Filosofia, pratica filosofica, Pratiche filosofiche

Contro l’anything goes del “bullshit filosofico”.

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Donata Romizi su Phronesis – Semestrale di filosofia,consulenza e pratiche filosofiche.

Phronesis, Anno XIV, numero 25-26, aprile 2016

La rivista Phronesis, semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche, il cui primo numero uscì nel 2003, torna nel web con un numero doppio e alcune novità.  La principale novità è l’avvicendamento alla direzione di Neri Pollastri e Davide Miccione, con Antonio Carnicella e Saveria Addotta, cui si accompagna una nuova redazione composta da: Augusto Cavadi, Maria Teresa Cimò, Giorgio Giacometti, Marta Mancini, Davide Ubizzo e Chiara Zanella. Con questa rinnovata conduzione la rivista sarà disponibile esclusivamente on line all’interno del sito dell’Associazione Phronesis, ove sarà possibile visualizzare e scaricare ogni singolo articolo in formato Pdf.

In questo numero, in particolare, si può trovare nella sezione “Conversazioni” l’inedita intervista, a cura della redazione, a Donata Romizi,  PhD  presso la Facoltà di filosofia e educazione dell’Università di Vienna dove coordina il corso di studi post laurea di Pratica filosofica. La docente offre spunti particolari per approfondire alcuni tra i temi più scottanti e urgenti relativi alla Pratica e alla Consulenza filosofica in Italia e a livello internazionale.

Un panorama variegato – quello della Philosophische Praxis – che vede associazioni in quasi ogni paese, congressi, riviste specializzate, scuole di pensiero, pubblicazioni, siti internet, realtà diverse per una professione, quella filosofica, che la docente al termine del colloquio definisce un dilemma. Il dilemma è dato dall’aporeticità della professione, che non permette di guadagnare (abbastanza) da essa, una sorta di maledizione aristotelica. L’esclusività della professione filosofica non è ancora realtà: nessun consulente fa solo consulenza individuale, neppure Achenbach. Come i musicisti che amano suonare ma non possono vivere solo di musica, allo stesso modo il filosofo pratico si trova a dover “saper fare” anche altro per “guadagnarsi la pagnotta”, i “filosofi pratici” non fanno solo consulenza, è necessaria loro una “doppia competenza”: Filosofia ed Economia, Filosofia e Pedagogia, Filosofia e Medicina, Filosofia e Teologia etc. Dice la Romizi: «Il mio consiglio sarebbe quello di non buttarsi solo e subito sulla Pratica filosofica. Dal punto di vista lavorativo, è ancora un rischio grosso. E anche se volesse lavorare in futuro come filosofo pratico, gli gioverebbe molto acquisire competenze anche in altri ambiti.» È quella forma di mimetismo che contraddistingue il fare filosofico dell’era attuale.

Altro tema, sullo stesso ordine concettuale, è quello della voluta, agli esordi, ambiguità terminologica. Parlare di Praxis, (práxis, dal greco πρᾶξις, termine latino che sta per prassi, pratica) intesa come attività generale di matrice filosofica, comprende anche molti altri modi di “praticare” la filosofia – lo stesso Achenbach nella sua “Philosophische Praxis” intesa come studio professionale ha sempre fatto anche altre cose – mentre l’esclusiva attività di consulenza dovrebbe propriamente riferirsi al counseling, con tutte le difficoltà ermeneutiche che questo riferimento pone, e ben presenti alla Romizi che infatti dice: «Quindi se oggi, nella comunità internazionale, si parla con i colleghi di “Philosophische Praxis” (o “Philosophical Practice”) normalmente è evidente che non si intende solo la consulenza. Se si parla in inglese, per indicare solo la consulenza esiste un’espressione apposita, “philosophical counseling”. Quest’espressione purtroppo risolve un problema ma ne crea un altro, perché spesso finisce per inglobare la filosofia in una forma di dialogo – il “counseling” – preesistente alla nascita della “Philosophische Praxis”, e di per sé non filosofica.»

Altro spunto di riflessione, qui si può solo accennarne e per il quale rimandiamo all’articolo, è quello della vexata quaestio del metodo e perciò di una formazione che garantisca approcci validi, orientamenti metodologici e standard di qualità comunicabili, per evitare il dilettantismo, “l’anything goes del bullshit filosofico” come scrive la Romizi, che da parte sua propone di abbinare qualità e pluralismo, insegnando a conoscere e approfondire teoria e pratica dei diversi approcci, impostazione sulla quale l’Associazione Phronesis non può che concordare perché base fondamentale della Scuola di Consulenza filosofica che propone dal 2005.

Un diverso tema interessante è quello di una presunta “purezza” della Philosophische Praxis, nata come alternativa alle psicoterapie, punto che la Romizi smentisce in maniera radicale: «Achenbach ha studiato molto anche in quest’ambito, e secondo me queste conoscenze influenzano anche il suo modo di pensare e di fare consulenza: penso che neanche lui faccia una consulenza “puramente” filosofica. Ma sul suo modo di pensare e di fare consulenza influiscono anche le sue conoscenze letterarie, e persino musicali. Il fatto è che l’essere umano è “uno”, come anche il suo pensiero e il mondo: gli “scompartimenti” che definiscono le discipline sono convenzioni storicamente variabili e secondo me cercare la purezza disciplinare non ha molto senso.»

La Romizi sorvola su due questioni che invece saltano agli occhi a chi legge, due spunti critici che non si possono obliare: uno è quello del rapporto con l’Università, contesto in cui lavora la docente, in quanto lei stessa coordinatrice di un corso post lauream in “Philosophische Praxis”. Considerato il portato antiaccademico della proposta di Achenbach, la vis polemica che animava gli esordi, oggi forse possiamo rilevare posizioni più morbide, Achenbach stesso insegna proprio nel corso triennale di formazione e, sporadicamente, nel programma di formazione alla Pratica filosofica che la Romizi coordina all’Università di Vienna, attività di collaborazione che, del resto, neppure in Italia i consulenti più noti sembrano disdegnare. Se è vero che ogni inizio presuppone una rottura drastica con il passato, nel caso della pratica filosofica la presa di distanza dal “format accademico” – quella che Giorgio Giacometti definisce “la sua sorellastra, l’imitazione medioevale e moderna”-, certo siamo lontani dai toni di quel 1982 anno in cui il filosofo di Hameln scriveva: «La filosofia sopravvive in un ghetto accademico, dove ha perduto il rapporto con qualsiasi problema che opprime realmente gli uomini. Questa alienazione che produce sterilità e assenza di coscienza nella quotidianità, viene superata nella consulenza filosofica.»

