Attualità, Etica, Filosofia, Politica

1968/2018. Tristesse, nostalghia, ex e post.

L'incompiuta di Brendola (foto Pippowsky su Flickr)incompiuta-2

“Homo saecularis parla con molte voci, spesso divergenti. Quella che più si fa notare è progressista e umanitaria. Applica precetti di eredità cristiana, ammorbiditi e edulcorati. Soluzione tiepida e pavida, si combina, in senso inverso, con il movimento in corso nella Chiesa stessa, che cerca sempre più di assimilarsi a un ente assistenziale. Il risultato è che i secolaristi parlano con compunzione da ecclesiastici e gli ecclesiastici ambiscono a farsi passare da professori di teologia.” (R. Calasso, L’innominabile attuale 2017)

L’impensato attuale, il modernismo progressista ed umanitario. Caddero i muri, scomparve la grande Idea, oggi le piccole idee si chiedono come mantenere una posizione che puntelli il ricordo della storia personale e generazionale e che allo stesso tempo attenui il rimorso, il risentimento e i rancori. Piccole idee derivate che vogliono una seconda opportunità dalla storia che però è finita. Stante che il marxismo è oggi solo un modo fra gli altri per non comprendere il mondo, un nuovo realismo dopo il post modernismo ci insegna ad accertare la realtà, non ad accettarla, (quindi il post modernismo si caratterizzava come accettazione passiva dell’esistente?) il nuovo realismo spiega che l’oggetto sociale non è il reale, l’interpretazione non è un luogo comune e condiviso dato una volta per tutte, è uno schema concettuale che non dimostra il mondo ma si offre alla pluralità relativista e omnicomprensiva della doxa, fallacia argomentativa: come dire che accertiamo e attestiamo lo status multiverso del reale? L’approccio è realitystico, cioè siamo spettatori passivi, osserviamo le res humanae  come al microscopio si osservano le cavie da laboratorio prefigurando ipotesi ermeneutiche? Guardiamo il mondo mangiando i popcorn? Dopo 2500 anni? Non episteme, che sta sopra, ma sub specie, suburbe, nel flusso di in-coscienza volontaria, nell’inferno artificiale. Infatti assistiamo ad una realtà che non si presta alle nostre costruzioni concettuali. Giustificazionismo, arrendismo e alleatismo, ismi e quindi parvenze di logos, che rinfocolano idee stantie  e ammuffite, che se ancora si corazzano nel radicalismo, pur se con la pancetta imbiancata e non con il turgido eskimo, di questo essere radicali non danno che uno sbiadito concetto decostruito di attestazione anti sistema, (ma non come soggetti cinicamente oppositivi ma dalla parte degli integrati corporativi) sistema che nel frattempo da american saudita è diventato euro usa asiatico, a est e a sud. Si cercano agganci a destra e a manca. Intanto la storia è finita: non più un ieri e un domani fermi, certi, apodittici, radiosi e scientifici ma solo un infinito presente da interpretare. Si interpreta con le archeologie dei dispositivi di potere come osservando un fenomeno da lontano con lenti psico, bio sociologiche mai filosofiche, si inanellano multilingue catene etimologiche che velano un incerto argomentare ma fanno massa a-critica, tutta da modellare a piacimento, si mutua un lessico qui e uno lì,  tra procedure, competenze e protocolli. In particolare si scorge nella corrente teologica politica, quella piccola idea che appare e scompare che sente sensibilmente la mancanza di una dio politico normatore e paterno che assoggettava il reale e incanalava i desideri, una volta era il mondo sovietico e l’Idea marxista, oggi è un Moloch mainstream tecno social privo di un referente politico, in cerca di un nuovo dio in grado di porsi come antidoto al real potere americano/saudita che tutto stringe. Si concede ammirazione alla fede per quel radicamento di cui non si fu capaci, e questo inchino si ammanta di improvvisati analisti teologici atei, in una nuova alleanza con i loro santi laici, che tra poco riconosceranno nella teocrazia islamica il modello migliore per la globalizzazione, modello ideale di assoggettamento e potere, di riduzione arazionale del soggetto, di privazione di pensiero e di riduzione in minorità, un mondo perfettamente binario: le masse di schiavi brutalizzati nell’anima e la colta élite dei moderni muezzin kinici. Sono già pronte schiere di muti complici (i soliti banali del male) di tutti gli apparati politico-ideologici che hanno posto Grandi Mete, Grandi Idealità, come fini ultimi del loro agire politico e si sono sempre rivelati strumenti di asservimento delle coscienze individuali, repressione e anninentamento che agivano in nome di un cosiddetto Bene, facendo però il Male. Perché è tutta una macchinazione dell’ente contro l’essere, machenschaft! direbbe l’omino con i baffi e  le brache alla zuava.  E quando il radicalismo fallisce o diviene insufficiente, emerge la mistica della protesta. E’ l’ammirazione per i vincitori con un amaro retrogusto di invidia. Chiaro esempio di dissonanza festingeriana. C’è chi innalza il conflitto a valore, l’eternamente polemico, per auspicare l’uscita dal tempo del potere, destinale anarchico errante sterile, rivendicando lo stupro dello jus. Se la realtà fa schifo peggio per lei, delegittimiamola. Dopo gli abusi ripetuti e le sevizie della storia nazional comunitarda si aggrappano alla critica dell’idea nazionalistica populistica, facendo finta di non sapere che furono i loro idoli a declamare il valore della piccola patria, quelli della “fabbricazione di cadaveri nelle camere  gas e nei campi di sterminio” o gli speculari del Bratstvo in enotnost, mentre sigillano fosse ricolme di corpi, del radicamento nell’heimat, del  blut und boden, dalle meravigliose mani e dall’intima grandezza del rosso e nero popolar nazionalismo, dixit. Popoli del mondo disunitevi! Idee e concetti comunque ed inevitabilmente e sfacciatamente e inesorabilmente ciechi, sordi e muti alle persone, all’essere umano, al povero diavolo di uomo, al singolo, al particulare,  con una faccia e una voce, e alla sua coscienza individuale, al suo spirito, al suo essere soggetto, orribile bestemmia, perché i soggetti della storia sono solo le Idee e le Grandi Mete, (con le maiuscole) teleologia e ideologia, il singolo è un granello di senape. E noi vogliamo farci raccontare una storia, ancora una volta, illuderci, credere e combattere per un’ideuzza, che ci appaia come una grande narrazione. Quindi sì allo story-telling da tisana davanti al caminetto. Dal “chi critica ha sempre torto” a mo’ di giustificazione delle epurazioni partitiche, all’apologia acritica del criticismo. La vecchia idea europea la vogliono all’ospizio, con loro. C’è la parte che nominalizza la massa come moltitudine, che è capace di Idea ma in formazione polivalente, un po’ troppo autodidatta che va ricondotta all’ovile, il super-rivoluzionarismo celodurista a tempo pieno,  per cui essa è ancora senza testa e quindi potenziale numero in grado di essere maggioritario, e lasciano intendere di essere in potenza gli ideali filosofi di questa nuova società platonica (oggi riverdisce rumorosa sugli Champs-Élysées in giallo fosforescente e catarinfrangente). O i teorici del leader “ombra”, del soggetto collettivo. Temono la verità, premono sul realismo e deprezzano il popolo quando scade in un “populismo” che non sia il loro, che peraltro non sanno generare e quindi invidiano l’altrui. Idee e suggestioni della grande nostalgia degli ex di un mondo eterodiretto, da un principio, da un principe, dall’Idea, dal salvatore mundi, da baffoni e baffini. Nostalgia metafisica della dialettica materialistica, dalla consecutio al cupio dissolvi. Se proprio proprio si impegnano questi umanisti secolari riescono perfino a dirsi al massimo SBNR, acronimo per chi non vuole definirsi né ateo, né agnostico ma intende suggestionare una qualche residua spiritualità. Ladri di sogni e di futuro, nichilisti del presente. Celebranti della società secolare, ultimo quadro di riferimento per ogni significato. Internazionalisti senza classe operaia, universalisti no profit. Si mescolano suggestioni residuali come ingredienti di un minestrone intellettuale che nessuno assorbe ma alcuni attendono messianicamente dai guru del post (o dei post, facebuc). Intanto queste piccole  idee organizzano festival e colonizzano le vuote stanze dipartimentali convinti di tessere trame epocali per adepti carbonari di un logos esoterico. Eco in un sepolcro svuotato. Nessun “Veni Creator Spiritus”. Nell’uscir fuori da sé si perdono perché non hanno un fuori ma solo un dentro asfittico, afasico e desolante. A-progettuale perché cinico sloterdijkianamente. Piantando paletti non riescono a superarli, non possono andare oltre perché un oltre per loro non c’è. Più.

img: pippowsky su Flickr

Annunci
Standard
Filosofia

Simone Weil, agosto 1943.

