Attualità, Etica, Filosofia, Politica

1968/2018. Tristesse, nostalghia, ex e post.

L'incompiuta di Brendola (foto Pippowsky su Flickr)incompiuta-2

“Homo saecularis parla con molte voci, spesso divergenti. Quella che più si fa notare è progressista e umanitaria. Applica precetti di eredità cristiana, ammorbiditi e edulcorati. Soluzione tiepida e pavida, si combina, in senso inverso, con il movimento in corso nella Chiesa stessa, che cerca sempre più di assimilarsi a un ente assistenziale. Il risultato è che i secolaristi parlano con compunzione da ecclesiastici e gli ecclesiastici ambiscono a farsi passare da professori di teologia.” (R. Calasso, L’innominabile attuale 2017)

L’impensato attuale, il modernismo progressista ed umanitario. Caddero i muri, scomparve la grande Idea, oggi le piccole idee si chiedono come mantenere una posizione che puntelli il ricordo della storia personale e generazionale e che allo stesso tempo attenui il rimorso, il risentimento e i rancori. Piccole idee derivate che vogliono una seconda opportunità dalla storia che però è finita. Stante che il marxismo è oggi solo un modo fra gli altri per non comprendere il mondo, un nuovo realismo dopo il post modernismo ci insegna ad accertare la realtà, non ad accettarla, (quindi il post modernismo si caratterizzava come accettazione passiva dell’esistente?) il nuovo realismo spiega che l’oggetto sociale non è il reale, l’interpretazione non è un luogo comune e condiviso dato una volta per tutte, è uno schema concettuale che non dimostra il mondo ma si offre alla pluralità relativista e omnicomprensiva della doxa, fallacia argomentativa: come dire che accertiamo e attestiamo lo status multiverso del reale? L’approccio è realitystico, cioè siamo spettatori passivi, osserviamo le res humanae  come al microscopio si osservano le cavie da laboratorio prefigurando ipotesi ermeneutiche? Guardiamo il mondo mangiando i popcorn? Dopo 2500 anni? Non episteme, che sta sopra, ma sub specie, suburbe, nel flusso di in-coscienza volontaria, nell’inferno artificiale. Infatti assistiamo ad una realtà che non si presta alle nostre costruzioni concettuali. Giustificazionismo, arrendismo e alleatismo, ismi e quindi parvenze di logos, che rinfocolano idee stantie  e ammuffite, che se ancora si corazzano nel radicalismo, pur se con la pancetta imbiancata e non con il turgido eskimo, di questo essere radicali non danno che uno sbiadito concetto decostruito di attestazione anti sistema, (ma non come soggetti cinicamente oppositivi ma dalla parte degli integrati corporativi) sistema che nel frattempo da american saudita è diventato euro usa asiatico, a est e a sud. Si cercano agganci a destra e a manca. Intanto la storia è finita: non più un ieri e un domani fermi, certi, apodittici, radiosi e scientifici ma solo un infinito presente da interpretare. Si interpreta con le archeologie dei dispositivi di potere come osservando un fenomeno da lontano con lenti psico, bio sociologiche mai filosofiche, si inanellano multilingue catene etimologiche che velano un incerto argomentare ma fanno massa a-critica, tutta da modellare a piacimento, si mutua un lessico qui e uno lì,  tra procedure, competenze e protocolli. In particolare si scorge nella corrente teologica politica, quella piccola idea che appare e scompare che sente sensibilmente la mancanza di una dio politico normatore e paterno che assoggettava il reale e incanalava i desideri, una volta era il mondo sovietico e l’Idea marxista, oggi è un Moloch mainstream tecno social privo di un referente politico, in cerca di un nuovo dio in grado di porsi come antidoto al real potere americano/saudita che tutto stringe. Si concede ammirazione alla fede per quel radicamento di cui non si fu capaci, e questo inchino si ammanta di improvvisati analisti teologici atei, in una nuova alleanza con i loro santi laici, che tra poco riconosceranno nella teocrazia islamica il modello migliore per la globalizzazione, modello ideale di assoggettamento e potere, di riduzione arazionale del soggetto, di privazione di pensiero e di riduzione in minorità, un mondo perfettamente binario: le masse di schiavi brutalizzati nell’anima e la colta élite dei moderni muezzin kinici. Sono già pronte schiere di muti complici (i soliti banali del male) di tutti gli apparati politico-ideologici che hanno posto Grandi Mete, Grandi Idealità, come fini ultimi del loro agire politico e si sono sempre rivelati strumenti di asservimento delle coscienze individuali, repressione e anninentamento che agivano in nome di un cosiddetto Bene, facendo però il Male. Perché è tutta una macchinazione dell’ente contro l’essere, machenschaft! direbbe l’omino con i baffi e  le brache alla zuava.  E quando il radicalismo fallisce o diviene insufficiente, emerge la mistica della protesta. E’ l’ammirazione per i vincitori con un amaro retrogusto di invidia. Chiaro esempio di dissonanza festingeriana. C’è chi innalza il conflitto a valore, l’eternamente polemico, per auspicare l’uscita dal tempo del potere, destinale anarchico errante sterile, rivendicando lo stupro dello jus. Se la realtà fa schifo peggio per lei, delegittimiamola. Dopo gli abusi ripetuti e le sevizie della storia nazional comunitarda si aggrappano alla critica dell’idea nazionalistica populistica, facendo finta di non sapere che furono i loro idoli a declamare il valore della piccola patria, quelli della “fabbricazione di cadaveri nelle camere  gas e nei campi di sterminio” o gli speculari del Bratstvo in enotnost, mentre sigillano fosse ricolme di corpi, del radicamento nell’heimat, del  blut und boden, dalle meravigliose mani e dall’intima grandezza del rosso e nero popolar nazionalismo, dixit. Popoli del mondo disunitevi! Idee e concetti comunque ed inevitabilmente e sfacciatamente e inesorabilmente ciechi, sordi e muti alle persone, all’essere umano, al povero diavolo di uomo, al singolo, al particulare,  con una faccia e una voce, e alla sua coscienza individuale, al suo spirito, al suo essere soggetto, orribile bestemmia, perché i soggetti della storia sono solo le Idee e le Grandi Mete, (con le maiuscole) teleologia e ideologia, il singolo è un granello di senape. E noi vogliamo farci raccontare una storia, ancora una volta, illuderci, credere e combattere per un’ideuzza, che ci appaia come una grande narrazione. Quindi sì allo story-telling da tisana davanti al caminetto. Dal “chi critica ha sempre torto” a mo’ di giustificazione delle epurazioni partitiche, all’apologia acritica del criticismo. La vecchia idea europea la vogliono all’ospizio, con loro. C’è la parte che nominalizza la massa come moltitudine, che è capace di Idea ma in formazione polivalente, un po’ troppo autodidatta che va ricondotta all’ovile, il super-rivoluzionarismo celodurista a tempo pieno,  per cui essa è ancora senza testa e quindi potenziale numero in grado di essere maggioritario, e lasciano intendere di essere in potenza gli ideali filosofi di questa nuova società platonica (oggi riverdisce rumorosa sugli Champs-Élysées in giallo fosforescente e catarinfrangente). O i teorici del leader “ombra”, del soggetto collettivo. Temono la verità, premono sul realismo e deprezzano il popolo quando scade in un “populismo” che non sia il loro, che peraltro non sanno generare e quindi invidiano l’altrui. Idee e suggestioni della grande nostalgia degli ex di un mondo eterodiretto, da un principio, da un principe, dall’Idea, dal salvatore mundi, da baffoni e baffini. Nostalgia metafisica della dialettica materialistica, dalla consecutio al cupio dissolvi. Se proprio proprio si impegnano questi umanisti secolari riescono perfino a dirsi al massimo SBNR, acronimo per chi non vuole definirsi né ateo, né agnostico ma intende suggestionare una qualche residua spiritualità. Ladri di sogni e di futuro, nichilisti del presente. Celebranti della società secolare, ultimo quadro di riferimento per ogni significato. Internazionalisti senza classe operaia, universalisti no profit. Si mescolano suggestioni residuali come ingredienti di un minestrone intellettuale che nessuno assorbe ma alcuni attendono messianicamente dai guru del post (o dei post, facebuc). Intanto queste piccole  idee organizzano festival e colonizzano le vuote stanze dipartimentali convinti di tessere trame epocali per adepti carbonari di un logos esoterico. Eco in un sepolcro svuotato. Nessun “Veni Creator Spiritus”. Nell’uscir fuori da sé si perdono perché non hanno un fuori ma solo un dentro asfittico, afasico e desolante. A-progettuale perché cinico sloterdijkianamente. Piantando paletti non riescono a superarli, non possono andare oltre perché un oltre per loro non c’è. Più.

img: pippowsky su Flickr

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Attualità, Etica, Filosofia

La vita vera: le nuove ragazze di Badiou.

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Il libretto La Vera vita di Alain Badiou (109 pp. 12,00 euro – Ponte alle Grazie 2016) strizza l’occhio ai giovani e già questo potrebbe esser sufficiente, ai destinatari, per snobbarlo con sdegno e metterlo da parte, data la loro nota repulsione verso chi dispensa consigli, vieppiù se anziano, come l’ottantenne autore francese.

Eppure Badiou parte bene, con il richiamo a Socrate che fu “condannato a morte sotto capo d’accusa di «corruzione della gioventù» (…) il mio fine è corrompere la gioventù”, bene nel senso che è positivo il richiamo socratico – anche se a vedere bene il messaggio del primo filosofo fu un richiamo etico e individuale: invitò all’opposizione critica e al mettere in discussione il dato comune, oltre che a indagare la propria anima –  pur ricordando che quella di corruzione dei giovani fu l’accusa dei giudici ateniesi, ma tant’è non cavilliamo. In ogni caso Badiou la fa sua.

