Bisogna allora analizzare in termini informazionali tutti gli agenti coinvolti e considerare tutte le loro azioni come parte dell’ambiente informazionale. » ( La rivoluzione dell’informazione, Luciano Floridi [Codice Edizioni, Torino 2012] recensione a cura di Stefano Canali, Rivista Italiana di Filosofia Analitica Junior 4:1 2013)

Il governo del digitale si lega a quanto scrive Evgeny Morozov, in una riflessione davvero critica sull’ingenuità della rete (così si intitola un suo testo del 2011) quando crede di generare nuove spinte democratiche attraverso l’uso dei social nel mondo medio orientale. Morozov invita a riconoscere il lato oscuro di internet, «l’idea che internet favorisca gli oppressi anziché gli oppressori è viziata da quello che chiamo cyberutopismo, ovvero la fiducia ingenua nel potenziale liberatorio della comunicazione on line, una fiducia che si basa sul rifiuto ostinato di riconoscerne gli aspetti negativi.» Aspetti che sono le misure adottate dai governi autoritari nei confronti di internet, l’uso dello stesso come mezzo di propaganda, e la sofisticatezza dei sistemi di censura e l’uso della rete a scopo di sorveglianza. La prospettiva che ci sia una convergenza tra gli interessi statali e quelli delle aziende digitali nell’orientare subdolamente le nostre coscienze usando i nostri dati personali come fonte di guadagno, di controllo, e sostituti del welfare è già in atto, basta guardare per accorgersene. Morozov è un sociologo e giornalista bielorusso, esperto di nuovi media, interessato allo studio degli effetti dispiegati sulla società, e sulla pratica della politica, dallo sviluppo della tecnologia e, in particolare, dalla crescente diffusione e disponibilità di mezzi di comunicazione telematica. Al cyberutopismo si associa l’atteggiamento che Morozov chiama internet-centrismo, ovvero l’idea che ogni azione sociale e politica sia modellabile sulla rete e attraverso al rete, «una droga che disorienta: ignora il contesto e intrappola i politici nella convinzione di avere un alleato utile e potente al loro fianco.» Secondo Morozov, l’ invasività della rete non è adeguatamente percepita dai comuni fruitori: quando, con facilità e immediatezza, si fruisce dei servizi che ci vengono offerti in rete dalle grandi aziende ICT, è facile illudersi che ciò avvenga in maniera gratuita, un’illusione di libertà che nasconde una cessione di identità e di dati personali.

Non si può che concordare con Floridi quanto afferma che la rivoluzione digitale ha bisogno di filosofia, quella pratica e riflessiva, critica e fenomenologica,  capace di interpretare il presente con le categorie del presente, e del futuro possibilmente.

img: Paul Butler 2010

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Attualità, Etica, Filosofia, Politica

1968/2018. Tristesse, nostalghia, ex e post.

L'incompiuta di Brendola (foto Pippowsky su Flickr)incompiuta-2

“Homo saecularis parla con molte voci, spesso divergenti. Quella che più si fa notare è progressista e umanitaria. Applica precetti di eredità cristiana, ammorbiditi e edulcorati. Soluzione tiepida e pavida, si combina, in senso inverso, con il movimento in corso nella Chiesa stessa, che cerca sempre più di assimilarsi a un ente assistenziale. Il risultato è che i secolaristi parlano con compunzione da ecclesiastici e gli ecclesiastici ambiscono a farsi passare da professori di teologia.” (R. Calasso, L’innominabile attuale 2017)

