Filosofia, pratica filosofica

2018 Pragma sofia. Noûs, psyché, logos. Parole per l’anno nuovo.

IMG-5022

Si può accettare il mondo così com’è perché bisogna viverci ma non è obbligatorio approvarlo di sovrappiù. La ragione –  strumentale, tecnica, rapace, onnivora – com’è diventata (oggi la tecnologia è talmente pervasiva da plasmare non solo il nostro lavoro e le nostre abitudini, ma anche i nostri sogni e i nostri desideri, ovunque, la tecnica sta diventando la forma più radicale di salvezza, scrive Severino, ma questo è un altro discorso …)  quella ragione fu intesa come ben insegnò Kant in quanto strumento dell’uomo per padroneggiare con la logica il mondo, le cose, l’adeguamento dei mezzi ai fini, tradizionalmente intesa.

Linda Napolitano Valditara ricorda come «l’innocente ed innocua aridità del pensiero contemporaneo, (assai simile del resto ad una attonita ingenuità mediocre) così zelante nel non lambire minimamente neppur per accidente un pensiero che pensi fino in fondo e all’altezza una immanenza che renda giustizia ad una umanità ricca e vitale, ad una immaginifica ragione creatrice, capace di fiorire come ricca messe di frutti e prodotti, difficilmente contiene concetti concreti e proattivi che spingono a fondo l’idea di penetrazione del reale attraverso una ragione più coerente e unificante, una ragione umanitaria e non raziocinio classificante e predator che nulla acquisisce nel pur apparente guadagno.»

Stante l’impossibilità di non-comunicare, oggi parliamo, scriviamo, chattiamo, in continuazione nel quotidiano ma siamo sempre connessi con la nostra anima-coscienza, il nostro intelletto o qualsiasi cosa intendiamo con il nostro io più vero? La comunicazione, quella ostile che inquina il quotidiano, pervade il nostro tempo. La società soffre di  disabilità comunicazionale. Dove fallisce il tentativo di sviluppare nuove forme di  comunicazione? Quando cade la nostra fiducia nell’altro o è proprio del mondo così come ci appare? Tra la fluidità del comunicare e la rottura esistono vie di mezzo?

La filosofa ungherese Agnes Heller diceva: «E’ necessario del coraggio, e forse una nuova forma di coraggio per contrapporre al sapere feticistico lo spirito dell’utopia razionale, chi trae le sue origini da Socrate, deve però sapere quale obbligo morale ne consegue» e anche «Rifletti, come devi  pensare, rifletti, come devi agire, rifletti, come devi vivere».

Eppure spesso ciò che ci guida è oltre il razionale, perché influenzato dalla passionalità concreta, dalle emozioni che suscita il mondo, che funzionano come un filtro d’orientamento. L’eghemonikon, elemento egemone, facoltà dominatrice, supera oltrepassando in sintesi il dato reale per inglobarlo in un movimento immanente e trascendente di intellezione spirituale.

Aldo Gargani coglieva bene questo aspetto. «Per cogliere il valore cognitivo delle emozioni occorre uscire sia dalla visione retorica e raziocinante della sfera affettiva, sia dalla fusionalità immediata. La funzione cognitiva delle emozioni può essere colta soltanto al livello delle procedure costruttive del sistema pensiero-parola. Sono le emozioni che tessono le connessioni fra i concetti e le parole nei quali costruiamo i mondi della conoscenza. L’emozione è infatti il principio motore che connette un simbolo ad un simbolo, un concetto ad un altro. È l’emozione che illumina nuovi aspetti della realtà.»

E forse meglio lo scrive Renato Pilutti: «Le passioni sono -insieme con le emozioni- la parte della spiritualità umana che dà calore e colore allo stile di vita, ma senza l’uso della ragione che le illumina può far sì che il soggetto perda il controllo delle proprie azioni e faccia del male a sé e agli altri. Si può dire che senza passioni, emozioni e sentimenti l’anima umana è come “morta”, ma non se ne può lasciar completamente dominare. Perfino dall’amore: la più forte delle passioni, l’amore, deve essere ciò che muove le azioni umane dando loro verità e sostanza, ma si deve considerare alla luce di una riflessione che tenga conto di tutto l’equilibrio delle scelte e delle azioni umane.»

