Filosofia, pratica filosofica

2018 Pragma sofia. Noûs, psyché, logos. Parole per l’anno nuovo.

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Si può accettare il mondo così com’è perché bisogna viverci ma non è obbligatorio approvarlo di sovrappiù. La ragione –  strumentale, tecnica, rapace, onnivora – com’è diventata (oggi la tecnologia è talmente pervasiva da plasmare non solo il nostro lavoro e le nostre abitudini, ma anche i nostri sogni e i nostri desideri, ovunque, la tecnica sta diventando la forma più radicale di salvezza, scrive Severino, ma questo è un altro discorso …)  quella ragione fu intesa come ben insegnò Kant in quanto strumento dell’uomo per padroneggiare con la logica il mondo, le cose, l’adeguamento dei mezzi ai fini, tradizionalmente intesa.

Linda Napolitano Valditara ricorda come «l’innocente ed innocua aridità del pensiero contemporaneo, (assai simile del resto ad una attonita ingenuità mediocre) così zelante nel non lambire minimamente neppur per accidente un pensiero che pensi fino in fondo e all’altezza una immanenza che renda giustizia ad una umanità ricca e vitale, ad una immaginifica ragione creatrice, capace di fiorire come ricca messe di frutti e prodotti, difficilmente contiene concetti concreti e proattivi che spingono a fondo l’idea di penetrazione del reale attraverso una ragione più coerente e unificante, una ragione umanitaria e non raziocinio classificante e predator che nulla acquisisce nel pur apparente guadagno.»

Stante l’impossibilità di non-comunicare, oggi parliamo, scriviamo, chattiamo, in continuazione nel quotidiano ma siamo sempre connessi con la nostra anima-coscienza, il nostro intelletto o qualsiasi cosa intendiamo con il nostro io più vero? La comunicazione, quella ostile che inquina il quotidiano, pervade il nostro tempo. La società soffre di  disabilità comunicazionale. Dove fallisce il tentativo di sviluppare nuove forme di  comunicazione? Quando cade la nostra fiducia nell’altro o è proprio del mondo così come ci appare? Tra la fluidità del comunicare e la rottura esistono vie di mezzo?

La filosofa ungherese Agnes Heller diceva: «E’ necessario del coraggio, e forse una nuova forma di coraggio per contrapporre al sapere feticistico lo spirito dell’utopia razionale, chi trae le sue origini da Socrate, deve però sapere quale obbligo morale ne consegue» e anche «Rifletti, come devi  pensare, rifletti, come devi agire, rifletti, come devi vivere».

Eppure spesso ciò che ci guida è oltre il razionale, perché influenzato dalla passionalità concreta, dalle emozioni che suscita il mondo, che funzionano come un filtro d’orientamento. L’eghemonikon, elemento egemone, facoltà dominatrice, supera oltrepassando in sintesi il dato reale per inglobarlo in un movimento immanente e trascendente di intellezione spirituale.

Aldo Gargani coglieva bene questo aspetto. «Per cogliere il valore cognitivo delle emozioni occorre uscire sia dalla visione retorica e raziocinante della sfera affettiva, sia dalla fusionalità immediata. La funzione cognitiva delle emozioni può essere colta soltanto al livello delle procedure costruttive del sistema pensiero-parola. Sono le emozioni che tessono le connessioni fra i concetti e le parole nei quali costruiamo i mondi della conoscenza. L’emozione è infatti il principio motore che connette un simbolo ad un simbolo, un concetto ad un altro. È l’emozione che illumina nuovi aspetti della realtà.»

E forse meglio lo scrive Renato Pilutti: «Le passioni sono -insieme con le emozioni- la parte della spiritualità umana che dà calore e colore allo stile di vita, ma senza l’uso della ragione che le illumina può far sì che il soggetto perda il controllo delle proprie azioni e faccia del male a sé e agli altri. Si può dire che senza passioni, emozioni e sentimenti l’anima umana è come “morta”, ma non se ne può lasciar completamente dominare. Perfino dall’amore: la più forte delle passioni, l’amore, deve essere ciò che muove le azioni umane dando loro verità e sostanza, ma si deve considerare alla luce di una riflessione che tenga conto di tutto l’equilibrio delle scelte e delle azioni umane.»

Come infatti ricordava Michele Federico Sciacca: «La filosofia non asciuga lacrime né dispensa sorrisi, ma dice la sua parola sulla “verità” delle lacrime e dei sorrisi.»

