Filosofia, pratica filosofica

Sulla Praxis filosofica oggi (2019).

praxis

Praxis, parola greca che il latino riprende per dire prassi, azione (actio è il sinonimo latino di praxis), e anche metodo, procedimento, tecnica, prova, esperienza, che riguarda un agire che racchiude il proprio senso in se stesso. Tutte le azioni etiche e morali, positive o negative, che non sono cioè poíesis, vale  a dire dirette alla specifica produzione di oggetti, rientrano in questa seconda accezione, che è stata quella prevalente nella gamma di significati del termine azione nelle lingue europee. Agire come pratica, termine equivalente, in questo caso, di morale. Il concetto di “azione” è inseparabile dal concetto di “volontà”, a tal punto che si può dire che essi si articolano insieme in un paradigma, il cui scopo è di fondare la libertà e, quindi, la responsabilità del soggetto moderno.Tale parola latina che traduce il greco, è stata mal utilizzata nella Philosophische Praxis tedesca di Achenbach tradotta peggio in consulenza e parafrasata in studio professionale.

Sospendendo qui il giudizio sulle condizioni di possibilità di fattibilità professionale della consulenza filosofica nel contesto tardo capitalistico attuale, resta intatta la domanda filosofica del suo essere fenomenologico, del suo presentarsi nella scena della storia. Per meglio dire: qual’è il senso della pratica filosofica nella società occidentale ? Come analisi degli atti interiori essa si presenta come interrogazione e interpretazione delle intenzionalità psichiche, atti di coscienza fenomenologicamente intesi, cioè appercezioni del corpo proprio nella costituzione della realtà trascendentale e come tale andrebbe intesa ogni pratica filosofica che abbia come obiettivo l’uomo. Questo significa e sottende il riconoscere in via preliminare che l’uomo abbia una coscienza che rappresenta la sua anima spirituale, ovvero la sua essenza trascendentale più profonda e irriducibile che lo lega al mondo della vita. Nell’opera Summa contra Gentiles in cui deve affrontare il tema del bene e del male e dell’azione umana, Tommaso afferma: omnis agens agit propter finem, ogni uomo che agisce determina la volontà rispetto a uno scopo.

La Consulenza filosofica, finora perimetrata più a partire dal suo carattere “logico-argomentativo” duale che dal versante spirituale e maieutico, si è proposta per lo più come una pratica analitica e linguistica che ha tentato di inserirsi nelle pratiche di matrice pedagogica (peraltro cercando di differenziarsene) auto definitasi in negativo come non – essere – tramite poco convincenti negazioni identitarie. Putnam, che fu allievo di Carnap e di Reichenbach, afferma: «La  filosofia  analitica  parte  come  rispetto  per  l’argomentazione.  Il  problema  è che  dopo  un  po’ non  si  è  cominciato  a  fare  che  questo,  e  non  si  è  più  saputo  su cosa  argomentare.  Allora  emersero  gli  oggetti  immaginari:  i  mondi  possibili, quanto i mondi possibili o potenziali sono diversi o uguali al mondo reale e così via […] La filosofia analitica è vuota» E Robert Nozick, allievo di Carl Hempel, dichiara: «Per  me  fu  sempre  importante  la  combinazione  tra  clear  thinking e  grandi  temi.  Il problema della filosofia analitica è che si è dimenticata di questo secondo aspetto». In questo modo, preoccupandosi troppo delle parole e avendo rinunciato ai problemi più reali, che per Popper «è la via più sicura per la perdizione intellettuale », l’approccio analitico si dimostra sempre più incapace di trovare risposte ai problemi spirituali, etici, politici, sociali. Al riguardo è interessante la testimonianza di Putnam: egli confessa che il suo distacco dall’orizzonte della filosofia analitica si produsse quando «si lasciò coinvolgere dall’impegno politico», e si convinse che la filosofia non era «semplicemente una disciplina accademica». Scrive Miguel Perez de Laborda: “Per lui quindi l’impegno sociale esigeva l’abbandono dell’analitica, e la ricerca di altre forme di filosofare. E certamente non è difficile capire questa sua decisione, poiché l’analisi meta-etica (l’unica cosa che nel campo dell’etica può fare l’analitica, con il suo metodo) è solo una descrizione di usi del linguaggio, e quindi non ci fornisce nessuna informazione su ciò che ci interessa di più: che cosa dobbiamo fare, e non semplicemente che dice la gente che dobbiamo fare.”

La consulenza filosofica si è posta a lungo come esclusivamente filosofica, orgogliosamente in antitesi con le psicoterapie e la psicanalisi, con l’accademia, le sue convenzioni e le declinazioni consulenziali della società attuale, molto ingenuamente pretendendo – ultima arrivata sul mercato in tempo di crisi – di ergersi a consulenza senza consulenti, a professione senza mercato, cercando di invertire la dinamica che ha visto nascere la Pratica filosofica in contesti formativi, pubblici o collettivi, per porla in maniera esclusiva come dialogo a due. Questa idea di Consulenza filosofica, non potendo peraltro appoggiarsi su di un’identificazione condivisa di filosofia, che ha sempre rifuggito, è giunta a sfaldarsi da sé, incapace di reggere la tensione della non identità.

Se tale assunto è plausibile, in questo modo, la consulenza filosofica si è tolta di sotto i piedi un possibile terreno comune solido, credibile professionalmente e attendibile epistemologicamente e neppure il solo porsi come ricerca filosofica la rende oggi convincente, poiché aristotelicamente auto referenziale (“La filosofia non serve a nulla”) e perché non istituzionalizzata né remunerativa, finché resta de-contestualizzata, lontana dal resto del mondo delle pratiche, distante dal mondo di matrice Psy, diversa dalle pratiche formative ed educative, fuori dal mondo terapeutico e di cura, isolata nel contesto politico e sociale, flebile nel panorama editoriale e divisa a livello nazionale. Marginale nel mondo della ricerca poichè la ricerca è – nella nostra cultura tardo capitalistica – finalizzata alla vendita di prodotti perciò a sviluppare tecnologie per poi commercializzarle, ovvero ha sempre un fine economico. La ricerca filosofica in sè non può avere un utile spendibile ponendosi nel mercato economico dell’industria o accademica, (il mercato culturale appare in via di estinzione)  eccetto il caso della ricerca pedagogica o metodologica cioè quando la filosofia si pone a supporto di altre discipline.

Insomma, una consulenza che finora si è decostruita al suo interno, forse in un eccesso di zelo nell’applicare la meta-teoria praticante di Achenbach, ambiguamente situatasi in un intollerabile, ipotetico nonché ipocrita, confine tra mercato e controcultura che non le corrisponde, se essa vuole essere esercizio filosofico critico e parresiastico. Una tale teoria di Consulenza fatica a collocarsi nello scenario contemporaneo, multiverso, policentrico, globale, perché inattuale in un certo senso, una teoria che descrive una professione antica incapace di reggere la pluralità del post moderno. Incerta collocazione gnoseologica e antropologica, difficoltà a “stare sul mercato”, figura professionale ibrida, il pensiero aurorale di Achenbach che parla di cuore pensante e illuminazione sul senso della vita. Questi temi sono il core problem della consulenza/pratica filosofica oggi.