sw43

Fu in novembre, nel 1942, che sbarcò a Liverpool proveniente da New York, dopo quindici giorni di traversata, dove giunse intorno al 6 luglio lasciando a malincuore la Francia salpando da Marsiglia passando per Casablanca nel Maggio precedente, e sempre rammaricandosi di lì in avanti di averlo fatto. Era suo desiderio partecipare attivamente alla resistenza. È in questo periodo che si datano la maggior parte dei Quaderni e gli ultimi scritti già iniziati in Francia prima della partenza –  tra essi Lettera a un religioso e La persona e il sacro – e fu sempre a Marsiglia e New York tra il ’41 e il ’42 che compose anche quei testi che poi confluirono in La Grecia e le intuizioni precristiane, oltre alla maggior parte della sua produzione definita religiosa e mistica. Le tematiche relative alla bellezza come immagine di Dio, alla sofferenza e alla sventura, l’idea di decreazione, di purezza, di attenzione, il bene e la necessità, tutte convergono qui. Furono i genitori a costringerla a seguirli in America, dove già si trovava Andrè il fratello, per fuggire dall’antisemitismo d’Europa, qui poté assistere alla nascita della nipote Sylvie figlia di Andrè nel settembre del ’42, che insistette per far battezzare. Giunse a Londra per intercessione di Andrè Philip, attivista di France Libre, organizzazione della resistenza francese riconosciuta dal governo statunitense di Roosvelt. Da Liverpool subito fu trasferita nella capitale, in periferia. Ivi trattenuta dalle autorità assieme ad altri per alcuni giorni. Il 14 dicembre era libera, a Londra. Francis Louis Closon che dirigeva l’ufficio di France Libre, dal quale sarebbe dipesa, e Maurice Schumann suo compagno al Liceo Henri IV, furono le due persone a lei più vicine in questo ultimo periodo. Schumann talvolta la accompagnava  a messa la domenica, per lei diventata consuetudine. Closon le affidò un posto di redattrice nei servizi civili  ed un ufficio al n° 19 di Hill Street. Lo accettò ma non era quello che voleva.  Nell’arco di quattro mesi, cioè fino a che non fu ricoverata, svolse un lavoro immane trascrivendo e redigendo testi su sollecitazione dei comitati resistenti francesi che chiedevano l’elaborazione di testi utili alla ricostruzione del paese dopo la guerra. Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, Nota sulla soppressione dei partiti politici e Progetto di una formazione di infermiere di prima  linea, La prima radice, (La prima radice) Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Lottiamo noi per la giustizia? Riflessioni sulla rivolta, Scritti di Londra e molti altri ancora che non sono stati tradotti singolarmente in Italia. A De Gaulle riuscì a far leggere Réflexion sur la révolte. In questo periodo si concentrano le riflessioni filosofiche, religiose e civili e si contraggono in un tutt’uno che compatto giunge a compimento nell’agosto successivo. La sua indole allora ferveva per un’attività operativa quanto più vicina al fronte di guerra e cercò in tutti i modi, senza riuscirvi, di rientrare in Francia. Dalla caserma delle Volontarie francesi si spostò in una camera al n. 31 di Portland Road, Holland Park, ospite di Mrs. Francis vedova di un maestro e madre di due ragazzini che aiutava a studiare, come del resto faceva anche con i figli dell’altra famiglia che frequentava, i Rosin. Sperò nell’incarico di essere mandata in missione, paracadutata in Francia, ma non venne scelta e in ogni caso la missione fu annullata. Afflitta e rattristata dalla mancanza di azione fu di nuovo tormentata dal mal di testa, mangiava pochissimo con la scusa che nel suo paese il cibo era razionato e lei non voleva nutrirsi più di chi già soffriva per la guerra, lamentava una stanchezza spossante. Forse era già malata in America. Era stata lì visitata. Il 15 aprile 1943 una collega, non trovandola in ufficio, la cercò a casa e la trovò svenuta a terra. Fu ricoverata al Middlesex Hospital e le diagnosticarono una forma di tubercolosi. Con il riposo in un paio di mesi poteva migliorare, disse il medico, ed essere trasferita in un sanatorio.

Non migliora, già mangia pochissimo e chiede di essere trasferita in un sanatorio, anche perchè è in rotta con il medico che l’esorta a nutrirsi in maniera adeguata. Mme Closon, i Rosin e una collega, che la assistono da quando è ricoverata ne trovano uno ad Ashford nel Kent, il Grosvenor Sanatorium. Nel frattempo rompe completamente con la resistenza francese, con una lettera a Closon, da cui si sente sottoutilizzata, mantenuta senza essere impiegata adeguatamente e inutilizzabile in futuro. Le lettere scritte alla famiglia, da aprile a metà agosto, sono una lunga bugia piena di tenerezza per nascondere il suo reale stato di salute ed il ricovero. Probabilmente smette di mangiare già al Middlesex. Il 17 agosto viene portata ad Ashford in ambulanza, è così debilitata che il medico non la può visitare. La camera che le assegnano offre la vista di prati e boschi. Non mangia quasi più. Il 24 nel pomeriggio entra in coma, verso le 10 e mezzo di sera si spegne.

“C’è una realtà situata fuori dal mondo, cioè fuori dello spazio e del tempo, fuori dall’universo mentale dell’uomo, fuori di tutto l’ambito raggiungibile dalle facoltà umane. A questa realtà corrisponde, al centro del cuore umano, quell’esigenza di un bene assoluto che sempre vi abita e che mai trova alcun oggetto in questo mondo …”(Profession de foi, Etude pour une declaration des obligations envers l’etre humain 1943)

Ogni qualvolta un uomo ha invocato con cuore puro Osiride, Dioniso, Krishna, Buddha, il Tao, ecc. il figlio di Dio ha risposto inviandogli lo Spirito Santo. E lo Spirito ha agito sulla sua anima, non inducendola ad abbandonare la sua tradizione religiosa, ma dandogli la luce – e nel migliore dei casi la pienezza della luce – all’interno di tale tradizione”. (Lettera a un religioso, 1943)

Img: 3.bp.blogspot

Standard
Attualità, Politica

2018. I have a nightmare! Reazionari, populisti, integralisti e gli altri ….

kingverde

“La libertà di pensiero ce l’abbiamo, adesso ci vorrebbe il pensiero” Karl Kraus

La situazione europea mostra i tratti di un nuovo scenario politico che si fatica a comprendere perché lo si analizza con parametri antiquati, per lo più novecenteschi, i quali essendo regolati su criteri ottocenteschi, soprattutto nei riferimenti ideologici e filosofici hegeliani, post hegeliani e sugli ideali dell’illuminismo  – quindi settecenteschi – dipingono un’incredibile rappresentazione di inadeguatezza. Tutti i discorsi che si sentono oggi su: lavoro, sovranità, popolo, identità, mercato muovono da premesse sbagliate e sono quindi logicamente fallaci e difatti poco convincenti.

Abbiamo i reazionari. C’è chi sottolinea la mancanza di progettualità e ideologia nelle forze politiche che emergono in questi anni. Dopo aver sbeffeggiato per decenni la vacuità dei programmi politici dei partiti, ora i reazionari li rimpiangono. Programmi e progetti sono infatti destinati a diventar carta straccia nel breve termine ovvero nel periodo post elettorale e ancor più nell’eventualità di andare al governo, essendo quella italiana una gestione politica amministrativa che deve tener insieme vincoli di bilancio e relazioni interne alle rispettive coalizioni. Insomma fare progetti non serve, bastano poche parole d’ordine, studiate da qualche spin doctor che viene pagato e assunto per questo, e devono essere funzionali al messaggio da veicolare e al destinatario, cioè dirette, semplici e comprensibili alla massaia di Voghera. Esse devono essere spendibili nel brevissimo termine delle sempre più corte campagne elettorali. I programmi sono inutili chiacchiere intellettualoidi, che valgono il tempo della campagna elettorale ( e li può scrivere qualisasi studente di scienze politiche senza nemmeno pagarlo …) e poi nessuno ricorda più. Per quanto riguarda l’ideologia abbiamo patito decenni di chiusura ideologica, in cui atti, parole  addirittura pensieri erano diventati tabù, zone rosse, impronunciabili, innominabili perché designavano una parte piuttosto che l’altra e, a seconda dello schieramento da cui si guardavano, queste parole erano il male assoluto. Capitalismo, collettivismo, partecipazione, individuo etc. etc. Quando siamo usciti da questa putrida palude eravamo tutti sollevati, ora invece abbiamo i nostalgici dell’ideologia linguistica e partitica.Quelli del “si stava meglio quando si stava peggio”.

I populisti. Si affaccia un nuovo termine che dovrebbe designare qualcosa di nuovo, appunto. Invece il termine è vecchissimo, antiquato perché proviene dall’800 russo e dal sud America, e non designava affatto rozze masse di ignoranti assatanati come qualcuno vuole oggi dipingere questi famigerati populisti, ma esclusivamente la rivolta del popolo verso le élite dirigenziali. Vale a dire quanto più di sinistra e di radicale si possa immaginare. Basta pensare all’assolutismo e all’ancien regime, alle rivolte giacobine, alle rivoluzioni della storia. Eppure la bolsa classe dirigente europea paventa questa parolona come il male assoluto, “lebbra”, senza un barlume di consapevolezza di sé e degli altri, come vivessero in un mondo a parte. Democrazia diretta? Rigore, moralità, onestà? Giammai! Un termine sbagliato nel conio non può che nascondere un’analisi sbagliata. La richiesta che emerge è di una nuova classe dirigente, un rifiuto delle pratiche partitiche, dei clientelismi, della corruzione, dei privilegi, un’esigenza etica e  morale. Succede però che se questa esigenza viene incanalata da leader nuovi e outsiders diventa deprecabile per i gattopardi della politica che sembrano sempre ammiccare: “tranquilli ci pensiamo noi a sistemare le cose”. Accadde così anche con il federalismo.