Come infatti ricordava Michele Federico Sciacca: «La filosofia non asciuga lacrime né dispensa sorrisi, ma dice la sua parola sulla “verità” delle lacrime e dei sorrisi.»

Ecco perché la coscienza di sé, il socratico conosci te stesso, il guardare in interiore homine di Agostino, la consapevolezza della propria identità, la cura di sé, rappresentano l’esercizio filosofico per eccellenza. Anche in forma di autobiografia, come ricostruzione geopolitica del proprio essere, come ad esempio ne scrive Duccio Demetrio. «Negli anni pre-adulti non abbiamo fatto altro che sperimentare e cercare il nostro stile di vita, di amare, lavorare, divertirci, reagire al dolore e alla sconfitta, trattare con gli altri. Poi, a un tratto, una parola, un’occhiata, un gesto ci fanno intendere che quello stile di vita va cambiato».

Eppure questo sguardo interiore è muto e inabile se non porta ad un riflesso esteriore, cioè se non proietta nuova luce al nostro intero essere compreso quello sociale, se non opera cioè una trasformazione vera, una metanoia.  Diceva Simone Weil: «Esiste un’energia trascendente la cui sorgente è in cielo e che passa in noi non appena lo desideriamo. È veramente una energia e si traduce in azione tramite la nostra anima e il nostro corpo».

Per una trasformazione, un cambiamento non possiamo dimenticare la lezione degli antichi sapienti, quella per cui, come ricorda Elemire Zolla:  «A parlare con l’antica esattezza l’intelletto è la parte dell’uomo che coglie i princìpi supremi, gli assiomi sui quali riposa la ragione tecnica e scientifica o rettorica, e che contempla i princìpi eterni d’ogni apparenza sensibile. Uno dei modi cui le varie religioni ricorrono per conferire questo dono della contemplazione, cioè per far nascere il fiore dell’intelletto nel terreno dell’anima, secondo una immemoriale metafora, è l’interpretazione simbolica delle figure o immagini della natura e della storia. In grazia di questa antica arte intellettuale della trasposizione emblematica si fa crescere la forza intellettuale ovvero lo spirito.»

Ritorna l’idea che sia necessario una vigilanza interiore, un controllo spirituale, un governo dello spirito egemone che si traduce in attenzione, come lo spiega Thomas Spidlik: «Fare attenzione al cuore è un’espressione molto comune nella spiritualità orientale. Riveste anzitutto un aspetto negativo: allontanare ogni pensiero cattivo proveniente dall’esterno, guarire il cuore, educarlo per mezzo della vigilanza. Allora il cuore diventa una fonte di rivelazione».

Florenskij alludeva alla Sapienza a questo proposito e dal suo punto di vista, in maniera sublime: «La Sofia è l’angelo custode del creato, la personalità ideale del mondo. Essa è il logos costitutivo del creato e quindi il contenuto costituito di Dio Logos, il Suo “contenuto psichico, eternamente creato dal Padre attraverso il figlio e compiuto nello Spirito Santo: Dio pensa mediante le cose».

Altrimenti il mondo decide per noi, come scrive Galasso emblematicamente parlando di  “innominabile attuale” descrivendo il nostro tempo. «Homo saecularis parla con molte voci, spesso divergenti. Quella che più si fa notare è progressista e umanitaria. Applica precetti di eredità cristiana, ammorbiditi e edulcorati. Soluzione tiepida e pavida, si combina, in senso inverso, con il movimento in corso nella Chiesa stessa, che cerca sempre più di assimilarsi a un ente assistenziale. Il risultato è che i secolaristi parlano con compunzione da ecclesiastici e gli ecclesiastici ambiscono a farsi passare da professori di teologia.»