L’impensato attuale, il modernismo progressista ed umanitario. Caddero i muri, scomparve la grande Idea, oggi le piccole idee si chiedono come mantenere una posizione che puntelli il ricordo della storia personale e generazionale e che allo stesso tempo attenui il rimorso, il risentimento e i rancori. Piccole idee derivate che vogliono una seconda opportunità dalla storia che però è finita. Stante che il marxismo è oggi solo un modo fra gli altri per non comprendere il mondo, un nuovo realismo dopo il post modernismo ci insegna ad accertare la realtà, non ad accettarla, (quindi il post modernismo si caratterizzava come accettazione passiva dell’esistente?) il nuovo realismo spiega che l’oggetto sociale non è il reale, l’interpretazione non è un luogo comune e condiviso dato una volta per tutte, è uno schema concettuale che non dimostra il mondo ma si offre alla pluralità relativista e omnicomprensiva della doxa, fallacia argomentativa: come dire che accertiamo e attestiamo lo status multiverso del reale? L’approccio è realitystico, cioè siamo spettatori passivi, osserviamo le res humanae  come al microscopio si osservano le cavie da laboratorio prefigurando ipotesi ermeneutiche? Guardiamo il mondo mangiando i popcorn? Dopo 2500 anni? Non episteme, che sta sopra, ma sub specie, suburbe, nel flusso di in-coscienza volontaria, nell’inferno artificiale. Infatti assistiamo ad una realtà che non si presta alle nostre costruzioni concettuali. Giustificazionismo, arrendismo e alleatismo, ismi e quindi parvenze di logos, che rinfocolano idee stantie  e ammuffite, che se ancora si corazzano nel radicalismo, pur se con la pancetta imbiancata e non con il turgido eskimo, di questo essere radicali non danno che uno sbiadito concetto decostruito di attestazione anti sistema, (ma non come soggetti cinicamente oppositivi ma dalla parte degli integrati corporativi) sistema che nel frattempo da american saudita è diventato euro usa asiatico, a est e a sud. Si cercano agganci a destra e a manca. Intanto la storia è finita: non più un ieri e un domani fermi, certi, apodittici, radiosi e scientifici ma solo un infinito presente da interpretare. Si interpreta con le archeologie dei dispositivi di potere come osservando un fenomeno da lontano con lenti psico, bio sociologiche mai filosofiche, si inanellano multilingue catene etimologiche che velano un incerto argomentare ma fanno massa a-critica, tutta da modellare a piacimento, si mutua un lessico qui e uno lì,  tra procedure, competenze e protocolli. In particolare si scorge nella corrente teologica politica, quella piccola idea che appare e scompare che sente sensibilmente la mancanza di una dio politico normatore e paterno che assoggettava il reale e incanalava i desideri, una volta era il mondo sovietico e l’Idea marxista, oggi è un Moloch mainstream tecno social privo di un referente politico, in cerca di un nuovo dio in grado di porsi come antidoto al real potere americano/saudita che tutto stringe. Si concede ammirazione alla fede per quel radicamento di cui non si fu capaci, e questo inchino si ammanta di improvvisati analisti teologici atei, in una nuova alleanza con i loro santi laici, che tra poco riconosceranno nella teocrazia islamica il modello migliore per la globalizzazione, modello ideale di assoggettamento e potere, di riduzione arazionale del soggetto, di privazione di pensiero e di riduzione in minorità, un mondo perfettamente binario: le masse di schiavi brutalizzati nell’anima e la colta élite dei moderni muezzin kinici. Sono già pronte schiere di muti complici (i soliti banali del male) di tutti gli apparati politico-ideologici che hanno posto Grandi Mete, Grandi Idealità, come fini ultimi del loro agire politico e si sono sempre rivelati strumenti di asservimento delle coscienze individuali, repressione e anninentamento che agivano in nome di un cosiddetto Bene, facendo però il Male. Perché è tutta una macchinazione dell’ente contro l’essere, machenschaft! direbbe l’omino con i baffi e  le brache alla zuava.  E quando il radicalismo fallisce o diviene insufficiente, emerge la mistica della protesta. E’ l’ammirazione per i vincitori con un amaro retrogusto di invidia. Chiaro esempio di dissonanza festingeriana. C’è chi innalza il conflitto a valore, l’eternamente polemico, per auspicare l’uscita dal tempo del potere, destinale anarchico errante sterile, rivendicando lo stupro dello jus. Se la realtà fa schifo peggio per lei, delegittimiamola. Dopo gli abusi ripetuti e le sevizie della storia nazional comunitarda si aggrappano alla critica dell’idea nazionalistica populistica, facendo finta di non sapere che furono i loro idoli a declamare il valore della piccola patria, quelli della “fabbricazione di cadaveri nelle camere  gas e nei campi di sterminio” o gli speculari del Bratstvo in enotnost, mentre sigillano fosse ricolme di corpi, del radicamento nell’heimat, del  blut und boden, dalle meravigliose mani e dall’intima grandezza del rosso e nero popolar nazionalismo, dixit. Popoli del mondo disunitevi! Idee e concetti comunque ed inevitabilmente e sfacciatamente e inesorabilmente ciechi, sordi e muti alle persone, all’essere umano, al povero diavolo di uomo, al singolo, al particulare,  con una faccia e una voce, e alla sua coscienza individuale, al suo spirito, al suo essere soggetto, orribile bestemmia, perché i soggetti della storia sono solo le Idee e le Grandi Mete, (con le maiuscole) teleologia e ideologia, il singolo è un granello di senape. E noi vogliamo farci raccontare una storia, ancora una volta, illuderci, credere e combattere per un’ideuzza, che ci appaia come una grande narrazione. Quindi sì allo story-telling da tisana davanti al caminetto. Dal “chi critica ha sempre torto” a mo’ di giustificazione delle epurazioni partitiche, all’apologia acritica del criticismo. La vecchia idea europea la vogliono all’ospizio, con loro. C’è la parte che nominalizza la massa come moltitudine, che è capace di Idea ma in formazione polivalente, un po’ troppo autodidatta che va ricondotta all’ovile, il super-rivoluzionarismo celodurista a tempo pieno,  per cui essa è ancora senza testa e quindi potenziale numero in grado di essere maggioritario, e lasciano intendere di essere in potenza gli ideali filosofi di questa nuova società platonica (oggi riverdisce rumorosa sugli Champs-Élysées in giallo fosforescente e catarinfrangente). O i teorici del leader “ombra”, del soggetto collettivo. Temono la verità, premono sul realismo e deprezzano il popolo quando scade in un “populismo” che non sia il loro, che peraltro non sanno generare e quindi invidiano l’altrui. Idee e suggestioni della grande nostalgia degli ex di un mondo eterodiretto, da un principio, da un principe, dall’Idea, dal salvatore mundi, da baffoni e baffini. Nostalgia metafisica della dialettica materialistica, dalla consecutio al cupio dissolvi. Se proprio proprio si impegnano questi umanisti secolari riescono perfino a dirsi al massimo SBNR, acronimo per chi non vuole definirsi né ateo, né agnostico ma intende suggestionare una qualche residua spiritualità. Ladri di sogni e di futuro, nichilisti del presente. Celebranti della società secolare, ultimo quadro di riferimento per ogni significato. Internazionalisti senza classe operaia, universalisti no profit. Si mescolano suggestioni residuali come ingredienti di un minestrone intellettuale che nessuno assorbe ma alcuni attendono messianicamente dai guru del post (o dei post, facebuc). Intanto queste piccole  idee organizzano festival e colonizzano le vuote stanze dipartimentali convinti di tessere trame epocali per adepti carbonari di un logos esoterico. Eco in un sepolcro svuotato. Nessun “Veni Creator Spiritus”. Nell’uscir fuori da sé si perdono perché non hanno un fuori ma solo un dentro asfittico, afasico e desolante. A-progettuale perché cinico sloterdijkianamente. Piantando paletti non riescono a superarli, non possono andare oltre perché un oltre per loro non c’è. Più.

img: pippowsky su Flickr

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Attualità, Politica

2018. I have a nightmare! Reazionari, populisti, integralisti e gli altri ….

kingverde

“La libertà di pensiero ce l’abbiamo, adesso ci vorrebbe il pensiero” Karl Kraus

La situazione europea mostra i tratti di un nuovo scenario politico che si fatica a comprendere perché lo si analizza con parametri antiquati, per lo più novecenteschi, i quali essendo regolati su criteri ottocenteschi, soprattutto nei riferimenti ideologici e filosofici hegeliani, post hegeliani e sugli ideali dell’illuminismo  – quindi settecenteschi – dipingono un’incredibile rappresentazione di inadeguatezza. Tutti i discorsi che si sentono oggi su: lavoro, sovranità, popolo, identità, mercato muovono da premesse sbagliate e sono quindi logicamente fallaci e difatti poco convincenti.

Abbiamo i reazionari. C’è chi sottolinea la mancanza di progettualità e ideologia nelle forze politiche che emergono in questi anni. Dopo aver sbeffeggiato per decenni la vacuità dei programmi politici dei partiti, ora i reazionari li rimpiangono. Programmi e progetti sono infatti destinati a diventar carta straccia nel breve termine ovvero nel periodo post elettorale e ancor più nell’eventualità di andare al governo, essendo quella italiana una gestione politica amministrativa che deve tener insieme vincoli di bilancio e relazioni interne alle rispettive coalizioni. Insomma fare progetti non serve, bastano poche parole d’ordine, studiate da qualche spin doctor che viene pagato e assunto per questo, e devono essere funzionali al messaggio da veicolare e al destinatario, cioè dirette, semplici e comprensibili alla massaia di Voghera. Esse devono essere spendibili nel brevissimo termine delle sempre più corte campagne elettorali. I programmi sono inutili chiacchiere intellettualoidi, che valgono il tempo della campagna elettorale ( e li può scrivere qualisasi studente di scienze politiche senza nemmeno pagarlo …) e poi nessuno ricorda più. Per quanto riguarda l’ideologia abbiamo patito decenni di chiusura ideologica, in cui atti, parole  addirittura pensieri erano diventati tabù, zone rosse, impronunciabili, innominabili perché designavano una parte piuttosto che l’altra e, a seconda dello schieramento da cui si guardavano, queste parole erano il male assoluto. Capitalismo, collettivismo, partecipazione, individuo etc. etc. Quando siamo usciti da questa putrida palude eravamo tutti sollevati, ora invece abbiamo i nostalgici dell’ideologia linguistica e partitica.Quelli del “si stava meglio quando si stava peggio”.