L’altra questione è in realtà un insieme di spunti che dimostrano quanto sia vera l’affermazione che la Consulenza filosofica è il filosofo, il che significa avere la libertà intellettuale e di pensiero per lavorare secondo il proprio modo di intendere la filosofia e alla luce della propria formazione, (nel caso della Romizi la Filosofia della scienza) ad esempio la sorpresa coglie nel leggere che la Romizi pur avendo studiato con Achenbach non ha mai fatto una seduta di consulenza con lui, «(non ho mai fatto una consulenza da lui)» oppure apprendere del suo approccio estremamente pragmatico: «La filosofia ha sempre avuto un problema con “il vil denaro” – a partire dalla critica feroce ai Sofisti (che invece probabilmente erano filosofi di tutto rispetto)» ed infine il fatto che la docente prediliga, per sua stessa ammissione, un approccio storicistico, cosa che potrebbe far storcere il naso ad alcuni consulenti italiani, infatti leggiamo: «non credo si possa definire la filosofia indipendentemente dalla sua storia, per “fare” filosofia bisogna anche conoscere la tradizione filosofica (…) il patrimonio filosofico già esistente è uno scrigno di risorse importantissimo.»

img: philosophytalk.org

 

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Attualità, Etica, Filosofia, Pratiche filosofiche

Unde malum? Le dimissioni di Socrate. “Al di qua del bene e del male” di R. De Monticelli .

 

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“Tutte le civiltà veramente creatrici hanno saputo (…) creare un posto vuoto riservato al soprannaturale puro (…) tutto il resto era orientato verso questo vuoto.” ( Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione 1937)

Nelle diverse attività di pratica filosofica –  che siano seminari, laboratori, caffè o consulenze –  è inevitabile arrivare a lambire (ed auspicabile sondare) quel nucleo divenuto oscuro che sono i valori, che siano essi ideali di vita, idee portanti, visioni del mondo, ideologie o fedi; e già questa polimorfia semantica ne può spiegare l’oscurità che è sopravvenuta nel tempo, culminata nel ‘900 con una sorta di decostruzione del pensiero razionalista della tradizione filosofica e della metafisica classica, in era di relativismi, di costruttivismi e di realismi. Tutte queste definizioni di valore ebbero un significato un tempo molto più chiaro e lineare, mentre le si può intendere oggi in temini molti più ampi e generici, ovvero come costellazioni di orientamento. E’ il mondo etico e morale, spirituale, è ciò che ci guida, volenti o nolenti quando agiamo, decidiamo, pensiamo e anche, naturalmente,  quando amiamo, odiamo, invidiamo, ci risentiamo.

Il libro della De Monticelli verte proprio su questo. Chiede molto direttamente – e con inusitata veemenza logica –  se siamo ancora capaci di pensare e parlare di valori. Di “idealità” come le chiama la filosofa husserliana di Pavia. Lo chiede nel nome della razionalità che la filosofia ha sempre incarnato e non teme di collegarla alla tematica morale, sfidando analitici e continentali, heideggeriani, post modernisti e post marxisti, tutti accomunati in questa lettura che concorda nell’impossibilità di una assiologia dei valori umani, che invece la De Monticelli cerca di costruire.

E’ una ricostruzione a mio avviso, poichè se i vecchi ideali muoiono e li si vuole rivivificare, ciò significa dare loro nuova vita. Il tema del ritorno dei valori è un tema complesso ma urgente.

E’ un testo denso, la De Monticelli è docente universitaria, il suo è un lavoro di ricerca filosofica e quindi richiede una certa dimestichezza con le tematiche di filosofia morale, ma ha il pregio di collegare la realtà al pensiero e viceversa. La sua analisi della situazione morale italiana è una vera fenomenologia del male pubblico: l’erosione delle idealità, l’appiattimento del dover essere sull’essere, l’omertà dell’autocoscienza, l’apatia civile, l’apatica “disperanza”, che caratterizzano il nostro tempo non sono eluse anzi conducono l’autrice alle tematiche di una esigenza di rifondazione della ragione pratica, dell’etica politica, verso una “assiologia fenomenologica”. Assiologia come pensiero del valore, dal greco axios (άξιος, valido, degno) e loghìa (λογία da λόγος -logos- studio) teoria che studia quali siano i valori morali nel mondo distinguendoli dalle mere realtà di fatto. Il “dono dei vincoli” è la definizione che chiude questo testo.

Chiaramente le dimissioni di Socrate sono rappresentate dall’abbandono dell’esercizio della ragione nel mondo odierno, dal tradimento del suo dettato e del suo agire. Dov’è Socrate chiede la filosofa?  Socrate è latitante nel disincanto della ragione pratica e nello scetticismo assiologico, quell’orientamento contemporaneo comune che ritiene soggettivo, relativo, storicamente determinato e soggetto a negoziazioni e compromessi qualsiasi giudizio di valore. “La filosofia nacque – almeno in Grecia, almeno nella sua chiave socratica – come tentativo di illuminare questa esperienza, (quella morale n.d.a.) di farne oggetto e mezzo di conoscenza, una conoscenza che fosse anche guida per l’azione, ragione pratica.”

L’autrice inanella riflessioni attraverso la rilettura di Kant, Husserl, Weil, Calamandrei, Dworkin, Hersch, Rawls, Spinelli e molti altri.

Particolarmente efficaci le pagine che analizzano e illuminano buona parte del pensiero novecentesco come un’imbarazzante e terribile abisso della ragione, e non usa parole tenere: “Fa davvero impressione ascoltare alcuni dei più giovani filosofi snocciolare senza ombra di perplessità litanie sulla macchinazione globale del capitalismo condita dagli elogi più illiberali di quanto di peggio si trova nella politica contemporanea.” a partire dall’oblio delle parole di Husserl della Crisi delle scienze europee del 1938, sul rinnovamento etico come compito dell’Europa e sul ruolo del filosofo nella società contemporanea, allora mal comprese se non subito ignorate, con l’adesione acritica alle tesi più oscure e pregne di “delirio e di oscenità” (rese ancor più evidenti dalla pubblicazione degli “Schwarze Hefte”, vedi anche I Quaderni neri di Heidegger) del filosofo di Meßkirch quando parla di macchinazione, sradicamento, destino dell’occidente, intima grandezza del nazionalsocialismo e malessenza dell’ente etc.  e di quanto di esse sia piena la “Rive Gauche”, come la chiama la filosofa, e la nuova cosidetta “Italian Theory”. Si tratta di quel pensiero del ‘900 che, ad esempio riesuma e sdogana quello Schmitt che avallò il sopruso totalitario nazista con il diritto, o che fa apologia della violenza politica, o che depotenzia la legge definendola come vuota formula.