Pur condividendo l’idea che oggi qualsiasi pratica filosofica si può fondare solo ed esclusivamente sul paradigma greco antico in particolare platonico, è il paradosso socratico, che diventa paradosso orfico, il punto di radicale convergenza e attenzione che caratterizza il filosofo pratico oggi: essere coscienza critica della complessità attuale e, in questo, accettare il rischio di essere socraticamente atopica, attività enigmatica, non classificabile e sempre nel mirino della fragile democrazia occidentale a causa di questo agire sociale e politico; la consapevolezza di questo rischio estremo rende questa figura massimamente mimetica, precaria, instabile e perciò in bilico, sospesa tra ragione e follia, ma che può e deve accettare il suo destino di kènosis del lògos, capace cioè di sacrificare se stessa o meglio svuotarsi del suo portato storico per inverarsi nel quotidiano. La praxis filosofica si mostra come proteiforme, da Proteo divinità del mare, dei fiumi e delle distese d’acqua nonché oracolo e mutaforma. Un rischio che oggi la categoria dei philosophers probabilmente non è sempre conscia di assumere; se lo assume, e se ne è conscia, lo interpreta come un “incantesimo orfico”, (come lo descrive Giorgio Giacometti, in Platone 2.0, Mimesis 2017)  essendo infatti costretta a non dire ciò che presuppone e anela: filosofare, ovvero farsi mediatore tra il mortale e l’immortale, daimon, δαίμων parola che “designa i mediatori, gli intermediari fra l’uomo e Dio”, come scrisse S. Weil. Filosofi, amanti della sapienza.

Pur condivisibile quindi il paradigma platonico, (per cui la pratica filosofica, in quanto dialogo, non può non essere platonica) è bene riconoscere, che non è possibile replicare il senso dell’esperienza dell’esercizio filosofico antico nelle modalità rinnovate dalle odierne pratiche filosofiche, per alcuni motivi che qui si possono solo accennare, e che tale riferimento può funzionare come paradigma, modello pratico, non logico ma analogico. L’antichità contrapponeva al possesso materiale il livello spirituale; oggi il materiale prevale e lo spirituale ha le sembianze di un sincretismo onnicomprensivo, un blob indistinto in cui convergono spizzichi di cabala, oriente, esoterismo, tecniche di respirazione e esercizi di rilassamento. Stando agli effetti, la pratica si porrebbe come audace se efficace e imperiosa, capace di fare metanoia, provocare un cambiamento, altrimenti ha le sembianze di una tecnica del sé postmoderna, di derivazione foucaultiana, post freudiana, neo orientaleggiante, new age, olistica, un cui il filosofico perde la sua specialità.

L’idea di Associazione, professionale o culturale, è solo parzialmente una ripresa di un’idea di comunità di filosofi. Ciò che è comune oggi non è un concetto condiviso, tra filosofi, e la stessa idea di condivisione è incerta. La ricerca personale verso una crescita interiore è vista oggi come una forma di eccentricità ed è difficile che i soggetti della consulenza attestino una credenza diversa dal conforme, la moda, il si dice il si fa, l’omologante mondano dell’analitica dell’esistenza heideggeriana. Il consulente non dovrebbe essere lo specialista dello straordinario e della meraviglia? Le figure di agitatori interiori, coscienze critiche: poeti, filosofi, artisti oggi sono integrati o dissociati; i primi, innocui, cantano il tema del presente, i secondi (più incisivi) non hanno voce pubblica e spesso sono isolati. Dove si colloca il consulente? Si segna un tema di spartizione tra i più ed i pochi, tra un’idea di massa e un’idea di coloro che pensano ciò che fanno, è il destino della sapienza: sapiens e insipiens. E’ ancora valido l’assunto che tutti hanno una filosofia? Oppure la filosofia è per tutti ma non tutti sono per la filosofia?

La sfida del futuro per i filosofi praticanti e consultanti appare, chiunque si proponga di fare pratica filosofica, in questa prospettiva, quella di abitare questo paradosso orfico e proteico, proprio per questa radicale “diversità” e audacia, di una filosofia precaria che vuole essere critica, cioè capace di problematizzare i problemi stessi, mettendoli in discussione, e che vuole essere coscienza spirituale dell’anima politica occidentale, contro e in radicale opposizione ad un pensiero omologato e omologante cui deve far buon viso a cattivo gioco, con cui è costretta a convivere, filosoficamente. Estrema sembianza, ultima maschera, di una pratica preistorica.

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Filosofia

De hominis dignitate

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Nel suo essere peraltro è senza consistenza e sparisce appena sorge ed esiste

Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino

Inebriamoci di vino squisito e di profumi,

non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera,

coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano;

lasciamo dovunque i segni della nostra gioia

perché questo ci spetta, questa è la nostra parte

la sua sinistra è sotto il mio capo

e la sua destra mi abbraccia

Vanitas Vanitatum et omnia vanitas

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce

Non si sazia l’occhio di guardare

né mai l’orecchio è sazio di udire

si estende da un confine all’altro con forza,

governa con bontà eccellente ogni cosa

Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza,

ho cercato di prendermela come sposa,

mi sono innamorato della sua bellezza

15 aprile 2016

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Filosofia

Schopenahauer come educatore. Come può un uomo conoscere se stesso?

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A Irene.

Schopenhauer come educatore affronta un problema di educazione, lo dice Nietzsche stesso in Ecce Homo, la miglior biografia intellettuale sul filosofo, scritta da se medesimo. Perché questo testo ci dice qualcosa di vero e importante anche oggi, pur nei limiti di uno scritto giovanile di Nietzsche, lo spiega bene invece Giorgio Colli, nella Nota introduttiva della prima edizione Adelphi del 1985, che riproduce l’edizione Bollati Boringhieri del 1958 con la traduzione di Mazzino Montinari. «È uno scritto destinato a chi ha ancora qualcosa da decidere, sulla sua vita e sul suo atteggiamento di fronte alla cultura. È scegliendo un maestro, che cominciamo diventare qualcosa, e ciò per la modestia dell’atto, che attenua l’orgoglio giovanile, e per la fiducia nel sostegno, che dà fermezza al nostro incedere.» Perché Schopenhauer? Perché la visione tragica della vita non impedisce la vita stessa ma anzi rinforza e sferza lo spirito che anela e muove verso una nuova consapevolezza. Non c’è consolazione o debolezza in questo ma responsabilità e ascesi. Mazzino Montinari, che con Colli lavorò alle edizioni Adelphi dal 1961, lo ribadisce e lo specifica: «la verità è dolore, la verità non dà felicità ma l’uomo di Schopenhauer accetta quel dolore.» Nel 1873, mentre si avvicinava al suo trentesimo compleanno, Nietzsche si occupò dell’eterna questione di come diventare se stessi, che qui tematizza e che in fine diventerà il sottotitolo di Ecce Homo, opera fatale dell’epilogo torinese, appunto il famoso «Come si diventa ciò che si è».

In questo periodo il filosofo crede ancora possibile una riforma della società ad opera di volenterosi rappresentanti della cultura alta, quale implicitamente lui stesso si considera, riforma in senso aristocratico e nobile, antimoderna. Questo è il periodo di Nietzsche giovane promessa, docente filologo, studioso dei greci, ammaliato dalle lezioni di Burckhardt sulla Kulturgeschichte, la storia della cultura – cultura nel senso di civiltà, animato da spirito di grandezza, aspirante filosofo (nel senso che effettivamente aBasilea nel 1871 cercò di farsi assegnare, senza peraltro riuscirci, la cattedra di filosofia). Un Nietzsche ancora speranzoso che mantiene una certa giovane illusione sul mondo, a cui seguirà l’amara disillusione che lo porterà a profetare l’ultimo uomo, distruzione e décadence, la morte di dio e a cercare nuove speranze in un nuovo homo, l’Übermensch di là da venire, oltre il baratro del nichilismo europeo e la trasvalutazione di tutti i valori.