I populisti. Si affaccia un nuovo termine che dovrebbe designare qualcosa di nuovo, appunto. Invece il termine è vecchissimo, antiquato perché proviene dall’800 russo e dal sud America, e non designava affatto rozze masse di ignoranti assatanati come qualcuno vuole oggi dipingere questi famigerati populisti, ma esclusivamente la rivolta del popolo verso le élite dirigenziali. Vale a dire quanto più di sinistra e di radicale si possa immaginare. Basta pensare all’assolutismo e all’ancien regime, alle rivolte giacobine, alle rivoluzioni della storia. Eppure la bolsa classe dirigente europea paventa questa parolona come il male assoluto, “lebbra”, senza un barlume di consapevolezza di sé e degli altri, come vivessero in un mondo a parte. Democrazia diretta? Rigore, moralità, onestà? Giammai! Un termine sbagliato nel conio non può che nascondere un’analisi sbagliata. La richiesta che emerge è di una nuova classe dirigente, un rifiuto delle pratiche partitiche, dei clientelismi, della corruzione, dei privilegi, un’esigenza etica e  morale. Succede però che se questa esigenza viene incanalata da leader nuovi e outsiders diventa deprecabile per i gattopardi della politica che sembrano sempre ammiccare: “tranquilli ci pensiamo noi a sistemare le cose”. Accadde così anche con il federalismo.

Gli integralisti sono immarcescibili, non muoiono mai. Gli integralisti scettici non hanno un credo, una fede ma pensano che l’agire immediato sia sempre la miglior soluzione, sono i cow-boy della politica. Le sparano grosse apposta, perché in realtà sono vuoti dentro, senz’anima. Parlare con loro ammutolisce. Sono quelli che hanno una soluzione drastica e brutale per tutti i problemi del mondo. Tagliano tutto con l’accetta del loro pressapochismo spirituale. I migranti ? Tutti a casa loro! I politici? In galera! I fascisti? Tutti morti! I comunisti? Guai a loro! I poveri ? E’ colpa nostra! Il mercato? E’ intoccabile! Lo Stato? Va abbattuto! Le banche? Vanno rapinate! Ragionano per slogan, pensano per frasi fatte, la loro capacità di analisi è prossima allo zero, la loro azione si pone allo 0,5 sono economi della politica, minimo sforzo nessun risultato. Inutili nichilisti.

C’è infine una categoria a parte. Trasversale. Sono gli ipocriti opportunisti. Sono quelli che hanno militato per decenni nelle più svariate compagini politiche, che hanno professato qualche credo assoluto e poi risolutamente lo hanno dimenticato. Ex di ogni dove, di ogni cosa, di ogni idea. Post qualunque cosa, vengono dopo tutto quel che c’è stato. Ambiguamente indefiniti, mimetizzati nel per lo più. Si credono più furbi di te, più intelligenti di te, più bravi di te. E infatti oggi straparlano come se non ci fosse una memoria, come se nessuno li conoscesse. Attaccano la politica del momento usando concetti che non sono mai stati loro e di solito saccheggiano alla filosofia, al sacro, ai diritti umani, alla religione. Parlano di democrazia, bene comune, accoglienza, solidarietà, essere umano, fratelli, umanità etc. ma non hanno mai avuto nessun dio, e nelle loro visioni un Dio non c’è. Religiosi senza religione. Fedeli senza fede. Sono opportunisti del linguaggio, i piccoli chimici della rete. Da Madre Teresa a Che Guevara. (ne traccia un identikit Calasso nell’Inominabile attuale, quando parla di Homo saecularis, scrive: “Il divino è ciò che Homo saecularis ha cancellato con cura, con insistenza. Ma il divino non è come una roccia, che tutti inevitabilmente vedono. Il divino deve essere riconosciuto. E il riconoscimento è l’atto supremo verso il divino. Atto spontaneo, momentaneo, non trasponibile in uno stato”). Un pezzo di qua e un pezzo di là e credono di far opinione e soprattutto di averne una che è solo loro e che vale oro. Patetici.

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Attualità

Cronache 2018: may you trump the macron.

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Oggi sembra possibile utilizzare solo immagini letterarie o cinamatografiche per rappresentare la realtà. Una è Blade Runner il film di fantascienza del 1982, diretto da Ridley Scott in cui in un mondo semidistrutto da nubi tossiche dei cyborg cercano di illudersi di avere emozioni reali, l’altro è Fahrenheit 451 di Ray Bradbury romanzo del 1959 in cui Montag, pompiere che brucia libri, dice al vecchio Faber “abbiamo tutto quello che può farci felici ma non siamo felici”.

Nel 2003 l’America di Bush junior attaccò l’Iraq di Saddam Hussein, con la scusa delle armi chimiche (dette anche di distruzione di massa) con l’appoggio dell’inglese Tony Blair laburista, (da labour lavoro, sinistra anglosassone) trascinandosi dietro l’occidente alquanto reticente. Sono passati 15 anni, l’Iraq è stato distrutto, è nato Daesh e il nostro (cioè a noi prossimo) bacino mediterraneo è una polveriera mentre Bush beve birra e mangia bretzel alle Hawaii e Blair gira il mondo a conferenze, (o a ricevere premi a Chicago) impuniti. Le armi chimiche non c’erano, o meglio non le trovarono allora, ciò non impedì l’attacco all’Iraq. Pare che l’Isis trovò e utilizzò nel 2014 alcune vecchie armi chimiche nei magazzini di Saddam Hussein. Erano degli anni ’80 di fabbricazione statunitense, assemblate in Europa,  vendute al leader iracheno da Belgio, Francia e Italia durante la lunga guerra tra Iraq e Iran. (L’Occidente rifornì Saddam di armi che vennero usate contro i curdi poco tempo dopo).

2011, 8 anni dopo, ancora impuniti decidono di rifarlo, si dicono: “abbiamo preso in giro il mondo intero rifacciamolo!” Francia e Usa, ed una scodinzolante Gran Bretagna, a parti invertite (Sarkozy destra e Clinton Obama democratici americani) rovesciano Gheddafi, leader libico, che poco prima aveva finanziato la campagna presidenziale del francese con milioni di euro, la chiamano “primavera araba” e allora sembrava un risveglio democratico. Caos mediterraneo all’ennesima potenza, attentati  e barconi stracolmi di profughi alla deriva umana nei mari italiani e in giro per l’Europa. Un vero successo, non c’è che dire.