Di particolare interesse per me, inoltre, il lucido e ineludibile appello agli educatori di professione, “Cosa facciamo noi per promuovere quel risveglio dall’apatia, quella disposizione alla ricerca e alla verifica di valore in ogni data situazione, che produrrebbe cognizione e coscienza  dov’è ignoranza e rimozione?”

Come scriveva Husserl, che la De Monticelli cita spesso, : “Tutta la vita è prendere posizione, ogni presa di posizione è soggetta a un dovere, a una giurisdizione di validità o invalidità.” (E. Husserl, La filosofia come scienza rigorosa 1911).

Ma siamo ancora disposti e capaci a questa sfida?

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Roberta De Monticelli, Al di qua del bene e del male 2015 Einaudi.

Img: Tadao Ando Meditation Space (UNESCO Paris) bbonthebrink.blogspot.it.

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Formazione, Inclusione, Pratiche filosofiche

Filosofare con bambini: il “Cerchio della parola”.

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Ho pubblicato, nel blog “Filosofia per la vita”, il resoconto di un’esperienza di pratica filosofica con bambini, lo trovate qui:

http://www.filosofiaperlavita.it/2017/09/filosofare-con-bambini-il-cerchio-della.html

Buona lettura.

Esperienze di pratiche filosofiche per lo sviluppo delle competenze sociali e di cittadinanza.

“Durante questa estate 2017 ho collaborato con la Cooperativa Sociale Itaca di Pordenone che gestisce i Centri Estivi comunali di Cavallino Treporti ed altri servizi sociali nel territorio veneziano dove vivo. Il progetto “Discovery Camp 2017”, attivato tra luglio e agosto, prevedeva diverse attività rivolte ai bambini tra i 5 ed i 10 anni d’età: laboratori, giochi, uscite e gite, attività legate alla creatività e alla pittura e feste con le famiglie. La responsabile del progetto, dott. ressa Serafini, memore dei Laboratori ed i Caffè filosofici che regolarmente gestisco da alcuni anni (rivolti a giovani e adulti) nel territorio – nell’ambito delle attività culturali programmate dall’amministrazione locale –  mi ha proposto di pianificare e gestire attività con i bambini legate al dialogo, alla condivisione e al pensiero critico.”

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Pratiche filosofiche

#Philosophers, un identikit.

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img: philosophy kitchen

 “(…) la filosofia che si fa può ben pretendere a un grado di autenticità perfino superiore alla filosofia dei libri e dei corsi universitari, anche se al prezzo di una prevedibile precarietà. Ma che importa? La modalità non professionalizzata del filosofare sta rivendicando il suo spazio. Ed è grazie a queste modalità ‘non’ che ora ‘Socrate’ si ritrova in una ‘agora’ chiamata, a seconda dei casi, la classe, il cafè, la piazza o, magari, la “saletta di filosofia” all’interno del penitenziario e (perché no) anche Twitter, visti i cafè filosofici che nascono sui social.”( Livio Rossetti, Le dialogue socratique, un modèle désormais dépassé ? Les Belles Lettres, Paris 2011)

E’ nel lascito socratico che possiamo tornare a comprendere che la costituzione originaria del primum philosophari si fonda sulla polis e sul dialeghestai, la qual cosa significa che solo un ritorno all’agorà cittadino del logos comune può determinare una reale coscienza civile di ripensamento critico, che ( pragma ) tradotto oggi significa che il fare filosofia è da intendersi nel ritorno a sporcarsi le mani con l’erlebnis, il flusso di vita, l’esperienza, cioè tornare alla critica  e all’immaginazione produttiva spinoziana, con quella passione per la conoscenza che Platone e Nietzsche ben rappresentano: fiamma che balza per il greco, passione per la verità il secondo per cui il filosofo è  “un uomo che costantemente vive, vede, ascolta, sospetta, spera, sogna cose fuori dall’ordinario”.

Si tratta a ben vedere di recuperare atti originari per la filosofia stessa, per individuare una figura di filosofo nuova e diversa, che oggi pare assumere qualifiche come: consulente, conduttore, praticante, facilitatore, mediatore.  Il filosofo pratico è chi sa “tirar fuori ciò che non vogliamo vedere” come scrive Gerd Achenbach, chi è capace di attuare una “critica dei bisogni” con Ran Lahav e “coprire i vuoti e far circolare l’aria” come scrive Stefano Zampieri.

Nella geografia globale l’esercizio della filosofia rivolge gli strumenti del pensiero  ai limiti della polis e dell’agorà, che rappresentano oggi, ancora una volta,  i termini di riferimento del filosofo, quel dualismo tra locale e globale che caratterizza le dinamiche contemporanee. Il filosofo pratico lavora inserito in un contesto locale che a sua volta inferisce ad un pensiero globale. Come ricorda Achenbach la filosofia dalla domanda “sul concetto del mondo” nella forma praticata ( oltre Kant) passa a chiedere: cosa so, cosa faccio, cosa spero, chi sono? L’esperto di filosofia ha la consapevolezza di saper vedere indietro per guardare avanti. Il filosofo ha assunto nel tempo diverse figure sociali, il professore, l’intellettuale sono solo due tra quelle più recenti.

Il filosofo del senso comune. Come fanno notare Madera e Tarca “ (…) la filosofia, come modo di vivere, è diventata il modo di vivere dei professori che si occupano di filosofia. Se questa è la pratica filosofica essa si riduce all’esercizio dello studio, della scrittura e dell’insegnamento dei risultati di tale studio.”  Diverso a questo punto, dopo la svolta pratica,  è fare filosofia, che vuol dire non solo commentare autori di riferimento o compulsare testi classici ma fare ricerca comune, favorire la discussione, utilizzare metodologicamente il dialogo, affinare gli strumenti di analisi e confronto  sull’esperienza di vita concreta e sulle visioni del mondo che reggono il nostro agire.