Se nelle conferenze del 1872 svolte su incarico della “Società Accademica”  tra cui quella intitolata Sull’avvenire delle nostre scuole l’oggetto era la scuola ottocentesca tedesca, le sue criticità, le sue lacune, le sue debolezze, qui il filosofo intende stabilire un nuovo concetto di autodisciplina, di autodifesa, “qui è iscritta la mia storia più intima, il mio divenire. Soprattutto il mio voto solenne!” scrive l’autore con il suo solito tono altisonante. Manifesto e diario di Nietzsche lo considera Sossio Giammetta, unico sopravvissuto, con Maria Ludovica Pampaloni, dei membri dell’équipe artefice della rivoluzionaria edizione Adelphi/Gallimard, che scrive «Attraverso l’esaltazione del suo primo e unico maestro, il grande Arthur Schopenhauer, è Nietzsche stesso che, ripetendo l’esperienza fatta da Platone con Socrate, si presenta come educatore: educatore alla grandezza e a compiti di portata storica universale. Poiché il filosofo non è qui un neutro contemplatore, un ruminante, ma dinamite, che può far saltare ogni ordine esistente».

Questo testo, mai pubblicato vivente l’autore in forma autonoma, è il terzo lavoro di una serie di scritti (considerati minori dalla critica ma che Nietzsche pone come inizio della sua produzione in Ecce Homo) chiamati “Considerazioni inattuali” Unzeitgemäße Betrachtungen pubblicati e così titolati nel 1874, una raccolta di quattro saggi, su 13 originariamente previsti, rivolti alle condizioni della cultura europea con particolare attenzione a quella tedesca, tutto il progetto doveva richiedere un lavoro di sei anni (un saggio ogni sei mesi). Con la solita (per Nietzsche) mancanza di fedeltà alle proprie iniziali  intenzioni, il lavoro si interruppe con i soli quattro saggi, scritti appunto tra il 1873 ed il 1876, fece lo stesso con le Conferenze da cui trasse Sull’avvenire delle nostre scuole, precedenti alla Nascita all’inizio del 1870  tra cui “Il dramma musicale greco”, “Socrate e la tragedia”, erano inizialmente sei, ne svolse cinque e non le pubblicò. A questi testi dobbiamo inoltre il concetto di “inattualità” che Nietzsche intende come il trovarsi fuori posto nel suo tempo, nell’essere o troppo indietro o troppo avanti rispetto ai tempi correnti. E’ il periodo di Bayreuth, dell’amicizia con Wagner, in cui il giovane Nietzsche docente a Basilea dal 1869,  è l’enfant prodige della filologia tedesca: nominato senza laurea né abilitazioni docente di lingua e letteratura greca  a soli ventiquattro anni, ha appena pubblicato La nascita della tragedia, lo sfolgorante esordio sul dionisiaco e l’apollineo che vende tutte le mille copie della prima edizione, (non gli succederà mai più). L’occasione per le Considerazioni fu un attacco a mezzo stampa, anche abbastanza vergognoso, (titolo: David Strauss il confessore e lo scrittore) a tale David Strauss, allora teologo hegeliano in voga, oggi quasi dimenticato, il quale inoltre già malato morì poco dopo la pubblicazione del pamphlet di Nietzsche, che, con profondo cattivo gusto lo giudica “autore di un Vangelo da birreria” attacco commissionato da Wagner che con il teologo aveva qualche conto in sospeso. In questo periodo progetta anche una seconda Inattuale, con il titolo Il filosofo come medico della cultura, (la critica della cultura dovrebbe essere almeno da Socrate in poi,  uno dei ruoli primari del filosofo nella società, qualcuno ancora cerca di farlo) e per prepararla alla biblioteca universitaria di Basilea prende in prestito numerose opere di fisica e chimica, ma non la scrive.  Nonostante in seguito, nel solito Ecce Homo, l’autore tenti di elevarne la portata, con parole e accenni oggi risibili, questi testi rappresentano il tentativo di Nietzsche di presentarsi sulla scena culturale come polemista, il Nietzsche «critico della cultura», fustigatore dei costumi intellettuali del momento, rappresentante dell’avanguardia wagneriana, immoralista, nel nome superiore della cultura con la K maiuscola (di kultur). Un tentativo appunto, che tale restò, poiché proposto da un giovane docente della cerchia di Wagner, qual era allora Nietzsche, che però fallì miseramente in seguito quando l’ex docente volle così caratterizzarsi in maniera autonoma, dopo la rottura con il maestro di Bayreuth, il filosofo con il martello della trasvalutazione dei valori, cioè lo stravolgimento dei valori tradizionali, a partire dalla morale religiosa cristiana, fino all’idealismo razionalista, quello che scrive “L’uomo é qualcosa che deve essere superato”. Ciò non toglie affatto nulla alle Considerazioni, al  loro singolo peso filosofico e intellettuale, l’occasione storica della loro pubblicazione, il contesto e perfino le vicende biografiche dell’autore incidono in fondo poco sul valore del testo. Questo resta, perché Nietzsche, come afferma a ricerche vedute Sossio Giammetta, (che fu nella cerchia dei traduttori Adelphi delle edizioni Colli – Montinari) fu psicologo, poeta e moralista (e fondatore della religione laica) oltre che grande scrittore, più che filosofo. Basterebbe in fondo la sola citazione del famoso motto qui contenuto: “Vivere, in generale, significa essere in pericolo”.

In questo scritto Nietzsche afferma di aver voluto utilizzare Schopenhauer come Platone usò Socrate, cioè come espediente, come occasione per proclamare qualcosa, come formula linguistica. In realtà questo testo è allo stesso tempo un omaggio ed un commiato, a e da Schopenhauer, assieme a La nascita della tragedia conclude, con le Conferenze il periodo di Basilea. All’inizio della sua riflessione, Nietzsche fu influenzato da Schopenhauer, per il quale la vita è crudele e cieca irrazionalità, è dolore e distruzione. Ma egli non si fermò al pessimismo di Schopenhauer: il sentimento tragico della vita è accettazione della vita stessa, amor fati, è adesione a tutti gli aspetti dell’esistenza, anche a quelli più terribili, poiché tutto fa parte della vita. La “sua” volontà di potenza, secondo i critici, sarà solo la schopenhaueriana volontà di vivere rivisitata.

Scrive Giuliano Campioni, «La diffidenza verso i grandi sistemi, la messa in discussione delle fede – di ogni tipo di fede -, la volontà di percorsi privi di garanzie stabilite trovavano nella filosofia di Nietzsche un terreno di confronto che coinvolge fino in fondo “la passione rabbiosa per la verità” e l’eticità.» Montinari, diversamente da Colli o Giammetta, nel 1963 scriveva che  Nietzsche è simbolo di disordine spirituale, una malattia, un problema non ancora risolto.