Il sapere filosofico, che è azione e pensiero, pragma e sofia,  non ha bisogno di tautologie, cioè non necessita di corrispondenze tra realtà che siano sovrapponibili a livello mentale per eguaglianza, questo tipo di operazione è essenzialmente  di tipo razionale, descrittivo perché interpreta similitudini, misurazioni di specie, analisi di qualità riferiti a concetti e idee. Essa è operazione puramente scientifica, di misurazione e di raccolta dati. Aristotelica e kantiana.  Misurare con il metro della ratio non offre all’uomo nessun sapere di tipo superiore riguardo il proprio destino ed il senso del proprio agire. E’ perciò necessario ripensare la giusta misura tra il cogito che in quanto “coagere”, “mettere insieme”, indica una comprensione data non dall’intuizione e dalla penetrazione, ma dal mettere insieme elementi giustapponibili e dal descrivere i dati del reale, della percezione, dei sensi, tra il cogito quindi  ed il legger dentro, intus legere, che intuisce e coglie nell’essenza, ed è capace di penetrare al suo interno. Per queste ragioni il noûs intelletto spirito, che si offre come intuizione, non è spiegabile razionalmente, trattandosi di un sapere trascendente che è all’origine della stessa logica di causa-effetto, un sapere non acquisito ma innato sin dalla nascita. Si tratta perciò dell’intuizione come la forma di conoscenza più alta, superiore alla conoscenza sensibile e a quella “scientifica” derivata dalla riflessione sull’esperienza. Si può anche parlare della concezione filosofica che vede la coscienza (anima, psyché) come intenzionale, cioè diretta a un oggetto, che abbia sempre un contenuto. E’ un dilemma per chi agisce con ragione e ritiene esclusivamente questa la missione dell’uomo, mentre così resta ai margini delle potenzialità umane e non aderisce ad una vita piena,  l’intelletto invece è strettamente legato alla fortezza che dà la capacità di portare avanti le scelte fondamentali.

La cura dell’anima, antica lezione socratico platonica è il destino dell’uomo. Se l’anima è il centro della personalità, essa è però doppia cioè divisa in due parti, una legata al corpo e una orientata allo spirito. L’elemento superiore, in termini platonici è noûs, in termini stoici è l’eghemonikon, elemento egemone, facoltà dominatrice, in termini biblici è il cuore, kardia, cor, che indirizzato allo spirito diventa tutto spirituale.

Img:DU 2018.

Annunci
Standard
Attualità, Etica, Filosofia

La vita vera: le nuove ragazze di Badiou.

OLYMPIA-PARTS-I-II-1938-008

Il libretto La Vera vita di Alain Badiou (109 pp. 12,00 euro – Ponte alle Grazie 2016) strizza l’occhio ai giovani e già questo potrebbe esser sufficiente, ai destinatari, per snobbarlo con sdegno e metterlo da parte, data la loro nota repulsione verso chi dispensa consigli, vieppiù se anziano, come l’ottantenne autore francese.

Eppure Badiou parte bene, con il richiamo a Socrate che fu “condannato a morte sotto capo d’accusa di «corruzione della gioventù» (…) il mio fine è corrompere la gioventù”, bene nel senso che è positivo il richiamo socratico – anche se a vedere bene il messaggio del primo filosofo fu un richiamo etico e individuale: invitò all’opposizione critica e al mettere in discussione il dato comune, oltre che a indagare la propria anima –  pur ricordando che quella di corruzione dei giovani fu l’accusa dei giudici ateniesi, ma tant’è non cavilliamo. In ogni caso Badiou la fa sua.