Il cattedratico. Sulla filosofia delle università molto è stato scritto, questo tema è polemica ricorrente tra dotti e “nuovi filosofi” nel corso del tempo; idealmente nate sulla traccia delle scuole di Atene le università crescono come luoghi di culto della conoscenza assumendo di volta in volta le caratteristiche proprie dei tempi che vivono. Se storicamente la filosofia è sempre stata praticata, dalla sua nascita socratica alle scuole ateniesi e successivamente dai cinici agli stoici, è nel 529 quando l’imperatore bizantino Giustiniano chiuse le scuole ateniesi,  quindi con l’avvento del cristianesimo, ( e poi ancora con l’avvento del Positivismo) forse con la nascita della cattedre di filosofia all’Università di Costantinopoli nel 425, che la filosofia è messa in aula, tra la cattedra e gli scolari, impacchettata e resa fruibile ai discenti, manualizzata ad uso dei chierici, o meglio normalizzata ad uso del cristianesimo.

Il filosofo del Rinascimento. Un primo momento di “rottura” rispetto al Medioevo, cioè con la consolidata tradizione delle universitas,  luogo preminente in cui il filosofo trova la sua collocazione ( anche se non come specialista di filosofia ) ed il suo status riconosciuto, e questo avviene nel Rinascimento in quel periodo storico di riscoperta della classicità e di apertura a innovative metodologie scientifiche. I nuovi umanisti rinascimentali si staccano dalla tradizione aristotelica degli studi filosofici del loro tempo Così scrive Garin nel suo “L’uomo del Rinascimento” citando Le Goeff  il quale ricordava “(…) quello che erano stati i filosofi nelle città greche, e in genere del mondo antico: maestri di vita e scienziati, medici delle anime e dei corpi, riformatori e critici radicali, pronti a testimoniare con la morte”  e spiega che  “ ( …) il ritorno dei filosofi antichi nel Rinascimento, che ha aperto il corso a fiumi di retorica, ha tuttavia mutato anche il volto della ricerca, e ha rinnovato l’immagine del filosofo e della filosofia: intanto, non più, o non necessariamente, maestro di scuola, non vincolato a ortodossie di sorta, insofferente di qualsiasi pretesa egemonica, per vocazione critico e spesso ribelle (…)”  come  lo sono stati Leon Battista Alberti, o Leonardo da Vinci, Pomponazzi, Marsilio Ficino, Cornelio Agrippa, Erasmo, Paracelso e Giordano Bruno grandi pensatori, artisti, inventori e scienziati del Rinascimento oggi certo meno ricordati come filosofi ma studiosi i quali nella loro opera facevano costante il riferimento a categorie di pensiero e riferimenti della tradizione antica. Pensatori che non hanno timori riverenziali, critici, innovatori “ (…) la filosofia rompe duramente con il passato, non si riconosce né in un libro né in un autore, e scopre strade nuove e nuove alleanze, il filosofo è anche colui che non conosce barriere o vie predeterminate; che si apre alla vita attiva, che è fortemente interessato al mondo morale e politico, all’uomo e all’esistenza dell’uomo.”  E’ forse questo l’aspetto più innovativo del filosofo del Rinascimento, in questo momento storico si affaccia una filosofia che si apre alla vita attiva, che rigetta l’apologia della teoresi come unica nobile arte del pensiero, che vive il mondo morale, etico e politico del suo tempo, contribuendo a costruirne il senso, non senza l’irriverenza tipica degli uomini d’ingegno del ‘500.

Il filosofo illuminista. Filosoficamente l’età dei lumi  si caratterizza con l’attacco all’assolutismo dei monarchi, del clero, della casta fondiaria e del pregiudizio, della credulità; ha in questa sua radice una forte carica socratica di messa in discussione e di opposizione. Il filosofo è un raffinato e colto letterato che somma in se il coraggio intellettuale di rimarcare le ingiustizie sociali e la novità culturale per diffondere questa tendenza, e tutto questo nel nome della ragione. Con la loro testimonianza e le loro opere i philosophes si fecero propugnatori di ideali di eguaglianza, libertà ed emancipazione. L’Illuminismo fu tuttavia espressione di un ceto sociale che, pur volendo trasformare radicalmente la società e rivendicando i diritti delle classi più deboli, ebbe, nei fatti, esiti ben più moderati, ci vorranno molti altri decenni, ed errori e deviazioni prima di veder realizzate queste utopie, o solo alcune di esse. Un tratto noto della filosofia di questa età è , per quanto detto, il suo legame con le trasformazioni sociali e politiche e in ultima analisi il tema del rapporto tra riflessione filosofica e scelte di diritto e politiche compiute dagli individui, dagli Stati, dalle organizzazioni internazionali: nell’illuminismo la filosofia ha assunto consapevolmente il ruolo di critica della società e dello stesso uomo del futuro, e il filosofo ha altrettanto consapevolmente rivestito i panni dell’ingegnere sociale, ritorna il filosofo politico platonico che analizza lo stato sociale e prospetta nuova possibilità.