Ma come mette insieme, Nietzsche, l’educazione e un filosofo come Schopenhauer? Le prime sette pagine sono effettivamente folgoranti, un colpo diritto all’amor proprio di qualsiasi giovane studente che si trovi in quella fase in cui deve scegliere e decidersi sulla propria vita, invito, esortazione, appello. Scrive Nietzsche: gli uomini sono pavidi e pigri, si nascondono dietro  costumi e opinioni, pensano ed agiscono al modo del gregge. Per paura, adattabilità e ignavia, perché temono il giudizio del prossimo. L’uomo che non vuole appartenere alla massa deve cessare di essere accomodante con se stesso, in quanto nulla è più ripugnante di chi sfugge al proprio genio, poiché della nostra esistenza dobbiamo rispondere a noi stessi. «Al mondo vi è un’unica via che nessuno oltre a te può fare: dove porta? Non domandare, seguila.» Ma come è possibile ritrovare noi stessi? Come può l’uomo conoscersi se è una cosa oscura e velata, anzi scrive Nietzsche, ogni uomo è un unicum, molteplicità bizzarramente variopinta nell’unità che è. C’è un modo, ed è guardare indietro nella propria vita e chiedere: che cosa ho amato veramente, che cosa mi ha attratto, dominato e reso felice? Metter davanti a se questi oggetti venerati e la loro essenza, la loro  successione sarà la legge fondamentale del tuo te stesso vero e proprio. Confronta questi oggetti, scrive Nietzsche, guarda come si completano l’un l’altro, come formano una scala su cui ti arrampichi verso te stesso. La tua vera essenza dice non è nascosta dentro di te, ma al di sopra di te, o meglio di ciò che abitualmente prendi per il tuo io. Gli educatori? Sono dei plasmatori. I veri educatori sono quelli che sanno rivelare quale è il vero senso originario e la materia fondamentale del tuo essere, i tuoi educatori non possono essere niente altro che i tuoi liberatori. «L’educazione è liberazione, rimozione di tutte le erbacce, delle macerie, dei vermi che vogliono intaccare i germogli delicati delle piante, irradiazione di luce e di calore, benigno rovesciarsi di pioggia notturna (..)» L’educazione per Nietzsche è imitazione e adorazione della natura, e anche compimento della sua opera. Questa metafora naturale in particolare è molto efficace, l’educazione è coltura, allevamento, cura.

Il resto del testo non è esattamente all’altezza dello scrittore Nietzsche che verrà, il più famoso, a volte “cincischiato, prolisso e zoppicante” lo scrive Giammetta.

Da qui in avanti  per Nietzsche tutto cambierà, si chiude un periodo e se ne apre uno nuovo, il cui inizio sarà segnato dalla pubblicazione di Umano troppo umano nel 1876: finisce la misticheggiante rilettura estetica del mondo greco inserita in un humus filosofico in cui l’artista/genio, il santo ed il filosofo sono i prescelti salvatori dell’umanità intrisa di decadenza e nichilismo che contraddistinguono l’era moderna secondo il filosofo tedesco. Schopenhauer e Wagner i maestri di questo periodo sono da qui superati.  Negli anni seguenti arriveranno gli altri scritti più noti che porteranno Nietzsche a diventare quel che è diventato, meno accademici, meno filologici, meno storico – sociologici, meno esplicitamente di critica culturale, che con questi testi finisce di essere l’obiettivo specifico del filosofo, ma ancora filologo e docente, Nietzsche.

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Filosofia, pratica filosofica

2018 Pragma sofia. Noûs, psyché, logos. Parole per l’anno nuovo.

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Si può accettare il mondo così com’è perché bisogna viverci ma non è obbligatorio approvarlo di sovrappiù. La ragione –  strumentale, tecnica, rapace, onnivora – com’è diventata (oggi la tecnologia è talmente pervasiva da plasmare non solo il nostro lavoro e le nostre abitudini, ma anche i nostri sogni e i nostri desideri, ovunque, la tecnica sta diventando la forma più radicale di salvezza, scrive Severino, ma questo è un altro discorso …)  quella ragione fu intesa come ben insegnò Kant in quanto strumento dell’uomo per padroneggiare con la logica il mondo, le cose, l’adeguamento dei mezzi ai fini, tradizionalmente intesa.

Linda Napolitano Valditara ricorda come «l’innocente ed innocua aridità del pensiero contemporaneo, (assai simile del resto ad una attonita ingenuità mediocre) così zelante nel non lambire minimamente neppur per accidente un pensiero che pensi fino in fondo e all’altezza una immanenza che renda giustizia ad una umanità ricca e vitale, ad una immaginifica ragione creatrice, capace di fiorire come ricca messe di frutti e prodotti, difficilmente contiene concetti concreti e proattivi che spingono a fondo l’idea di penetrazione del reale attraverso una ragione più coerente e unificante, una ragione umanitaria e non raziocinio classificante e predator che nulla acquisisce nel pur apparente guadagno.»

Stante l’impossibilità di non-comunicare, oggi parliamo, scriviamo, chattiamo, in continuazione nel quotidiano ma siamo sempre connessi con la nostra anima-coscienza, il nostro intelletto o qualsiasi cosa intendiamo con il nostro io più vero? La comunicazione, quella ostile che inquina il quotidiano, pervade il nostro tempo. La società soffre di  disabilità comunicazionale. Dove fallisce il tentativo di sviluppare nuove forme di  comunicazione? Quando cade la nostra fiducia nell’altro o è proprio del mondo così come ci appare? Tra la fluidità del comunicare e la rottura esistono vie di mezzo?

La filosofa ungherese Agnes Heller diceva: «E’ necessario del coraggio, e forse una nuova forma di coraggio per contrapporre al sapere feticistico lo spirito dell’utopia razionale, chi trae le sue origini da Socrate, deve però sapere quale obbligo morale ne consegue» e anche «Rifletti, come devi  pensare, rifletti, come devi agire, rifletti, come devi vivere».

Eppure spesso ciò che ci guida è oltre il razionale, perché influenzato dalla passionalità concreta, dalle emozioni che suscita il mondo, che funzionano come un filtro d’orientamento. L’eghemonikon, elemento egemone, facoltà dominatrice, supera oltrepassando in sintesi il dato reale per inglobarlo in un movimento immanente e trascendente di intellezione spirituale.

Aldo Gargani coglieva bene questo aspetto. «Per cogliere il valore cognitivo delle emozioni occorre uscire sia dalla visione retorica e raziocinante della sfera affettiva, sia dalla fusionalità immediata. La funzione cognitiva delle emozioni può essere colta soltanto al livello delle procedure costruttive del sistema pensiero-parola. Sono le emozioni che tessono le connessioni fra i concetti e le parole nei quali costruiamo i mondi della conoscenza. L’emozione è infatti il principio motore che connette un simbolo ad un simbolo, un concetto ad un altro. È l’emozione che illumina nuovi aspetti della realtà.»

E forse meglio lo scrive Renato Pilutti: «Le passioni sono -insieme con le emozioni- la parte della spiritualità umana che dà calore e colore allo stile di vita, ma senza l’uso della ragione che le illumina può far sì che il soggetto perda il controllo delle proprie azioni e faccia del male a sé e agli altri. Si può dire che senza passioni, emozioni e sentimenti l’anima umana è come “morta”, ma non se ne può lasciar completamente dominare. Perfino dall’amore: la più forte delle passioni, l’amore, deve essere ciò che muove le azioni umane dando loro verità e sostanza, ma si deve considerare alla luce di una riflessione che tenga conto di tutto l’equilibrio delle scelte e delle azioni umane.»