Gli integralisti sono immarcescibili, non muoiono mai. Gli integralisti scettici non hanno un credo, una fede ma pensano che l’agire immediato sia sempre la miglior soluzione, sono i cow-boy della politica. Le sparano grosse apposta, perché in realtà sono vuoti dentro, senz’anima. Parlare con loro ammutolisce. Sono quelli che hanno una soluzione drastica e brutale per tutti i problemi del mondo. Tagliano tutto con l’accetta del loro pressapochismo spirituale. I migranti ? Tutti a casa loro! I politici? In galera! I fascisti? Tutti morti! I comunisti? Guai a loro! I poveri ? E’ colpa nostra! Il mercato? E’ intoccabile! Lo Stato? Va abbattuto! Le banche? Vanno rapinate! Ragionano per slogan, pensano per frasi fatte, la loro capacità di analisi è prossima allo zero, la loro azione si pone allo 0,5 sono economi della politica, minimo sforzo nessun risultato. Inutili nichilisti.

C’è infine una categoria a parte. Trasversale. Sono gli ipocriti opportunisti. Sono quelli che hanno militato per decenni nelle più svariate compagini politiche, che hanno professato qualche credo assoluto e poi risolutamente lo hanno dimenticato. Ex di ogni dove, di ogni cosa, di ogni idea. Post qualunque cosa, vengono dopo tutto quel che c’è stato. Ambiguamente indefiniti, mimetizzati nel per lo più. Si credono più furbi di te, più intelligenti di te, più bravi di te. E infatti oggi straparlano come se non ci fosse una memoria, come se nessuno li conoscesse. Attaccano la politica del momento usando concetti che non sono mai stati loro e di solito saccheggiano alla filosofia, al sacro, ai diritti umani, alla religione. Parlano di democrazia, bene comune, accoglienza, solidarietà, essere umano, fratelli, umanità etc. ma non hanno mai avuto nessun dio, e nelle loro visioni un Dio non c’è. Religiosi senza religione. Fedeli senza fede. Sono opportunisti del linguaggio, i piccoli chimici della rete. Da Madre Teresa a Che Guevara. (ne traccia un identikit Calasso nell’Inominabile attuale, quando parla di Homo saecularis, scrive: “Il divino è ciò che Homo saecularis ha cancellato con cura, con insistenza. Ma il divino non è come una roccia, che tutti inevitabilmente vedono. Il divino deve essere riconosciuto. E il riconoscimento è l’atto supremo verso il divino. Atto spontaneo, momentaneo, non trasponibile in uno stato”). Un pezzo di qua e un pezzo di là e credono di far opinione e soprattutto di averne una che è solo loro e che vale oro. Patetici.

Standard
Attualità

Bentornato Chinaski!

bukowski

Intervistatore: Chi non ti fa sbadigliare?

BUKOWSKI: Friedrich Nietzsche, Schopenhauer – questa è roba grande, ottima – e il primo libro di Cèline, e due o tre altri che adesso non mi vengono in mente. Quindi ero scontento di ciò che era stato fatto fino a quel momento. La cosa principale che mi dava fastidio era la mancanza di semplicità; e con semplicità non voglio dire ossa senza carne, voglio dire un bel modo per dirlo. Credo che il genio consista nel dire cose difficili in modo semplice. Quello che facevano loro era dire cose semplici in modo difficile. Loro fanno l’esatto opposto, per come la vedo io, e a me piace proprio la semplicità e la facilità senza perdere la profondità, o la gloria o la carne o le risate. Questo è quello su cui sto cercando di lavorare, renderlo facile senza perdere il sangue. Questo era il mio piano. (Charles Bukowski, un’intervista: Los Angeles, 19 agosto 1975 di Marc Chenetier in Il sole bacia i belli, interviste, incontri, insulti – Feltrinelli 2014.)

Feltrinelli ha pubblicato Il sole bacia i belli, interviste, incontri, insulti una raccolta di interviste dal 1963 al 1993 – in occasione del ventennale della morte, nel 2014.

In Bukowski ho sempre apprezzato quel suo saper misurare l’alfa e l’omega del quotidiano descritti in uno stile minimale ma millimetrico, la sublime e tragica bellezza della semplice vita ordinaria con i suoi piccoli piaceri quotidiani e la terribile abiezione del baratro umanoide, che Hank chiama il Branco Comune, con il correlato osceno di paura, delirio, pazzia, paranoia, ignoranza, cattiveria e stupidità che ci contraddistingue come genere umano. In Bukowski c’è tutto questo, fedelmente registrato come in pochissimi altri scrittori del ‘900. Di sicuro quando si legge Bukowski si è costretti ad un vero slalom tra oscenità, ribrezzo, pornografia e repulsione ma sì è ripagati con un umorismo tagliente e un’autoironia medicamentale e, certo, momenti di grande scrittura. Hank non te le racconta e non le imbelletta, le scrive nude e crude, le ingigantisce, le modifica, le distorce ma quello è il suo materiale: grezzo, umano, misero e sublime. Alcuni quando dico Bukowski fanno una specie di smorfia (se  l’hanno letto) eppure a mio avviso fu un ritrattista abilissimo del ‘900 americano e della società occidentale in genere, una sorta di Bosch contemporaneo in letteratura.

Nel 1978 Bernard Pivot conduttore di Apostrophes –  presentandolo al pubblico francese nella sua nota trasmissione –  riportava ciò che di lui si diceva allora: non presentabile, fallocrate, ossessionato dal sesso, pornografo, alcolizzato. La critica in maniera quasi unanime allora lo liquidava all’incirca così. Bukowski da parte sua citava come propri riferimenti letterari: Fante, Celine, Checov, Kafka, Hemingway, Hamsun, Henry Miller, Dostoevskij, Artaud, Cummings.

Nel 1967, nella seconda intervista del testo, così disse della cultura giovanile: “Non tutte le loro idee sono completamente prive di merito, ma nell’essenza del loro pensare tutti allo stesso modo sugli stessi argomenti coprono l’Orrendo Vuoto; immaginano di essere sul serio esseri umani adorabili. Come può un uomo ( o una donna o una lesbica o un omosessuale) essere qualcosa di diverso da un essere umano interessante se lui o lei stanno in piedi o siedono tra candele per queste cause? – ma in realtà sono un’unica grossa mente di merda gelatinosa e si aggrappano all’LSD come al Crocifisso e me lo fanno detestare perché le loro impronte, le loro forme mentali le ho sempre sotto gli occhi. Magari quando cambieranno droga proverò un po’ di acido. Fino ad allora, lascia che ci sguazzino finché non gli scoppia la pancia.” (C. Bukowski, Il sole bacia i belli, interviste incontri, insulti, Feltrinelli 2014)

Nato in Germania per caso, di genitori tedeschi, cresciuto in una famiglia infame nell’America della depressione con  il padre che lo prendeva a cinghiate ad esempio se non avesse tagliato l’erba del giardino alla perfezione e  una madre che assisteva complice e consenziente, tutto in seguito minuziosamente (e dolorosamente) riportato nel romanzo autobiografico  Ham on rye (Panino al prosciutto, Guanda 2002). “Poi alzò la striscia di cuoio. Il primo colpo fu più uno choc che un dolore. Al secondo cominciai a sentire male. A ogni colpo il dolore aumentava.(…) vidi mia madre in corridoio. E’ un’ingiustizia, le dissi. Perché non mi hai aiutato? Il padre, disse lei, ha sempre ragione. (Charles Bukowski, Panino al prosciutto, Guanda 2000). Il padre di Bukowski picchiava il figlio, e picchiava anche la madre. Il vecchio ce l’aveva sempre con tutti: nessuno era bravo come lui, nè altrettanto intelligente. (Jim Christy, La sconcia vita di Charles Bukowski – Feltrinelli 1998)”. Fu, in sovrappiù, affetto da un’acne tanto terribile che in prima liceo smise di andare a scuola per la vergogna e fu anche vittima dei bulli al college. “A quattordici anni la faccia cominciò a riempirsi di brufoli. (…) La faccia era tempestata di pustole piene di pus, grosse come biglie. (…) Le pustole erano così grosse che dovevano perforagliele mentre lui stava seduto sotto una luce a raggi ultravioletti e ascoltava i commenti dei medici e delle infermiere. Madonna … da non credersi eh? … ha mai visto niente di peggio, dottore? (Jim Christy, La sconcia vita di Charles Bukowski – Feltrinelli 1998)”.

Scoprì la biblioteca pubblica di Los Angeles della Quinta West e ci andava più spesso possibile e lì scoprì un libro che sarebbe stato per lui una rivelazione: Ask the dust (Chiedi alla polvere) di John Fante, scrittore italoamericano e sceneggiatore hollywoodiano. Lo citerà in Donne del 1978: “Chi è il tuo autore preferito? Fante. Chi? John F-a-n-t-e. Chiedi alla polvere, Aspetta primavera Bandini …Perchè ti piace? Emozione totale. Un uomo davvero coraggioso.”  Lo incontrerà, sempre nel ’78, quando Bukowski scrisse la prefazione ad una riedizione di Chiedi alla polvere che quasi impose alla sua casa editrice la Black Sparrow: “Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle alla biblioteca pubblica di Los Angeles,nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva alcun rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva. Mi sembrava che tutti giocassero con le parole e che i cosiddetti grandi scrittori non dicessero un accidenti di niente.(…) Continuavo ad aggirarmi per la sala grande, tirando giù un libro dopo l’altro, leggendo qualche riga, a volte qualche pagina, per poi rimetterli al loro posto. Poi, un giorno, ne presi uno e capii subito di essere arrivato in porto. (…) Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un ‘altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l’insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso.” Fu il suo omaggio sincero ad uno scrittore quasi dimenticato e in fin di vita che lo aveva “salvato” spingendolo verso la scrittura. “Quando Fante ricevette la bozza della prefazione di Bukowski era di nuovo ricoverato al Motion Picture Hospital per un’ulcerazione al piede destro. Fu molto sollevato quando Joyce ( la moglie di Fante) gli lesse ad alta voce le quattro pagine dattiloscritte con le correzioni a penna di Bukowski. (Stehphen Cooper, Una vita piena – biografia di John Fante – Marcos Y Mracos 2001)” Nel 1981 Bukowski dedicò a Fante la sua ultima raccolta di poesie, Dangling in the Tournefortia, “A John Fante”.