Il funzionario dell’umanità. Nel 1937 il riferimento alla filosofia del Rinascimento consente a Edmund Husserl di collocare la critica che espone nel testo de “La crisi delle scienze europee”. Il 7 maggio 1935 Husserl tenne a Vienna una conferenza dal titolo La filosofia nella crisi dell’umanità europea, che proponeva le riflessioni cui il filosofo stava lavorando già da un paio d’anni e su richiesta generale del pubblico la replicò il 10 dello stesso mese. Nel mese di novembre dello stesso anno Husserl tenne altre conferenze sullo stesso tema a Praga e all’inizio del 1936 ne decise la pubblicazione sulla rivista “Philosophia” di Belgrado.  In primo luogo, per Husserl è necessario individuare nell’ambito della psicologia, nella sua tematica e nel suo metodo quelle “oscurità enigmatiche e inestricabili”   che caratterizzano le scienze moderne e che riconducono a “l’enigma della soggettività” . Enzo Paci disse: “la filosofia ha davanti a sé l’orizzonte del futuro e dietro a sé l’orizzonte del passato.”  Husserl interroga “noi filosofi del presente”  e il ruolo dei filosofi nella cultura quando abbiano scoperto con certezza che ogni filosofia ha lo spazio effimero di una giornata “nell’ambito della flora filosofica”  che sempre nasce e perisce e sempre di nuovo. La miseria della filosofia presente, per Husserl (1935), sta nel riconoscere la “penosa contraddizione esistenziale”   cioè quella di non essere più in grado di giungere ad una conoscenza universale, di essere chiusi nella propria costruzione filosofica attorno a problemi filosofici e ad ascoltare prolusioni accademiche.  Ma Husserl dichiara che se i filosofi che vogliono essere non filosofi letterati ma, educati dai grandi filosofi del passato, filosofi che vivono della verità, devono riconoscere nella filosofia un compito per l’umanità: quello di essere filosofi come “funzionari dell’umanità”  a patto di intendere la filosofia come  “vocazione interiore personale”  che  crede in un telos universale e nella possibilità di realizzarlo. In quanto eredi del passato gli uomini devono cercare esaurienti considerazioni storiche e critiche, un’auto – comprensione radicale  sulla originaria volontà della filosofia che nella finalità e nel metodo rivela “quell’aderenza ultima e autentica alla propria origine che, una volta penetrata, lega a sé apoditticamente  la volontà.”  In cosa consiste l’apoditticità Husserl dice di non saperlo ancora ma di voler mostrarlo nel ripercorrere la crosta dei fatti storici cercandone il senso intimo la “nascosta teleologia”  cercando, attraverso un “atteggiamento spirituale scettico ma non propriamente negativo”, le possibilità di un nuovo orientamento cercando una filosofia che va attuata attraverso l’azione.

Il precario scandaloso. Max  Horkheimer, animatore del famoso Istituto di Scienze Sociali di Francoforte, nel 1940 scrisse un saggio sulla funzione sociale della filosofia, una riflessione radicale e sicuramente desueta per la filosofia dei tempi. Questo saggio fu scritto in un periodo gravido di avvenimenti drammatici che investivano l’Europa e forse proprio per questo aspetto rappresenta una riflessione filosoficamente audace. Il saggio intitolato “La funzione sociale della filosofia”   è eminentemente socratico perché contiene un’affermazione fondamentale ai fini del nostro discorso e cioè che il ruolo sociale del filosofo consista nel dispiegamento del pensiero critico e dialettico perché “filosofia è il tentativo metodico e tenace di portare la ragione nel mondo”  da questa idea Horkheimer  deriva anche l’essenziale a-sistematicità della filosofia, cioè la mancanza di uno statuto certo e configurato una volta per tutte, la sua precarietà perché sempre orientata verso nuove forme del reale e il suo essere fonte di scandalo perché irriverente e spudorata, non avendo verità preconfezionate da spacciare né tanto meno da difendere a priori ma tutto da vagliare criticamente . “ciò determina la sua posizione precaria e controversa. Essa è scomoda, ostinata e per di più priva di una utilità immediata, essa è dunque veramente fonte di scandalo” . Sotto questa luce inquietante, poco rassicurante e consolatoria ma piuttosto rivoluzionaria, il destino del filosofo non può essere unico ed esclusivo innocuo disquisire, pacifico colloquiare, sereno argomentare ma dovrà essere accettazione della contaminazione del quotidiano pensare la vita: prendere posizione, vagliare con attenzione, soppesare, valutare e questo non ai fini morali o utilitaristici cioè del giudizio e del valore materiale, e qui sta la vera questione, ma ai fini della capacità di determinare il pensiero e l’agire, orientare le scelte, fondare il proprio io attivo e consenziente. Questa forma di ibridazione, di mescolamento, di fusione conduce al concetto di accettazione consapevole di quello che si può intendere come il quotidiano contraddittorio esistenziale, il vivere il presente nella sua apparente confusione, con quanto vi è in esso di opposto a noi, con la sua ipocrisia, con il luogo comune, la diceria, l’opinione e le relazioni, vivere il presente insomma come accettazione del conflitto. Per Horkheimer “la vera funzione sociale della filosofia consiste nella critica dell’esistente” in questo il filosofo è da ritenere un precursore della pratica filosofica : “Gli uomini devono imparare a comprendere la connessione tra le loro attività individuali e ciò che con esse viene raggiunto, tra la loro esistenza particolare e la vita generale della società, tra i loro progetti quotidiani e le grandi idee che professano”. Horkheimer ribadisce l’aspetto inaudito del filosofare, il suo essere un sapere essenziale al progredire razionale della società ma irriducibile ad una qualsiasi sistematizzazione assoluta e che non sia esaminata socraticamente e fondata criticamente. Ne parla come scandalo, come pratica scomoda e ostinata. Gli uomini in genere sono incapaci di orientare le proprie scelte in modo razionale per la loro scarsa propensione alla riflessione esaminante, “gli uomini sono incapaci di organizzare la propria vita in conformità con le loro idee di umanità”.

L’intellettuale organico.  Un nuovo modello di filosofo si affaccia a metà novecento sulla scena culturale, è l’intellettuale. Questo nuovo filosofo usa l’intelletto in funzione sociale, riveste un ruolo di guida, di indirizzo, è il personaggio capace di svolgere un ruolo educante a livello di massa.  Come scrisse Gramsci:  “Il modo di essere del nuovo intellettuale non può più consistere nell’eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, “persuasore permanentemente” perché non puro oratore – e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane “specialista” e non si diventa “dirigente” (specialista + politico).”    Ma è la stessa radice genealogica di questa figura, la società di massa e chi la dirige, che mutilano questa figura rinchiudendola in una gabbia fatta di privilegi, prebende, direttive, manipolazioni, selezioni, sistemi di micro potere accademico ed editoriale, figura sociale che pure vedrà riconosciuto a se un ruolo di compromesso piuttosto duraturo nell’Italia del dopoguerra.  Il  mondo accademico costituirà un’oligarchia chiusa, spietata, meschina,  che gestirà la direzione culturale del paese, collaborando attivamente con le strutture politiche, accompagnando l’idea di società e di costume adatte ad un mondo ideologicizzato e secolarizzato. Il discredito in cui versa questa figura non deve però ostacolare il riconoscimento di quelli, tra gli intellettuali, che hanno svolto un ruolo importante ai fini della ricerca e della cultura e i nomi di questi ad ognuno vengono in mente facilmente.

Chi è quindi il filosofo pratico?  Chi è il filosofo? E’ la domanda cui Aristotele rispondeva che è colui che “vive mirando costantemente alla natura ed al divino”, Kant affermava che il filosofo è “ricercatore di saggezza”, Nietzsche lo identificava come “la cattiva coscienza della sua epoca” Husserl lo chiamava “funzionario dell’umanità”, Abbagnano diceva che “un vero filosofo è un maestro o compagno di ricerca“.