Come infatti ricordava Michele Federico Sciacca: «La filosofia non asciuga lacrime né dispensa sorrisi, ma dice la sua parola sulla “verità” delle lacrime e dei sorrisi.»

Ecco perché la coscienza di sé, il socratico conosci te stesso, il guardare in interiore homine di Agostino, la consapevolezza della propria identità, la cura di sé, rappresentano l’esercizio filosofico per eccellenza. Anche in forma di autobiografia, come ricostruzione geopolitica del proprio essere, come ad esempio ne scrive Duccio Demetrio. «Negli anni pre-adulti non abbiamo fatto altro che sperimentare e cercare il nostro stile di vita, di amare, lavorare, divertirci, reagire al dolore e alla sconfitta, trattare con gli altri. Poi, a un tratto, una parola, un’occhiata, un gesto ci fanno intendere che quello stile di vita va cambiato».

Eppure questo sguardo interiore è muto e inabile se non porta ad un riflesso esteriore, cioè se non proietta nuova luce al nostro intero essere compreso quello sociale, se non opera cioè una trasformazione vera, una metanoia.  Diceva Simone Weil: «Esiste un’energia trascendente la cui sorgente è in cielo e che passa in noi non appena lo desideriamo. È veramente una energia e si traduce in azione tramite la nostra anima e il nostro corpo».

Per una trasformazione, un cambiamento non possiamo dimenticare la lezione degli antichi sapienti, quella per cui, come ricorda Elemire Zolla:  «A parlare con l’antica esattezza l’intelletto è la parte dell’uomo che coglie i princìpi supremi, gli assiomi sui quali riposa la ragione tecnica e scientifica o rettorica, e che contempla i princìpi eterni d’ogni apparenza sensibile. Uno dei modi cui le varie religioni ricorrono per conferire questo dono della contemplazione, cioè per far nascere il fiore dell’intelletto nel terreno dell’anima, secondo una immemoriale metafora, è l’interpretazione simbolica delle figure o immagini della natura e della storia. In grazia di questa antica arte intellettuale della trasposizione emblematica si fa crescere la forza intellettuale ovvero lo spirito.»

Ritorna l’idea che sia necessario una vigilanza interiore, un controllo spirituale, un governo dello spirito egemone che si traduce in attenzione, come lo spiega Thomas Spidlik: «Fare attenzione al cuore è un’espressione molto comune nella spiritualità orientale. Riveste anzitutto un aspetto negativo: allontanare ogni pensiero cattivo proveniente dall’esterno, guarire il cuore, educarlo per mezzo della vigilanza. Allora il cuore diventa una fonte di rivelazione».

Florenskij alludeva alla Sapienza a questo proposito e dal suo punto di vista, in maniera sublime: «La Sofia è l’angelo custode del creato, la personalità ideale del mondo. Essa è il logos costitutivo del creato e quindi il contenuto costituito di Dio Logos, il Suo “contenuto psichico, eternamente creato dal Padre attraverso il figlio e compiuto nello Spirito Santo: Dio pensa mediante le cose».

Altrimenti il mondo decide per noi, come scrive Galasso emblematicamente parlando di  “innominabile attuale” descrivendo il nostro tempo. «Homo saecularis parla con molte voci, spesso divergenti. Quella che più si fa notare è progressista e umanitaria. Applica precetti di eredità cristiana, ammorbiditi e edulcorati. Soluzione tiepida e pavida, si combina, in senso inverso, con il movimento in corso nella Chiesa stessa, che cerca sempre più di assimilarsi a un ente assistenziale. Il risultato è che i secolaristi parlano con compunzione da ecclesiastici e gli ecclesiastici ambiscono a farsi passare da professori di teologia.»

Il sapere filosofico, che è azione e pensiero, pragma e sofia,  non ha bisogno di tautologie, cioè non necessita di corrispondenze tra realtà che siano sovrapponibili a livello mentale per eguaglianza, questo tipo di operazione è essenzialmente  di tipo razionale, descrittivo perché interpreta similitudini, misurazioni di specie, analisi di qualità riferiti a concetti e idee. Essa è operazione puramente scientifica, di misurazione e di raccolta dati. Aristotelica e kantiana.  Misurare con il metro della ratio non offre all’uomo nessun sapere di tipo superiore riguardo il proprio destino ed il senso del proprio agire. E’ perciò necessario ripensare la giusta misura tra il cogito che in quanto “coagere”, “mettere insieme”, indica una comprensione data non dall’intuizione e dalla penetrazione, ma dal mettere insieme elementi giustapponibili e dal descrivere i dati del reale, della percezione, dei sensi, tra il cogito quindi  ed il legger dentro, intus legere, che intuisce e coglie nell’essenza, ed è capace di penetrare al suo interno. Per queste ragioni il noûs intelletto spirito, che si offre come intuizione, non è spiegabile razionalmente, trattandosi di un sapere trascendente che è all’origine della stessa logica di causa-effetto, un sapere non acquisito ma innato sin dalla nascita. Si tratta perciò dell’intuizione come la forma di conoscenza più alta, superiore alla conoscenza sensibile e a quella “scientifica” derivata dalla riflessione sull’esperienza. Si può anche parlare della concezione filosofica che vede la coscienza (anima, psyché) come intenzionale, cioè diretta a un oggetto, che abbia sempre un contenuto. E’ un dilemma per chi agisce con ragione e ritiene esclusivamente questa la missione dell’uomo, mentre così resta ai margini delle potenzialità umane e non aderisce ad una vita piena,  l’intelletto invece è strettamente legato alla fortezza che dà la capacità di portare avanti le scelte fondamentali.

La cura dell’anima, antica lezione socratico platonica è il destino dell’uomo. Se l’anima è il centro della personalità, essa è però doppia cioè divisa in due parti, una legata al corpo e una orientata allo spirito. L’elemento superiore, in termini platonici è noûs, in termini stoici è l’eghemonikon, elemento egemone, facoltà dominatrice, in termini biblici è il cuore, kardia, cor, che indirizzato allo spirito diventa tutto spirituale.

Img:DU 2018.

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Attualità, Etica, Filosofia, Politica

1968/2018. Tristesse, nostalghia, ex e post.

L'incompiuta di Brendola (foto Pippowsky su Flickr)incompiuta-2

“Homo saecularis parla con molte voci, spesso divergenti. Quella che più si fa notare è progressista e umanitaria. Applica precetti di eredità cristiana, ammorbiditi e edulcorati. Soluzione tiepida e pavida, si combina, in senso inverso, con il movimento in corso nella Chiesa stessa, che cerca sempre più di assimilarsi a un ente assistenziale. Il risultato è che i secolaristi parlano con compunzione da ecclesiastici e gli ecclesiastici ambiscono a farsi passare da professori di teologia.” (R. Calasso, L’innominabile attuale 2017)