Ecco perché la coscienza di sé, il socratico conosci te stesso, il guardare in interiore homine di Agostino, la consapevolezza della propria identità, la cura di sé, rappresentano l’esercizio filosofico per eccellenza. Anche in forma di autobiografia, come ricostruzione geopolitica del proprio essere, come ad esempio ne scrive Duccio Demetrio. «Negli anni pre-adulti non abbiamo fatto altro che sperimentare e cercare il nostro stile di vita, di amare, lavorare, divertirci, reagire al dolore e alla sconfitta, trattare con gli altri. Poi, a un tratto, una parola, un’occhiata, un gesto ci fanno intendere che quello stile di vita va cambiato».

Eppure questo sguardo interiore è muto e inabile se non porta ad un riflesso esteriore, cioè se non proietta nuova luce al nostro intero essere compreso quello sociale, se non opera cioè una trasformazione vera, una metanoia.  Diceva Simone Weil: «Esiste un’energia trascendente la cui sorgente è in cielo e che passa in noi non appena lo desideriamo. È veramente una energia e si traduce in azione tramite la nostra anima e il nostro corpo».

Per una trasformazione, un cambiamento non possiamo dimenticare la lezione degli antichi sapienti, quella per cui, come ricorda Elemire Zolla:  «A parlare con l’antica esattezza l’intelletto è la parte dell’uomo che coglie i princìpi supremi, gli assiomi sui quali riposa la ragione tecnica e scientifica o rettorica, e che contempla i princìpi eterni d’ogni apparenza sensibile. Uno dei modi cui le varie religioni ricorrono per conferire questo dono della contemplazione, cioè per far nascere il fiore dell’intelletto nel terreno dell’anima, secondo una immemoriale metafora, è l’interpretazione simbolica delle figure o immagini della natura e della storia. In grazia di questa antica arte intellettuale della trasposizione emblematica si fa crescere la forza intellettuale ovvero lo spirito.»

Ritorna l’idea che sia necessario una vigilanza interiore, un controllo spirituale, un governo dello spirito egemone che si traduce in attenzione, come lo spiega Thomas Spidlik: «Fare attenzione al cuore è un’espressione molto comune nella spiritualità orientale. Riveste anzitutto un aspetto negativo: allontanare ogni pensiero cattivo proveniente dall’esterno, guarire il cuore, educarlo per mezzo della vigilanza. Allora il cuore diventa una fonte di rivelazione».

Florenskij alludeva alla Sapienza a questo proposito e dal suo punto di vista, in maniera sublime: «La Sofia è l’angelo custode del creato, la personalità ideale del mondo. Essa è il logos costitutivo del creato e quindi il contenuto costituito di Dio Logos, il Suo “contenuto psichico, eternamente creato dal Padre attraverso il figlio e compiuto nello Spirito Santo: Dio pensa mediante le cose».

Altrimenti il mondo decide per noi, come scrive Galasso emblematicamente parlando di  “innominabile attuale” descrivendo il nostro tempo. «Homo saecularis parla con molte voci, spesso divergenti. Quella che più si fa notare è progressista e umanitaria. Applica precetti di eredità cristiana, ammorbiditi e edulcorati. Soluzione tiepida e pavida, si combina, in senso inverso, con il movimento in corso nella Chiesa stessa, che cerca sempre più di assimilarsi a un ente assistenziale. Il risultato è che i secolaristi parlano con compunzione da ecclesiastici e gli ecclesiastici ambiscono a farsi passare da professori di teologia.»