Il filosofo francese prosegue con un’originale analisi del lascito socratico-platonico concentrato in un’unica citazione della Repubblica di Platone, un dialogo tra Socrate, Glaucone e Adimanto che indica in coloro che con disinteresse, istintivamente, si consacrano alla difesa alla comunità, al servizio pubblico, contro coloro che lo fanno per interesse e tornaconto personale. Una citazione in cui Badiou introduce il tema della vera vita, che il filosofo intende come il vero tema della filosofia, vera vita che riprende da Una stagione all’inferno (1873) di Rimbaud, (“La vera vita è assente.”).

Il poeta con questa locuzione intendeva ciò che manca, quel che è assente nella quotidiana lotta della vita occidentale conformista e aderente alle regole sociali, cioè una vita piena, una vita fatta di passioni, istinti, natutralezza, libertà; il poeta la scrisse quando deluso dal tentativo di inverare nella vita la poesia con Paul Verlaine ritorna all’odiata città natale Charleville e scrive il poema in cui ricorda la vita errabonda a Parigi  e la fuga in Belgio con l’amico poeta. La consecutio tra la vera vita rimbaudiana (sregolatezza di tutti i sensi, passione, anarchia) e quella socratica (i sensi ben saldi, regolatezza, saggezza, coscienza di se, sapere e eudaimonia) non è immediatamente leggibile e nemmeno intuitivamente, ma tant’è … Badiou la usa come espediente.

“Ecco la filosofia, il suo tema, è la vera vita. Che cos’è una vita vera? E’ questa l’unica domanda della filosofia. (…) E’ questo che la filosofia c’insegna, o comunque tenta di insegnarci: che se la vita non è sempre presente, essa non è neppure mai completamente assente. (…) In fondo, dice Socrate, per conquistare la vera vita bisogna lottare contro le prevenzioni, i preconcetti, l’obbedienza cieca, le consuetudini ingiustificate, la concorrenza illimitata.” Qui Badiou devia in un, forse voluto, vero e proprio travisamento socratico: “corrompere la gioventù significa una cosa sola: tentare di far e in modo che la gioventù non ripercorra i sentieri già tracciati, che non sia semplicemente votata a obbedire ai costumi della città, che possa inventare qualcosa, proporre un altro orientamento per quel che riguarda la vera vita”.

L’interpretazione qui proposta di Socrate, appare piuttosto originale o quantomeno un pò troppo figuratamente amplificata, il filosofo ateniese infatti pur accusato di empietà fu sempre categorico nello stabilire che le leggi della città vanno sempre rispettate, e quando accusato di corruzione dovette difendersi in tribunale chiese al suo accusatore di rendere conto di questa accusa (Mileto) ed egli non seppe replicare. Non c’è traccia – in Socrate – di un richiamo all’ignoranza del passato ( anzi spesso richiama fatti e miti greci) come ritiene Badiou, (“che la gioventù non ripercorra i sentieri già tracciati”) e nemmeno all’inventiva dei giovani (inventare qualcosa, proporre un altro orientamento).

Socrate intende il suo agire in un modo solo: filosofare. Come leggiamo nell’Apologia platonica. “Ottimo uomo, dal momento che sei ateniese, cittadino della Città più famosa per sapienza e potenza, non ti vergogni di occuparti delle ricchezze per guadagnare il più possibile e della fama e dell’onore, e invece non ti occupi e non ti dai pensiero della saggezza, della verità e della tua anima, in modo che diventi più possibile buona?”

Qui Badiou pone il termine di paragone tra l’Idea e la contemporaneità, dove l’Idea è l’idea comunista e la contemporaneità è il domino del capitalismo. L’ultimo baluardo residuo che resiste alla crisi della Tradizione inaugurata da Marx è rimasto il capitalismo e la crisi attuale è la crisi dei giovani in questo mondo.

“Insomma io ritengo che il punto di partenza sia la convinzione di Socrate che la gioventù abbia due nemici interiori. Sono questi nemici interiori che minacciano d’allontanarla dalla vera vita, di non lasciarle riconoscere in sé stessa la possibilità della vera vita”

Badiou passa, più oltre, ad un’analisi del mondo giovanile. Il giovane contemporaneo ha due possibilità: vivere dissipando la vita, in una sfrenata realizzazione di immediatezza dei sensi, la “vita immediata”  (quella di Rimabaud?) oppure integrarsi nel sistema, diventare ricco, avere successo. Il giovane oggi ha più possibilità, di sapere, di fare, di scegliere ed ha meno vincoli, nessun rito di iniziazione, e gode del favore con cui nella società il giovane è tenuto, cioè il giovanilismo, contrapposto alla valorizzazione dell’età adulta/anziano. A questo punto Badiou abbastanza impunemente, introduce il concetto di opposizione tra Tradizione e modernità (un nuovo mondo) e a supporto di questa idea porta citazioni di Mao, Freud e Marx, con tutto il loro portato storico, aggiungerei. Infatti il tutto si complica in una nebulosa invettiva contro il capitalismo, di marca tardo marxista, con l’apoteosi in questo brano: “Questa convinzione – che chiamo a volte l’Idea comunista – dichiara che in seguito all’accettazione dell’inevitabile uscita dalla tradizione, e anzi nel medesimo movimento di quest’uscita, dobbiamo lavorare all’invenzione di una simbolizzazione egualitaria, che possa accompagnare, codificare, formare il sostrato soggettivo pacificato della collettivizzazione delle risorse, dell’effettiva sparizione delle diseguaglianze, del riconoscimento – a parità di diritti soggettivi – delle differenze e infine dl declino delle autorità separate di tipo statale.” Questo dopo esser riuscito a scrivere en passant di “provvisorio fallimento del «comunismo» di Stato nell’Unione Sovietica o in Cina” e a proporre un’”erranza orientata” (?)  contro il nichilismo imperante, “una bussola per trovare la vera vita, da un simbolo inedito”.

Ora, nessuno intende difendere un capitalismo indifendibile – com’è quello rapace di oggi – ma pretendere di trovare una soluzione, e per di più proporla ai giovani, nelle trite e funeste formule dialettiche e vuote dell’hegelismo di sinistra mi pare eccessivo, ammantarla di socratismo mascherato è un sovrappiù filosofico insopportabile. Mi pare un palese ritorno all’utopia immaginifica degli anni ’70 senza averne presente la lezione storica: aver mandato allo sbaraglio contro il “sistema” un’ingenua generazione europea con la maschera della ribellione, dell’emancipazione, della rivolta contro il mondo moderno,  senza vederne l’intima contraddizione totalitaria fatta di falsi miti libertari che ne costituiva l’essenza e senza nemmeno proporre una valida, produttiva e concreta alternativa sociale ed economica che esulasse dal funesto e feudale modello antisociale sovietico, che sostituiva allo Zar la nomenklatura e lasciava le masse povere uguali.

Badiou propone ai giovani un’arma spuntata, una moneta fuoricorso, vuote formule teoriche, un marxismo freudiano utopico.

Di conseguenza la parte forse più straniante è “A proposito del divenire contemporaneo dei ragazzi” in cui l’orda primitiva, l’assassinio del padre, la sublimazione del padre morto, la Legge, la partecipazione del figlio alla Gloria del padre, il padre simbolico, il corpo pervertito, sacrificato, ( ma dov’è finito Socrate? ) parole vuote e agitate alla rinfusa, si sommano ad un’ incredibile elogio nostalgico (e al contempo una svalutazione dell’educazione e della scuola, “selettiva e votata al merito”)  del servizio militare come forma d’iniziazione. Si conclude con un patetico “Verranno, sulla scia del lavorio locale delle verità che la filosofia universalizza, la grazia, la frantumazione e la violenza nuova. (sic). Vivano le nostre figlie e i nostri figli!” Testuale.

Badiou si salva. Nell’ultima sezione del libro (titolo a parte) “A proposito del divenir contemporaneo delle ragazze” perché coglie nella ragazza – donna la riserva di futuro dell’umanità. Ciò che interessa il filosofo non è ciò che è ma ciò che viene.

Se la tradizione tramanda una quadruplice costituzione del femminile nella società, per la quale essa è/era Domestica, Seduttrice, Innamorata, Santa, nell’irrompere e nella corruzione  del simbolismo dell’Uno tradizionale , maschile, contemporaneo, l’uomo è schiavo e strumento di potere e di repressione capitalistica cui la Donna può oggi opporre “la logica del Due, del passare-fra-due, come ciò che definisce la femminilità.” La contemporaneità mostra una diverso configurarsi della ragazza, figlia, donna a patto che essa non accetti di interpretare il ruolo  che il “femminismo borghese e dominatore” sembra offrirle, quale “esercito di riserva del capitalismo trionfante”.

“Questa femminilità si oppone alla forte affermazione dell’Uno, del potere unico, che caratterizza la posizione maschile tradizionale. La logica maschile si riduce in effetti all’unità assoluta del Nome del Padre. Il simbolo di questa unità assoluta è del resto evidente nell’unità assoluta, e assolutamente maschile, del Dio dei grandi monoteismi. Ora, è quest’Uno che si mette in discussione, in maniera critica, nell’intervallo figurale in cui sta una donna.”

Al netto dell’ibrido e criptico, tipicamente lacaniano linguaggio psico analitico  che Badiou mescola ad una pur limpida scrittura filosofica, l’ipotesi dell’autore coglie nel movimento femminile in atto un  movimento storico, sociale e culturale reale e ne immagina gli sviluppi.