Fante morirà nel 1983.

Nei primi anni ’40 “Se ne andò di casa quando il padre, frugando nel suo armadio, trovò i suoi testi. Il vecchio li gettò dalla finestra, insieme con i suoi vestiti. Bukowski affittò una stanza nella Skid Row, e la sua scuola diventò la strada”

La sua fu una vocazione tardiva: pubblica i primi scritti da giovane (ventiquattrenne) sopratutto poesie ma senza risultati apprezzabili (o meglio – come spiegò anni dopo – perché non si sentiva pronto) e poi, dopo una pausa lunga 10 anni in cui non scrisse nulla ma si ubriacò con costanza, la ripresa in mezzo a lavori anonimi e malpagati (descritti in Factotum del 1975), fino alla scelta decisiva di essere scrittore e basta grazie alla felice iniziativa di John Martin della Black Sparrow – piccola e allora sconosciuta casa editrice –  nel 1969, che gli propose un compenso regolare di 100 $ al mese per tutta la vita. Aveva 48 anni. Accettò. Da quel momento pubblicò tantissime poesie per piccole riviste underground ( allora, anni ’60 in America, esistevano) all’inizio e poi romanzi, sceneggiature e interviste. Partecipò a reading e compì rari viaggi, in un crescendo di  riconoscimenti, il tutto condito da una fama pessima e da scandalose apparizioni televisive e sbronze colossali, corse di cavalli e donne, sempre a Los Angeles e dintorni. Morì a San Pedro ( California) nel 1994 di leucemia. In fondo Buk è la più lampante dimostrazione che nella vita è sempre meglio splendere della propria differenza che essere inghiottiti nell’oceano della mediocrità.

“Una notte, ubriaco, avevo dormito sui bidoni della spazzatura. New York. Mi aveva svegliato un grosso ratto acquattato sulla pancia. Immediatamente, sia io che lui avevamo fatto un salto in aria di un metro. Stavo cercando di fare lo scrittore. Ora che in teoria lo sono non riesco a trovare un titolo. Sono un bluff. Il traffico ha ripreso a muoversi e io dietro. Nessuno sa chi sono gli altri e va benissimo così. Poi la luce forte di una lampo è esplosa sull’autostrada e per la prima volta nella giornata mi sono sentito piuttosto bene. ( Charles Bukowski, Il capitano è fuori a pranzo, con illustrazioni di R. Crumb Feltrinelli 1998)”

Eccessivo, sbruffone, attaccabrighe, polemico, manesco, violento e rude il personaggio Hank tutto alcool e donne, all’opposto gentile, affabile, premuroso e sensibile lo scrittore Bukowski. Conscio di dovere alla scrittura la salvezza, non dall’alcolismo né dalla leucemia ma quantomeno da una vita non vissuta, riconobbe sempre il suo genio come frutto di devozione, solitudine e sofferenza. Bukowski era così: ostentato, indipendente, anticonformista, isolato e rabbioso.

La sua è stata “una esistenza condotta in modo ribelle e disordinato, fuori dagli schemi comunemente accettati, ai margini di una società che non si cura dell’individuo, che fagocita coloro che non si arrendono e chiunque non si adegui alle necessità della finanza e della produzione sfrenata che alimenta in modo abnorme l’accumulo di ricchezza e consumi che finiscono per diventare vani e fini a se stessi. (G.G. Manca agoravox.it)”

“There is nothing more magic and beautiful than lines forming across paper. It’s all there is. It’s all there ever was. No reward is greater than the doing. What comes afterwards is more than secondary. I can’t understand any writer who stops writing. It’s like taking your heart out and flushing it away with the turds. I’ll write to my last god damned breath, whether anybody thinks it’s good or not. The end as the beginning. I was meant to be like this. It’s as simple and profound as that. Now let me stop writing about this so that I can write about something else.”

“Non c’è niente di più magico e bello delle righe che si formano sulla  carta, è tutto quello che c’è, è tutto quello che è mai stato, nessuna remunerazione è più grande del farlo. Quello che viene dopo è più che secondario. Non riesco a capire nessun scrittore che smette di scrivere. È come tirare fuori il tuo cuore e sciacquarlo via con gli stronzi. Scriverò fino al mio ultimo dannato respiro, che qualcuno pensi che sia buono o no. La fine come inizio. Avrei dovuto essere così. È così semplice e profondo. Ora lasciatemi smettere di scrivere su questo così posso scrivere su qualcos’altro. ” (On Writing by Charles Bukowski, Harper – Collins 2015)”

Quando era in vita era più famoso in Europa che negli USA, ( e questo lo considerava una fortuna) infatti gli unici viaggi che fece, alla fine degli anni ’70, furono  in Germania – tra l’altro anche a Andernach  dove nacque nel 1920 quando il padre svolgeva il servizio militare nell’esercito americano – e a Parigi, invitato dall’editore francese dove partecipò al programma televisivo Apostrophes allora molto popolare  e la sua apprizione, ebbro, a testa bassa,  parlando quasi sottovoce, fece grande scalpore, con quella sua goffa uscita tenuto a braccia mentre cerca di accarezzare i bianchi capelli ad un anziano professore e dopo aver provato a toccare una gamba ad una scrittrice ospite della trasmissione. (Tutto trascritto in Shakespeare non l’ha mai fatto, Feltrinelli 1996).

Purtroppo un difetto questo testo ce l’ha: non vi si trova l’intervista di Fernanda Pivano del 1980, quella in cui Hank alla fine le porge una rosa, quella che fa scrivere alla più grande traduttrice di letteratura americana in Italia queste limpide parole: “Vorrei fare a Bukowski il complimento di consideralo assolutamente originale, fuori perfino dell’ambito di scrittori maledetti come Cèline e Artaud. Definire le sue caratteristiche, il suo personalissimo modo di fare scrittura attraverso immagini della vita quotidiana trasfigurate sotto una lente d’ingrandimento colossale significa definire anche uno Stile di vita anarchico e pazzo, violento e brutale, sempre visto in chiave di sarcasmo crudele e amarissimo, senza spazio per concessioni al sentimentalismo e intriso di disgusto e di diffidenza per il genere umano e per la società degli uomini. (…) Preferisco pensare a un Bukowski perverso e romantico, vitale nel suo disgusto, creativo nella sua inorridita drammaticità, tragico nel suo non avere alcuna speranza in nessuna direzione. Un Bukowski sprofondato nel disastro, che è anche il disastro dello sfascio nel quale stiamo vivendo” ( C. Bukowski, Quel che importa è grattarmi sotto le ascelle, Fernanda Pivano intervista Charles Bukowski, Feltrinelli 1997).

“Scrivere mantiene vivi perchè libera il cervello dai mostri riversandoli su carta. (Il sole bacia i belli, interviste, incontri, insulti – Feltrinelli 2014.”

Quindi, bentornato Chinaski!

Nobody but you
nobody can save you but
yourself.
you will be put again and again
into nearly impossible
situations.
they will attempt again and again
through subterfuge, guise and
force
to make you submit, quit and /or die quietly
inside.
nobody can save you but
yourself
and it will be easy enough to fail
so very easily
but don’t, don’t, don’t.
just watch them.
listen to them.
do you want to be like that?
a faceless, mindless, heartless
being?
do you want to experience
death before death?
nobody can save you but
yourself
and you’re worth saving.
it’s a war not easily won
but if anything is worth winning then
this is it.
think about it.
think about saving your self.
your spiritual self.
your gut self.
your singing magical self and
your beautiful self.
save it.
don’t join the dead-in-spirit.
maintain your self
with humor and grace
and finally
if necessary
wager your self as you struggle,
damn the odds, damn
the price.
only you can save your
self.
do it! do it!
then you’ll know exactly what
I am talking about.

—————————————-

Nessuno se non te stesso.
Nessuno può salvarti se non
te stesso.
Sarai continuamente messo
in situazioni praticamente
impossibili.
Ti metteranno continuamente alla prova
con sotterfugi, inganni e
sforzi
per farti capitolare, arrendere e/o morire silenziosamente
dentro.
Nessuno può salvarti se non
te stesso
e sarà abbastanza facile fallire
davvero facilissimo
ma non farlo, non farlo, non farlo.
Guardali e basta.
Ascoltali.
Vuoi diventare così?
Un essere senza volto, senza cervello, senza cuore?
Vuoi provare
la morte prima della morte?
Nessuno può salvarti se non
te stesso
e vale la pena di salvarti.
È una guerra non facile da vincere
ma se c’è qualcosa che vale la pena vincere
è questa.
Pensaci su
pensa al fatto di salvare il tuo io.
Il tuo io spirituale.
il tuo io viscerale.
il tuo io magico che canta e
il tuo io bellissimo.
Salvalo.
Non unirti ai morti-di-spirito.
Mantieni il tuo io
con umorismo e benevolenza
e alla fine
se necessario
scommetti sulla tua vita mentre combatti,
fottitene dei pronostici, fottitene
del prezzo.
Solo tu puoi salvare il tuo
io.
Fallo! Fallo!
Allora saprai esattamente di cosa
sto parlando.”

Charles Bukowski, E così vorresti fare lo scrittore? Guanda 2010.