Il filosofo francese prosegue con un’originale analisi del lascito socratico-platonico concentrato in un’unica citazione della Repubblica di Platone, un dialogo tra Socrate, Glaucone e Adimanto che indica in coloro che con disinteresse, istintivamente, si consacrano alla difesa alla comunità, al servizio pubblico, contro coloro che lo fanno per interesse e tornaconto personale. Una citazione in cui Badiou introduce il tema della vera vita, che il filosofo intende come il vero tema della filosofia, vera vita che riprende da Una stagione all’inferno (1873) di Rimbaud, (“La vera vita è assente.”).

Il poeta con questa locuzione intendeva ciò che manca, quel che è assente nella quotidiana lotta della vita occidentale conformista e aderente alle regole sociali, cioè una vita piena, una vita fatta di passioni, istinti, natutralezza, libertà; il poeta la scrisse quando deluso dal tentativo di inverare nella vita la poesia con Paul Verlaine ritorna all’odiata città natale Charleville e scrive il poema in cui ricorda la vita errabonda a Parigi  e la fuga in Belgio con l’amico poeta. La consecutio tra la vera vita rimbaudiana (sregolatezza di tutti i sensi, passione, anarchia) e quella socratica (i sensi ben saldi, regolatezza, saggezza, coscienza di se, sapere e eudaimonia) non è immediatamente leggibile e nemmeno intuitivamente, ma tant’è … Badiou la usa come espediente.

“Ecco la filosofia, il suo tema, è la vera vita. Che cos’è una vita vera? E’ questa l’unica domanda della filosofia. (…) E’ questo che la filosofia c’insegna, o comunque tenta di insegnarci: che se la vita non è sempre presente, essa non è neppure mai completamente assente. (…) In fondo, dice Socrate, per conquistare la vera vita bisogna lottare contro le prevenzioni, i preconcetti, l’obbedienza cieca, le consuetudini ingiustificate, la concorrenza illimitata.” Qui Badiou devia in un, forse voluto, vero e proprio travisamento socratico: “corrompere la gioventù significa una cosa sola: tentare di far e in modo che la gioventù non ripercorra i sentieri già tracciati, che non sia semplicemente votata a obbedire ai costumi della città, che possa inventare qualcosa, proporre un altro orientamento per quel che riguarda la vera vita”.

L’interpretazione qui proposta di Socrate, appare piuttosto originale o quantomeno un pò troppo figuratamente amplificata, il filosofo ateniese infatti pur accusato di empietà fu sempre categorico nello stabilire che le leggi della città vanno sempre rispettate, e quando accusato di corruzione dovette difendersi in tribunale chiese al suo accusatore di rendere conto di questa accusa (Mileto) ed egli non seppe replicare. Non c’è traccia – in Socrate – di un richiamo all’ignoranza del passato ( anzi spesso richiama fatti e miti greci) come ritiene Badiou, (“che la gioventù non ripercorra i sentieri già tracciati”) e nemmeno all’inventiva dei giovani (inventare qualcosa, proporre un altro orientamento).

Socrate intende il suo agire in un modo solo: filosofare. Come leggiamo nell’Apologia platonica. “Ottimo uomo, dal momento che sei ateniese, cittadino della Città più famosa per sapienza e potenza, non ti vergogni di occuparti delle ricchezze per guadagnare il più possibile e della fama e dell’onore, e invece non ti occupi e non ti dai pensiero della saggezza, della verità e della tua anima, in modo che diventi più possibile buona?”

Qui Badiou pone il termine di paragone tra l’Idea e la contemporaneità, dove l’Idea è l’idea comunista e la contemporaneità è il domino del capitalismo. L’ultimo baluardo residuo che resiste alla crisi della Tradizione inaugurata da Marx è rimasto il capitalismo e la crisi attuale è la crisi dei giovani in questo mondo.