Se, come scrive Badiou a proposito dei ragazzi contemporanei,  il loro destino maschile è la sottomissione all’Idea capitalistica ma essi restano senza speranza poiché i loro modelli slittano tra l’alternativa che si pone tra quelli che l’autore chiama corpi (intesi come campi di soggettivizzazione ) pervertiti, sacrificati e meritevoli. I primi pervertiti perché violati, segnati, scolpiti, abusati, auto disgregati; i secondi sacrificati perché rappresentano il modello tradizionalista, rigido, purificato, martire; infine il corpo meritevole quello adeguato, addestrato, sul mercato al miglior prezzo. Questi modelli di adattamento sociale sono tutti repressivi, riduttivi (questo rispetto al modello “animale/sessuale/istintuale” freudiano, beninteso, un modello tutto discutibile ma che Badiou prende come riferimento). Tanto il modello maschile contemporaneo è povero, compromesso, sottomesso e mediocre che Badiou arriva ad affermare che con l’attuale sviluppo scientifico si potrebbe tranquillamente “sterminare i maschi”, congelando lo sperma bastante alla riproduzione della specie.

Invece per la ragazza /donna la situazione è ricca di potenzialità. Stante il suo ruolo di tutrice della specie (in questo senso domestica) la donna di Badiou può legarsi a un gesto filosofico.

“Può essere solo un gesto del pensiero, legato alle avventure della filosofia. E tanto nuovo in quanto questa creazione simbolica femminile dovrà includere la maternità in una dimensione altra dall’animalità riproduttrice” (…) Concretamente: che cos’è una donna che s’impegna nella politica d’emancipazione? Che cos’è una donna artista, musicista, pittrice, poeta? (…) Che cos’è una donna filosofa? (…) Non so quel che le donne inventeranno nel passaggio in cui ora si trovano. Nutro in loro la massima fiducia. Quel di cui mi sento certo, senza neppure sapere a fondo perché, è che inventeranno la nuova donna, la donna che le donne non sono e debbono divenire, la donna che sta a pieno titolo nella creazione dei simboli e in questa creazione ospiterà anche la maternità.”

Alain Badiou con simpatica furbizia di ottuagenario riesce a dirci qualcosa di interessante.

img. fotogramma di Olympia di L. Reifensthal.

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Attualità

Bentornato Chinaski!

bukowski

Intervistatore: Chi non ti fa sbadigliare?

BUKOWSKI: Friedrich Nietzsche, Schopenhauer – questa è roba grande, ottima – e il primo libro di Cèline, e due o tre altri che adesso non mi vengono in mente. Quindi ero scontento di ciò che era stato fatto fino a quel momento. La cosa principale che mi dava fastidio era la mancanza di semplicità; e con semplicità non voglio dire ossa senza carne, voglio dire un bel modo per dirlo. Credo che il genio consista nel dire cose difficili in modo semplice. Quello che facevano loro era dire cose semplici in modo difficile. Loro fanno l’esatto opposto, per come la vedo io, e a me piace proprio la semplicità e la facilità senza perdere la profondità, o la gloria o la carne o le risate. Questo è quello su cui sto cercando di lavorare, renderlo facile senza perdere il sangue. Questo era il mio piano. (Charles Bukowski, un’intervista: Los Angeles, 19 agosto 1975 di Marc Chenetier in Il sole bacia i belli, interviste, incontri, insulti – Feltrinelli 2014.)

Feltrinelli ha pubblicato Il sole bacia i belli, interviste, incontri, insulti una raccolta di interviste dal 1963 al 1993 – in occasione del ventennale della morte, nel 2014.

In Bukowski ho sempre apprezzato quel suo saper misurare l’alfa e l’omega del quotidiano descritti in uno stile minimale ma millimetrico, la sublime e tragica bellezza della semplice vita ordinaria con i suoi piccoli piaceri quotidiani e la terribile abiezione del baratro umanoide, che Hank chiama il Branco Comune, con il correlato osceno di paura, delirio, pazzia, paranoia, ignoranza, cattiveria e stupidità che ci contraddistingue come genere umano. In Bukowski c’è tutto questo, fedelmente registrato come in pochissimi altri scrittori del ‘900. Di sicuro quando si legge Bukowski si è costretti ad un vero slalom tra oscenità, ribrezzo, pornografia e repulsione ma sì è ripagati con un umorismo tagliente e un’autoironia medicamentale e, certo, momenti di grande scrittura. Hank non te le racconta e non le imbelletta, le scrive nude e crude, le ingigantisce, le modifica, le distorce ma quello è il suo materiale: grezzo, umano, misero e sublime. Alcuni quando dico Bukowski fanno una specie di smorfia (se  l’hanno letto) eppure a mio avviso fu un ritrattista abilissimo del ‘900 americano e della società occidentale in genere, una sorta di Bosch contemporaneo in letteratura.

Nel 1978 Bernard Pivot conduttore di Apostrophes –  presentandolo al pubblico francese nella sua nota trasmissione –  riportava ciò che di lui si diceva allora: non presentabile, fallocrate, ossessionato dal sesso, pornografo, alcolizzato. La critica in maniera quasi unanime allora lo liquidava all’incirca così. Bukowski da parte sua citava come propri riferimenti letterari: Fante, Celine, Checov, Kafka, Hemingway, Hamsun, Henry Miller, Dostoevskij, Artaud, Cummings.

Nel 1967, nella seconda intervista del testo, così disse della cultura giovanile: “Non tutte le loro idee sono completamente prive di merito, ma nell’essenza del loro pensare tutti allo stesso modo sugli stessi argomenti coprono l’Orrendo Vuoto; immaginano di essere sul serio esseri umani adorabili. Come può un uomo ( o una donna o una lesbica o un omosessuale) essere qualcosa di diverso da un essere umano interessante se lui o lei stanno in piedi o siedono tra candele per queste cause? – ma in realtà sono un’unica grossa mente di merda gelatinosa e si aggrappano all’LSD come al Crocifisso e me lo fanno detestare perché le loro impronte, le loro forme mentali le ho sempre sotto gli occhi. Magari quando cambieranno droga proverò un po’ di acido. Fino ad allora, lascia che ci sguazzino finché non gli scoppia la pancia.” (C. Bukowski, Il sole bacia i belli, interviste incontri, insulti, Feltrinelli 2014)

Nato in Germania per caso, di genitori tedeschi, cresciuto in una famiglia infame nell’America della depressione con  il padre che lo prendeva a cinghiate ad esempio se non avesse tagliato l’erba del giardino alla perfezione e  una madre che assisteva complice e consenziente, tutto in seguito minuziosamente (e dolorosamente) riportato nel romanzo autobiografico  Ham on rye (Panino al prosciutto, Guanda 2002). “Poi alzò la striscia di cuoio. Il primo colpo fu più uno choc che un dolore. Al secondo cominciai a sentire male. A ogni colpo il dolore aumentava.(…) vidi mia madre in corridoio. E’ un’ingiustizia, le dissi. Perché non mi hai aiutato? Il padre, disse lei, ha sempre ragione. (Charles Bukowski, Panino al prosciutto, Guanda 2000). Il padre di Bukowski picchiava il figlio, e picchiava anche la madre. Il vecchio ce l’aveva sempre con tutti: nessuno era bravo come lui, nè altrettanto intelligente. (Jim Christy, La sconcia vita di Charles Bukowski – Feltrinelli 1998)”. Fu, in sovrappiù, affetto da un’acne tanto terribile che in prima liceo smise di andare a scuola per la vergogna e fu anche vittima dei bulli al college. “A quattordici anni la faccia cominciò a riempirsi di brufoli. (…) La faccia era tempestata di pustole piene di pus, grosse come biglie. (…) Le pustole erano così grosse che dovevano perforagliele mentre lui stava seduto sotto una luce a raggi ultravioletti e ascoltava i commenti dei medici e delle infermiere. Madonna … da non credersi eh? … ha mai visto niente di peggio, dottore? (Jim Christy, La sconcia vita di Charles Bukowski – Feltrinelli 1998)”.

Scoprì la biblioteca pubblica di Los Angeles della Quinta West e ci andava più spesso possibile e lì scoprì un libro che sarebbe stato per lui una rivelazione: Ask the dust (Chiedi alla polvere) di John Fante, scrittore italoamericano e sceneggiatore hollywoodiano. Lo citerà in Donne del 1978: “Chi è il tuo autore preferito? Fante. Chi? John F-a-n-t-e. Chiedi alla polvere, Aspetta primavera Bandini …Perchè ti piace? Emozione totale. Un uomo davvero coraggioso.”  Lo incontrerà, sempre nel ’78, quando Bukowski scrisse la prefazione ad una riedizione di Chiedi alla polvere che quasi impose alla sua casa editrice la Black Sparrow: “Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle alla biblioteca pubblica di Los Angeles,nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva alcun rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva. Mi sembrava che tutti giocassero con le parole e che i cosiddetti grandi scrittori non dicessero un accidenti di niente.(…) Continuavo ad aggirarmi per la sala grande, tirando giù un libro dopo l’altro, leggendo qualche riga, a volte qualche pagina, per poi rimetterli al loro posto. Poi, un giorno, ne presi uno e capii subito di essere arrivato in porto. (…) Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un ‘altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l’insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso.” Fu il suo omaggio sincero ad uno scrittore quasi dimenticato e in fin di vita che lo aveva “salvato” spingendolo verso la scrittura. “Quando Fante ricevette la bozza della prefazione di Bukowski era di nuovo ricoverato al Motion Picture Hospital per un’ulcerazione al piede destro. Fu molto sollevato quando Joyce ( la moglie di Fante) gli lesse ad alta voce le quattro pagine dattiloscritte con le correzioni a penna di Bukowski. (Stehphen Cooper, Una vita piena – biografia di John Fante – Marcos Y Mracos 2001)” Nel 1981 Bukowski dedicò a Fante la sua ultima raccolta di poesie, Dangling in the Tournefortia, “A John Fante”.

Fante morirà nel 1983.