 

 

img: goodreads.com

Standard
Musica

Where dogs and vultures eat: Joy Division.

mtv it

1977. Il nome Joy Division deriva un racconto del 1955 intitolato “La casa delle bambole” di  Yehiel Finer De-Nur, scrittore polacco – altresì noto come testimone al processo Eichmnann nel 1961 –  che raccontava  le vicende bestiali delle prigioniere che nei campi di sterminio nazisti venivano portate in  strutture separate e costrette a prostituirsi.

Depressione, disoccupazione alle stelle, inflazione galoppante e nessuna fiducia nella classe politica generano sonorità crude, testi lugubri, atmosfera malinconica e decadente inserita nel paesaggio urbanistico della fine degli anni ‘70 del ‘900: zona nord dell’Inghilterra, i sobborghi industriali di Manchester, Macclesfield e  Salford per la precisione, cittadine dove nacquero i componenti della band, centri della cintura urbana industriale, grigia e marrone come un quadro di Sironi, come l’asfalto e i palazzi di pochi piani disposti in fila, anche chiamati crescents dalla forma di mezzaluna a schiera. Peter Hook, bassista del gruppo, scrive in Unknow pleasure. Joy Division tutta la storia, (Tsunami 2014) Abitavamo in Jane Street (…) nella vecchia, sporca, meravigliosa Salford. Quando anni dopo ho visto il film Control, ( di Anton Corbijn 2007 n.d.r.) non mi sono nemmeno accorto che era in bianco e nero, perché era esattamente come avevo vissuto la mia infanzia: buia e piena di smog, e marrone, come il colore di una scatola di cartone bagnata; a quei tempi tutta Manchester era così.”

Questa è l’atmosfera in cui sorgono i Joy Division.

Marco Pipitone, in un recente articolo, scrive di “suoni grezzi e compiuti, perfetti nel fare riferimento alla cupa desolazione evocata nei brani, ovvero parole nelle quali, a tratti – tagliente e lancinante – compare la speranza.” Pipitone scrive anche che “Per capire la poetica manifesta dei Joy Division basterebbe paradossalmente analizzare l’artwork grafico connesso ad entrambi i progetti. Le due copertine raccontano e traducono Ian Curtis. tanto che l’immagine di Unknow Pleasures nel tempo non è passata inosservata, è infatti divenuta un autentico manifesto dark, così come quella di Closer.”

L’estetica dei Joy Divison in effetti, tra il look retrò anni ’20 del gruppo e le copertine dei due unici dischi pubblicati con la band al completo, influenzerà parecchio il modo di presentarsi del movimento dark ( e non solo) degli anni ’80. La copertina di Unknow Pleasure del 1979 rappresenta ormai un’icona:  un piano nero attraversato da linee bianche orizzontali, una sopra l’altra, che si increspano verso il centro, rappresentazione grafica delle pulsazioni della prima stella Pulsar scoperta, la CP 1919, mentre la copertina di Closer, ultimo LP pubblicato nel 1980 –  che vide la luce due mesi dopo la morte del leader – è altrettanto simbolica: si tratta di una foto realizzata da Bernard Pierre Wolff e ritrae un Cristo ripreso dalla lapide della tomba Appiani,  situata nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova.

“Ian leggeva. Kafka, Dostojevskij, Hesse, Lovecraft, Wordsworth, Gogol, Ballard. Attraverso i testi, era capace di creare una ragnatela di richiami: dalla science-fiction, alla letteratura esoterica. Una poesia “nucleare”, apocalittica, ma anche strettamente personale. Non c’è da stupirsi se i Joy Division sono considerati i padri del gothic rock, della new wave, del dark rock. (…) Nei testi, Curtis oscilla tra senso d’onnipotenza e sensazioni di depressione cronica.” (Joy Division: Un gioco d’ombre, Silvia Piscopo. Takeoff).

Curtis scriveva testi per lo più legati a questioni esistenziali, fuga dalla realtà, aspettative, paure, scelte: i testi scritti in chiave contemporanea sono legati al rapporto tra il singolo individuo e la società con le sue pressioni, attese, scadenze, oppressioni e conseguenti malessere, alienazione, perdita di senso e follia.  La poetica di Curtis sembra rievocare le ansie e le disillusioni di inizio secolo e coniugarle con l’angoscia tipica del secondo ‘900. Isolamento, fallimenti, amore perduto, amore straziante, limiti, condizionamento, luoghi solitari, anima e cuore, errori e atmosfere. Romanticismo e tematiche tipiche dell’esistenzialismo si sommano. I traumi, le disperazioni quotidiane. Ian Curtis ha messo in scena l’esibizione delle atrocità del secolo terribile, nessuno pensò allora che le stesse anche vivendo e avesse deciso di morirne.

La musica dei Joy Division ed i testi di Curtis traggono linfa dal materiale culturale dei tardi anni ’70: sound post-punk / industriale, suoni minimalisti e la prima elettronica, Iggy Pop, Bowie, Lou Reed, tutto ciò si fonde in strutture semplici e ipnotiche nelle produzioni sperimentali e maniacali di Martin Hannet; Peter Hook è, nel suono dei Joy Divison, fondamentale perchè ogni brano ha una linea di basso ben precisa, definita, incalzante ( cfr. Atmosphere) nelle canzoni lo strumento di Hook ne delinea la melodia di solito è la parte ritmica preponderante, batteria e chitarra sono quasi un accompagnamento, a volte, spesso un muro geometrico e nitido.

Ian Curtis soffre di epilessia, una crisi lo coglie durante un viaggio di ritorno da un concerto, altre ne seguiranno anche sul palco. I farmaci che prende per curarsi non alleviano il male, quando li prende, gli effetti collaterali non favoriscono certo la vita on the road della band in quegli anni. Ian non è solo epilettico, è sposato con Debbie –  la conosce da quando sono ragazzi – ed è padre di Natalie, che viene al mondo quando lui  è alle soglie della fama. Il suo matrimonio va in crisi, tra concerti, groupie e una relazione con Annik Honorè, una ragazza belga conosciuta in tour, e apparizioni in TV. Ian forse non è pronto a tutto ciò, lo voleva ma quando arriva lo stravolge. Ha anche un’occupazione, stabile ma precaria, all’Ufficio del lavoro, dove svolge colloqui con disabili per l’inserimento lavorativo e deve quindi conciliare tutto questo. Lavoro, famiglia e musica. E’ autore e paroliere, testi e arrangiamenti, e frontman. Forse è troppo, Sicuramente sarà troppo. E poi tutto questo accade nel giro di nemmeno un paio d’anni. Fino a quel “fade away” urlato in Digital, a Birmingham, ultima canzone (inedita, uscirà prima in Still e poi come primo singolo dei New Order, il gruppo che per accordo unanime del gruppo, Curtis in vita, prosegue l’attività musicale) dal vivo quel 5 febbraio 1980 e quel quasi sommesso “Thank you, good night”: si toglie la vita il 18 maggio alla vigilia di un tour negli USA, un’occasione irrinunciabile per qualsiasi esordiente del rock, a cui Ian Curtis non era preparato.

“Quel ragazzo riservatissimo, affascinato da Jim Morrison, non crederebbe alle sue orecchie se gli raccontassero che qualcuno ha portato via la lapide dalla sua tomba, nel giugno del 2008: sua moglie ci aveva fatto incidere sopra, non senza recriminazioni, Love Will Tear Us Apart: “Non riesco ancora a perdonarlo, quelle cose avrebbe dovuto dirmele quando era il momento”, disse ricordando il fastidio provato per la popolarità di quella canzone. Nell’ottobre del 1980, gli U2 dedicarono a Ian il brano A Day Without You sul loro album d’esordio Boy.”( Ian Curtis, il solitario, oscuro idolo dei Joy Division che amava ridere, di Andrea Silenzi – Repubblica 18 maggio 2015)

E’ l’alchimia dei testi, dell’estetica e del sound, scarno, geometrico, ipnotico dei Joy Divison che ne fa un’icona rock dark nella storia della musica. Un’ascesa fulminea e una repentina caduta, una fine precoce, una promessa violata.

(Isolation 1980) In fear every day, every evening, He calls her aloud from above, Carefully watched for a reason, Painstaking devotion and love, Surrendered to self preservation, From others who care for themselves. A blindness that touches perfection, But hurts just like anything else. Isolation, isolation, isolation. Mother I tried please believe me, I’m doing the best that I can I’m ashamed of the things I’ve been put through, I’m ashamed of the person I am. Isolation, isolation, isolation. But if you could just see the beauty, These things I could never describe. These pleasures a wayward distraction, This is my one lucky prize. Isolation, isolation, isolation…

Nella paura ogni giorno, ogni sera, lui la chiama forte da sopra, Ho cercato con cura una ragione, Premurosa devozione e  amore,  Mi sono arreso all’autoconservazione, Di altri che, pensano a loro stessi, Una cecità che raggiunge la perfezione, Ma fa male come ogni altra cosa. Isolamento (3) Madre, ci ho provato, ti prego credimi,  Faccio il meglio che posso, Mi vergogno delle cose in cui mi sono messo, Mi vergogno di quello che sono, Isolamento (3) Ma se solo tu potessi vedere la bellezza, Queste cose che non potrei mai descrivere, Questi piaceri una capricciosa distrazione, Questo il mio unico fortunato premio,  Isolamento (5)

(She’s lost control 1979) Confusion in her eyes that said it all, She’s lost control, And she’s clinging to the nearest passerby, She’s lost control, And she gave away the secrets of her past, And said “I’ve lost control again”, And of a voice that told her when and where to act, She said “I’ve lost control again”. And she turned to me and took me by the hand, And said “I’ve lost control again”, And how I’ll never know just why or understand, She said “I’ve lost control again”, And she screamed out, kicking on her side, And said “I’ve lost control again”, And seized up on the floor, I thought she’d die, She said “I’ve lost control again”, She’s lost control again, She’s lost control, She’s lost control again, She’s lost control, Well, I had to phone her friend to state her case, And say she’s lost control again, And she showed up all the errors and mistakes, And said “I’ve lost control again”, But she expressed herself in many different ways, Until she lost control again, And walked upon the edge of no escape, And laughed “I’ve lost control again”, She’s lost control again, She’s lost control, She’s lost control again, She’s lost control, I could live a little better with the myths and the lies, When the darkness broke in, I just broke down and cried, I could live a little in a wider line, When the change is gone, when the urge is gone, To lose control, When here we come.