Il sapere filosofico, che è azione e pensiero, pragma e sofia,  non ha bisogno di tautologie, cioè non necessita di corrispondenze tra realtà che siano sovrapponibili a livello mentale per eguaglianza, questo tipo di operazione è essenzialmente  di tipo razionale, descrittivo perché interpreta similitudini, misurazioni di specie, analisi di qualità riferiti a concetti e idee. Essa è operazione puramente scientifica, di misurazione e di raccolta dati. Aristotelica e kantiana.  Misurare con il metro della ratio non offre all’uomo nessun sapere di tipo superiore riguardo il proprio destino ed il senso del proprio agire. E’ perciò necessario ripensare la giusta misura tra il cogito che in quanto “coagere”, “mettere insieme”, indica una comprensione data non dall’intuizione e dalla penetrazione, ma dal mettere insieme elementi giustapponibili e dal descrivere i dati del reale, della percezione, dei sensi, tra il cogito quindi  ed il legger dentro, intus legere, che intuisce e coglie nell’essenza, ed è capace di penetrare al suo interno. Per queste ragioni il noûs intelletto spirito, che si offre come intuizione, non è spiegabile razionalmente, trattandosi di un sapere trascendente che è all’origine della stessa logica di causa-effetto, un sapere non acquisito ma innato sin dalla nascita. Si tratta perciò dell’intuizione come la forma di conoscenza più alta, superiore alla conoscenza sensibile e a quella “scientifica” derivata dalla riflessione sull’esperienza. Si può anche parlare della concezione filosofica che vede la coscienza (anima, psyché) come intenzionale, cioè diretta a un oggetto, che abbia sempre un contenuto. E’ un dilemma per chi agisce con ragione e ritiene esclusivamente questa la missione dell’uomo, mentre così resta ai margini delle potenzialità umane e non aderisce ad una vita piena,  l’intelletto invece è strettamente legato alla fortezza che dà la capacità di portare avanti le scelte fondamentali.

La cura dell’anima, antica lezione socratico platonica è il destino dell’uomo. Se l’anima è il centro della personalità, essa è però doppia cioè divisa in due parti, una legata al corpo e una orientata allo spirito. L’elemento superiore, in termini platonici è noûs, in termini stoici è l’eghemonikon, elemento egemone, facoltà dominatrice, in termini biblici è il cuore, kardia, cor, che indirizzato allo spirito diventa tutto spirituale.

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Pratiche filosofiche

#Philosophers, un identikit.

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 “(…) la filosofia che si fa può ben pretendere a un grado di autenticità perfino superiore alla filosofia dei libri e dei corsi universitari, anche se al prezzo di una prevedibile precarietà. Ma che importa? La modalità non professionalizzata del filosofare sta rivendicando il suo spazio. Ed è grazie a queste modalità ‘non’ che ora ‘Socrate’ si ritrova in una ‘agora’ chiamata, a seconda dei casi, la classe, il cafè, la piazza o, magari, la “saletta di filosofia” all’interno del penitenziario e (perché no) anche Twitter, visti i cafè filosofici che nascono sui social.”( Livio Rossetti, Le dialogue socratique, un modèle désormais dépassé ? Les Belles Lettres, Paris 2011)

E’ nel lascito socratico che possiamo tornare a comprendere che la costituzione originaria del primum philosophari si fonda sulla polis e sul dialeghestai, la qual cosa significa che solo un ritorno all’agorà cittadino del logos comune può determinare una reale coscienza civile di ripensamento critico, che ( pragma ) tradotto oggi significa che il fare filosofia è da intendersi nel ritorno a sporcarsi le mani con l’erlebnis, il flusso di vita, l’esperienza, cioè tornare alla critica  e all’immaginazione produttiva spinoziana, con quella passione per la conoscenza che Platone e Nietzsche ben rappresentano: fiamma che balza per il greco, passione per la verità il secondo per cui il filosofo è  “un uomo che costantemente vive, vede, ascolta, sospetta, spera, sogna cose fuori dall’ordinario”.

Si tratta a ben vedere di recuperare atti originari per la filosofia stessa, per individuare una figura di filosofo nuova e diversa, che oggi pare assumere qualifiche come: consulente, conduttore, praticante, facilitatore, mediatore.  Il filosofo pratico è chi sa “tirar fuori ciò che non vogliamo vedere” come scrive Gerd Achenbach, chi è capace di attuare una “critica dei bisogni” con Ran Lahav e “coprire i vuoti e far circolare l’aria” come scrive Stefano Zampieri.

Nella geografia globale l’esercizio della filosofia rivolge gli strumenti del pensiero  ai limiti della polis e dell’agorà, che rappresentano oggi, ancora una volta,  i termini di riferimento del filosofo, quel dualismo tra locale e globale che caratterizza le dinamiche contemporanee. Il filosofo pratico lavora inserito in un contesto locale che a sua volta inferisce ad un pensiero globale. Come ricorda Achenbach la filosofia dalla domanda “sul concetto del mondo” nella forma praticata ( oltre Kant) passa a chiedere: cosa so, cosa faccio, cosa spero, chi sono? L’esperto di filosofia ha la consapevolezza di saper vedere indietro per guardare avanti. Il filosofo ha assunto nel tempo diverse figure sociali, il professore, l’intellettuale sono solo due tra quelle più recenti.