“Insomma io ritengo che il punto di partenza sia la convinzione di Socrate che la gioventù abbia due nemici interiori. Sono questi nemici interiori che minacciano d’allontanarla dalla vera vita, di non lasciarle riconoscere in sé stessa la possibilità della vera vita”

Badiou passa, più oltre, ad un’analisi del mondo giovanile. Il giovane contemporaneo ha due possibilità: vivere dissipando la vita, in una sfrenata realizzazione di immediatezza dei sensi, la “vita immediata”  (quella di Rimabaud?) oppure integrarsi nel sistema, diventare ricco, avere successo. Il giovane oggi ha più possibilità, di sapere, di fare, di scegliere ed ha meno vincoli, nessun rito di iniziazione, e gode del favore con cui nella società il giovane è tenuto, cioè il giovanilismo, contrapposto alla valorizzazione dell’età adulta/anziano. A questo punto Badiou abbastanza impunemente, introduce il concetto di opposizione tra Tradizione e modernità (un nuovo mondo) e a supporto di questa idea porta citazioni di Mao, Freud e Marx, con tutto il loro portato storico, aggiungerei. Infatti il tutto si complica in una nebulosa invettiva contro il capitalismo, di marca tardo marxista, con l’apoteosi in questo brano: “Questa convinzione – che chiamo a volte l’Idea comunista – dichiara che in seguito all’accettazione dell’inevitabile uscita dalla tradizione, e anzi nel medesimo movimento di quest’uscita, dobbiamo lavorare all’invenzione di una simbolizzazione egualitaria, che possa accompagnare, codificare, formare il sostrato soggettivo pacificato della collettivizzazione delle risorse, dell’effettiva sparizione delle diseguaglianze, del riconoscimento – a parità di diritti soggettivi – delle differenze e infine dl declino delle autorità separate di tipo statale.” Questo dopo esser riuscito a scrivere en passant di “provvisorio fallimento del «comunismo» di Stato nell’Unione Sovietica o in Cina” e a proporre un’”erranza orientata” (?)  contro il nichilismo imperante, “una bussola per trovare la vera vita, da un simbolo inedito”.

Ora, nessuno intende difendere un capitalismo indifendibile – com’è quello rapace di oggi – ma pretendere di trovare una soluzione, e per di più proporla ai giovani, nelle trite e funeste formule dialettiche e vuote dell’hegelismo di sinistra mi pare eccessivo, ammantarla di socratismo mascherato è un sovrappiù filosofico insopportabile. Mi pare un palese ritorno all’utopia immaginifica degli anni ’70 senza averne presente la lezione storica: aver mandato allo sbaraglio contro il “sistema” un’ingenua generazione europea con la maschera della ribellione, dell’emancipazione, della rivolta contro il mondo moderno,  senza vederne l’intima contraddizione totalitaria fatta di falsi miti libertari che ne costituiva l’essenza e senza nemmeno proporre una valida, produttiva e concreta alternativa sociale ed economica che esulasse dal funesto e feudale modello antisociale sovietico, che sostituiva allo Zar la nomenklatura e lasciava le masse povere uguali.

Badiou propone ai giovani un’arma spuntata, una moneta fuoricorso, vuote formule teoriche, un marxismo freudiano utopico.

Di conseguenza la parte forse più straniante è “A proposito del divenire contemporaneo dei ragazzi” in cui l’orda primitiva, l’assassinio del padre, la sublimazione del padre morto, la Legge, la partecipazione del figlio alla Gloria del padre, il padre simbolico, il corpo pervertito, sacrificato, ( ma dov’è finito Socrate? ) parole vuote e agitate alla rinfusa, si sommano ad un’ incredibile elogio nostalgico (e al contempo una svalutazione dell’educazione e della scuola, “selettiva e votata al merito”)  del servizio militare come forma d’iniziazione. Si conclude con un patetico “Verranno, sulla scia del lavorio locale delle verità che la filosofia universalizza, la grazia, la frantumazione e la violenza nuova. (sic). Vivano le nostre figlie e i nostri figli!” Testuale.