2018 Siria, il mondo occidentale accusa Assad, leader siriano alleato fidato di tutti i paesi del mondo fino a ieri l’altro laico e moderato, di aver usato armi chimiche per contrastare i “ribelli” che vogliono rovesciarlo, un’appendice delle c.d. primavere arabe  che è stata supportata da Paesi stranieri politicamente vicini agli Stati Uniti mercenari addestrati probabilmente in Turchia ed Arabia Saudita e da milizie islamiste di ispirazione qaedista. Il 14 aprile sono stati lanciati 103 missili, gli USA li chiamano “attacchi di precisione” Teresa May, (e il fido Boris Johnson) nuova leader inglese ma stavolta conservatrice,  definisce l’attacco “legale e giusto” e a anche “limitato, mirato e con chiari paletti”, e lo fanno poco tempo dopo aver appoggiato l’uscita dall’Europa monetaria e chiesto di boicottare la Russia di Putin. Macron il frnacese afferma oggi: “Tre paesi sono intevenuti, lo dico molto onestamente, per l’onore della comunità internazionale” (sic), parole testuali pronunciate al Parlamento europeo, dall’erede politico del firmatario del famoso patto, François Georges-Picot (tanto per ricordare le truppe francesi lasciarono il territorio siriano e libanese solo nel 1946). Solo il 15 aprile ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) iniziano la loro indagine sul presunto uso di armi chimiche a Douma, (e da parte di chi)  tipico degli americani “prima spara poi parla”…

Ora lasciamo perdere per un momento la Mesopotamia, Sykes – Picot, la Pipe line, il petrolio, la Turchia, l’Iran e Israele, i cristiani di Siria e i Curdi, tutto variabili dello stesso discorso,  restano almeno un paio di semplici domande d’obbligo. Una cinica e una geopolitica, intercambiabili. Ma gli americani non possono farsi le guerre a casa loro? Ma l’Europa cosa ci guadagna  a bombardare di caos la soglia di casa propria?

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Attualità, Politica, pratica filosofica, Venezia

I Dialoghi di cittadinanza. Pratica filosofica attiva, radicale, critica e sociale.

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Dopo i Laboratori, Le idee per la testa, i Seminari, i Caffè filosofici dal 15 al 22 marzo 2018 si svolgeranno i Dialoghi di cittadinanza, inseriti nel ciclo di incontri di educazione alla cittadinanza dedicati a “Post verità e false verità” .

La pratica filosofica oggigiorno è sempre più dispersa e frammentata, specchio della società complessa in cui viviamo e a cui essa dovrebbe e potrebbe fornire spazi e contesti sociali concavi in cui il pensiero libero e condiviso avrebbe la possibilità di respirare. Ciò accade in ogni angolo remoto del mondo ed è un lavoro piccolo e tenace, di cui esistono innumerevoli tracce e disseminazioni. Una pratica quella filosofica che è continua ricerca di sperimentazioni e possibilità, nella convinzione che non sappiamo più dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza ma nemmeno dove cercare la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione ma sappiamo non sapendo che la cultura è ciò che rende possibile ogni cosa, plasmando in modi infiniti la natura umana. L’invito alla filosofia oggi riacquista un senso e una direzione inusuali, cadute le narrazioni ideologiche che invitavano alla praxis politica, svelato il vuoto che sottende al toto economico, de deificato il cristianesimo in un simulacro di religione,  superpotenziata la scienza muta e sorda senza intelligenza, l’esortazione si configura come esplorazione del limite che invita a riconoscere il confine specifico dell’uomo e allo stesso tempo come interrogazione sull’astensione, sull’ascesi, sulla rinuncia. Perchè ciò che manca non è solo la logica, come scrive Bencivenga nel La scomparsa del pensiero, ciò che manca è la stessa pratica del pensiero critico, il solo avere l’occasione di farlo, in spazi e luoghi pubblici in cui la razionalità si concretizzi in quel tentativo metodico e tenace di portare la ragione nel mondo di Horkheimer. Difficoltà di pensiero: difficoltà a vedere o a leggere situazioni, difficoltà a concettualizzare, a dare spiegazioni, a fornire un argomento, a proporre più ipotesi, a problematizzare: siamo diventati pensatori disfunzionali, non- pensatori quindi, o a – pensatori. Diffidiamo dei mediatori di cultura tradizionali: pensiero, filosofia, fede, ideologia ma al contempo ci affidiamo interamente a super – mediatori, i tecnici: commerciali, tecnologici, economici, finanziari, abbiamo abbandonato la cultura per la tecnica, direbbe Severino, non sapendo prevedere quanto e come la tecnica influenza il pensiero.

Si tratterebbe quindi di tematizzare un ripensamento del soggetto, (il buco nero filosofico del ‘900) ma questo ripensamento necessita a sua volta di una rielaborazione del filosofo come esperto “multiversatile” capace di più linguaggi, e di una rielaborazione del soggetto come “multialfabeta” come soggetto globale, informato e informatico, consumatore responsabile, critico politico, e scettico radicale.

I dialoghi di cittadinanza sono incontri di pensiero a più voci che hanno come obiettivo la chiarificazione comune di concetti, temi e idee che percorrono la nostra società a partire da esempi di vita concreti. I dialoghi di cittadinanza rivendicano il primato della domanda, meglio del domandare interrogante, o interrogazione radicale: da Socrate a Gadamer di Verità e metodo, infatti si ricollegano alle pratiche filosofiche di matrice dialogica, in particolare al Dialogo Socratico di Leonard Nelson, Minna Specht e Gustav Heckmann (veri pionieri della pratica filosofica nel mondo,  a partire dagli anno ’20 del Novecento, anziché Lipman come spesso si dice) e si possono definire anche sedute di pensiero o processi creativi collettivi di pensiero. Esaminare problemi, formulare ipotesi è un impegno che richiede, prima di tutto, un’attenzione al dire cioè che comporta una particolare riflessione sull’uso delle parole e il loro senso comune. Questa proposta di pratica filosofica si regge sull’idea che il ragionare sia un “pensare-parlare” qui innescato da tematiche d’attualità civile, politica e sociale in situazioni comunitarie in cui la decisione di argomentare le proprie idee, motivare scelte e comportamenti – di cui da sempre si fa portavoce la riflessione filosofica – è dettata proprio dal vivere in una comunità di pensanti che condividono il valore e i vincoli della razionalità. Come accade con altre pratiche filosofiche, seminari, laboratori e caffè, il senso dei dialoghi di cittadinanza non starà tanto nel risultato finale (la risposta/chiarificazione della questione posta  inizialmente) quanto nel percorso che si intraprende insieme, denso in ogni suo momento di occasioni di crescita e riflessione per ciascuno.

La pratica filosofica – come già detto altrove –  come scrisse Achenbach, «è “Umagang” ( rapporto). (…) Ora, la Pratica  filosofica si sforza di ottenere questa lode, [ di essere socievole n.d.a.] poiché essa è il tentativo di rendere la filosofia umganglich (socievole) nel dialogo, cioè nella lingua spontanea del rapporto. (…) » da ciò derivano tre aspetti che la caratterizzano –   conseguenze che forse non sono state sufficientemente esplicitate – aspetti che sono: la relazione, la mediazione, il logos.

In primis quindi un filosofare aperto al rapporto con chiunque sia non-filosofo, priva perciò di snobismo, elitarismo, settarismo ed esclusioni aprioristiche, è sociale come la definì Horkheimer, ha un ruolo sociale. Secondo, ne possiamo dedurre che è un’arte del tradurre, che si può facilmente intendere come arte della mediazione, evidentemente, in quanto il tradurre è sempre farsi mediatore, tramite, punto mediano, tra due o più parti. Terzo: il rapporto con i non-filosofi, è chiaro di per sè, identifica quindi un’attività non per addetti ai lavori –  filosofi che parlano ad altri filosofi –  ma che si apre al pubblico e si mette in relazione. Un altro aspetto fondamentale infatti è che la Pratica Filosofica ha cioè reali capacità di relazionarsi agli altri, non è aristocratica, non è autistica, non guarda nessuno dall’alto al basso,  ma è comunicativa, dialogica, sociale (Umganglich) e non ha bisogno di titoli onorifici, è umile e questo non è mai scontato.