Dice tutto la confusione nei suoi occhi, Ha perso il controllo, E si aggrappa al passante più vicino, Ha perso il controllo, E svelava i segreti del suo passato, E diceva: ho perso di nuovo il controllo, E di una voce che le suggeriva quando e dove farlo, Disse: ho perso di nuovo il controllo. E si voltò e mi prese per mano e disse: Ho perso di nuovo il controllo, E non capirò mai né saprò come e perché, Disse: ho perso di nuovo il controllo, E gridò dando in escandescenze e disse: Ho perso di nuovo il controllo, E inchiodato al pavimento pensai che sarebbe morta, Disse: ho perso di nuovo il controllo, Ha perso di nuovo il controllo, Ha perso il controllo, Ha perso di nuovo il controllo, Ha perso il controllo, Così ho dovuto telefonare a un’amica sua per spiegarle il caso, Dicendo che aveva di nuovo perso il controllo, E lei mostrò tutti gli equivoci e gli errori, E disse: ho perso di nuovo il controllo, Eppure sapeva esprimersi in molti modi differenti, Finché perse di nuovo il controllo, E camminò sull’orlo di un vicolo cieco, E ridendo disse: ho perso il controllo, Ha perso di nuovo il controllo. Ha perso il controllo,  Ha perso di nuovo il controllo, Ha perso il controllo, Potrei vivere un po’ meglio con i miti e le bugie, Quando il buio è rotto, sono appena scoppiato a piangere, Ho potuto vivere un po’ in una linea più ampia, Quando il cambio è andato, quando la voglia è andata, Per perdere il controllo. Quando arriviamo.

( A means to an end 1980) A legacy so far removed, One day will be improved. Eternal rights we left behind, We were the better kind. Two the same, set free too, I always looked to you, (3)We fought for good, stood side by side, Our friendship never died. On stranger waves, the lows and highs, Our vision touched the sky, Immortalists with points to prove, I put my trust in you. (3) A house somewhere on foreign soil, Where ageless lovers call, Is this your goal, your final needs, Where dogs and vultures eat, Committed still I turn to go. I put my trust in you. (6)

Un’eredità da tempo rimossa, un giorno sarà migliorata, diritti eterni che ci siamo lasciati alle spalle, noi eravamo del tipo migliore, due in uno, e anche liberati, ho sempre contato su di te (3)  abbiamo lottato per sempre fianco a fianco, la nostra amicizia non è mai morta, Su onde sconosciute, alti e bassi, la nostra visione ha toccato il cielo, seguaci dell’immortalità con argomenti da provare, mi fidavo di te, (3) una casa da qualche parte su un suolo straniero, dove amanti invecchiati fanno visita, è questa la tua meta, il tuo bisogno definitivo? Dove i cani e gli avvoltoi mangiano, ancora coinvolto mi volto per andarmene,  Mi fidavo di te. (6)

(The eternal 1980) Procession moves on, the shouting is over, Praise to the glory of loved ones now gone. Talking aloud as they sit round their tables, Scattering flowers washed down by the rain. Stood by the gate at the foot of the garden, Watching them pass like clouds in the sky, Try to cry out in the heat of the moment, Possessed by a fury that burns from inside. Cry like a child, though these years make me older,With children my time is so wastefully spent, A burden to keep, though their inner communion, Accept like a curse an unlucky deal. Played by the gate at the foot of the garden, My view stretches out from the fence to the wall, No words could explain, no actions determine, Just watching the trees and the leaves as they fall.

La processione va avanti, le grida sono finite, Lode alla gloria degli amati che ora non ci sono più, Parlando ad alta voce seduti alle loro tavole, Fiori sparsi annaffiati dalla pioggia. Ero vicino al cancello in fondo al giardino, Guardandoli passare come nuvole nel cielo, Cerco di gridare nella foga del momento, Posseduto da una violenza che brucia dall’interno, Piango come un bambino nonostante questi anni m’invecchino, Con i bambini il mio tempo è così sprecato, Un peso da portare, nonostante la loro interiore partecipazione, Accetto come una disgrazia un affare sfortunato. Sdraiato vicino al cancello in fondo al giardino, Il mio sguardo spazia dalla siepe al muro, Nessuna parola potrebbe spiegare, nessuna azione potrebbe risolvere, Posso solo guardare gli alberi e le foglie che cadono.

Love will tear us apart, brano dei Joy Division uscito nell’aprile del 1980, è stato inserito nella colonna sonora di 13 reasons why, serie televisiva Netflix del 2017 tratta da un romanzo del 2007 scritto da Jay Asher.

img: mtv.it

Standard
Attualità

Cronache 19/02/2017

5

In scena il consueto e rituale psicodramma della sinistra italiana. Quella sinistra demo popolare italiana controparte della destra conservatrice repubblicana, quella che a sinistra sinistra rinnegano e che governa dall’era post berluscon/montiana ( 2011). Parole arcaiche come scissione, correnti, direzione del partito, assemblea,  conferenza programmatica, congresso,  giochi linguistici che risuonano come mantra del ‘900. Rituali esoterici di partitocrazia. Un giovane capo sfida i vecchi tra votare ora o tirare a campare ancora un anno. E’ dal 1990 che questo mastodonte italiano prima post comunista e poi ritardato –  come un coito – compromesso storico si dimena in pre agonia perenne, in coma storicistico, fuori tempo e fuori luogo. Una Odessa senza spie, uno scampolo del novecento di Bertolucci. Sintesi impossibile della democrazia italiana.  Il loro ultimo risultato elettorale è una sconfitta referendaria nel 2016 – che per qualsiasi sinistra è una condanna a morte – e un 40% alle ormai lontane elezioni europee 2014. Governano con meno della metà del consenso sulle macerie della storia mentre all’orizzonte europeo fosche nubi nazionalistiche e identitarie turbano i sonni popolar democratici del continente. Poche nuove, pessime nuove.

img: kalashnikov-collective

Standard
Attualità, Filosofia, terrorismo

Cronache europee, agosto 2016.

« Il filosofo, oggi, deve non già fare il puro filosofo, ma esercitare un qualche mestiere, e in primo luogo, il mestiere dell’uomo. »
(Benedetto Croce, Lettere a Vittorio Enzo Alfieri (1925-1952), Sicilia Nuova Editrice, Milazzo 1976, pp. X-XI.)

_52453972_ap3976

Terrorismo globale, terza guerra mondiale, stati canaglia, esportare la democrazia, talebani, islam, jihad, medioriente, Europa: sono alcune delle parole chiave del presente. Come tenerle insieme in un discorso coerente capace di offrire una fotografia realistica della contemporaneità?

La capacità di leggere il reale e farne sintesi è sempre stata nel passato caratteristica dell’esercizio della filosofia si potrebbe dire anche capacità di analisi e proposta, connubio di pensiero e azione, teoria e praxi; oggi pare invece che questa attitudine socio politica, un tempo eminentemente filosofica,  venga volentieri delegata ai più vari commentatori, ai politologhi e agli opinionisti, quando non è materia per specialisti di settore: militare, geopolitico, religioso. La filosofia del resto non è più al centro della scena culturale da ormai troppo tempo per piangerne l’afonia, da nessuno in fondo lamentata se non dai pochi addetti ai lavori (culturali) insomma è inutile il peana sul disuso dell’uso pubblico della ragione se la ragione contemporanea stessa sforna simulacri di maitre a penser a la carte.

Il novecento filosofico italiano, ucciso Gentile nel 1945 a Firenze, vide a Napoli la memoria crociana continuare nell’ Istituto Italiano per gli Studi Storici, a Roma un marxismo  alla moda, a Milano l’impronta fenomenologica di Banfi e Paci e la Cattolica, a Venezia dal 1969 i transfughi severiniani, a Padova neoaristotelici e cattolici, su tutto i freudiani ….Oggi di quegli ambienti resta poco.

Se malgrado questo volessimo curiosare tra le posizioni di più o meno noti pensatori o intellettuali europei reperibili in rete sul tema terrorismo di matrice jihadista, pur nell’ambito limitato e schematico di interviste rilasciate ai media,  possiamo  avere un quadro abbastanza chiaro delle opinioni correnti, come pure del malessere occidentale che coglie l’elite intellettuale quando si applica all’autoanalisi,  oscillante da un lato tra il senso di colpa (di civiltà ) unito ad un semplicistico j’accuse anti capitalistico ( economicista) e l’appello alla “guerra santa” di una parte diversa dell’intellighenzia.