L’impensato attuale, il modernismo progressista ed umanitario. Caddero i muri, scomparve la grande Idea, oggi le piccole idee si chiedono come mantenere una posizione che puntelli il ricordo della storia personale e generazionale e che allo stesso tempo attenui il rimorso, il risentimento e i rancori. Piccole idee derivate che vogliono una seconda opportunità dalla storia che però è finita. Stante che il marxismo è oggi solo un modo fra gli altri per non comprendere il mondo, un nuovo realismo dopo il post modernismo ci insegna ad accertare la realtà, non ad accettarla, (quindi il post modernismo si caratterizzava come accettazione passiva dell’esistente?) il nuovo realismo spiega che l’oggetto sociale non è il reale, l’interpretazione non è un luogo comune e condiviso dato una volta per tutte, è uno schema concettuale che non dimostra il mondo ma si offre alla pluralità relativista e omnicomprensiva della doxa, fallacia argomentativa: come dire che accertiamo e attestiamo lo status multiverso del reale? L’approccio è realitystico, cioè siamo spettatori passivi, osserviamo le res humanae  come al microscopio si osservano le cavie da laboratorio prefigurando ipotesi ermeneutiche? Guardiamo il mondo mangiando i popcorn? Dopo 2500 anni? Non episteme, che sta sopra, ma sub specie, suburbe, nel flusso di in-coscienza volontaria, nell’inferno artificiale. Infatti assistiamo ad una realtà che non si presta alle nostre costruzioni concettuali. Giustificazionismo, arrendismo e alleatismo, ismi e quindi parvenze di logos, che rinfocolano idee stantie  e ammuffite, che se ancora si corazzano nel radicalismo, pur se con la pancetta imbiancata e non con il turgido eskimo, di questo essere radicali non danno che uno sbiadito concetto decostruito di attestazione anti sistema, (ma non come soggetti cinicamente oppositivi ma dalla parte degli integrati corporativi) sistema che nel frattempo da american saudita è diventato euro usa asiatico, a est e a sud. Si cercano agganci a destra e a manca. Intanto la storia è finita: non più un ieri e un domani fermi, certi, apodittici, radiosi e scientifici ma solo un infinito presente da interpretare. Si interpreta con le archeologie dei dispositivi di potere come osservando un fenomeno da lontano con lenti psico, bio sociologiche mai filosofiche, si inanellano multilingue catene etimologiche che velano un incerto argomentare ma fanno massa a-critica, tutta da modellare a piacimento, si mutua un lessico qui e uno lì,  tra procedure, competenze e protocolli. In particolare si scorge nella corrente teologica politica, quella piccola idea che appare e scompare che sente sensibilmente la mancanza di una dio politico normatore e paterno che assoggettava il reale e incanalava i desideri, una volta era il mondo sovietico e l’Idea marxista, oggi è un Moloch mainstream tecno social privo di un referente politico, in cerca di un nuovo dio in grado di porsi come antidoto al real potere americano/saudita che tutto stringe. Si concede ammirazione alla fede per quel radicamento di cui non si fu capaci, e questo inchino si ammanta di improvvisati analisti teologici atei, in una nuova alleanza con i loro santi laici, che tra poco riconosceranno nella teocrazia islamica il modello migliore per la globalizzazione, modello ideale di assoggettamento e potere, di riduzione arazionale del soggetto, di privazione di pensiero e di riduzione in minorità, un mondo perfettamente binario: le masse di schiavi brutalizzati nell’anima e la colta élite dei moderni muezzin kinici. Sono già pronte schiere di muti complici (i soliti banali del male) di tutti gli apparati politico-ideologici che hanno posto Grandi Mete, Grandi Idealità, come fini ultimi del loro agire politico e si sono sempre rivelati strumenti di asservimento delle coscienze individuali, repressione e anninentamento che agivano in nome di un cosiddetto Bene, facendo però il Male. Perché è tutta una macchinazione dell’ente contro l’essere, machenschaft! direbbe l’omino con i baffi e  le brache alla zuava.  E quando il radicalismo fallisce o diviene insufficiente, emerge la mistica della protesta. E’ l’ammirazione per i vincitori con un amaro retrogusto di invidia. Chiaro esempio di dissonanza festingeriana. C’è chi innalza il conflitto a valore, l’eternamente polemico, per auspicare l’uscita dal tempo del potere, destinale anarchico errante sterile, rivendicando lo stupro dello jus. Se la realtà fa schifo peggio per lei, delegittimiamola. Dopo gli abusi ripetuti e le sevizie della storia nazional comunitarda si aggrappano alla critica dell’idea nazionalistica populistica, facendo finta di non sapere che furono i loro idoli a declamare il valore della piccola patria, quelli della “fabbricazione di cadaveri nelle camere  gas e nei campi di sterminio” o gli speculari del Bratstvo in enotnost, mentre sigillano fosse ricolme di corpi, del radicamento nell’heimat, del  blut und boden, dalle meravigliose mani e dall’intima grandezza del rosso e nero popolar nazionalismo, dixit. Popoli del mondo disunitevi! Idee e concetti comunque ed inevitabilmente e sfacciatamente e inesorabilmente ciechi, sordi e muti alle persone, all’essere umano, al povero diavolo di uomo, al singolo, al particulare,  con una faccia e una voce, e alla sua coscienza individuale, al suo spirito, al suo essere soggetto, orribile bestemmia, perché i soggetti della storia sono solo le Idee e le Grandi Mete, (con le maiuscole) teleologia e ideologia, il singolo è un granello di senape. E noi vogliamo farci raccontare una storia, ancora una volta, illuderci, credere e combattere per un’ideuzza, che ci appaia come una grande narrazione. Quindi sì allo story-telling da tisana davanti al caminetto. Dal “chi critica ha sempre torto” a mo’ di giustificazione delle epurazioni partitiche, all’apologia acritica del criticismo. La vecchia idea europea la vogliono all’ospizio, con loro. C’è la parte che nominalizza la massa come moltitudine, che è capace di Idea ma in formazione polivalente, un po’ troppo autodidatta che va ricondotta all’ovile, il super-rivoluzionarismo celodurista a tempo pieno,  per cui essa è ancora senza testa e quindi potenziale numero in grado di essere maggioritario, e lasciano intendere di essere in potenza gli ideali filosofi di questa nuova società platonica (oggi riverdisce rumorosa sugli Champs-Élysées in giallo fosforescente e catarinfrangente). O i teorici del leader “ombra”, del soggetto collettivo. Temono la verità, premono sul realismo e deprezzano il popolo quando scade in un “populismo” che non sia il loro, che peraltro non sanno generare e quindi invidiano l’altrui. Idee e suggestioni della grande nostalgia degli ex di un mondo eterodiretto, da un principio, da un principe, dall’Idea, dal salvatore mundi, da baffoni e baffini. Nostalgia metafisica della dialettica materialistica, dalla consecutio al cupio dissolvi. Se proprio proprio si impegnano questi umanisti secolari riescono perfino a dirsi al massimo SBNR, acronimo per chi non vuole definirsi né ateo, né agnostico ma intende suggestionare una qualche residua spiritualità. Ladri di sogni e di futuro, nichilisti del presente. Celebranti della società secolare, ultimo quadro di riferimento per ogni significato. Internazionalisti senza classe operaia, universalisti no profit. Si mescolano suggestioni residuali come ingredienti di un minestrone intellettuale che nessuno assorbe ma alcuni attendono messianicamente dai guru del post (o dei post, facebuc). Intanto queste piccole  idee organizzano festival e colonizzano le vuote stanze dipartimentali convinti di tessere trame epocali per adepti carbonari di un logos esoterico. Eco in un sepolcro svuotato. Nessun “Veni Creator Spiritus”. Nell’uscir fuori da sé si perdono perché non hanno un fuori ma solo un dentro asfittico, afasico e desolante. A-progettuale perché cinico sloterdijkianamente. Piantando paletti non riescono a superarli, non possono andare oltre perché un oltre per loro non c’è. Più.

img: pippowsky su Flickr

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Filosofia, pratica filosofica, Venezia

Su La filosofia nella vita quotidiana di Stefano Zampieri.