Il filosofo del senso comune. Come fanno notare Madera e Tarca “ (…) la filosofia, come modo di vivere, è diventata il modo di vivere dei professori che si occupano di filosofia. Se questa è la pratica filosofica essa si riduce all’esercizio dello studio, della scrittura e dell’insegnamento dei risultati di tale studio.”  Diverso a questo punto, dopo la svolta pratica,  è fare filosofia, che vuol dire non solo commentare autori di riferimento o compulsare testi classici ma fare ricerca comune, favorire la discussione, utilizzare metodologicamente il dialogo, affinare gli strumenti di analisi e confronto  sull’esperienza di vita concreta e sulle visioni del mondo che reggono il nostro agire.

Il cattedratico. Sulla filosofia delle università molto è stato scritto, questo tema è polemica ricorrente tra dotti e “nuovi filosofi” nel corso del tempo; idealmente nate sulla traccia delle scuole di Atene le università crescono come luoghi di culto della conoscenza assumendo di volta in volta le caratteristiche proprie dei tempi che vivono. Se storicamente la filosofia è sempre stata praticata, dalla sua nascita socratica alle scuole ateniesi e successivamente dai cinici agli stoici, è nel 529 quando l’imperatore bizantino Giustiniano chiuse le scuole ateniesi,  quindi con l’avvento del cristianesimo, ( e poi ancora con l’avvento del Positivismo) forse con la nascita della cattedre di filosofia all’Università di Costantinopoli nel 425, che la filosofia è messa in aula, tra la cattedra e gli scolari, impacchettata e resa fruibile ai discenti, manualizzata ad uso dei chierici, o meglio normalizzata ad uso del cristianesimo.

Il filosofo del Rinascimento. Un primo momento di “rottura” rispetto al Medioevo, cioè con la consolidata tradizione delle universitas,  luogo preminente in cui il filosofo trova la sua collocazione ( anche se non come specialista di filosofia ) ed il suo status riconosciuto, e questo avviene nel Rinascimento in quel periodo storico di riscoperta della classicità e di apertura a innovative metodologie scientifiche. I nuovi umanisti rinascimentali si staccano dalla tradizione aristotelica degli studi filosofici del loro tempo Così scrive Garin nel suo “L’uomo del Rinascimento” citando Le Goeff  il quale ricordava “(…) quello che erano stati i filosofi nelle città greche, e in genere del mondo antico: maestri di vita e scienziati, medici delle anime e dei corpi, riformatori e critici radicali, pronti a testimoniare con la morte”  e spiega che  “ ( …) il ritorno dei filosofi antichi nel Rinascimento, che ha aperto il corso a fiumi di retorica, ha tuttavia mutato anche il volto della ricerca, e ha rinnovato l’immagine del filosofo e della filosofia: intanto, non più, o non necessariamente, maestro di scuola, non vincolato a ortodossie di sorta, insofferente di qualsiasi pretesa egemonica, per vocazione critico e spesso ribelle (…)”  come  lo sono stati Leon Battista Alberti, o Leonardo da Vinci, Pomponazzi, Marsilio Ficino, Cornelio Agrippa, Erasmo, Paracelso e Giordano Bruno grandi pensatori, artisti, inventori e scienziati del Rinascimento oggi certo meno ricordati come filosofi ma studiosi i quali nella loro opera facevano costante il riferimento a categorie di pensiero e riferimenti della tradizione antica. Pensatori che non hanno timori riverenziali, critici, innovatori “ (…) la filosofia rompe duramente con il passato, non si riconosce né in un libro né in un autore, e scopre strade nuove e nuove alleanze, il filosofo è anche colui che non conosce barriere o vie predeterminate; che si apre alla vita attiva, che è fortemente interessato al mondo morale e politico, all’uomo e all’esistenza dell’uomo.”  E’ forse questo l’aspetto più innovativo del filosofo del Rinascimento, in questo momento storico si affaccia una filosofia che si apre alla vita attiva, che rigetta l’apologia della teoresi come unica nobile arte del pensiero, che vive il mondo morale, etico e politico del suo tempo, contribuendo a costruirne il senso, non senza l’irriverenza tipica degli uomini d’ingegno del ‘500.