Nei primi anni ’40 “Se ne andò di casa quando il padre, frugando nel suo armadio, trovò i suoi testi. Il vecchio li gettò dalla finestra, insieme con i suoi vestiti. Bukowski affittò una stanza nella Skid Row, e la sua scuola diventò la strada”

La sua fu una vocazione tardiva: pubblica i primi scritti da giovane (ventiquattrenne) sopratutto poesie ma senza risultati apprezzabili (o meglio – come spiegò anni dopo – perché non si sentiva pronto) e poi, dopo una pausa lunga 10 anni in cui non scrisse nulla ma si ubriacò con costanza, la ripresa in mezzo a lavori anonimi e malpagati (descritti in Factotum del 1975), fino alla scelta decisiva di essere scrittore e basta grazie alla felice iniziativa di John Martin della Black Sparrow – piccola e allora sconosciuta casa editrice –  nel 1969, che gli propose un compenso regolare di 100 $ al mese per tutta la vita. Aveva 48 anni. Accettò. Da quel momento pubblicò tantissime poesie per piccole riviste underground ( allora, anni ’60 in America, esistevano) all’inizio e poi romanzi, sceneggiature e interviste. Partecipò a reading e compì rari viaggi, in un crescendo di  riconoscimenti, il tutto condito da una fama pessima e da scandalose apparizioni televisive e sbronze colossali, corse di cavalli e donne, sempre a Los Angeles e dintorni. Morì a San Pedro ( California) nel 1994 di leucemia. In fondo Buk è la più lampante dimostrazione che nella vita è sempre meglio splendere della propria differenza che essere inghiottiti nell’oceano della mediocrità.

“Una notte, ubriaco, avevo dormito sui bidoni della spazzatura. New York. Mi aveva svegliato un grosso ratto acquattato sulla pancia. Immediatamente, sia io che lui avevamo fatto un salto in aria di un metro. Stavo cercando di fare lo scrittore. Ora che in teoria lo sono non riesco a trovare un titolo. Sono un bluff. Il traffico ha ripreso a muoversi e io dietro. Nessuno sa chi sono gli altri e va benissimo così. Poi la luce forte di una lampo è esplosa sull’autostrada e per la prima volta nella giornata mi sono sentito piuttosto bene. ( Charles Bukowski, Il capitano è fuori a pranzo, con illustrazioni di R. Crumb Feltrinelli 1998)”

Eccessivo, sbruffone, attaccabrighe, polemico, manesco, violento e rude il personaggio Hank tutto alcool e donne, all’opposto gentile, affabile, premuroso e sensibile lo scrittore Bukowski. Conscio di dovere alla scrittura la salvezza, non dall’alcolismo né dalla leucemia ma quantomeno da una vita non vissuta, riconobbe sempre il suo genio come frutto di devozione, solitudine e sofferenza. Bukowski era così: ostentato, indipendente, anticonformista, isolato e rabbioso.

La sua è stata “una esistenza condotta in modo ribelle e disordinato, fuori dagli schemi comunemente accettati, ai margini di una società che non si cura dell’individuo, che fagocita coloro che non si arrendono e chiunque non si adegui alle necessità della finanza e della produzione sfrenata che alimenta in modo abnorme l’accumulo di ricchezza e consumi che finiscono per diventare vani e fini a se stessi. (G.G. Manca agoravox.it)”

“There is nothing more magic and beautiful than lines forming across paper. It’s all there is. It’s all there ever was. No reward is greater than the doing. What comes afterwards is more than secondary. I can’t understand any writer who stops writing. It’s like taking your heart out and flushing it away with the turds. I’ll write to my last god damned breath, whether anybody thinks it’s good or not. The end as the beginning. I was meant to be like this. It’s as simple and profound as that. Now let me stop writing about this so that I can write about something else.”

“Non c’è niente di più magico e bello delle righe che si formano sulla  carta, è tutto quello che c’è, è tutto quello che è mai stato, nessuna remunerazione è più grande del farlo. Quello che viene dopo è più che secondario. Non riesco a capire nessun scrittore che smette di scrivere. È come tirare fuori il tuo cuore e sciacquarlo via con gli stronzi. Scriverò fino al mio ultimo dannato respiro, che qualcuno pensi che sia buono o no. La fine come inizio. Avrei dovuto essere così. È così semplice e profondo. Ora lasciatemi smettere di scrivere su questo così posso scrivere su qualcos’altro. ” (On Writing by Charles Bukowski, Harper – Collins 2015)”

Quando era in vita era più famoso in Europa che negli USA, ( e questo lo considerava una fortuna) infatti gli unici viaggi che fece, alla fine degli anni ’70, furono  in Germania – tra l’altro anche a Andernach  dove nacque nel 1920 quando il padre svolgeva il servizio militare nell’esercito americano – e a Parigi, invitato dall’editore francese dove partecipò al programma televisivo Apostrophes allora molto popolare  e la sua apprizione, ebbro, a testa bassa,  parlando quasi sottovoce, fece grande scalpore, con quella sua goffa uscita tenuto a braccia mentre cerca di accarezzare i bianchi capelli ad un anziano professore e dopo aver provato a toccare una gamba ad una scrittrice ospite della trasmissione. (Tutto trascritto in Shakespeare non l’ha mai fatto, Feltrinelli 1996).

Purtroppo un difetto questo testo ce l’ha: non vi si trova l’intervista di Fernanda Pivano del 1980, quella in cui Hank alla fine le porge una rosa, quella che fa scrivere alla più grande traduttrice di letteratura americana in Italia queste limpide parole: “Vorrei fare a Bukowski il complimento di consideralo assolutamente originale, fuori perfino dell’ambito di scrittori maledetti come Cèline e Artaud. Definire le sue caratteristiche, il suo personalissimo modo di fare scrittura attraverso immagini della vita quotidiana trasfigurate sotto una lente d’ingrandimento colossale significa definire anche uno Stile di vita anarchico e pazzo, violento e brutale, sempre visto in chiave di sarcasmo crudele e amarissimo, senza spazio per concessioni al sentimentalismo e intriso di disgusto e di diffidenza per il genere umano e per la società degli uomini. (…) Preferisco pensare a un Bukowski perverso e romantico, vitale nel suo disgusto, creativo nella sua inorridita drammaticità, tragico nel suo non avere alcuna speranza in nessuna direzione. Un Bukowski sprofondato nel disastro, che è anche il disastro dello sfascio nel quale stiamo vivendo” ( C. Bukowski, Quel che importa è grattarmi sotto le ascelle, Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski, Feltrinelli 1997).

“Scrivere mantiene vivi perchè libera il cervello dai mostri riversandoli su carta. (Il sole bacia i belli, interviste, incontri, insulti – Feltrinelli 2014.”

Quindi, bentornato Chinaski!

Nobody but you
nobody can save you but
yourself.
you will be put again and again
into nearly impossible
situations.
they will attempt again and again
through subterfuge, guise and
force
to make you submit, quit and /or die quietly
inside.
nobody can save you but
yourself
and it will be easy enough to fail
so very easily
but don’t, don’t, don’t.
just watch them.
listen to them.
do you want to be like that?
a faceless, mindless, heartless
being?
do you want to experience
death before death?
nobody can save you but
yourself
and you’re worth saving.
it’s a war not easily won
but if anything is worth winning then
this is it.
think about it.
think about saving your self.
your spiritual self.
your gut self.
your singing magical self and
your beautiful self.
save it.
don’t join the dead-in-spirit.
maintain your self
with humor and grace
and finally
if necessary
wager your self as you struggle,
damn the odds, damn
the price.
only you can save your
self.
do it! do it!
then you’ll know exactly what
I am talking about.

—————————————-

Nessuno se non te stesso.
Nessuno può salvarti se non
te stesso.
Sarai continuamente messo
in situazioni praticamente
impossibili.
Ti metteranno continuamente alla prova
con sotterfugi, inganni e
sforzi
per farti capitolare, arrendere e/o morire silenziosamente
dentro.
Nessuno può salvarti se non
te stesso
e sarà abbastanza facile fallire
davvero facilissimo
ma non farlo, non farlo, non farlo.
Guardali e basta.
Ascoltali.
Vuoi diventare così?
Un essere senza volto, senza cervello, senza cuore?
Vuoi provare
la morte prima della morte?
Nessuno può salvarti se non
te stesso
e vale la pena di salvarti.
È una guerra non facile da vincere
ma se c’è qualcosa che vale la pena vincere
è questa.
Pensaci su
pensa al fatto di salvare il tuo io.
Il tuo io spirituale.
il tuo io viscerale.
il tuo io magico che canta e
il tuo io bellissimo.
Salvalo.
Non unirti ai morti-di-spirito.
Mantieni il tuo io
con umorismo e benevolenza
e alla fine
se necessario
scommetti sulla tua vita mentre combatti,
fottitene dei pronostici, fottitene
del prezzo.
Solo tu puoi salvare il tuo
io.
Fallo! Fallo!
Allora saprai esattamente di cosa
sto parlando.”

Charles Bukowski, E così vorresti fare lo scrittore? Guanda 2010.

 

 

img: goodreads.com

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Musica

Where dogs and vultures eat: Joy Division.

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1977. Il nome Joy Division deriva un racconto del 1955 intitolato “La casa delle bambole” di  Yehiel Finer De-Nur, scrittore polacco – altresì noto come testimone al processo Eichmnann nel 1961 –  che raccontava  le vicende bestiali delle prigioniere che nei campi di sterminio nazisti venivano portate in  strutture separate e costrette a prostituirsi.

Depressione, disoccupazione alle stelle, inflazione galoppante e nessuna fiducia nella classe politica generano sonorità crude, testi lugubri, atmosfera malinconica e decadente inserita nel paesaggio urbanistico della fine degli anni ‘70 del ‘900: zona nord dell’Inghilterra, i sobborghi industriali di Manchester, Macclesfield e  Salford per la precisione, cittadine dove nacquero i componenti della band, centri della cintura urbana industriale, grigia e marrone come un quadro di Sironi, come l’asfalto e i palazzi di pochi piani disposti in fila, anche chiamati crescents dalla forma di mezzaluna a schiera. Peter Hook, bassista del gruppo, scrive in Unknow pleasure. Joy Division tutta la storia, (Tsunami 2014) Abitavamo in Jane Street (…) nella vecchia, sporca, meravigliosa Salford. Quando anni dopo ho visto il film Control, ( di Anton Corbijn 2007 n.d.r.) non mi sono nemmeno accorto che era in bianco e nero, perché era esattamente come avevo vissuto la mia infanzia: buia e piena di smog, e marrone, come il colore di una scatola di cartone bagnata; a quei tempi tutta Manchester era così.”