Per questo la Pratica filosofica nasce paidetica e si inserisce in un contesto politico ed educativo fin da subito –  ed anche in seguito come didattica in Lipman negli USA-  con la Scuola di Walkemhule di Nelson e Minna Specht, in cui critica, etica e pedagogia si incontrano nel Dialogo socratico contro il nazionalsocialismo, l’esilio e per promuovere autodeterminazione, responsabilità e la coscienza critica delle persone, come del resto ha scritto chiaramente Dordoni nel suo dimenticato “Il dialogo socratico”.

Essendo attività filosofica il rapporto si configura nel dialogo, cioè attraverso il logos, che è l’opera comune di coloro che parlano, non un soliloquio, un parlarsi addosso, un verbalismo acromatico, un rovesciarsi di argomentazioni unidirezionali, ma  un dialogo che ha un ethos, il rispetto, che ascolta l’altro e gli altri, che stabilisce davvero una relazione tra pari non agonistica, non vuole vincere come in una disputa, perché appunto la base ne è il rispetto, è cioè avere rispetto di chiunque sia di fronte a te. Relazione non agonistica significa che il dialogo socratico, di cui è fatta la Pratica Filosofica, esclude qualsiasi metodo eristico e retorico, ovvero non ha nulla a che fare con l’arte di argomentare con ragionamenti sottili e speciosi, e nemmeno con il parlare bene e a lungo di concetti ed autori a fini di mostrare erudizione e superiorità intellettuale. La Pratica Filosofica è una pratica in cui, anche se pare assurdo dirlo, il filosofo non appare al centro, è una pratica che demistifica il filosofo. Soprattutto il filosofo che vede la pratica filosofica come masturbazione cerebrale a due, mal interpretando i dialoghi platonici in cui Socrate parla sempre con uno (lapalissianamente) ma sono rivolti ai molti, coinvolgendo i commensali, i commercianti, i cittadini, gli atleti, nell’Atene del V secolo, ed infine i lettori della trascrizione letteraria platonica. Platone che nell’esame di Dioniso inserisce la vita di comunità, come requisito “filosofico” nella Lettera VII. Non filosofia per me e te ma filosofia per noi. Funzione sociale appunto, Horkheimer: “ é lo sforzo intellettuale e in ultima istanza pratico di non accettare senza riflettere, per pura abitudine, le idee, i modi di agire e i rapporti sociali dominanti; di accordare gli uni con gli altri e con le idee e i fini generali dell’epoca i singoli aspetti della vita sociale, di dedurli geneticamente, di separare il fenomeno e l’essenza, di analizzare i fondamenti delle cose, ossia in breve di conoscerle realmente.”

Non c’è quindi nessuna svolta pratica la cui epistemologia teorica possa in qualunque modo significare qualcosa o distinguere o definire o che traduca un gesto filosofico ma solo un soffio vitale, un brindisi con Dioniso, una lingua di fuoco, un volo di uccello in uno sbatter d’ali che riportano la filosofia al suo grembo greco. Il filosofo pratico è mediatore di cittadinanza e la pratica filosofica è governata dalla pragmatica della comunicazione non dall’ideologia, il cittadino può avere una sua ideologia la filosofia no. Ma dalla lezione socratica possiamo tornare a comprendere che la costituzione originaria del primum philosophari si fonda sulla polis e sul dialeghestai, la qual cosa significa che solo un ritorno all’agorà cittadino del logos comune può determinare una reale coscienza civile di ripensamento critico,  il che tramutato in moneta sonante oggi significa che la filosofia deve tornare sporcarsi le mani con le moltitudini, tornare al confronto pubblico e all’immaginazione produttiva spinoziana,  con quella passione per la conoscenza che Platone e Nietzsche ben rappresentano.  Spinoza che scrisse: «Possiamo facilmente comprendere quale sia l’ottima condizione di un qualsiasi governo, se consideriamo il fine di una società civile: cioè la pace, la sicurezza della vita. Il miglior governo dunque è quello dove gli uomini passano la vita in concordia e i cui diritti rimangono inviolati. Ora è certo che le sedizioni, le guerre, il disprezzo o la violazione delle leggi, sono da imputare non tanto alla malizia dei sudditi quanto alle cattive condizioni del governo. Infatti gli uomini non nascono civili, lo diventano.»

Chiunque infatti si aspetti dai dialoghi di cittadinanza un’oretta di chiacchiere, una lezione esperta, un’esibizione colta o peggio un personale palcoscenico oratorio resterà deluso. Per tutto ciò ci sono i guru, gli accademici, le dispute televisive, i festival. Chi vuole intraprendere un viaggio di ricerca metta nello zaino le proprie credenze e le sottoponga al vaglio della propria anima, condivida il proprio caos e lo suggelli nel logos comune, questa è cittadinanza a mio modesto parere.

Cavallino Treporti – Venezia 15 e 22 marzo 2018 ore 20.30.

http://www.comune.cavallinotreporti.ve.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2007

 

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Attualità, Politica

I casi stabiliti dalla legge. Il tradimento della scuola.

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Nella Cina di Mao, durante il periodo della cosiddetta Rivoluzione culturale, i revisionisti o controrivoluzionari venivano fatti sfilare in pubblico con cartelli appesi al collo in cui il loro nome era scritto capovolto e cancellato con un tratto orizzontale, a significare che erano considerate ”non persone”. E’ quello che oggi sta succedendo ai maestri e alle maestre della scuola primaria e dell’infanzia, quei docenti giudicati non-docenti dal massimo tribunale amministrativo dello Stato perché in possesso esclusivamente di un diploma di scuola superiore (il vecchio Istituto Magistrale) oltre che di anni di lavoro a scadenza, a tempo determinato, precario.

Si parla di 43.534 ricorrenti inseriti nelle graduatorie e 6.669 entrati in ruolo ma con la sentenza ancora non passata in giudicato. La concentrazione di diplomati magistrale al Nord è molto elevata, e i dati numerici dicono che in Lombardia la concentrazione è del 39,3% (2622 assunti), in Piemonte il 13,7% (911 assunti), in Veneto con il 13,2% (880 assunti), a cui si aggiungono in particolare la Liguria, anch’essa un’anomalia interessante, con 3,7% corrispondenti a 249 assunzioni.