Il filosofo illuminista. Filosoficamente l’età dei lumi  si caratterizza con l’attacco all’assolutismo dei monarchi, del clero, della casta fondiaria e del pregiudizio, della credulità; ha in questa sua radice una forte carica socratica di messa in discussione e di opposizione. Il filosofo è un raffinato e colto letterato che somma in se il coraggio intellettuale di rimarcare le ingiustizie sociali e la novità culturale per diffondere questa tendenza, e tutto questo nel nome della ragione. Con la loro testimonianza e le loro opere i philosophes si fecero propugnatori di ideali di eguaglianza, libertà ed emancipazione. L’Illuminismo fu tuttavia espressione di un ceto sociale che, pur volendo trasformare radicalmente la società e rivendicando i diritti delle classi più deboli, ebbe, nei fatti, esiti ben più moderati, ci vorranno molti altri decenni, ed errori e deviazioni prima di veder realizzate queste utopie, o solo alcune di esse. Un tratto noto della filosofia di questa età è , per quanto detto, il suo legame con le trasformazioni sociali e politiche e in ultima analisi il tema del rapporto tra riflessione filosofica e scelte di diritto e politiche compiute dagli individui, dagli Stati, dalle organizzazioni internazionali: nell’illuminismo la filosofia ha assunto consapevolmente il ruolo di critica della società e dello stesso uomo del futuro, e il filosofo ha altrettanto consapevolmente rivestito i panni dell’ingegnere sociale, ritorna il filosofo politico platonico che analizza lo stato sociale e prospetta nuova possibilità.

Il funzionario dell’umanità. Nel 1937 il riferimento alla filosofia del Rinascimento consente a Edmund Husserl di collocare la critica che espone nel testo de “La crisi delle scienze europee”. Il 7 maggio 1935 Husserl tenne a Vienna una conferenza dal titolo La filosofia nella crisi dell’umanità europea, che proponeva le riflessioni cui il filosofo stava lavorando già da un paio d’anni e su richiesta generale del pubblico la replicò il 10 dello stesso mese. Nel mese di novembre dello stesso anno Husserl tenne altre conferenze sullo stesso tema a Praga e all’inizio del 1936 ne decise la pubblicazione sulla rivista “Philosophia” di Belgrado.  In primo luogo, per Husserl è necessario individuare nell’ambito della psicologia, nella sua tematica e nel suo metodo quelle “oscurità enigmatiche e inestricabili”   che caratterizzano le scienze moderne e che riconducono a “l’enigma della soggettività” . Enzo Paci disse: “la filosofia ha davanti a sé l’orizzonte del futuro e dietro a sé l’orizzonte del passato.”  Husserl interroga “noi filosofi del presente”  e il ruolo dei filosofi nella cultura quando abbiano scoperto con certezza che ogni filosofia ha lo spazio effimero di una giornata “nell’ambito della flora filosofica”  che sempre nasce e perisce e sempre di nuovo. La miseria della filosofia presente, per Husserl (1935), sta nel riconoscere la “penosa contraddizione esistenziale”   cioè quella di non essere più in grado di giungere ad una conoscenza universale, di essere chiusi nella propria costruzione filosofica attorno a problemi filosofici e ad ascoltare prolusioni accademiche.  Ma Husserl dichiara che se i filosofi che vogliono essere non filosofi letterati ma, educati dai grandi filosofi del passato, filosofi che vivono della verità, devono riconoscere nella filosofia un compito per l’umanità: quello di essere filosofi come “funzionari dell’umanità”  a patto di intendere la filosofia come  “vocazione interiore personale”  che  crede in un telos universale e nella possibilità di realizzarlo. In quanto eredi del passato gli uomini devono cercare esaurienti considerazioni storiche e critiche, un’auto – comprensione radicale  sulla originaria volontà della filosofia che nella finalità e nel metodo rivela “quell’aderenza ultima e autentica alla propria origine che, una volta penetrata, lega a sé apoditticamente  la volontà.”  In cosa consiste l’apoditticità Husserl dice di non saperlo ancora ma di voler mostrarlo nel ripercorrere la crosta dei fatti storici cercandone il senso intimo la “nascosta teleologia”  cercando, attraverso un “atteggiamento spirituale scettico ma non propriamente negativo”, le possibilità di un nuovo orientamento cercando una filosofia che va attuata attraverso l’azione.