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Dov’è la filosofia oggi? Se volgiamo lo sguardo al guazzabuglio della filosofia contemporanea, considerata tale quella parte del pensiero occidentale composta delle maggiori teorie del ‘900, essa si rivela spesso come dispersione e smarrimento, o anche parcellizzazione dell’amore per il sapere. Positivismo, marxismo, nichilismo, psicanalisi, neopositivismo logico, strutturalismo, ermeneutica e alterità, ontologia e teologia teoretica, postmodernismo e post realismo, liquidità e post ideologia. Dalla crisi della metafisica a quella del soggetto, dalla sparizione dello spirito all’inconscio, dalle teorie della mente all’antropologia negativa.

Stefano Zampieri con La filosofia nella vita quotidiana un libriccino[1] sottile ma denso, ci propone la semplicità dello sguardo originario della filosofia sull’esistenza, quel secondo imperativo dell’oraziana o hobbesiana sentenza  primum vivere deinde philosophari, ma anche l’imperativo husserliano del tornare alle cose stesse, confermando ciò che da qualche tempo ormai pare una certezza, vale a dire che la filosofia deve tornare a camminare sulle gambe (e cioè alzarsi dalla comode cattedre e uscire dagli studioli polverosi) e tenere lo sguardo ben fisso all’orizzonte, (cioè alzarlo dai propri piedi [o da uno degli apprecchi informatici che usiamo] e abbassarlo dalla volta celeste) deve cioè essere scienza propriamente umana avrebbe detto il Socrate platonico. Certo, un passo sicuro ed uno sguardo puro rappresentano solo una via preliminare di emendazione dalle scorie accumulate, quelle della scienza, della tecnica dell’ideologia, è solo un primo passo, ma Zampieri lo compie analizzando con cura lo spazio prima, con una riflessione complessa[2] che svolge nel precedente Filosofia dello spazio quotidiano e qui analizzando la quotidianità come spazio particolare in cui la filosofia trova la sua ragion d’essere. Zampieri si pone così sul versante protrettico, aristotelico,  cioè esortazione e invito all’esercizio della vita filosofica.

Ma la filosofia dovrebbe anche sempre prevenire e curare la saldezza della proprie gambe e mantenere lo sguardo puro, (oppure ripulire le lenti) e non eludere mai un radicale scetticismo fideistico, un criticismo corrosivo ma necessario. Stante la  convinzione  che  l’uomo  non  sia  legato  ad  alcun  mondo determinato e che non sia vincolato a nessuno stile di vita, che appare il modus sociale oggi più accreditato, ovvero l’esito di quell’indagare il mistero dell’essere-nel-mondo che si potrebbe tradurre nello spalancarsi di un baratro per l’umanità, questa  presunta libertà dell’essere contingente dell’uomo, homo faber che nella a dimensione poietica ha creduto di trovare il suo essere, sembra perennemente indicare una caduta senza fine, senza fondo e senza appigli. Insomma una “perdita di senso generale del mondo e della propria esistenza”, come dice Davide Miccione in un altro libriccino “sottile ma denso” ricordando le malattie dello spirito di Costantin Noica.[3]

Si può accettare il mondo così com’è perché bisogna viverci ma non è obbligatorio approvarlo di sovrappiù. La ragione –  strumentale, tecnica, rapace, onnivora – com’è diventata (oggi la tecnologia è talmente pervasiva da plasmare non solo il nostro lavoro e le nostre abitudini, ma anche i nostri sogni e i nostri desideri, ovunque, la tecnica sta diventando la forma più radicale di salvezza, scrive Severino, ma questo è un altro discorso …)  quella ragione fu intesa, come ben insegnò Kant, in quanto strumento dell’uomo per padroneggiare – con la logica  – il mondo e le cose, è ciò che descrive come l’adeguamento dei mezzi ai fini, tradizionalmente intesa.

Oggi affidiamo alla ragione strumentale, declinata in logica e dialettica strutturata in forma tecnologica analitica e linguistica,  la gestione degli affari quotidiani, mentre deleghiamo al nichilismo psichiatrico e patologico le questioni dello spirito che vengono interpretate come contatti tra cellule nervose, reazioni a delle modificazioni fisico –chimiche delle sinapsi che si attivano di fonte a questioni esistenziali e in questa attivazione disfunzionale i dotti della psyché vedono una malattia che la chimica può contenere. En passant è giusto ricordare con discrezione che chiunque oggi, compresi i filosofi praticanti (che pure sanno varcare le mura dei luoghi di cura, sorveglianza e punizione)[4], chi si volesse arrischiare a mo’ di Socrate necessita tenere a mente che giudici, medici, psichiatri e amministratori locali sono ancora tutt’oggi i detentori della salute anche del privato cittadino, hanno cioè il potere di imporre il trattamento (termine terribile) sanitario, pur ignorando le meditationes husserliane, le estasi mistiche e le visioni dei santi, considerandole tutte isterie, nonostante Basaglia, il veneziano.

Platone diceva che la passione filosofica è come fiamma che balza, Agamben di recente afferma che assomiglia più a qualcosa come il vento o le nuvole o una tempesta.  Le metafore naturali tendono a indicare ciò che nell’uomo è simile ad una tendenza, andare verso, ascendere, come essere del mondo piuttosto che come meccanismo biologico. Simone Weil, filosofa mistica, ebrea non praticante, quasi cattolica e operaista, diceva “Non c’è niente di più importante che il concetto di piani sovrapposti della coscienza, di cui l’ultimo è superiore alla psicologia”.

Ecco cosa manca alla vita quotidiana di Zampieri, manca il core business, lo spazio dell’anima. Se l’anima è il centro della personalità, essa è però doppia cioè divisa in due parti, una legata al corpo e una orientata allo spirito. L’elemento superiore, in termini platonici è noûs, in termini stoici è l’eghemonikon, elemento egemone, facoltà dominatrice, in termini biblici è il cuore, kardia, cor, che indirizzato allo spirito diventa tutto spirituale.

L’uomo contemporaneo ha uno spirito?

[1] Stefano Zampieri, La filosofia nella vita quotidiana. Una proposta. Diogene multimedia 2018, 97 pagine 9,80 euro.

[2] Stefano Zampieri, Filosofia dello spazio quotidiano. La città, la strada, la casa, luoghi e altri non luoghi. Diogene multimedia, 2017.

[3] Davide Miccione, Lezioni private di consulenza filosofica. Diogene multimedia 2018.

[4] Phronesis associazione nazionale per la consulenza filosofica ha dedicato alla pratica filosofica nei luoghi di cura e detenzione  il recente seminario di Firenze 23 – 25 novembre 2018, dal titolo: “Esperienze. Filosofia n azione.”
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Filosofia, pratica filosofica, Pratiche filosofiche

Contro l’anything goes del “bullshit filosofico”.

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Donata Romizi su Phronesis – Semestrale di filosofia,consulenza e pratiche filosofiche.