Il Ministero li dovrebbe cacciare, se applicasse immediatamente la sentenza del Consiglio di Stato,  i sindacati scuola (che del resto hanno un loro rappresentante al Ministero) i quali per anni volutamente hanno contribuito a relegare i diplomati nel limbo delle supplenze, oggi li maltrattano, li tollerano quasi con fastidio come se fossero loro stessi causa del problema,  i colleghi freschi di laurea invece plaudono e scalpitano ingiuriando i colleghi (come neo Guardie Rosse) nel nome del nuovo modello antropologico italiano: quello del “rottamatore”, un misto di cinismo, informazione manipolata, arrivismo rampante e arroganza, inaugurato recentemente nella politica italiana, politica che da parte sua in questa vicenda si è rivelata sorda, cieca, e muta come le tre scimmiette. Ecco, forse un poco azzardando, possiamo ritrovare un parallelo tra questa visione del mondo della nuova rivoluzione culturale italiana e quella di Mao: le nuove guardie della rivoluzione culturale italiana credono che la fazione che li rappresenta debba vincere azzerando il nemico, identificato in una specifica categoria sociale o professionale, che va disabilitato dall’umano gregge, reso ridicolo, patetico, antiquato e inadatto, obsoleto agli occhi del popolo, ridotto a non-persona, appunto come fecero i maoisti con i nomi capovolti e cancellati. Stiamo assistendo ad una pratica del tutto nuova che si avvale della stampa, dei media e dell’informazione manipolata: il killeraggio sociale. Accade sui quotidiani, in televisione, nei media in generale e sui social network. E’ la caccia all’insegnante: fannullone, scansafatiche, ignorante, psicolabile, misero. A questa caccia al docente partecipa tutta la cultura tecnico manageriale di importazione (tradotta in maccheronico) parodia del funzionalismo anglosassone che si scaglia contro questa figura che rappresenta ancora, a fatica, nonostante tutto, per la nostra gioventù –  perciò per il nostro futuro – la mediazione con il sapere e con la società ovvero coloro che concorrono come formatori a determinare il nostro rapporto con il sapere, la realtà ed il mondo del futuro. Non sappiamo ancora se sarà applicata ai docenti magistrali la “rieducazione” come in Cina ai revisionisti e non osiamo immaginare in cosa potrebbe consistere per i docenti: corsa tra due ali di laureate e sindacalisti che li picchiano, rieducazione ideologica, corso abilitante, concorso riservato, norma transitoria, decreto legge?

Come si è arrivati a tutto ciò? Come spesso accade in Italia, quando scoppia il “caso” è sempre tardi e si è spesso sull’orlo di un baratro, ovvero ad un passo dal disastro, qui il ritardo accumulato è frutto di negligenza, indifferenza, incompetenza e malafede, in questo caso di chi ha gestito il reclutamento dei docenti  e i diritti dei lavoratori, due parole: politica sindacale. Non è un caso infatti che oggi nella scuola i confederali siano visti con disprezzo e diffidenza per la loro condiscendenza acritica vero i dettami ministeriali, per la loro negligenza nel difendere i diplomati, per la loro inadempienza verso i decreti dei tribunali e dello Stato.

E’ proprio dai tribunali che bisogna partire per capire questa storia.

Poiché come tutte le vicende giudiziarie nel raccontarle ci si trova a dover dipanare una matassa ingarbugliata, nel caso dei diplomati magistrali questo è confermato all’ennesima potenza. In questa vicenda  agli anni trascorsi (ormai quasi 20) si devono sommare quindi  le leggi vigenti, presenti e passate: i decreti legge, le normative ministeriali, i regolamenti concorsuali, e inoltre le pronunce della magistratura, anzi dei diversi tribunali (Tar, Giudice del Lavoro, Consiglio di Stato) e le loro competenze, ed infine il succedersi dei ministri politici (ben 11) alla guida del Ministero dell’Istruzione prima e del M.I.U.R. (Ministero dell’università e della ricerca della Repubblica Italiana) dopo, alcuni di loro con velleità riformistiche che hanno contribuito a complicare le cose. Nemmeno gli addetti ai lavori spesso sanno orientarsi in una selva così oscura,  l’Azzeccagarbugli manzoniano avrebbe il suo bel da fare. E’ quindi con estrema cautela che qui si tenta un riassunto comprensibile della storia brutta dei docenti magistrali italiani.

Perché mai un docente dovrebbe rivolgersi ad un giudice per lavorare? Non viviamo in uno Stato di diritto in cui i titoli hanno valore legale, cioè valgono per legge? Non siamo quindi sottoposti tutti alla Legge che ci vincola e ci tutela? La risposta è : ni. La legge si interpreta e pare che i diritti scadano, come lo yogurt, in Italia.

Il Diploma Magistrale dal 1923 al 2002 è stato il titolo di studio necessario per insegnare alle scuola dell’infanzia ed elementare, ora Primaria. Il Titolo rilasciato recava inequivocabilmente nella propria intestazione la dizione “Diploma di abilitazione all’insegnamento”, eliminando sul nascere qualunque equivoco circa la specifica utilizzazione del documento: coloro che risultavano in possesso di tale titolo erano ritenuti abili a svolgere professionalmente la funzione docente presso le scuole materne e/o elementari senza doversi assoggettare ad altre incombenze. Nel 2002 al diploma si affianca la Laurea, che non lo sostituisce ma i due titoli diventano equipollenti (equiparati) e paritetici (stesso valore e punteggio), per adeguare ai tempi la formazione dei docenti. Sulla carta. Perché d’ora in poi il MIUR ed i sindacati metteranno in atto manovre subdole e illegittime per favorire i laureati e degradare i diplomati. Ad esempio il decreto ministeriale n. 53/2012 ha consentito l’inserimento in GAE a coloro che avessero conseguito il titolo di studio abilitante entro l’anno accademico 2010/2011 ai corsi presso le Facoltà di Scienze della formazione. L’esclusione dei diplomati magistrali è stata applicata nonostante quanto stabilito dal decreto interministeriale del 10 marzo 1997, di attuazione della legge n. 341 del 1990, dove si confermava il valore abilitante dei diplomi magistrali conseguiti entro l’anno 2001/2002 da coloro che avevano iniziato i corsi entro l’anno scolastico 1997/1998.

Per reclutare il personale della scuola si attinge per il 50% dalle famose ed ormai famigerate GAE (Graduatorie ad esaurimento)  e per l’altro 50% dalle vigenti graduatorie del concorso ordinario. A partire dal 1999 lo Stato non solo ha indetto 2 soli concorsi pubblici, (il primo nel 2012 e l’altro nel 2016, in barba alla Costituzione quando recita “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.”) ma, in accordo con i Sindacati Confederati, ha magicamente fatto sparire il valore abilitante al “diploma” dei Diplomati Magistrali, che perciò non potevano più essere inseriti in una Graduatoria Ad Esaurimento (GAE) da cui poi entrare in ruolo. Questi insegnanti furono relegati nella 3° fascia d’Istituto, calderone da cui attingono le scuole per reclutare supplenti da settembre a giugno. Ed è stato così per gli ultimi 15 anni.