Badiou si salva. Nell’ultima sezione del libro (titolo a parte) “A proposito del divenir contemporaneo delle ragazze” perché coglie nella ragazza – donna la riserva di futuro dell’umanità. Ciò che interessa il filosofo non è ciò che è ma ciò che viene.

Se la tradizione tramanda una quadruplice costituzione del femminile nella società, per la quale essa è/era Domestica, Seduttrice, Innamorata, Santa, nell’irrompere e nella corruzione  del simbolismo dell’Uno tradizionale , maschile, contemporaneo, l’uomo è schiavo e strumento di potere e di repressione capitalistica cui la Donna può oggi opporre “la logica del Due, del passare-fra-due, come ciò che definisce la femminilità.” La contemporaneità mostra una diverso configurarsi della ragazza, figlia, donna a patto che essa non accetti di interpretare il ruolo  che il “femminismo borghese e dominatore” sembra offrirle, quale “esercito di riserva del capitalismo trionfante”.

“Questa femminilità si oppone alla forte affermazione dell’Uno, del potere unico, che caratterizza la posizione maschile tradizionale. La logica maschile si riduce in effetti all’unità assoluta del Nome del Padre. Il simbolo di questa unità assoluta è del resto evidente nell’unità assoluta, e assolutamente maschile, del Dio dei grandi monoteismi. Ora, è quest’Uno che si mette in discussione, in maniera critica, nell’intervallo figurale in cui sta una donna.”

Al netto dell’ibrido e criptico, tipicamente lacaniano linguaggio psico analitico  che Badiou mescola ad una pur limpida scrittura filosofica, l’ipotesi dell’autore coglie nel movimento femminile in atto un  movimento storico, sociale e culturale reale e ne immagina gli sviluppi.

Se, come scrive Badiou a proposito dei ragazzi contemporanei,  il loro destino maschile è la sottomissione all’Idea capitalistica ma essi restano senza speranza poiché i loro modelli slittano tra l’alternativa che si pone tra quelli che l’autore chiama corpi (intesi come campi di soggettivizzazione ) pervertiti, sacrificati e meritevoli. I primi pervertiti perché violati, segnati, scolpiti, abusati, auto disgregati; i secondi sacrificati perché rappresentano il modello tradizionalista, rigido, purificato, martire; infine il corpo meritevole quello adeguato, addestrato, sul mercato al miglior prezzo. Questi modelli di adattamento sociale sono tutti repressivi, riduttivi (questo rispetto al modello “animale/sessuale/istintuale” freudiano, beninteso, un modello tutto discutibile ma che Badiou prende come riferimento). Tanto il modello maschile contemporaneo è povero, compromesso, sottomesso e mediocre che Badiou arriva ad affermare che con l’attuale sviluppo scientifico si potrebbe tranquillamente “sterminare i maschi”, congelando lo sperma bastante alla riproduzione della specie.

Invece per la ragazza /donna la situazione è ricca di potenzialità. Stante il suo ruolo di tutrice della specie (in questo senso domestica) la donna di Badiou può legarsi a un gesto filosofico.

“Può essere solo un gesto del pensiero, legato alle avventure della filosofia. E tanto nuovo in quanto questa creazione simbolica femminile dovrà includere la maternità in una dimensione altra dall’animalità riproduttrice” (…) Concretamente: che cos’è una donna che s’impegna nella politica d’emancipazione? Che cos’è una donna artista, musicista, pittrice, poeta? (…) Che cos’è una donna filosofa? (…) Non so quel che le donne inventeranno nel passaggio in cui ora si trovano. Nutro in loro la massima fiducia. Quel di cui mi sento certo, senza neppure sapere a fondo perché, è che inventeranno la nuova donna, la donna che le donne non sono e debbono divenire, la donna che sta a pieno titolo nella creazione dei simboli e in questa creazione ospiterà anche la maternità.”

Alain Badiou con simpatica furbizia di ottuagenario riesce a dirci qualcosa di interessante.

img. fotogramma di Olympia di L. Reifensthal.

Standard