Questa è l’atmosfera in cui sorgono i Joy Division.

Marco Pipitone, in un recente articolo, scrive di “suoni grezzi e compiuti, perfetti nel fare riferimento alla cupa desolazione evocata nei brani, ovvero parole nelle quali, a tratti – tagliente e lancinante – compare la speranza.” Pipitone scrive anche che “Per capire la poetica manifesta dei Joy Division basterebbe paradossalmente analizzare l’artwork grafico connesso ad entrambi i progetti. Le due copertine raccontano e traducono Ian Curtis. tanto che l’immagine di Unknow Pleasures nel tempo non è passata inosservata, è infatti divenuta un autentico manifesto dark, così come quella di Closer.”

L’estetica dei Joy Divison in effetti, tra il look retrò anni ’20 del gruppo e le copertine dei due unici dischi pubblicati con la band al completo, influenzerà parecchio il modo di presentarsi del movimento dark ( e non solo) degli anni ’80. La copertina di Unknow Pleasure del 1979 rappresenta ormai un’icona:  un piano nero attraversato da linee bianche orizzontali, una sopra l’altra, che si increspano verso il centro, rappresentazione grafica delle pulsazioni della prima stella Pulsar scoperta, la CP 1919, mentre la copertina di Closer, ultimo LP pubblicato nel 1980 –  che vide la luce due mesi dopo la morte del leader – è altrettanto simbolica: si tratta di una foto realizzata da Bernard Pierre Wolff e ritrae un Cristo ripreso dalla lapide della tomba Appiani,  situata nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova.

“Ian leggeva. Kafka, Dostojevskij, Hesse, Lovecraft, Wordsworth, Gogol, Ballard. Attraverso i testi, era capace di creare una ragnatela di richiami: dalla science-fiction, alla letteratura esoterica. Una poesia “nucleare”, apocalittica, ma anche strettamente personale. Non c’è da stupirsi se i Joy Division sono considerati i padri del gothic rock, della new wave, del dark rock. (…) Nei testi, Curtis oscilla tra senso d’onnipotenza e sensazioni di depressione cronica.” (Joy Division: Un gioco d’ombre, Silvia Piscopo. Takeoff).

Curtis scriveva testi per lo più legati a questioni esistenziali, fuga dalla realtà, aspettative, paure, scelte: i testi scritti in chiave contemporanea sono legati al rapporto tra il singolo individuo e la società con le sue pressioni, attese, scadenze, oppressioni e conseguenti malessere, alienazione, perdita di senso e follia.  La poetica di Curtis sembra rievocare le ansie e le disillusioni di inizio secolo e coniugarle con l’angoscia tipica del secondo ‘900. Isolamento, fallimenti, amore perduto, amore straziante, limiti, condizionamento, luoghi solitari, anima e cuore, errori e atmosfere. Romanticismo e tematiche tipiche dell’esistenzialismo si sommano. I traumi, le disperazioni quotidiane. Ian Curtis ha messo in scena l’esibizione delle atrocità del secolo terribile, nessuno pensò allora che le stesse anche vivendo e avesse deciso di morirne.

La musica dei Joy Division ed i testi di Curtis traggono linfa dal materiale culturale dei tardi anni ’70: sound post-punk / industriale, suoni minimalisti e la prima elettronica, Iggy Pop, Bowie, Lou Reed, tutto ciò si fonde in strutture semplici e ipnotiche nelle produzioni sperimentali e maniacali di Martin Hannet; Peter Hook è, nel suono dei Joy Divison, fondamentale perchè ogni brano ha una linea di basso ben precisa, definita, incalzante ( cfr. Atmosphere) nelle canzoni lo strumento di Hook ne delinea la melodia di solito è la parte ritmica preponderante, batteria e chitarra sono quasi un accompagnamento, a volte, spesso un muro geometrico e nitido.

Ian Curtis soffre di epilessia, una crisi lo coglie durante un viaggio di ritorno da un concerto, altre ne seguiranno anche sul palco. I farmaci che prende per curarsi non alleviano il male, quando li prende, gli effetti collaterali non favoriscono certo la vita on the road della band in quegli anni. Ian non è solo epilettico, è sposato con Debbie –  la conosce da quando sono ragazzi – ed è padre di Natalie, che viene al mondo quando lui  è alle soglie della fama. Il suo matrimonio va in crisi, tra concerti, groupie e una relazione con Annik Honorè, una ragazza belga conosciuta in tour, e apparizioni in TV. Ian forse non è pronto a tutto ciò, lo voleva ma quando arriva lo stravolge. Ha anche un’occupazione, stabile ma precaria, all’Ufficio del lavoro, dove svolge colloqui con disabili per l’inserimento lavorativo e deve quindi conciliare tutto questo. Lavoro, famiglia e musica. E’ autore e paroliere, testi e arrangiamenti, e frontman. Forse è troppo, Sicuramente sarà troppo. E poi tutto questo accade nel giro di nemmeno un paio d’anni. Fino a quel “fade away” urlato in Digital, a Birmingham, ultima canzone (inedita, uscirà prima in Still e poi come primo singolo dei New Order, il gruppo che per accordo unanime del gruppo, Curtis in vita, prosegue l’attività musicale) dal vivo quel 5 febbraio 1980 e quel quasi sommesso “Thank you, good night”: si toglie la vita il 18 maggio alla vigilia di un tour negli USA, un’occasione irrinunciabile per qualsiasi esordiente del rock, a cui Ian Curtis non era preparato.

“Quel ragazzo riservatissimo, affascinato da Jim Morrison, non crederebbe alle sue orecchie se gli raccontassero che qualcuno ha portato via la lapide dalla sua tomba, nel giugno del 2008: sua moglie ci aveva fatto incidere sopra, non senza recriminazioni, Love Will Tear Us Apart: “Non riesco ancora a perdonarlo, quelle cose avrebbe dovuto dirmele quando era il momento”, disse ricordando il fastidio provato per la popolarità di quella canzone. Nell’ottobre del 1980, gli U2 dedicarono a Ian il brano A Day Without You sul loro album d’esordio Boy.”( Ian Curtis, il solitario, oscuro idolo dei Joy Division che amava ridere, di Andrea Silenzi – Repubblica 18 maggio 2015)

E’ l’alchimia dei testi, dell’estetica e del sound, scarno, geometrico, ipnotico dei Joy Divison che ne fa un’icona rock dark nella storia della musica. Un’ascesa fulminea e una repentina caduta, una fine precoce, una promessa violata.

(Isolation 1980) In fear every day, every evening, He calls her aloud from above, Carefully watched for a reason, Painstaking devotion and love, Surrendered to self preservation, From others who care for themselves. A blindness that touches perfection, But hurts just like anything else. Isolation, isolation, isolation. Mother I tried please believe me, I’m doing the best that I can I’m ashamed of the things I’ve been put through, I’m ashamed of the person I am. Isolation, isolation, isolation. But if you could just see the beauty, These things I could never describe. These pleasures a wayward distraction, This is my one lucky prize. Isolation, isolation, isolation…

Nella paura ogni giorno, ogni sera, lui la chiama forte da sopra, Ho cercato con cura una ragione, Premurosa devozione e  amore,  Mi sono arreso all’autoconservazione, Di altri che, pensano a loro stessi, Una cecità che raggiunge la perfezione, Ma fa male come ogni altra cosa. Isolamento (3) Madre, ci ho provato, ti prego credimi,  Faccio il meglio che posso, Mi vergogno delle cose in cui mi sono messo, Mi vergogno di quello che sono, Isolamento (3) Ma se solo tu potessi vedere la bellezza, Queste cose che non potrei mai descrivere, Questi piaceri una capricciosa distrazione, Questo il mio unico fortunato premio,  Isolamento (5)

(She’s lost control 1979) Confusion in her eyes that said it all, She’s lost control, And she’s clinging to the nearest passerby, She’s lost control, And she gave away the secrets of her past, And said “I’ve lost control again”, And of a voice that told her when and where to act, She said “I’ve lost control again”. And she turned to me and took me by the hand, And said “I’ve lost control again”, And how I’ll never know just why or understand, She said “I’ve lost control again”, And she screamed out, kicking on her side, And said “I’ve lost control again”, And seized up on the floor, I thought she’d die, She said “I’ve lost control again”, She’s lost control again, She’s lost control, She’s lost control again, She’s lost control, Well, I had to phone her friend to state her case, And say she’s lost control again, And she showed up all the errors and mistakes, And said “I’ve lost control again”, But she expressed herself in many different ways, Until she lost control again, And walked upon the edge of no escape, And laughed “I’ve lost control again”, She’s lost control again, She’s lost control, She’s lost control again, She’s lost control, I could live a little better with the myths and the lies, When the darkness broke in, I just broke down and cried, I could live a little in a wider line, When the change is gone, when the urge is gone, To lose control, When here we come.