E oggi? Maieuta, mediatore di cittadinanza, filosofo di strada, egli è “tutore della complessità” colui che è attrezzato per salvaguardare le istituzioni sociali dalle traduzioni semplicistiche, dagli slogan, dalle banalizzazioni inquietanti; filosofo pratico è colui che (con Cavadi) sa “ideare e mettere in circolo possibili assi intorno ai quali edificare quelle visioni di insieme di cui pure devono continuare a denunciare le caricature” ovvero essere capace di leggere il contesto e di analizzare le conseguenze di atti e eventi collettivi e personali, un pensiero del complesso e del contesto, specifico e universale. E’ anche un artigiano delle produzioni testuali in rete, un esperto di marketing di idee, uno inventore di ambienti d’apprendimento, un fagocitatore di concetti, un alchimista di rappresentazioni, un logico delle emozioni, un architetto di esistenze.

Se mediatore di cittadinanza è bene intendersi sul secondo termine. Cittadinanza non è appartenenza meramente giuridica ma, mediando il termine anche dal campo giuridico, consiste nel veder riconosciuto il diritto dovere a essere cittadino della polis, a patto di sapere cosa sia la polis attuale e come si compone; questo compito è reciproco tra il filosofo ed il cittadino, entrambi vivono una realtà complessa che insieme cercano di decifrare, il filosofo è colui che ne conosce gli assi portanti, che si fa portatore di pratiche attivatici di consapevolezza e pratiche critiche di razionalità; egli intraprende un  cammino di conoscenza di sé nel mondo, perché accetta la sfida del mondo con franca consapevolezza, con questo accettare la complessità inizia a delinearsi il filosofo pratico.

L’esercizio del pensiero acquista un significato nuovo e allo stesso tempo antico se si pone mente che sono due le caratteristiche che lo contraddistinguono: la problematizzazione e la libertà del linguaggio. Possiamo dire di essere veramente all’interno di un nuovo paradigma solo se riteniamo fondata l’affermazione che il pensiero filosofico è problematizzazione, pratica oppositiva, diversificazione, pensare “altro”. La radicalità del pensiero e dell’azione della pratica filosofica non è senza conseguenze, esercizio di stile riflessivo, essa ha risvolti etici, cambiare modo di pensare significa cambiare i parametri di valutazione del nostro agire.

“Il loro «conoscere» è “creare”, il loro creare è una legislazione, la loro volontà di verità è – “volontà di potenza”. Esistono oggi tali filosofi?” ( Nietzsche, Al di là del bene e del male, § 211)

La filosofia ha una vocazione universale e collettiva in quanto meramente umana; nella svolta pratica sembra voler rappresentare il proprio come un desiderio vivo di ritornare alle radici di interrogazione e opposizione civica, formativa e politica senza le quali rischia di restare impagliata, sterile e temporanea imitazione delle forme storiche del sapere accademico. Venendo meno la tensione metafisica, il diritto statuale e la preminenza accademica, la strada sembra segnata:  credibilità, razionalità, scientificità e pensiero utilitaristico economico spingono il fare filosofico verso un radicale ripensamento. Il logos che è linguaggio e pensiero impone una riflessione radicale su di se, sulle persistenze linguistiche e sulle nebulose astrazioni del lessico psico filosofico radicato nelle consuetudini, anche, quindi il coraggio di osare il pensiero attraverso la franchezza appare, per il filosofo pratico, un abito professionale.

“Rifletti come devi pensare, rifletti come devi agire, rifletti come devi vivere” (A. Heller, La filosofia radicale, 1978)

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Attualità, Pratiche filosofiche, Venezia

Caffè filosofici 2016 a Venezia.

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Al via la seconda edizione dei Caffè filosofici a Spinea ( Venezia).

Che cosa so? Che cosa faccio? Che cosa spero? Chi sono? Il pensiero critico, il mondo dei social e l’etica della complessità, sono le proposte di questo autunno 2016 per la seconda edizione dei Caffè filosofici a Spinea. Come Socrate sfidò la democrazia ateniese a condurre una “vita pensata”, a preoccuparsi a fondo delle ragioni con cui sosteniamo le nostre convinzioni, per creare una cultura politica della ragione e dell’argomentazione, piuttosto che dell’autorità e della pressione dei pari, così oggi appare delicata la costruzione dell’identità sociale del cittadino globale. Una cultura meno oppressa da pressioni e più feconda di attenzioni. Questa “vita pensata”, per le difficoltà di attuarla, è oggi ancor più difficile: implica l’imparare ad argomentare, a curare la precisione, la validità e la struttura logica ed emotiva del nostro agire e del nostro credere.

I Caffè filosofici (Café Philo) sono pubbliche discussioni aperte su argomenti vari, dalle questioni d’attualità fino ai grandi temi della filosofia, della religione e della politica. I caffè filosofici nascono in Francia nel 1992 con Marc Sautet, consulente filosofico, che li promosse al Café des Phares di Parigi e, come allora, anche oggi sono incontri aperti alla partecipazione di chiunque sia interessato a discutere e approfondire temi d’attualità, assieme ad un “esperto” di pratica filosofica, senza alcuna limitazione di età, sesso, cultura, formazione o orientamento personale.; in questi dibattiti non si parla di filosofia, bensì semplicemente si fa filosofia.

I Caffè, in quanto pratiche filosofiche, interpretano un nuovo modo di filosofare centrandosi non sull’astrazione concettuale, sull’analisi etimologica, sul commento testuale, sul prestigio autorale, sulla trasmissione di sistemi ma su una comune interrogazione della realtà: problematizzare l’esperienza, esercitare la riflessione critica, chiedere ragioni e sostenere le proprie. Vissuti, motivazioni, finalità, emozioni, tutto il nostro bagaglio etico e decisionale, la nostra vita e la complessità delle scelte possono diventare materia viva di pensiero: “fare” filosofia.https://fareondeblog.wordpress.com/2015/12/12/i-caffe-filosofici-cafe-philo/

Il primo appuntamento è il giorno 8 novembre 2016:

VITA PENSATA: un pensiero critico per una cittadinanza responsabile.