Nel 2014 ecco entrare in scena il Tribunale. In quell’anno un gruppo di intrepidi docenti magistrali chiede al Consiglio di Stato di, finalmente, chiarire ed esprimersi sul valore abilitante del titolo Magistrale.  Con ben due sentenze il Diploma Magistrale è stato riconosciuto come abilitante per l’insegnamento dai giudici (ordinanza cautelare del Consiglio di Stato n. 1089/2015e adunanza plenaria n. 1 del 27 aprile 2016 del Consiglio di Stato) quindi utile per spostare tutti i docenti magistrali nella 2° fascia d’Istituto. In conseguenza di ciò nel 1999 e ancora nel 2007 il Miur ha commesso un eccesso di potere affermando il contrario e  questo è stato stabilito pure da un ricorso al Presidente della Repubblica che dice espressamente “Illegittimo è invece il D.M. n. 62 del 2011, nella parte in cui non parifica ai docenti abilitati coloro che abbiano conseguito entro l’anno 2001-2002 la c.d. abilitazione magistrale, inserendoli nella III fascia della graduatoria di istituto e non nella II fascia” . In altri termini, prima dell’istituzione della laurea in Scienza della formazione, il titolo di studio attribuito dagli istituti magistrali doveva considerarsi abilitante. Tutto chiaro? No, affatto.

Poiché il Ministero – in questa legislatura, quindi dal 2013 al 2018 –  non interviene a sanare questa ingiustizia e si ostina a non riconoscere quanto stabilito dal Consiglio di Stato  e a lasciare che a risolvere la situazione siano i Tribunali – nel frattempo i docenti magistrali  entrano in Gae:  43000 insegnanti  accedono alla 3° Fascia: 8000 di questi stipulano già contratti a Tempo Indeterminato e svolgono l’anno di prova: compilano un portfolio online, seguono corsi obbligatori e vengono giudicati da una Commissione esaminatrice composta da insegnanti di vari ordini scolastici ed infine ricevono il Decreto di Immissione in Ruolo da parte del Dirigente Scolastico.  Iniziano quindi una serie di ricorsi al Tar, al Giudice del Lavoro e al Consiglio di Stato che rispondono in maniera schizofrenica alle richieste dei docenti, alcuni accolgono, alcuni rigettano, alcuni non si ritengono competenti. Per cercare di dare un indirizzo a tutte queste disparità si decide di fare riferimento a ciò che dirà il Consiglio di Stato in seduta Plenaria che se la prende comoda e da giugno 2016 si riunisce a novembre 2017, e pubblica l’esito alla vigilia dello scorso Natale.

Arriviamo quindi all’oggi: il 20 dicembre 2017 la Plenaria riafferma il valore abilitante del Diploma Magistrale “i titoli conseguiti nell’esame di Stato a conclusione dei corsi di studio dell’istituto magistrale iniziati nell’a.s. 1997/1998 conservano in via permanente l’attuale valore legale e abilitante all’insegnamento nella scuola elementare” ma il diritto dei diplomati è decaduto nel 2007 con la chiusura delle GAE (cosa assurda se si pensa che il titolo era stato dichiarato non abilitante fino al 2014) i ricorsisti dovevano appellarsi prima, ergo il loro titolo è abilitante ma hanno sbagliato anno per far ricorso. Affermazione alquanto discutibile quella della chiusura delle GAE in quanto le stesse nella precedente legislatura, infatti, per ben due volte sono state aperte ai docenti abilitati precari, prima con la Legge 30 ottobre 2008 e poi con la Legge 24 febraio 2012, n. 14.

Si prospetta quindi, di conseguenza, l’espulsione di massa di circa 55 mila docenti che attualmente, o a tempo determinato o a tempo indeterminato, lavorano nella scuola dell’infanzia e primaria dopo esser stati riammessi nelle GAE. Non solo: questi insegnanti verranno espulsi dalla scuola  per sempre anche per via dell’applicazione della norma (comma 131), introdotta con la Buona Scuola, che impedisce di conferire supplenze di lunga durata a tutto il personale precario che supera i 36 mesi di servizio anche non continuativo.

Che ne dice il Ministero? Attualmente, a partire dalla fine del 2016, alla guida c’è Valeria Fedeli, un passato nel sindacato dei lavoratori del pubblico impiego, che su questa sentenza ha chiesto il parere dell’Avvocatura dello Stato. Da che questa vicenda ha avuto inizio è la terza donna ministro che se ne occupa, o meglio non se ne occupa, prima di lei Carrozza e Giannini. E’ del tutto evidente che un legislatura è un tempo sufficiente, anche per la politica italiana, per intervenire e sanare un vulnus che incide sulla vita scolastica nazionale, anche per la classe dirigente più negligente e superficiale immaginabile non si può confondere il non intervento con una svista, la politica dei governi Letta, Renzi, Gentiloni sulla scuola nel caso dei diplomati magistrali mette in evidenza tutta la sua vacuità e velleità, nell’immaginare che il solo  interventismo equivalesse a funzionalità prima e nell’illusione che l’ennesima, superficiale, inconsistente e dannosa proposta di riforma scolastica (da Berlinguer nel 1999 a Renzi nel 2015, passando per la Gelmini nel 2008, l’istruzione è stata campo di battaglia di improvvisati riformisti) la legge 107/2015 avrebbe migliorato il sistema educativo nazionale.

Pochi si rendono conto che nell’immediato futuro, se questa legge (la 107/2015) resterà in vigore, la professione insegnante diverrà una prospettiva molto poco allettante, i requisiti di accesso stabiliti sono: laurea quinquennale, concorso pubblico e 3 anni di formazione in servizio retribuita 400 euro al mese…

Cosa si potrebbe fare? Si dirà: urge un intervento legislativo. Esatto, peccato che il governo attualmente in carica – che ha ribadiamo, come unico atto finora, richiesto un parere all’Avvocatura di Stato sull’applicazione delle sentenza della Plenaria e solo in questi giorni (sembra incredibile ma è vero …) ha avviato un censimento su quanti siano effettivamente i docenti interessati a queste vicende –  si trovi in una fase transitoria di “gestione ordinaria” in vista delle elezioni del marzo 2018, che ben che vada un nuovo governo sarà operativo tra  la fine di marzo e aprile – sempre che non succeda come nel 2013 quando ci vollero oltre 2 mesi per formare un governo e di recente in Germania dove ce ne sono voluti 4 di mesi – ciò significa che questi lavoratori dovranno aspettare almeno 6 mesi solo per sperare nell’avvio dell’iter per avere una prospettiva di risoluzione del loro futuro personale e professionale – dopo un danno subito per oltre 15 anni. Questo governo potrebbe fare qualcosa? Certo che sì, la gestione ordinaria non impedisce di emanare un decreto d’urgenza, (e più urgente di questo cosa ci sarebbe per la scuola?) che il primo consiglio dei ministri potrebbe votare come atto d’insediamento, sarebbe un bellissimo atto simbolico, anche se è più probabile che questa prospettiva resti un’ingenua utopia che si frange contro il realismo cinico politico odierno. La cosa più semplice sarebbe riaprire le Graduatorie, chiuse illegalmente ai diplomati dal 2000, (fattibile per legge appunto “salvo i casi stabiliti dalla legge”) e risarcire il danno procurato solo a loro,  smentendo così quelli come i rappresentanti scuola  dell’ultima compagine politica al governo, che credevano di risolvere con un colpo di spugna (sulla pelle dei lavoratori) la questione precariato: in parte assumendo e in parte licenziando (fasi di assunzione della Legge 107 del 2015 e clausola dei 36 mesi della stessa). La soluzione più equa sarebbe indire un canale riservato di accesso al ruolo a chi abbia titolo e punteggio tra diplomati e laureati.