Dice tutto la confusione nei suoi occhi, Ha perso il controllo, E si aggrappa al passante più vicino, Ha perso il controllo, E svelava i segreti del suo passato, E diceva: ho perso di nuovo il controllo, E di una voce che le suggeriva quando e dove farlo, Disse: ho perso di nuovo il controllo. E si voltò e mi prese per mano e disse: Ho perso di nuovo il controllo, E non capirò mai né saprò come e perché, Disse: ho perso di nuovo il controllo, E gridò dando in escandescenze e disse: Ho perso di nuovo il controllo, E inchiodato al pavimento pensai che sarebbe morta, Disse: ho perso di nuovo il controllo, Ha perso di nuovo il controllo, Ha perso il controllo, Ha perso di nuovo il controllo, Ha perso il controllo, Così ho dovuto telefonare a un’amica sua per spiegarle il caso, Dicendo che aveva di nuovo perso il controllo, E lei mostrò tutti gli equivoci e gli errori, E disse: ho perso di nuovo il controllo, Eppure sapeva esprimersi in molti modi differenti, Finché perse di nuovo il controllo, E camminò sull’orlo di un vicolo cieco, E ridendo disse: ho perso il controllo, Ha perso di nuovo il controllo. Ha perso il controllo,  Ha perso di nuovo il controllo, Ha perso il controllo, Potrei vivere un po’ meglio con i miti e le bugie, Quando il buio è rotto, sono appena scoppiato a piangere, Ho potuto vivere un po’ in una linea più ampia, Quando il cambio è andato, quando la voglia è andata, Per perdere il controllo. Quando arriviamo.

( A means to an end 1980) A legacy so far removed, One day will be improved. Eternal rights we left behind, We were the better kind. Two the same, set free too, I always looked to you, (3)We fought for good, stood side by side, Our friendship never died. On stranger waves, the lows and highs, Our vision touched the sky, Immortalists with points to prove, I put my trust in you. (3) A house somewhere on foreign soil, Where ageless lovers call, Is this your goal, your final needs, Where dogs and vultures eat, Committed still I turn to go. I put my trust in you. (6)

Un’eredità da tempo rimossa, un giorno sarà migliorata, diritti eterni che ci siamo lasciati alle spalle, noi eravamo del tipo migliore, due in uno, e anche liberati, ho sempre contato su di te (3)  abbiamo lottato per sempre fianco a fianco, la nostra amicizia non è mai morta, Su onde sconosciute, alti e bassi, la nostra visione ha toccato il cielo, seguaci dell’immortalità con argomenti da provare, mi fidavo di te, (3) una casa da qualche parte su un suolo straniero, dove amanti invecchiati fanno visita, è questa la tua meta, il tuo bisogno definitivo? Dove i cani e gli avvoltoi mangiano, ancora coinvolto mi volto per andarmene,  Mi fidavo di te. (6)

(The eternal 1980) Procession moves on, the shouting is over, Praise to the glory of loved ones now gone. Talking aloud as they sit round their tables, Scattering flowers washed down by the rain. Stood by the gate at the foot of the garden, Watching them pass like clouds in the sky, Try to cry out in the heat of the moment, Possessed by a fury that burns from inside. Cry like a child, though these years make me older,With children my time is so wastefully spent, A burden to keep, though their inner communion, Accept like a curse an unlucky deal. Played by the gate at the foot of the garden, My view stretches out from the fence to the wall, No words could explain, no actions determine, Just watching the trees and the leaves as they fall.

La processione va avanti, le grida sono finite, Lode alla gloria degli amati che ora non ci sono più, Parlando ad alta voce seduti alle loro tavole, Fiori sparsi annaffiati dalla pioggia. Ero vicino al cancello in fondo al giardino, Guardandoli passare come nuvole nel cielo, Cerco di gridare nella foga del momento, Posseduto da una violenza che brucia dall’interno, Piango come un bambino nonostante questi anni m’invecchino, Con i bambini il mio tempo è così sprecato, Un peso da portare, nonostante la loro interiore partecipazione, Accetto come una disgrazia un affare sfortunato. Sdraiato vicino al cancello in fondo al giardino, Il mio sguardo spazia dalla siepe al muro, Nessuna parola potrebbe spiegare, nessuna azione potrebbe risolvere, Posso solo guardare gli alberi e le foglie che cadono.

Love will tear us apart, brano dei Joy Division uscito nell’aprile del 1980, è stato inserito nella colonna sonora di 13 reasons why, serie televisiva Netflix del 2017 tratta da un romanzo del 2007 scritto da Jay Asher.

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Pratiche filosofiche

#Philosophers, un identikit.

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img: philosophy kitchen

 “(…) la filosofia che si fa può ben pretendere a un grado di autenticità perfino superiore alla filosofia dei libri e dei corsi universitari, anche se al prezzo di una prevedibile precarietà. Ma che importa? La modalità non professionalizzata del filosofare sta rivendicando il suo spazio. Ed è grazie a queste modalità ‘non’ che ora ‘Socrate’ si ritrova in una ‘agora’ chiamata, a seconda dei casi, la classe, il cafè, la piazza o, magari, la “saletta di filosofia” all’interno del penitenziario e (perché no) anche Twitter, visti i cafè filosofici che nascono sui social.”( Livio Rossetti, Le dialogue socratique, un modèle désormais dépassé ? Les Belles Lettres, Paris 2011)

E’ nel lascito socratico che possiamo tornare a comprendere che la costituzione originaria del primum philosophari si fonda sulla polis e sul dialeghestai, la qual cosa significa che solo un ritorno all’agorà cittadino del logos comune può determinare una reale coscienza civile di ripensamento critico, che ( pragma ) tradotto oggi significa che il fare filosofia è da intendersi nel ritorno a sporcarsi le mani con l’erlebnis, il flusso di vita, l’esperienza, cioè tornare alla critica  e all’immaginazione produttiva spinoziana, con quella passione per la conoscenza che Platone e Nietzsche ben rappresentano: fiamma che balza per il greco, passione per la verità il secondo per cui il filosofo è  “un uomo che costantemente vive, vede, ascolta, sospetta, spera, sogna cose fuori dall’ordinario”.

Si tratta a ben vedere di recuperare atti originari per la filosofia stessa, per individuare una figura di filosofo nuova e diversa, che oggi pare assumere qualifiche come: consulente, conduttore, praticante, facilitatore, mediatore.  Il filosofo pratico è chi sa “tirar fuori ciò che non vogliamo vedere” come scrive Gerd Achenbach, chi è capace di attuare una “critica dei bisogni” con Ran Lahav e “coprire i vuoti e far circolare l’aria” come scrive Stefano Zampieri.

Nella geografia globale l’esercizio della filosofia rivolge gli strumenti del pensiero  ai limiti della polis e dell’agorà, che rappresentano oggi, ancora una volta,  i termini di riferimento del filosofo, quel dualismo tra locale e globale che caratterizza le dinamiche contemporanee. Il filosofo pratico lavora inserito in un contesto locale che a sua volta inferisce ad un pensiero globale. Come ricorda Achenbach la filosofia dalla domanda “sul concetto del mondo” nella forma praticata ( oltre Kant) passa a chiedere: cosa so, cosa faccio, cosa spero, chi sono? L’esperto di filosofia ha la consapevolezza di saper vedere indietro per guardare avanti. Il filosofo ha assunto nel tempo diverse figure sociali, il professore, l’intellettuale sono solo due tra quelle più recenti.

Il filosofo del senso comune. Come fanno notare Madera e Tarca “ (…) la filosofia, come modo di vivere, è diventata il modo di vivere dei professori che si occupano di filosofia. Se questa è la pratica filosofica essa si riduce all’esercizio dello studio, della scrittura e dell’insegnamento dei risultati di tale studio.”  Diverso a questo punto, dopo la svolta pratica,  è fare filosofia, che vuol dire non solo commentare autori di riferimento o compulsare testi classici ma fare ricerca comune, favorire la discussione, utilizzare metodologicamente il dialogo, affinare gli strumenti di analisi e confronto  sull’esperienza di vita concreta e sulle visioni del mondo che reggono il nostro agire.

Il cattedratico. Sulla filosofia delle università molto è stato scritto, questo tema è polemica ricorrente tra dotti e “nuovi filosofi” nel corso del tempo; idealmente nate sulla traccia delle scuole di Atene le università crescono come luoghi di culto della conoscenza assumendo di volta in volta le caratteristiche proprie dei tempi che vivono. Se storicamente la filosofia è sempre stata praticata, dalla sua nascita socratica alle scuole ateniesi e successivamente dai cinici agli stoici, è nel 529 quando l’imperatore bizantino Giustiniano chiuse le scuole ateniesi,  quindi con l’avvento del cristianesimo, ( e poi ancora con l’avvento del Positivismo) forse con la nascita della cattedre di filosofia all’Università di Costantinopoli nel 425, che la filosofia è messa in aula, tra la cattedra e gli scolari, impacchettata e resa fruibile ai discenti, manualizzata ad uso dei chierici, o meglio normalizzata ad uso del cristianesimo.

Il filosofo del Rinascimento. Un primo momento di “rottura” rispetto al Medioevo, cioè con la consolidata tradizione delle universitas,  luogo preminente in cui il filosofo trova la sua collocazione ( anche se non come specialista di filosofia ) ed il suo status riconosciuto, e questo avviene nel Rinascimento in quel periodo storico di riscoperta della classicità e di apertura a innovative metodologie scientifiche. I nuovi umanisti rinascimentali si staccano dalla tradizione aristotelica degli studi filosofici del loro tempo Così scrive Garin nel suo “L’uomo del Rinascimento” citando Le Goeff  il quale ricordava “(…) quello che erano stati i filosofi nelle città greche, e in genere del mondo antico: maestri di vita e scienziati, medici delle anime e dei corpi, riformatori e critici radicali, pronti a testimoniare con la morte”  e spiega che  “ ( …) il ritorno dei filosofi antichi nel Rinascimento, che ha aperto il corso a fiumi di retorica, ha tuttavia mutato anche il volto della ricerca, e ha rinnovato l’immagine del filosofo e della filosofia: intanto, non più, o non necessariamente, maestro di scuola, non vincolato a ortodossie di sorta, insofferente di qualsiasi pretesa egemonica, per vocazione critico e spesso ribelle (…)”  come  lo sono stati Leon Battista Alberti, o Leonardo da Vinci, Pomponazzi, Marsilio Ficino, Cornelio Agrippa, Erasmo, Paracelso e Giordano Bruno grandi pensatori, artisti, inventori e scienziati del Rinascimento oggi certo meno ricordati come filosofi ma studiosi i quali nella loro opera facevano costante il riferimento a categorie di pensiero e riferimenti della tradizione antica. Pensatori che non hanno timori riverenziali, critici, innovatori “ (…) la filosofia rompe duramente con il passato, non si riconosce né in un libro né in un autore, e scopre strade nuove e nuove alleanze, il filosofo è anche colui che non conosce barriere o vie predeterminate; che si apre alla vita attiva, che è fortemente interessato al mondo morale e politico, all’uomo e all’esistenza dell’uomo.”  E’ forse questo l’aspetto più innovativo del filosofo del Rinascimento, in questo momento storico si affaccia una filosofia che si apre alla vita attiva, che rigetta l’apologia della teoresi come unica nobile arte del pensiero, che vive il mondo morale, etico e politico del suo tempo, contribuendo a costruirne il senso, non senza l’irriverenza tipica degli uomini d’ingegno del ‘500.