Il precario scandaloso. Max  Horkheimer, animatore del famoso Istituto di Scienze Sociali di Francoforte, nel 1940 scrisse un saggio sulla funzione sociale della filosofia, una riflessione radicale e sicuramente desueta per la filosofia dei tempi. Questo saggio fu scritto in un periodo gravido di avvenimenti drammatici che investivano l’Europa e forse proprio per questo aspetto rappresenta una riflessione filosoficamente audace. Il saggio intitolato “La funzione sociale della filosofia”   è eminentemente socratico perché contiene un’affermazione fondamentale ai fini del nostro discorso e cioè che il ruolo sociale del filosofo consista nel dispiegamento del pensiero critico e dialettico perché “filosofia è il tentativo metodico e tenace di portare la ragione nel mondo”  da questa idea Horkheimer  deriva anche l’essenziale a-sistematicità della filosofia, cioè la mancanza di uno statuto certo e configurato una volta per tutte, la sua precarietà perché sempre orientata verso nuove forme del reale e il suo essere fonte di scandalo perché irriverente e spudorata, non avendo verità preconfezionate da spacciare né tanto meno da difendere a priori ma tutto da vagliare criticamente . “ciò determina la sua posizione precaria e controversa. Essa è scomoda, ostinata e per di più priva di una utilità immediata, essa è dunque veramente fonte di scandalo” . Sotto questa luce inquietante, poco rassicurante e consolatoria ma piuttosto rivoluzionaria, il destino del filosofo non può essere unico ed esclusivo innocuo disquisire, pacifico colloquiare, sereno argomentare ma dovrà essere accettazione della contaminazione del quotidiano pensare la vita: prendere posizione, vagliare con attenzione, soppesare, valutare e questo non ai fini morali o utilitaristici cioè del giudizio e del valore materiale, e qui sta la vera questione, ma ai fini della capacità di determinare il pensiero e l’agire, orientare le scelte, fondare il proprio io attivo e consenziente. Questa forma di ibridazione, di mescolamento, di fusione conduce al concetto di accettazione consapevole di quello che si può intendere come il quotidiano contraddittorio esistenziale, il vivere il presente nella sua apparente confusione, con quanto vi è in esso di opposto a noi, con la sua ipocrisia, con il luogo comune, la diceria, l’opinione e le relazioni, vivere il presente insomma come accettazione del conflitto. Per Horkheimer “la vera funzione sociale della filosofia consiste nella critica dell’esistente” in questo il filosofo è da ritenere un precursore della pratica filosofica : “Gli uomini devono imparare a comprendere la connessione tra le loro attività individuali e ciò che con esse viene raggiunto, tra la loro esistenza particolare e la vita generale della società, tra i loro progetti quotidiani e le grandi idee che professano”. Horkheimer ribadisce l’aspetto inaudito del filosofare, il suo essere un sapere essenziale al progredire razionale della società ma irriducibile ad una qualsiasi sistematizzazione assoluta e che non sia esaminata socraticamente e fondata criticamente. Ne parla come scandalo, come pratica scomoda e ostinata. Gli uomini in genere sono incapaci di orientare le proprie scelte in modo razionale per la loro scarsa propensione alla riflessione esaminante, “gli uomini sono incapaci di organizzare la propria vita in conformità con le loro idee di umanità”.

L’intellettuale organico.  Un nuovo modello di filosofo si affaccia a metà novecento sulla scena culturale, è l’intellettuale. Questo nuovo filosofo usa l’intelletto in funzione sociale, riveste un ruolo di guida, di indirizzo, è il personaggio capace di svolgere un ruolo educante a livello di massa.  Come scrisse Gramsci:  “Il modo di essere del nuovo intellettuale non può più consistere nell’eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, “persuasore permanentemente” perché non puro oratore – e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane “specialista” e non si diventa “dirigente” (specialista + politico).”    Ma è la stessa radice genealogica di questa figura, la società di massa e chi la dirige, che mutilano questa figura rinchiudendola in una gabbia fatta di privilegi, prebende, direttive, manipolazioni, selezioni, sistemi di micro potere accademico ed editoriale, figura sociale che pure vedrà riconosciuto a se un ruolo di compromesso piuttosto duraturo nell’Italia del dopoguerra.  Il  mondo accademico costituirà un’oligarchia chiusa, spietata, meschina,  che gestirà la direzione culturale del paese, collaborando attivamente con le strutture politiche, accompagnando l’idea di società e di costume adatte ad un mondo ideologicizzato e secolarizzato. Il discredito in cui versa questa figura non deve però ostacolare il riconoscimento di quelli, tra gli intellettuali, che hanno svolto un ruolo importante ai fini della ricerca e della cultura e i nomi di questi ad ognuno vengono in mente facilmente.