Da quanto segue si delinea da una parte un’interpretazione moralistica economica che legge le dinamiche terroristiche secondo le lenti dell’interesse economico e della responsabilità storica dell’occidente egemonico industralizzato, il terrorismo secondo questa interpretazione esulerebbe dalla mera criminalità omicida e diventerebbe simbolo di qualcos’altro, di una grave crisi culturale occidentale e di una colpa atavica. Dal versante opposto si invoca la  chiusura delle frontiere e una sorta di guerra totale al radicalismo jihadista,  intesi come strumenti di guerra di civiltà. La matrice progressista o conservatrice degli studiosi le cui affermazioni riporto traspare nell’oscillazione tra apertura umanitaria e critica al sistema di sviluppo occidentale quindi un anelito anticapitalista da una parte e una sorta di orgoglio identitario occidentale nel versante opposto.

Le cronache recenti ci ricordano che l’anno 2001 per l’occidente segna uno spartiacque tra un prima e un dopo, con l’attentato di New York si assiste all’irrompere del terrorismo nella città simbolo del potere globale. Da questa data l’opinione pubblica mondiale si interroga sulle prospettive future, tra Al Qaeda prima e Daiish ( o Stato Islamico ) oggi. A 15 anni da quei fatti la guerra in Iraq del 2003 e l’attuale situazione siriana e libica hanno contribuito a complicare un quadro già di per sè confuso e instabile. La globalizzazione, che alla soglia del nuovo secolo appariva uno scenario futuro pieno di opportunità, oggi ci consegna il caos del terrore.

La questione geopolitica nell’ambito delle lotte per il controllo strategico nell’area mediorientale è una delle chiavi di lettura nell’interpretazione dei pesi e dei contrappesi militari ed economici in questa zona; in quest’ottica la religione pare spesso solo una maschera ed è usata come strumento di potere, un meccanismo, una forma di mobilitazione politica, più consistenti le conseguenze, soprattutto per la Francia, del colonialismo che nella seconda metà del ‘900 ha dato inizio ad un nuovo processo di autonomia e instabilità nei paesi interessati,  mentre la democrazia sembra sempre più un fantoccio ideologico. I Paesi arabi sono un magma incandescente, un mix di culture e di fondamentalismi religiosi che si legano a estremismi politici, e la trama è la lotta per la supremazia tra Sciiti e Sunniti.

Utili per comprendere sono le recenti interviste a due esponenti democratici americani Hillary Clinton e Robert Kennedy (http://www.globalresearch.ca/hillary-clinton-we-created-al-qaeda/5337222http://vocidallestero.it/2016/03/21/robert-kennedy-jr-spiega-la-causa-della-guerra-in-siria/ )

L’impressione è di una spiazzante disinformazione spesso si intuisce la volontà di tacere alcuni aspetti. Emerge comunque una  disarmante disomogeneità e una triste incapacità di parlare un linguaggio condiviso, non solo in Europa ma anche a livello internazionale: l’opinione pubblica, la doxa, vede e ascolta una ridda di voci confuse, una babele ermeneutica, un coro polifonico e in tal modo non ne comprende gli orientamenti, viene così a mancare una possibile strategia di analisi e di indirizzo, un tempo così peculiare anche tra filosofi. L’immagine è quella del muro di schermi televisivi che rimandano a ciclo continuo notiziari preconfezionati, metafora cinematografica dell’overdose d’informazione.

Emerge anche a mio parere un’insicurezza nel dire le cose come stanno, la timidezza nello svolgere una semplice analisi fenomenologica tanto del mondo islamico quanto dell’Occidente in quanto tale, cioè il non essere in grado di stabilire una differenza nel confronto culturale e politico,  viene a cadere in questo aspetto uno dei principi essenziali della filosofia, la parresia, il parlar verace che è connesso alla capacità critica,  che deriva dal greco krino ( κρίνω ) che significa distinguere, separare, giudicare stimare.

L’alternativa sembra configurarsi tra il resistere al desiderio di cambiare le nostre libertà individuali a favore di un controllo totale ( tema già emerso in Europa  ai tempi del terrorismo politico ) che faccia fronte al terrorismo, arroccandosi in un’idea obsoleta di diritti ed uguaglianza  e il rinchiudersi nelle vecchie frontiere per combattere con le armi della polizia e della repressione mediate dalle nuove tecnologie. In ogni caso ciò che sembra mancare è l’idea di una concreta alternativa culturale e sociale, legata alla prospettiva di sviluppo e crescita contemperata da quanto i due secoli che ci separano dall’era dei Lumi ci hanno insegnato. L’occidente appare bloccato.

Jean Baudrillard, già nel 2001 si rivolge alla coscienza morale dell’Occidente nel suo “Lo spirito del terrorismo” asserendo con convinzione che è la “potenza insopportabile” degli Stati Uniti che ha provocato l’attentato perché le Torri Gemelle apparivano  come il simbolo di una potenza definitiva, di un Impero, che ingloba (o comunque intende inglobare) tutto dentro di sé, in un processo di fagocitosi geo-politica. E, dunque, il processo è fisiologico: di fronte ad una massiccia concentrazione e monopolizzazione del potere è naturale che si operi quello che l’autore chiama “transfert terroristico di situazione”, strumento di vendetta di chi è stato soffocato dal Sistema.

Per Edgar Morin, che ha di recente scritto un libro su Islam e occidente «Il pericolo delle idee» con Tariq Ramadan intellettuale musulmano docente a Oxford, è una questione di fanatismo, non di ideologia, e propone la questione dell’educazione, “dobbiamo aiutare questa gente affinché prevalga la coscienza e questa è una missione anche dell’insegnamento, dell’educazione.” La strada è quella dell’integrazione: “Per favorire l’integrazione è fondamentale insegnare che la multiculturalità fa parte della nostra storia. “

Per S. Zizek filosofo e psicanalista, critico del modello neoliberista  che propone un ritorno allo spirito del comunismo, l’ascesa dell’Isis è l’ultimo capitolo della lunga storia del risveglio anticoloniale, che alimentato dalla la lotta al liberismo selvaggio, germoglia come reazione conservatrice modernista, in paesi tutt’oggi arretrati: “L’unica cosa in grado di salvare i valori più importanti è una sinistra rinnovata. Affinché questo importante patrimonio di valori possa sopravvivere, il liberalismo necessita anche dell’aiuto fraterno della sinistra radicale. Questo è l’unico modo per sconfiggere il fondamentalismo: togliergli il terreno da sotto i piedi.”

Tra i più severi critici della modernità e del progressismo Alain Finkielkraut denuncia l’esistenza di un “problema dell’islam” in Francia. Bisogna essere innanzitutto capaci di designare il nemico, di ricordare ciò che oggi non è negoziabile, di stimare la popolarità dell’islamismo radicale. “la Francia si sta disintegrando. Fino a poco tempo fa riusciva bene a integrare i suoi immigrati, ma oggi in luogo dell’armonia prevale l’odio” Aggiunge:  “Sul piano delle idee dobbiamo reimparare a discernere tra l’amico e il nemico”, insiste Finkielkraut, “mentre da anni, in forza dell’antirazzismo, dell’egualitarismo, dei sensi di colpa, li abbiamo sostituiti con l’identico e l’altro, abusando di una lettura molto ideologica. Sul piano politico, non ho ricette. I politici dovranno impegnarsi a rallentare l’immigrazione, per favorire l’integrazione, selezionando fra i nuovi arrivi, tra i rifugiati e gli altri. E’ un’assoluta necessità.”

Michel Houellebecq scrittore che nel suo ultimo libro pubblicato nel 2015 ipotizzava un’ascesa “morbida” dell’Islam nella politica europea fino alla sottomissione completa dei popoli –  un libro che è “un coraggioso atto d’accusa non contro l’Islam ma contro l’Europa spompata, stanca, senza valori e senza più la forza di difendere le proprie libertà democratiche”  – accusa la classe politica francese, i governi che si sono succeduti negli ultimi anni dicendo che essi “hanno fallito penosamente, sistematicamente, pesantemente nelle questioni nazionali francesi, nelle frontiere, nel multiculturalismo e nella politica estera.”

Per Habermas la società civile deve guardarsi dal sacrificare sull’altare della sicurezza le virtù democratiche di una società aperta: la libertà degli individui, la tolleranza verso la diversità delle forme di vita, la disponibilità a immedesimarsi nelle prospettive altrui. “Nel suo modo di esprimersi il fondamentalismo jihadista ricorre a tutto un codice religioso, ma non è affatto una religione.” Habermas propone più diritti e più Europa perché il terrorismo e la crisi dei rifugiati costituiscono sfide drammatiche, forse definitive, ed esigono solidarietà e una stretta cooperazione che le nazioni europee non si decidono ancora ad avviare.

Anche Zygmunt Baumann afferma che le prime armi dell’Occidente nella lotta contro il terrorismo sono inclusione sociale e integrazione.  Identificare il “problema immigrazione” con quello della sicurezza nazionale e personale, subordinando il primo al secondo e infine fondendoli nella prassi come nel linguaggio, significa aiutare i terroristi a raggiungere i loro obiettivi, che sono quelli che concorrono ad alimentare un conflitto Islam Europa.

Per Agnes Heller allieva e collaboratrice del filosofo Lukács,la crisi migratoria rappresenta un vero e proprio banco di prova per il Vecchio continente, «che sarà repubblicano, inclusivo, federalista», o verrà schiacciato dalle sue stesse spinte centrifughe. L’Unione europea, che ha attinto alla tradizione dell’universalismo, è stata edificata con l’obiettivo di favorire la solidarietà tra le nazioni, ma il processo di costruzione non è stato accompagnato dall’emergere di una coscienza europea. L’Europa rimane un progetto burocratico, senz’anima. Heller si chiede : “È più reale la minaccia terroristica o quella della crisi economica, della disoccupazione, delle nuove marginalità sociali?”