Il filosofo illuminista. Filosoficamente l’età dei lumi  si caratterizza con l’attacco all’assolutismo dei monarchi, del clero, della casta fondiaria e del pregiudizio, della credulità; ha in questa sua radice una forte carica socratica di messa in discussione e di opposizione. Il filosofo è un raffinato e colto letterato che somma in se il coraggio intellettuale di rimarcare le ingiustizie sociali e la novità culturale per diffondere questa tendenza, e tutto questo nel nome della ragione. Con la loro testimonianza e le loro opere i philosophes si fecero propugnatori di ideali di eguaglianza, libertà ed emancipazione. L’Illuminismo fu tuttavia espressione di un ceto sociale che, pur volendo trasformare radicalmente la società e rivendicando i diritti delle classi più deboli, ebbe, nei fatti, esiti ben più moderati, ci vorranno molti altri decenni, ed errori e deviazioni prima di veder realizzate queste utopie, o solo alcune di esse. Un tratto noto della filosofia di questa età è , per quanto detto, il suo legame con le trasformazioni sociali e politiche e in ultima analisi il tema del rapporto tra riflessione filosofica e scelte di diritto e politiche compiute dagli individui, dagli Stati, dalle organizzazioni internazionali: nell’illuminismo la filosofia ha assunto consapevolmente il ruolo di critica della società e dello stesso uomo del futuro, e il filosofo ha altrettanto consapevolmente rivestito i panni dell’ingegnere sociale, ritorna il filosofo politico platonico che analizza lo stato sociale e prospetta nuova possibilità.

Il funzionario dell’umanità. Nel 1937 il riferimento alla filosofia del Rinascimento consente a Edmund Husserl di collocare la critica che espone nel testo de “La crisi delle scienze europee”. Il 7 maggio 1935 Husserl tenne a Vienna una conferenza dal titolo La filosofia nella crisi dell’umanità europea, che proponeva le riflessioni cui il filosofo stava lavorando già da un paio d’anni e su richiesta generale del pubblico la replicò il 10 dello stesso mese. Nel mese di novembre dello stesso anno Husserl tenne altre conferenze sullo stesso tema a Praga e all’inizio del 1936 ne decise la pubblicazione sulla rivista “Philosophia” di Belgrado.  In primo luogo, per Husserl è necessario individuare nell’ambito della psicologia, nella sua tematica e nel suo metodo quelle “oscurità enigmatiche e inestricabili”   che caratterizzano le scienze moderne e che riconducono a “l’enigma della soggettività” . Enzo Paci disse: “la filosofia ha davanti a sé l’orizzonte del futuro e dietro a sé l’orizzonte del passato.”  Husserl interroga “noi filosofi del presente”  e il ruolo dei filosofi nella cultura quando abbiano scoperto con certezza che ogni filosofia ha lo spazio effimero di una giornata “nell’ambito della flora filosofica”  che sempre nasce e perisce e sempre di nuovo. La miseria della filosofia presente, per Husserl (1935), sta nel riconoscere la “penosa contraddizione esistenziale”   cioè quella di non essere più in grado di giungere ad una conoscenza universale, di essere chiusi nella propria costruzione filosofica attorno a problemi filosofici e ad ascoltare prolusioni accademiche.  Ma Husserl dichiara che se i filosofi che vogliono essere non filosofi letterati ma, educati dai grandi filosofi del passato, filosofi che vivono della verità, devono riconoscere nella filosofia un compito per l’umanità: quello di essere filosofi come “funzionari dell’umanità”  a patto di intendere la filosofia come  “vocazione interiore personale”  che  crede in un telos universale e nella possibilità di realizzarlo. In quanto eredi del passato gli uomini devono cercare esaurienti considerazioni storiche e critiche, un’auto – comprensione radicale  sulla originaria volontà della filosofia che nella finalità e nel metodo rivela “quell’aderenza ultima e autentica alla propria origine che, una volta penetrata, lega a sé apoditticamente  la volontà.”  In cosa consiste l’apoditticità Husserl dice di non saperlo ancora ma di voler mostrarlo nel ripercorrere la crosta dei fatti storici cercandone il senso intimo la “nascosta teleologia”  cercando, attraverso un “atteggiamento spirituale scettico ma non propriamente negativo”, le possibilità di un nuovo orientamento cercando una filosofia che va attuata attraverso l’azione.

Il precario scandaloso. Max  Horkheimer, animatore del famoso Istituto di Scienze Sociali di Francoforte, nel 1940 scrisse un saggio sulla funzione sociale della filosofia, una riflessione radicale e sicuramente desueta per la filosofia dei tempi. Questo saggio fu scritto in un periodo gravido di avvenimenti drammatici che investivano l’Europa e forse proprio per questo aspetto rappresenta una riflessione filosoficamente audace. Il saggio intitolato “La funzione sociale della filosofia”   è eminentemente socratico perché contiene un’affermazione fondamentale ai fini del nostro discorso e cioè che il ruolo sociale del filosofo consista nel dispiegamento del pensiero critico e dialettico perché “filosofia è il tentativo metodico e tenace di portare la ragione nel mondo”  da questa idea Horkheimer  deriva anche l’essenziale a-sistematicità della filosofia, cioè la mancanza di uno statuto certo e configurato una volta per tutte, la sua precarietà perché sempre orientata verso nuove forme del reale e il suo essere fonte di scandalo perché irriverente e spudorata, non avendo verità preconfezionate da spacciare né tanto meno da difendere a priori ma tutto da vagliare criticamente . “ciò determina la sua posizione precaria e controversa. Essa è scomoda, ostinata e per di più priva di una utilità immediata, essa è dunque veramente fonte di scandalo” . Sotto questa luce inquietante, poco rassicurante e consolatoria ma piuttosto rivoluzionaria, il destino del filosofo non può essere unico ed esclusivo innocuo disquisire, pacifico colloquiare, sereno argomentare ma dovrà essere accettazione della contaminazione del quotidiano pensare la vita: prendere posizione, vagliare con attenzione, soppesare, valutare e questo non ai fini morali o utilitaristici cioè del giudizio e del valore materiale, e qui sta la vera questione, ma ai fini della capacità di determinare il pensiero e l’agire, orientare le scelte, fondare il proprio io attivo e consenziente. Questa forma di ibridazione, di mescolamento, di fusione conduce al concetto di accettazione consapevole di quello che si può intendere come il quotidiano contraddittorio esistenziale, il vivere il presente nella sua apparente confusione, con quanto vi è in esso di opposto a noi, con la sua ipocrisia, con il luogo comune, la diceria, l’opinione e le relazioni, vivere il presente insomma come accettazione del conflitto. Per Horkheimer “la vera funzione sociale della filosofia consiste nella critica dell’esistente” in questo il filosofo è da ritenere un precursore della pratica filosofica : “Gli uomini devono imparare a comprendere la connessione tra le loro attività individuali e ciò che con esse viene raggiunto, tra la loro esistenza particolare e la vita generale della società, tra i loro progetti quotidiani e le grandi idee che professano”. Horkheimer ribadisce l’aspetto inaudito del filosofare, il suo essere un sapere essenziale al progredire razionale della società ma irriducibile ad una qualsiasi sistematizzazione assoluta e che non sia esaminata socraticamente e fondata criticamente. Ne parla come scandalo, come pratica scomoda e ostinata. Gli uomini in genere sono incapaci di orientare le proprie scelte in modo razionale per la loro scarsa propensione alla riflessione esaminante, “gli uomini sono incapaci di organizzare la propria vita in conformità con le loro idee di umanità”.

L’intellettuale organico.  Un nuovo modello di filosofo si affaccia a metà novecento sulla scena culturale, è l’intellettuale. Questo nuovo filosofo usa l’intelletto in funzione sociale, riveste un ruolo di guida, di indirizzo, è il personaggio capace di svolgere un ruolo educante a livello di massa.  Come scrisse Gramsci:  “Il modo di essere del nuovo intellettuale non può più consistere nell’eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, “persuasore permanentemente” perché non puro oratore – e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane “specialista” e non si diventa “dirigente” (specialista + politico).”    Ma è la stessa radice genealogica di questa figura, la società di massa e chi la dirige, che mutilano questa figura rinchiudendola in una gabbia fatta di privilegi, prebende, direttive, manipolazioni, selezioni, sistemi di micro potere accademico ed editoriale, figura sociale che pure vedrà riconosciuto a se un ruolo di compromesso piuttosto duraturo nell’Italia del dopoguerra.  Il  mondo accademico costituirà un’oligarchia chiusa, spietata, meschina,  che gestirà la direzione culturale del paese, collaborando attivamente con le strutture politiche, accompagnando l’idea di società e di costume adatte ad un mondo ideologicizzato e secolarizzato. Il discredito in cui versa questa figura non deve però ostacolare il riconoscimento di quelli, tra gli intellettuali, che hanno svolto un ruolo importante ai fini della ricerca e della cultura e i nomi di questi ad ognuno vengono in mente facilmente.