«Critical thinking is self-guided, self-disciplined thinking which attempts to reason at the highest level of quality in a fair-minded way. People who think critically consistently attempt to live rationally, reasonably, empathically. They are keenly aware of the inherently flawed nature of human thinking when left unchecked. They strive to diminish the power of their egocentric and sociocentric tendencies. They use the intellectual tools that critical thinking offers – concepts and principles that enable them to analyze, assess, and improve thinking. They work diligently to develop the intellectual virtues of intellectual integrity, intellectual humility, intellectual civility, intellectual empathy, intellectual sense of justice and confidence in reason. They realize that no matter how skilled they are as thinkers, they can always improve their reasoning abilities and they will at times fall prey to mistakes in reasoning, human irrationality, prejudices, biases, distortions, uncritically accepted social rules and taboos, self-interest, and vested interest. They strive to improve the world in whatever ways they can and contribute to a more rational, civilized society. At the same time, they recognize the complexities often inherent in doing so. They avoid thinking simplistically about complicated issues and strive to appropriately consider the rights and needs of relevant others. They recognize the complexities in developing as thinkers, and commit themselves to life-long practice toward self-improvement. They embody the Socratic principle: The unexamined life is not worth living, because they realize that many unexamined lives together result in an uncritical, unjust, dangerous world.»

( Linda Elder, September, 2007 – Foundation for Critical Thinking website).

«Il pensiero critico è un pensiero auto orientato, auto disciplinato che cerca la ragione al livello più alto di qualità in un modo imparziale. Le persone che pensano criticamente cercano in tutti i modi di vivere razionalmente, ragionevolmente, empaticamente. Essi sono pienamente consapevoli della fallacia innata della natura del pensiero umano quando è lasciato non esaminato. Essi si battono per diminuire il potere delle loro tendenze egocentriche e sociocentriche. Essi usano gli strumenti che il pensiero critico offre – concetti e principi che li rendono capaci di analizzare, valutare, e migliorare il pensiero. Lavorano diligentemente per lo sviluppo delle virtù intellettuali dell’integrità dell’intelletto, dell’umiltà intellettuale, della civiltà intellettuale, dell’empatia intellettuale, del senso di giustizia intellettuale, e confidano nella ragione. Comprendono che non importa quanto competenti siano come pensatori, essi possono sempre aumentare le loro abilità di ragionamento e potranno a volte cadere vittime di errori di ragionamento, di irrazionalità umana, di pregiudizi, faziosità, distorsioni, accettazione acritica di ruoli sociali e tabù, interessi personali, e interesse acquisito. Essi si battono per migliorare il mondo in qualunque modo possibile e portano il loro contributo per una società più razionale, più civile. Evitano il pensiero semplicistico riguardo questioni complesse, si battono per considerare adeguatamente i diritti ed i desideri della maggioranza. Essi riconoscono la complessità dello sviluppo come pensatori, e si impegnano ad una pratica di vita tesa all’auto miglioramento. Essi rappresentano il principio socratico: “una vita non esaminata non è una vita che merita di essere vissuta” perché capiscono che molte vite non esaminate insieme danno come risultato un mondo acritico, ingiusto e pericoloso.»( Linda Elder, 2007 dal sito della Fondazione per il pensiero critico – traduzione D.U.)

CAFFE’ FILOSOFICI 2016:
MARTEDÌ 8 NOVEMBRE 2016 – ORE 17,30
VITA PENSATA
un pensiero critco per una cittadinanza responsabile
MARTEDÌ 15 NOVEMBRE 2016 – ORE 17,30
LE RELAZIONI
noi ai tempi dei social
MARTEDI’ 22 NOVEMBRE – ORE 17,30
LA GLOBALIZZAZIONE
l’etica della complessità

Assessorato alla Cultura Città di Spinea
Biblioteca Comunale di Spinea – Sala Giornali&Riviste
Via Roma, 265 Spinea VE

I Caffè Filosofici, a cura di Davide Ubizzo consulente filosofico Phronesis, sono a partecipazione gratuita ma è gradita la prenotazione.

informazioni e prenotazioni
Biblioteca Comunale 041-994691
info@biblioteca-spinea.it
www.biblioteca-spinea.it
www.facebook.com/BibliotecaSpinea

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Attualità, Pratiche filosofiche

L’invasione (mediatica) della filosofia.

originalt bansky.co.uk
 Sul : “Così la filosofia ha invaso la nostra vita di Daniela Monti”  28 ottobre 2016 27 – La ventisettesima Ora.

Invasione? Ne ha parlato Daniela Monti sulla 27° Ora. Di tale invasione e dell’eventuale ragione di tale affermazione non esiste traccia in questo articolo molto milanese della 27 ora del Corriere, (pubblicato il 28 ottobre 2016) che giornalisticamente parlando è un buon pezzo, di “colore” si diceva un tempo, di costume,  quasi – diciamo – di contorno. La dimensione che la stampa nazionale ed i social media ( a 15 anni dai primi articoli che parlarono di pratica filosofica)  hanno deciso di assegnare alla maggiore novità della filosofia degli ultimi 30 anni, sembra essere ancora questa : il taglio di costume, la paginetta locale o il supplemento.

Peccato che la filosofia che “aiuta” sia qui rappresentata come una versione pop edulcorata della “vera filosofia” di cui – si intuisce –  può fare la “servetta”:  una forma semplificata e banalizzata, pur apparentemente negandolo, una filosofia per massaie ed impiegati. Condito di Berkley, Harvard, Financial Times è un articolo che spiega agli economisti che hanno bisogno dei filosofi, che la vera vita non è inseguire la ricchezza, il godimento ma la ricerca di senso, che la “filosofia POP” aiuta a trovare la felicità, a ragionare meglio, a non essere emotivi,  e i 50enni ad affrontare la terza età….

L’articolo inizia con una citazione di un docente americano, ( che ha studiato a Barkley, Harvard)  che collega lo studio della filosofia al raggiungimento di posizioni apicali, manageriali. Che relazione c’è tra le due cose? E perché a sostegno di una introduzione vale la citazione di un docente dell’Università di Syracuse nello stato di New York che si occupa di etica e politica? In seguito la giornalista passa a citare l’ Università Bocconi di Milano e Stefano Sassi, amministratore delegato di Valentino, come simpatizzante della filosofia. A dimostrare … cosa?

Filosofia che a livello accademico soffre il calo degli iscritti del 22%.