Phronesis, Anno XIV, numero 25-26, aprile 2016

La rivista Phronesis, semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche, il cui primo numero uscì nel 2003, torna nel web con un numero doppio e alcune novità.  La principale novità è l’avvicendamento alla direzione di Neri Pollastri e Davide Miccione, con Antonio Carnicella e Saveria Addotta, cui si accompagna una nuova redazione composta da: Augusto Cavadi, Maria Teresa Cimò, Giorgio Giacometti, Marta Mancini, Davide Ubizzo e Chiara Zanella. Con questa rinnovata conduzione la rivista sarà disponibile esclusivamente on line all’interno del sito dell’Associazione Phronesis, ove sarà possibile visualizzare e scaricare ogni singolo articolo in formato Pdf.

In questo numero, in particolare, si può trovare nella sezione “Conversazioni” l’inedita intervista, a cura della redazione, a Donata Romizi,  PhD  presso la Facoltà di filosofia e educazione dell’Università di Vienna dove coordina il corso di studi post laurea di Pratica filosofica. La docente offre spunti particolari per approfondire alcuni tra i temi più scottanti e urgenti relativi alla Pratica e alla Consulenza filosofica in Italia e a livello internazionale.

Un panorama variegato – quello della Philosophische Praxis – che vede associazioni in quasi ogni paese, congressi, riviste specializzate, scuole di pensiero, pubblicazioni, siti internet, realtà diverse per una professione, quella filosofica, che la docente al termine del colloquio definisce un dilemma. Il dilemma è dato dall’aporeticità della professione, che non permette di guadagnare (abbastanza) da essa, una sorta di maledizione aristotelica. L’esclusività della professione filosofica non è ancora realtà: nessun consulente fa solo consulenza individuale, neppure Achenbach. Come i musicisti che amano suonare ma non possono vivere solo di musica, allo stesso modo il filosofo pratico si trova a dover “saper fare” anche altro per “guadagnarsi la pagnotta”, i “filosofi pratici” non fanno solo consulenza, è necessaria loro una “doppia competenza”: Filosofia ed Economia, Filosofia e Pedagogia, Filosofia e Medicina, Filosofia e Teologia etc. Dice la Romizi: «Il mio consiglio sarebbe quello di non buttarsi solo e subito sulla Pratica filosofica. Dal punto di vista lavorativo, è ancora un rischio grosso. E anche se volesse lavorare in futuro come filosofo pratico, gli gioverebbe molto acquisire competenze anche in altri ambiti.» È quella forma di mimetismo che contraddistingue il fare filosofico dell’era attuale.

Altro tema, sullo stesso ordine concettuale, è quello della voluta, agli esordi, ambiguità terminologica. Parlare di Praxis, (práxis, dal greco πρᾶξις, termine latino che sta per prassi, pratica) intesa come attività generale di matrice filosofica, comprende anche molti altri modi di “praticare” la filosofia – lo stesso Achenbach nella sua “Philosophische Praxis” intesa come studio professionale ha sempre fatto anche altre cose – mentre l’esclusiva attività di consulenza dovrebbe propriamente riferirsi al counseling, con tutte le difficoltà ermeneutiche che questo riferimento pone, e ben presenti alla Romizi che infatti dice: «Quindi se oggi, nella comunità internazionale, si parla con i colleghi di “Philosophische Praxis” (o “Philosophical Practice”) normalmente è evidente che non si intende solo la consulenza. Se si parla in inglese, per indicare solo la consulenza esiste un’espressione apposita, “philosophical counseling”. Quest’espressione purtroppo risolve un problema ma ne crea un altro, perché spesso finisce per inglobare la filosofia in una forma di dialogo – il “counseling” – preesistente alla nascita della “Philosophische Praxis”, e di per sé non filosofica.»

Altro spunto di riflessione, qui si può solo accennarne e per il quale rimandiamo all’articolo, è quello della vexata quaestio del metodo e perciò di una formazione che garantisca approcci validi, orientamenti metodologici e standard di qualità comunicabili, per evitare il dilettantismo, “l’anything goes del bullshit filosofico” come scrive la Romizi, che da parte sua propone di abbinare qualità e pluralismo, insegnando a conoscere e approfondire teoria e pratica dei diversi approcci, impostazione sulla quale l’Associazione Phronesis non può che concordare perché base fondamentale della Scuola di Consulenza filosofica che propone dal 2005.

Un diverso tema interessante è quello di una presunta “purezza” della Philosophische Praxis, nata come alternativa alle psicoterapie, punto che la Romizi smentisce in maniera radicale: «Achenbach ha studiato molto anche in quest’ambito, e secondo me queste conoscenze influenzano anche il suo modo di pensare e di fare consulenza: penso che neanche lui faccia una consulenza “puramente” filosofica. Ma sul suo modo di pensare e di fare consulenza influiscono anche le sue conoscenze letterarie, e persino musicali. Il fatto è che l’essere umano è “uno”, come anche il suo pensiero e il mondo: gli “scompartimenti” che definiscono le discipline sono convenzioni storicamente variabili e secondo me cercare la purezza disciplinare non ha molto senso.»

La Romizi sorvola su due questioni che invece saltano agli occhi a chi legge, due spunti critici che non si possono obliare: uno è quello del rapporto con l’Università, contesto in cui lavora la docente, in quanto lei stessa coordinatrice di un corso post lauream in “Philosophische Praxis”. Considerato il portato antiaccademico della proposta di Achenbach, la vis polemica che animava gli esordi, oggi forse possiamo rilevare posizioni più morbide, Achenbach stesso insegna proprio nel corso triennale di formazione e, sporadicamente, nel programma di formazione alla Pratica filosofica che la Romizi coordina all’Università di Vienna, attività di collaborazione che, del resto, neppure in Italia i consulenti più noti sembrano disdegnare. Se è vero che ogni inizio presuppone una rottura drastica con il passato, nel caso della pratica filosofica la presa di distanza dal “format accademico” – quella che Giorgio Giacometti definisce “la sua sorellastra, l’imitazione medioevale e moderna”-, certo siamo lontani dai toni di quel 1982 anno in cui il filosofo di Hameln scriveva: «La filosofia sopravvive in un ghetto accademico, dove ha perduto il rapporto con qualsiasi problema che opprime realmente gli uomini. Questa alienazione che produce sterilità e assenza di coscienza nella quotidianità, viene superata nella consulenza filosofica.»

L’altra questione è in realtà un insieme di spunti che dimostrano quanto sia vera l’affermazione che la Consulenza filosofica è il filosofo, il che significa avere la libertà intellettuale e di pensiero per lavorare secondo il proprio modo di intendere la filosofia e alla luce della propria formazione, (nel caso della Romizi la Filosofia della scienza) ad esempio la sorpresa coglie nel leggere che la Romizi pur avendo studiato con Achenbach non ha mai fatto una seduta di consulenza con lui, «(non ho mai fatto una consulenza da lui)» oppure apprendere del suo approccio estremamente pragmatico: «La filosofia ha sempre avuto un problema con “il vil denaro” – a partire dalla critica feroce ai Sofisti (che invece probabilmente erano filosofi di tutto rispetto)» ed infine il fatto che la docente prediliga, per sua stessa ammissione, un approccio storicistico, cosa che potrebbe far storcere il naso ad alcuni consulenti italiani, infatti leggiamo: «non credo si possa definire la filosofia indipendentemente dalla sua storia, per “fare” filosofia bisogna anche conoscere la tradizione filosofica (…) il patrimonio filosofico già esistente è uno scrigno di risorse importantissimo.»

img: philosophytalk.org

 

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