Chi è quindi il filosofo pratico?  Chi è il filosofo? E’ la domanda cui Aristotele rispondeva che è colui che “vive mirando costantemente alla natura ed al divino”, Kant affermava che il filosofo è “ricercatore di saggezza”, Nietzsche lo identificava come “la cattiva coscienza della sua epoca” Husserl lo chiamava “funzionario dell’umanità”, Abbagnano diceva che “un vero filosofo è un maestro o compagno di ricerca“.

E oggi? Maieuta, mediatore di cittadinanza, filosofo di strada, egli è “tutore della complessità” colui che è attrezzato per salvaguardare le istituzioni sociali dalle traduzioni semplicistiche, dagli slogan, dalle banalizzazioni inquietanti; filosofo pratico è colui che (con Cavadi) sa “ideare e mettere in circolo possibili assi intorno ai quali edificare quelle visioni di insieme di cui pure devono continuare a denunciare le caricature” ovvero essere capace di leggere il contesto e di analizzare le conseguenze di atti e eventi collettivi e personali, un pensiero del complesso e del contesto, specifico e universale. E’ anche un artigiano delle produzioni testuali in rete, un esperto di marketing di idee, uno inventore di ambienti d’apprendimento, un fagocitatore di concetti, un alchimista di rappresentazioni, un logico delle emozioni, un architetto di esistenze.

Se mediatore di cittadinanza è bene intendersi sul secondo termine. Cittadinanza non è appartenenza meramente giuridica ma, mediando il termine anche dal campo giuridico, consiste nel veder riconosciuto il diritto dovere a essere cittadino della polis, a patto di sapere cosa sia la polis attuale e come si compone; questo compito è reciproco tra il filosofo ed il cittadino, entrambi vivono una realtà complessa che insieme cercano di decifrare, il filosofo è colui che ne conosce gli assi portanti, che si fa portatore di pratiche attivatici di consapevolezza e pratiche critiche di razionalità; egli intraprende un  cammino di conoscenza di sé nel mondo, perché accetta la sfida del mondo con franca consapevolezza, con questo accettare la complessità inizia a delinearsi il filosofo pratico.

L’esercizio del pensiero acquista un significato nuovo e allo stesso tempo antico se si pone mente che sono due le caratteristiche che lo contraddistinguono: la problematizzazione e la libertà del linguaggio. Possiamo dire di essere veramente all’interno di un nuovo paradigma solo se riteniamo fondata l’affermazione che il pensiero filosofico è problematizzazione, pratica oppositiva, diversificazione, pensare “altro”. La radicalità del pensiero e dell’azione della pratica filosofica non è senza conseguenze, esercizio di stile riflessivo, essa ha risvolti etici, cambiare modo di pensare significa cambiare i parametri di valutazione del nostro agire.

“Il loro «conoscere» è “creare”, il loro creare è una legislazione, la loro volontà di verità è – “volontà di potenza”. Esistono oggi tali filosofi?” ( Nietzsche, Al di là del bene e del male, § 211)

La filosofia ha una vocazione universale e collettiva in quanto meramente umana; nella svolta pratica sembra voler rappresentare il proprio come un desiderio vivo di ritornare alle radici di interrogazione e opposizione civica, formativa e politica senza le quali rischia di restare impagliata, sterile e temporanea imitazione delle forme storiche del sapere accademico. Venendo meno la tensione metafisica, il diritto statuale e la preminenza accademica, la strada sembra segnata:  credibilità, razionalità, scientificità e pensiero utilitaristico economico spingono il fare filosofico verso un radicale ripensamento. Il logos che è linguaggio e pensiero impone una riflessione radicale su di se, sulle persistenze linguistiche e sulle nebulose astrazioni del lessico psico filosofico radicato nelle consuetudini, anche, quindi il coraggio di osare il pensiero attraverso la franchezza appare, per il filosofo pratico, un abito professionale.

“Rifletti come devi pensare, rifletti come devi agire, rifletti come devi vivere” (A. Heller, La filosofia radicale, 1978)

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Attualità, Pratiche filosofiche

L’invasione (mediatica) della filosofia.

originalt bansky.co.uk
 Sul : “Così la filosofia ha invaso la nostra vita di Daniela Monti”  28 ottobre 2016 27 – La ventisettesima Ora.

Invasione? Ne ha parlato Daniela Monti sulla 27° Ora. Di tale invasione e dell’eventuale ragione di tale affermazione non esiste traccia in questo articolo molto milanese della 27 ora del Corriere, (pubblicato il 28 ottobre 2016) che giornalisticamente parlando è un buon pezzo, di “colore” si diceva un tempo, di costume,  quasi – diciamo – di contorno. La dimensione che la stampa nazionale ed i social media ( a 15 anni dai primi articoli che parlarono di pratica filosofica)  hanno deciso di assegnare alla maggiore novità della filosofia degli ultimi 30 anni, sembra essere ancora questa : il taglio di costume, la paginetta locale o il supplemento.

Peccato che la filosofia che “aiuta” sia qui rappresentata come una versione pop edulcorata della “vera filosofia” di cui – si intuisce –  può fare la “servetta”:  una forma semplificata e banalizzata, pur apparentemente negandolo, una filosofia per massaie ed impiegati. Condito di Berkley, Harvard, Financial Times è un articolo che spiega agli economisti che hanno bisogno dei filosofi, che la vera vita non è inseguire la ricchezza, il godimento ma la ricerca di senso, che la “filosofia POP” aiuta a trovare la felicità, a ragionare meglio, a non essere emotivi,  e i 50enni ad affrontare la terza età….

L’articolo inizia con una citazione di un docente americano, ( che ha studiato a Barkley, Harvard)  che collega lo studio della filosofia al raggiungimento di posizioni apicali, manageriali. Che relazione c’è tra le due cose? E perché a sostegno di una introduzione vale la citazione di un docente dell’Università di Syracuse nello stato di New York che si occupa di etica e politica? In seguito la giornalista passa a citare l’ Università Bocconi di Milano e Stefano Sassi, amministratore delegato di Valentino, come simpatizzante della filosofia. A dimostrare … cosa?

Filosofia che a livello accademico soffre il calo degli iscritti del 22%.

Si passa poi nella lettura al cuore dell’articolo: un elenco di pratiche ( generici sportelli comunali dove “trovare consulenza filosofica” come se il consulente fosse un impiegato, corsi pomeridiani di “potenziamento alla filosofia” alle superiori, corsi per i bambini delle elementari, «spazio filosofico» nel carcere minorile ) definite “filosofia semplificata nel linguaggio ma non banalizzata, accessibile” e si chiede se è filosofia autentica, per poi citare il … “Financial Times” (ancora un riferimento  legato al mondo economico)  «la filosofia, per rimanere in vita, ha bisogno dolorosamente della cultura pop». POP. Come un lubrificante serve a meglio muovere un meccanismo.

E poi in serie: Badiou, la vera vita non è denaro, piaceri, potere ( provate a dirlo a ad Harvard o al Financial Times …) Caffo (?) la filosofia insegna la felicità, e Pollastri secondo cui il consulente lavora sullo “sciogliere nodi attraverso una lettura lucida, razionale, coerente”.

E’ quello che viene richiesto agli studenti di Oxford del resto,  prosegue l’articolista: saper ragionare, fare i collegamenti, capire le cose al volo, collegare  le fonti di informazione.  Insomma essere elastici, malleabili, adatti a “funzionare”!

Ed infine l’epitaffio, consolatorio, buonista , citando Montanari – analista biografico ad orientamento filosofico – che pone la filosofia sul versante dell’orientamento e della comprensione, agli incontri vanno i 50 enni perché non basta più la famiglia, il successo e il lavoro….

Che se ne parli bene o male, vale ancora? Ci si deve accontentare ? E’ una fotografia reale della situazione filosofica europea? Dove sono Achenbach, Hadot, Foucault, Horkheimer, Husserl, Wittgenstein, Nietzsche,  Spinoza, Platone? O anche solo Ugo Spirito, o Rensi … con la S!

La pratica filosofica è lo strumento dell’adattamento sociale all’invasione economicista globale? Serve alle aziende? Questo articolo potrebbe andare bene per qualche brochure di facoltà per attrarre iscritti, certo non a illustrare l’evoluzione della svolta pratica della filosofia degli ultimi 30 anni ( di cui si continua a non spiegare nulla), purtroppo un’altra occasione mancata. Accontentiamoci ?

La filosofia insegna la rivoluzione, insegna a ribellarsi, a pensare contro, ad intuire il proprio spirito, a smascherare gli idoli del tempo, a pensare a fondo la propria insoddisfazione e trasformarla in energia, insegna a cercare la propria anima.

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Attualità

The rock pope.

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Iconografico, patinato, pop: Sorrentino è il “genio italico” del cinema e la serie Tv the Young Pope lo conferma. Il papa fuma, il papa è cattivo, il papa a volte non crede. I cardinali e i vescovi sono avvezzi all’intrigo, all’ira, al tifo calcistico. La curia è centro di lusso, potere e marketing. Tutto pop tutto rock. La critica cattolica mugugna, storce il naso ma resta fedele al vecchio motto di Wilde: “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.” e quindi finge di criticarlo ma lo loda. A me Sorrentino piace. Punto. Per quel che vale. Istintivamente, fin da “This must be the place” del 2011 con David Byrne, Sean Penn, la figlia di Bono e la rappresentazione di Robert Smith dei Cure. Apprezzo Sorrentino da spettatore, per la fotografia, per le scenografie, per i caratteri che mette in scena. Molto italiano, molto napoletano, molto cinematografico. Jude Law è perfetto, come Silvio Orlando: “La Chiesa è donna” dice ad un certo punto. “L’assenza è presenza, sacrificio e sofferenza” afferma Lenny, il papa giovane. Materialità e spiritualità dell’esercizio apostolico: dopo il papa morettiano un diverso papa “sorrentiniano”.

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