Per Derrida, nel testo del 2003 di G. Borradori  Filosofia del terrore – Dialoghi con Jürgen Habermas e Jacques Derrida,  la modernità possedeva già ab initio le premesse per lo sviluppo di una patologia, anzi il terrorismo ha messo a nudo proprio il meccanismo di autoimmunizzazione intrinseco alla modernità. Mentre creava gli stati nazionali, il capitalismo, il diritto internazionale e la tolleranza, la modernità illuministica preparava già le condizioni per un suo suicidio, alla stessa stregua in cui gli americani hanno addestrato per anni gli stessi rivoluzionari islamici che sono diventati i terroristi fondamentalisti che l’hanno colpita al cuore, anzi alla testa. Per questo, afferma Derrida, bisogna andare oltre il politico, oltre il legale e pensare l’impensabile, perdonare l’imperdonabile e sostituire la tolleranza con il concetto più flessibile e aperto di ospitalità incondizionata, che si apre all’altro senza aspettative, regole o imposizioni. Un compito immane.

Per Michel Onfray  la Francia c’è sempre stata quando bisognava picchiare sui musulmani: in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Mali. Sarebbero quattro milioni i musulmani morti dalla prima guerra del Golfo ad oggi, in nome di una battaglia per i diritti umani contro la barbarie. E si vorrebbe che l’Islam non vendicasse i suoi morti? E le pretese politiche di integrazione hanno alimentato indigenza, rabbia e manodopera criminale, «Per ridurre il costo del lavoro e proletarizzare la manodopera, l’ Europa ha visto di buon occhio un’ immigrazione massiccia. Ma questo proletariato potenziale, poi, ha iniziato ad ambire a un impiego reale. Parigi si è svuotata del suo popolo, rigettato nelle periferie dagli Anni Settanta. La città è diventata sociologicamente tossica. E le banlieue delle zone di non diritto, dove la droga e i traffici di ogni tipo sono moneta corrente, senza che la polizia possa opporsi. In un mondo dove i soldi fanno la legge, non averne ti trasforma in paria. Alcuni di questi paria sono diventati vettori di una rabbia canalizzata dall’ Islam radicale»

In Italia Severino afferma che il terrorismo ha molteplici linee di derivazione e che il destino della guerra che verrà è l’episteme tecnologico che tutto sottende:  “Definire il terrorismo come esclusivamente terrorismo islamico fondamentalista è, dunque, improprio. Vi sono altre componenti: anzitutto il disagio, il risentimento degli emarginati. Ma anche la sublimazione di patologie mentali: la sublimazione, dico, nel senso di una giustificazione religiosa, ma anche nel senso dell’esibizione di un coraggio cieco e assoluto di fronte alla morte. Perché questa gente appartiene alla categoria dei candidati al suicidio. Temo anzi che saranno sempre di più, tra quanti pensano al suicidio, quelli che risolveranno il problema motivandolo religiosamente o politicamente o ideologicamente». Sulla tecnica : “Ognuno dei contendenti deve aumentare all’infinito la potenza. Ma in questo modo l’incremento della potenza, grazie alla tecnica, occupa sempre più spesso l’area dello scopo che la forza in conflitto si propone di realizzare». Il teorema fondamentale: la Tecnica da mezzo diviene scopo, e così riduce inevitabilmente al silenzio gli scopi per i quali i confliggenti – un tempo gli USA e l’URSS, oggi l’Occidente e l’Islam – sono scesi in campo.

Massimo Cacciari pone l’accento sulla questione della razionalità che l’occidente deve opporre se vuole combattere il disegno eversivo jihadista “La strategia dei fondamentalisti, purtroppo, ha una sua razionalità. Noi dunque dobbiamo mettere in campo «una razionalità politica altrettanto forte e opposta, partendo da un discorso di verità, senza coprire tutto con la retorica di guerra, come un ubriaco che canta per farsi coraggio» Sulla possibilità di una guerra “Poi, certo che ci dev’essere anche un intervento militare, ma dev’essere chiaro l’obiettivo. La priorità è sconfiggere l’Isis? Allora l’alleanza è con la Russia, l’Iran e i curdi, vi va bene? In tal caso bisogna parlare con la Turchia, con l’Arabia Saudita e ovviamente anche con Putin, che nel frattempo abbiamo messo sotto embargo per la questione dell’Ucraina.”

Per Umberto Galimberti ogni guerra è inevitabilmente un fallimento della cultura e della civiltà e “Le motivazioni delle guerre in realtà sono sempre molto laiche, i conflitti vengono scatenati per concreti interessi, mai per questioni religiose, eppure ogni volta che c’è un deficit di giustificazione si finisce per fare le cose in nome di Dio.” Il terrorismo è l’arma dei deboli, di chi è stato sfruttato e reagisce, è conseguenza “ del modo in cui l’Occidente in generale guarda ai Paesi arabi. Li guarda con l’occhio di chi intende accaparrarsi le loro ricchezze”. Il modello occidentale è un problema, “l’Occidente consuma l’87 per cento delle risorse del mondo, è evidente che se vuole mantenere il proprio tenore di vita deve andare ad accaparrarsi le ricchezze ovunque esse siano.” La democrazia è di per sé è una parola vuota, un sottoprodotto dell’economia, “quando la gente sta bene è democratica, quando sta male si scanna.” Dal punto di vista sociale Galimberti afferma che “le grandi trasformazioni storiche dipendano dalle condizioni delle donne.” Sullo stile di vita afferma che “Ci sarà quindi inevitabilmente un processo di attrazione e io penso che ci sarà anche un processo di progressiva laicizzazione del mondo islamico. Non vorrei che i musulmani vedessero in questa laicizzazione un pericolo. Penso che all’Islam, un processo di laicizzazione non possa che far bene.” Galimberti conclude “”Non credo al dialogo tra le culture diverse. Credo nel rispetto. Per comprendere il mio interlocutore dovrei entrare nella sua simbolica, che non è la mia. E non so se ho gli strumenti per capire la simbolica di un musulmano.”

Per Gianni Vattimo, filosofo che si è speso per la politica in diverse formazioni non nascondendo mai le proprie “origini comuniste”, afferma di  sperare “nella secolarizzazione della mentalità islamica che diminuirebbe i fanatismi” afferma inoltre che “Il mondo occidentale ha deluso le aspettative dei musulmani che lo hanno scelto”. La strategia deve essere disinnescare il malessere delle periferie, attivare una integrazione migliore. Il terrorismo è sicuramente negativo ma la libertà nella quale viviamo è imperfetta, è una pseudo-libertà. “Io voglio difendere il nostro mondo coi i valori che ha ma essendo consapevole anche della quantità di disvalori che sono responsabili del disamore di tanti musulmani verso la nostra cultura».

Per Danilo Zolo, –  la cui tesi è che il discrimine fu segnato dalla fine dell’impero sovietico, dal rapido declino del bipolarismo nei rapporti internazionali e dall’emergere degli Stati Uniti come la sola potenza politico-militare in grado di affermare la propria egemonia a livello globale –   è necessario in via preliminare intendersi sul significato di terrorismo globale “il terrorismo non è una emanazione esclusiva del cosiddetto fondamentalismo islamico. In realtà, non c’è un solo terrorismo, ma ce ne sono molti e che si esprimono in forme diverse ed entro contesti differenziati.” Il terrorismo che si è sviluppato all’interno del mondo arabo-islamico – incluso il terrorismo suicida – è una risposta strategica all’egemonia del mondo occidentale, è una rivolta contro la soverchiante potenza dei suoi strumenti di distruzione di massa e all’esteso controllo militare che esercita sui territori dei paesi che sono stati storicamente la culla dell’islam. Afferma che  “sembra ormai innegabile che mentre il terrorismo, nelle sue varie espressioni, va assumendo sempre più le forme di una «guerra civile globale» – per usare l’espressione di Carl Schmitt -, la «guerra globale» contemporanea ha assunto sempre più le caratteristiche del terrorismo.” Il fallimento dell’esportazione della democrazia in stile Bush spinge a pensare diversamente “L’alternativa sarebbe in teoria semplicissima, anche se nella pratica oggi è di ardua se non impossibile realizzazione. Occorrerebbe liberare il mondo dal dominio economico, politico e militare degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. La fonte prima, anche se non esclusiva, del «terrorismo globale» è infatti lo strapotere dei nuovi, civilissimi «cannibali»: bianchi, cristiani, occidentali.” Per Zolo l’ordine mondiale dipenderà dalla capacità dell’Europa di essere europea, e cioè sempre meno atlantica e sempre meno occidentale: un’Europa orientata a svolgere un ruolo autonomo nel Medio Oriente e nell’Oriente asiatico. L’emergere di grandi potenze regionali come l’India e la Cina rischia altrimenti di fare del Pacifico il nuovo epicentro egemonico del mondo, emarginando ancora una volta l’Europa, il Mediterraneo e i loro valori.

Massimo Fini, giornalista, storico, autore di provocatorie tesi sulla legittimità del terrorismo come risposta alle prevaricazioni occidentali e di una biografia del leader dei Talebani, è drastico nell’indirizzare a europei e americani l’accusa di fomentare odio: ” l’Occidente è entrato con le bombe in una guerra che era tutta loro, quella tra sciiti e sunniti. E loro hanno reagito a modo loro, col terrorismo e i kamikaze” e aggiunge : “L’Occidente paga tutta una serie di errori e di orrori che ha fatto a sua volta in Medio Oriente, parlando solo degli ultimi decenni senza prendere in esame tutto il periodo coloniale”

Ipse dixit.

Standard