Si passa poi nella lettura al cuore dell’articolo: un elenco di pratiche ( generici sportelli comunali dove “trovare consulenza filosofica” come se il consulente fosse un impiegato, corsi pomeridiani di “potenziamento alla filosofia” alle superiori, corsi per i bambini delle elementari, «spazio filosofico» nel carcere minorile ) definite “filosofia semplificata nel linguaggio ma non banalizzata, accessibile” e si chiede se è filosofia autentica, per poi citare il … “Financial Times” (ancora un riferimento  legato al mondo economico)  «la filosofia, per rimanere in vita, ha bisogno dolorosamente della cultura pop». POP. Come un lubrificante serve a meglio muovere un meccanismo.

E poi in serie: Badiou, la vera vita non è denaro, piaceri, potere ( provate a dirlo a ad Harvard o al Financial Times …) Caffo (?) la filosofia insegna la felicità, e Pollastri secondo cui il consulente lavora sullo “sciogliere nodi attraverso una lettura lucida, razionale, coerente”.

E’ quello che viene richiesto agli studenti di Oxford del resto,  prosegue l’articolista: saper ragionare, fare i collegamenti, capire le cose al volo, collegare  le fonti di informazione.  Insomma essere elastici, malleabili, adatti a “funzionare”!

Ed infine l’epitaffio, consolatorio, buonista , citando Montanari – analista biografico ad orientamento filosofico – che pone la filosofia sul versante dell’orientamento e della comprensione, agli incontri vanno i 50 enni perché non basta più la famiglia, il successo e il lavoro….

Che se ne parli bene o male, vale ancora? Ci si deve accontentare ? E’ una fotografia reale della situazione filosofica europea? Dove sono Achenbach, Hadot, Foucault, Horkheimer, Husserl, Wittgenstein, Nietzsche,  Spinoza, Platone? O anche solo Ugo Spirito, o Rensi … con la S!

La pratica filosofica è lo strumento dell’adattamento sociale all’invasione economicista globale? Serve alle aziende? Questo articolo potrebbe andare bene per qualche brochure di facoltà per attrarre iscritti, certo non a illustrare l’evoluzione della svolta pratica della filosofia degli ultimi 30 anni ( di cui si continua a non spiegare nulla), purtroppo un’altra occasione mancata. Accontentiamoci ?

La filosofia insegna la rivoluzione, insegna a ribellarsi, a pensare contro, ad intuire il proprio spirito, a smascherare gli idoli del tempo, a pensare a fondo la propria insoddisfazione e trasformarla in energia, insegna a cercare la propria anima.

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Consulenza filosofica, Filosofia, Pratiche filosofiche

Un pensare dialogante.

New Years Night revellers

© Licensed to London News Pictures . 01/01/2016 . Manchester , UK . Police detain a man whilst another lies collapsed in the road . Revellers in Manchester on a New Year night out at the clubs around the city centre’s Printworks venue . Photo credit : Joel Goodman/LNP

L’uomo non è misura di tutte le cose. Per l’uomo misura del se è la totalità dell’esistente.

L’uomo coglie la totalità nel logos che è pensiero e parola. Logos infatti deriva dal greco λέγειν (léghein) che significa scegliere, raccontare, enumerare ma anche raccogliere, collegare. Il pensiero che si formalizza in processi mentali –  di concettualizzazione e ragionamento – coordina l’attività percettiva e la organizza, si attua inoltre in atti immaginativi, in immagini, previsioni e teorie. La parola contiene il mondo e lo costituisce,  una parola che colta nel suo farsi intenzionale non può che essere offerta e penetrata, donata e soppesata, mai adorata o esclusa, bandita. La filosofia è, detto questo, un pensare dialogante.

Il gusto per la parola suggerisce il raccoglimento, un lento lavoro del pensiero, dello scavo archeologico, dell’interrogazione radicale, l’apertura dello spazio del pensare, piuttosto che un separare cieco, un discriminare ossessivo, uno sterile classificare, un arido analizzare che caratterizza piuttosto una falsa scientificità vetero positivistica e obsoleta.

“Il conoscere stesso è praxis in quanto costituito di operazioni, di Leistungen che nel loro operare tendono al significato, alla verità. La prassi, l’operazione, la costituzione, le cose stesse in quanto risultati di operazioni, hanno vari orizzonti. Si protendono verso il futuro e già da ora sono costituite dal loro orizzonte futuro dal significato  che avranno in futuro” (Enzo Paci, Diario fenomenologico)

La ricerca della phronesis è qualcosa di più che dare una ripulita alle nostre idee.

La pratica filosofica non può’ essere una teoria di una praxis magari perfetta dal punto di vista del pensiero critico e analitico ma terribilmente noiosa. Non è nemmeno una definizione. La pratica filosofica deve essere molto più che pensiero, deve saper coinvolgere tutte le relazioni con noi stessi, con gli altri, con la vita. Una filosofia pratica comporta un’eccedenza trascendentale, fenomenologica e metafisica. La vita come esistenza il “mondo della vita inafferrabile, immenso e anonimo” (Husserl 1935) non è né la rete, né i media, né i libri. Ma è la strada che conduce al palazzo della phronesis, della saggezza. Sulla strada, del resto, non si può stare come pensionati in vacanza ma come cercatori filosofici e viandanti. Per questo la filosofia deve sempre scongiurare la deriva riduzionistica, esclusivista e analitica, nichilistica e opportunistica. E l’esercizio che accompagna questa pratica, attraverso il dialogo e la condivisione, emenda l’intenzionalità e proattiva attitudini.L’immaginazione produttiva è potenza etica.

Essere vuol dire essere partecipi della vita. La nostra esistenza è sempre, in sé, comune. Vivere è la scoperta di sempre nuovi territori dell’essere, territori costituiti dall’intelligenza, dalla volontà etica, dal piacere dell’innovazione, dall’aprirsi del desiderio. Come fiamma che balza.

Oggi su Repubblica Agamben, intervistato da Antonio Gnoli, afferma che “La filosofia non è una sostanza, ma un’intensità che può di colpo animare qualunque ambito: l’arte, la religione, l’economia,la poesia, il desiderio, l’amore, persino la noia. Assomiglia più a qualcosa come il vento o le nuvole o una tempesta: come queste,si produce all’improvviso, scuote, trasforma e perfino distrugge il luogo in cui si è prodotta, ma altrettanto imprevedibilmente passa e scompare.”

 

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