Entrambe le soluzioni sono però tendenti a sanare un’emergenza, è chiaro che appare urgente un ripensamento del reclutamento e del sistema graduatorie: dopo questa storia nulla sarà come prima.

P.S. un grazie particolare a M. Bortoletto, E. Tallon, A. Baldissera, P. Volpi, I. Rocco, R. Carnio, M. Ponte.

img. @docentimagistrali

 

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Attualità, Etica, Filosofia, Pratiche filosofiche

Unde malum? Le dimissioni di Socrate. “Al di qua del bene e del male” di R. De Monticelli .

 

bb.blogspot

“Tutte le civiltà veramente creatrici hanno saputo (…) creare un posto vuoto riservato al soprannaturale puro (…) tutto il resto era orientato verso questo vuoto.” ( Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione 1937)

Nelle diverse attività di pratica filosofica –  che siano seminari, laboratori, caffè o consulenze –  è inevitabile arrivare a lambire (ed auspicabile sondare) quel nucleo divenuto oscuro che sono i valori, che siano essi ideali di vita, idee portanti, visioni del mondo, ideologie o fedi; e già questa polimorfia semantica ne può spiegare l’oscurità che è sopravvenuta nel tempo, culminata nel ‘900 con una sorta di decostruzione del pensiero razionalista della tradizione filosofica e della metafisica classica, in era di relativismi, di costruttivismi e di realismi. Tutte queste definizioni di valore ebbero un significato un tempo molto più chiaro e lineare, mentre le si può intendere oggi in temini molti più ampi e generici, ovvero come costellazioni di orientamento. E’ il mondo etico e morale, spirituale, è ciò che ci guida, volenti o nolenti quando agiamo, decidiamo, pensiamo e anche, naturalmente,  quando amiamo, odiamo, invidiamo, ci risentiamo.

Il libro della De Monticelli verte proprio su questo. Chiede molto direttamente – e con inusitata veemenza logica –  se siamo ancora capaci di pensare e parlare di valori. Di “idealità” come le chiama la filosofa husserliana di Pavia. Lo chiede nel nome della razionalità che la filosofia ha sempre incarnato e non teme di collegarla alla tematica morale, sfidando analitici e continentali, heideggeriani, post modernisti e post marxisti, tutti accomunati in questa lettura che concorda nell’impossibilità di una assiologia dei valori umani, che invece la De Monticelli cerca di costruire.

E’ una ricostruzione a mio avviso, poichè se i vecchi ideali muoiono e li si vuole rivivificare, ciò significa dare loro nuova vita. Il tema del ritorno dei valori è un tema complesso ma urgente.

E’ un testo denso, la De Monticelli è docente universitaria, il suo è un lavoro di ricerca filosofica e quindi richiede una certa dimestichezza con le tematiche di filosofia morale, ma ha il pregio di collegare la realtà al pensiero e viceversa. La sua analisi della situazione morale italiana è una vera fenomenologia del male pubblico: l’erosione delle idealità, l’appiattimento del dover essere sull’essere, l’omertà dell’autocoscienza, l’apatia civile, l’apatica “disperanza”, che caratterizzano il nostro tempo non sono eluse anzi conducono l’autrice alle tematiche di una esigenza di rifondazione della ragione pratica, dell’etica politica, verso una “assiologia fenomenologica”. Assiologia come pensiero del valore, dal greco axios (άξιος, valido, degno) e loghìa (λογία da λόγος -logos- studio) teoria che studia quali siano i valori morali nel mondo distinguendoli dalle mere realtà di fatto. Il “dono dei vincoli” è la definizione che chiude questo testo.

Chiaramente le dimissioni di Socrate sono rappresentate dall’abbandono dell’esercizio della ragione nel mondo odierno, dal tradimento del suo dettato e del suo agire. Dov’è Socrate chiede la filosofa?  Socrate è latitante nel disincanto della ragione pratica e nello scetticismo assiologico, quell’orientamento contemporaneo comune che ritiene soggettivo, relativo, storicamente determinato e soggetto a negoziazioni e compromessi qualsiasi giudizio di valore. “La filosofia nacque – almeno in Grecia, almeno nella sua chiave socratica – come tentativo di illuminare questa esperienza, (quella morale n.d.a.) di farne oggetto e mezzo di conoscenza, una conoscenza che fosse anche guida per l’azione, ragione pratica.”

L’autrice inanella riflessioni attraverso la rilettura di Kant, Husserl, Weil, Calamandrei, Dworkin, Hersch, Rawls, Spinelli e molti altri.

Particolarmente efficaci le pagine che analizzano e illuminano buona parte del pensiero novecentesco come un’imbarazzante e terribile abisso della ragione, e non usa parole tenere: “Fa davvero impressione ascoltare alcuni dei più giovani filosofi snocciolare senza ombra di perplessità litanie sulla macchinazione globale del capitalismo condita dagli elogi più illiberali di quanto di peggio si trova nella politica contemporanea.” a partire dall’oblio delle parole di Husserl della Crisi delle scienze europee del 1938, sul rinnovamento etico come compito dell’Europa e sul ruolo del filosofo nella società contemporanea, allora mal comprese se non subito ignorate, con l’adesione acritica alle tesi più oscure e pregne di “delirio e di oscenità” (rese ancor più evidenti dalla pubblicazione degli “Schwarze Hefte”, vedi anche I Quaderni neri di Heidegger) del filosofo di Meßkirch quando parla di macchinazione, sradicamento, destino dell’occidente, intima grandezza del nazionalsocialismo e malessenza dell’ente etc.  e di quanto di esse sia piena la “Rive Gauche”, come la chiama la filosofa, e la nuova cosidetta “Italian Theory”. Si tratta di quel pensiero del ‘900 che, ad esempio riesuma e sdogana quello Schmitt che avallò il sopruso totalitario nazista con il diritto, o che fa apologia della violenza politica, o che depotenzia la legge definendola come vuota formula.

Di particolare interesse per me, inoltre, il lucido e ineludibile appello agli educatori di professione, “Cosa facciamo noi per promuovere quel risveglio dall’apatia, quella disposizione alla ricerca e alla verifica di valore in ogni data situazione, che produrrebbe cognizione e coscienza  dov’è ignoranza e rimozione?”

Come scriveva Husserl, che la De Monticelli cita spesso, : “Tutta la vita è prendere posizione, ogni presa di posizione è soggetta a un dovere, a una giurisdizione di validità o invalidità.” (E. Husserl, La filosofia come scienza rigorosa 1911).

Ma siamo ancora disposti e capaci a questa sfida?

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Roberta De Monticelli, Al di qua del bene e del male 2015 Einaudi.

Img: Tadao Ando Meditation Space (UNESCO Paris) bbonthebrink.blogspot.it.

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