Chi è quindi il filosofo pratico?  Chi è il filosofo? E’ la domanda cui Aristotele rispondeva che è colui che “vive mirando costantemente alla natura ed al divino”, Kant affermava che il filosofo è “ricercatore di saggezza”, Nietzsche lo identificava come “la cattiva coscienza della sua epoca” Husserl lo chiamava “funzionario dell’umanità”, Abbagnano diceva che “un vero filosofo è un maestro o compagno di ricerca“.

E oggi? Maieuta, mediatore di cittadinanza, filosofo di strada, egli è “tutore della complessità” colui che è attrezzato per salvaguardare le istituzioni sociali dalle traduzioni semplicistiche, dagli slogan, dalle banalizzazioni inquietanti; filosofo pratico è colui che (con Cavadi) sa “ideare e mettere in circolo possibili assi intorno ai quali edificare quelle visioni di insieme di cui pure devono continuare a denunciare le caricature” ovvero essere capace di leggere il contesto e di analizzare le conseguenze di atti e eventi collettivi e personali, un pensiero del complesso e del contesto, specifico e universale. E’ anche un artigiano delle produzioni testuali in rete, un esperto di marketing di idee, uno inventore di ambienti d’apprendimento, un fagocitatore di concetti, un alchimista di rappresentazioni, un logico delle emozioni, un architetto di esistenze.

Se mediatore di cittadinanza è bene intendersi sul secondo termine. Cittadinanza non è appartenenza meramente giuridica ma, mediando il termine anche dal campo giuridico, consiste nel veder riconosciuto il diritto dovere a essere cittadino della polis, a patto di sapere cosa sia la polis attuale e come si compone; questo compito è reciproco tra il filosofo ed il cittadino, entrambi vivono una realtà complessa che insieme cercano di decifrare, il filosofo è colui che ne conosce gli assi portanti, che si fa portatore di pratiche attivatici di consapevolezza e pratiche critiche di razionalità; egli intraprende un  cammino di conoscenza di sé nel mondo, perché accetta la sfida del mondo con franca consapevolezza, con questo accettare la complessità inizia a delinearsi il filosofo pratico.

L’esercizio del pensiero acquista un significato nuovo e allo stesso tempo antico se si pone mente che sono due le caratteristiche che lo contraddistinguono: la problematizzazione e la libertà del linguaggio. Possiamo dire di essere veramente all’interno di un nuovo paradigma solo se riteniamo fondata l’affermazione che il pensiero filosofico è problematizzazione, pratica oppositiva, diversificazione, pensare “altro”. La radicalità del pensiero e dell’azione della pratica filosofica non è senza conseguenze, esercizio di stile riflessivo, essa ha risvolti etici, cambiare modo di pensare significa cambiare i parametri di valutazione del nostro agire.

“Il loro «conoscere» è “creare”, il loro creare è una legislazione, la loro volontà di verità è – “volontà di potenza”. Esistono oggi tali filosofi?” ( Nietzsche, Al di là del bene e del male, § 211)

La filosofia ha una vocazione universale e collettiva in quanto meramente umana; nella svolta pratica sembra voler rappresentare il proprio come un desiderio vivo di ritornare alle radici di interrogazione e opposizione civica, formativa e politica senza le quali rischia di restare impagliata, sterile e temporanea imitazione delle forme storiche del sapere accademico. Venendo meno la tensione metafisica, il diritto statuale e la preminenza accademica, la strada sembra segnata:  credibilità, razionalità, scientificità e pensiero utilitaristico economico spingono il fare filosofico verso un radicale ripensamento. Il logos che è linguaggio e pensiero impone una riflessione radicale su di se, sulle persistenze linguistiche e sulle nebulose astrazioni del lessico psico filosofico radicato nelle consuetudini, anche, quindi il coraggio di osare il pensiero attraverso la franchezza appare, per il filosofo pratico, un abito professionale.

“Rifletti come devi pensare, rifletti come devi agire, rifletti come devi vivere” (A. Heller, La filosofia radicale, 1978)

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