Attualità, Etica, Filosofia, Politica

1968/2018. Tristesse, nostalghia, ex e post.

L'incompiuta di Brendola (foto Pippowsky su Flickr)incompiuta-2

“Homo saecularis parla con molte voci, spesso divergenti. Quella che più si fa notare è progressista e umanitaria. Applica precetti di eredità cristiana, ammorbiditi e edulcorati. Soluzione tiepida e pavida, si combina, in senso inverso, con il movimento in corso nella Chiesa stessa, che cerca sempre più di assimilarsi a un ente assistenziale. Il risultato è che i secolaristi parlano con compunzione da ecclesiastici e gli ecclesiastici ambiscono a farsi passare da professori di teologia.” (R. Calasso, L’innominabile attuale 2017)

L’impensato attuale, il modernismo progressista ed umanitario. Caddero i muri, scomparve la grande Idea, oggi le piccole idee si chiedono come mantenere una posizione che puntelli il ricordo della storia personale e generazionale e che allo stesso tempo attenui il rimorso, il risentimento e i rancori. Piccole idee derivate che vogliono una seconda opportunità dalla storia che però è finita. Stante che il marxismo è oggi solo un modo fra gli altri per non comprendere il mondo, un nuovo realismo dopo il post modernismo ci insegna ad accertare la realtà, non ad accettarla, (quindi il post modernismo si caratterizzava come accettazione passiva dell’esistente?) il nuovo realismo spiega che l’oggetto sociale non è il reale, l’interpretazione non è un luogo comune e condiviso dato una volta per tutte, è uno schema concettuale che non dimostra il mondo ma si offre alla pluralità relativista e omnicomprensiva della doxa, fallacia argomentativa: come dire che accertiamo e attestiamo lo status multiverso del reale? L’approccio è realitystico, cioè siamo spettatori passivi, osserviamo le res humanae  come al microscopio si osservano le cavie da laboratorio prefigurando ipotesi ermeneutiche? Guardiamo il mondo mangiando i popcorn? Dopo 2500 anni? Non episteme, che sta sopra, ma sub specie, suburbe, nel flusso di in-coscienza volontaria, nell’inferno artificiale. Infatti assistiamo ad una realtà che non si presta alle nostre costruzioni concettuali. Giustificazionismo, arrendismo e alleatismo, ismi e quindi parvenze di logos, che rinfocolano idee stantie  e ammuffite, che se ancora si corazzano nel radicalismo, pur se con la pancetta imbiancata e non con il turgido eskimo, di questo essere radicali non danno che uno sbiadito concetto decostruito di attestazione anti sistema, (ma non come soggetti cinicamente oppositivi ma dalla parte degli integrati corporativi) sistema che nel frattempo da american saudita è diventato euro usa asiatico, a est e a sud. Si cercano agganci a destra e a manca. Intanto la storia è finita: non più un ieri e un domani fermi, certi, apodittici, radiosi e scientifici ma solo un infinito presente da interpretare. Si interpreta con le archeologie dei dispositivi di potere come osservando un fenomeno da lontano con lenti psico, bio sociologiche mai filosofiche, si inanellano multilingue catene etimologiche che velano un incerto argomentare ma fanno massa a-critica, tutta da modellare a piacimento, si mutua un lessico qui e uno lì,  tra procedure, competenze e protocolli. In particolare si scorge nella corrente teologica politica, quella piccola idea che appare e scompare che sente sensibilmente la mancanza di una dio politico normatore e paterno che assoggettava il reale e incanalava i desideri, una volta era il mondo sovietico e l’Idea marxista, oggi è un Moloch mainstream tecno social privo di un referente politico, in cerca di un nuovo dio in grado di porsi come antidoto al real potere americano/saudita che tutto stringe. Si concede ammirazione alla fede per quel radicamento di cui non si fu capaci, e questo inchino si ammanta di improvvisati analisti teologici atei, in una nuova alleanza con i loro santi laici, che tra poco riconosceranno nella teocrazia islamica il modello migliore per la globalizzazione, modello ideale di assoggettamento e potere, di riduzione arazionale del soggetto, di privazione di pensiero e di riduzione in minorità, un mondo perfettamente binario: le masse di schiavi brutalizzati nell’anima e la colta élite dei moderni muezzin kinici. Sono già pronte schiere di muti complici (i soliti banali del male) di tutti gli apparati politico-ideologici che hanno posto Grandi Mete, Grandi Idealità, come fini ultimi del loro agire politico e si sono sempre rivelati strumenti di asservimento delle coscienze individuali, repressione e anninentamento che agivano in nome di un cosiddetto Bene, facendo però il Male. Perché è tutta una macchinazione dell’ente contro l’essere, machenschaft! direbbe l’omino con i baffi e  le brache alla zuava.  E quando il radicalismo fallisce o diviene insufficiente, emerge la mistica della protesta. E’ l’ammirazione per i vincitori con un amaro retrogusto di invidia. Chiaro esempio di dissonanza festingeriana. C’è chi innalza il conflitto a valore, l’eternamente polemico, per auspicare l’uscita dal tempo del potere, destinale anarchico errante sterile, rivendicando lo stupro dello jus. Se la realtà fa schifo peggio per lei, delegittimiamola. Dopo gli abusi ripetuti e le sevizie della storia nazional comunitarda si aggrappano alla critica dell’idea nazionalistica populistica, facendo finta di non sapere che furono i loro idoli a declamare il valore della piccola patria, quelli della “fabbricazione di cadaveri nelle camere  gas e nei campi di sterminio” o gli speculari del Bratstvo in enotnost, mentre sigillano fosse ricolme di corpi, del radicamento nell’heimat, del  blut und boden, dalle meravigliose mani e dall’intima grandezza del rosso e nero popolar nazionalismo, dixit. Popoli del mondo disunitevi! Idee e concetti comunque ed inevitabilmente e sfacciatamente e inesorabilmente ciechi, sordi e muti alle persone, all’essere umano, al povero diavolo di uomo, al singolo, al particulare,  con una faccia e una voce, e alla sua coscienza individuale, al suo spirito, al suo essere soggetto, orribile bestemmia, perché i soggetti della storia sono solo le Idee e le Grandi Mete, (con le maiuscole) teleologia e ideologia, il singolo è un granello di senape. E noi vogliamo farci raccontare una storia, ancora una volta, illuderci, credere e combattere per un’ideuzza, che ci appaia come una grande narrazione. Quindi sì allo story-telling da tisana davanti al caminetto. Dal “chi critica ha sempre torto” a mo’ di giustificazione delle epurazioni partitiche, all’apologia acritica del criticismo. La vecchia idea europea la vogliono all’ospizio, con loro. C’è la parte che nominalizza la massa come moltitudine, che è capace di Idea ma in formazione polivalente, un po’ troppo autodidatta che va ricondotta all’ovile, il super-rivoluzionarismo celodurista a tempo pieno,  per cui essa è ancora senza testa e quindi potenziale numero in grado di essere maggioritario, e lasciano intendere di essere in potenza gli ideali filosofi di questa nuova società platonica (oggi riverdisce rumorosa sugli Champs-Élysées in giallo fosforescente e catarinfrangente). O i teorici del leader “ombra”, del soggetto collettivo. Temono la verità, premono sul realismo e deprezzano il popolo quando scade in un “populismo” che non sia il loro, che peraltro non sanno generare e quindi invidiano l’altrui. Idee e suggestioni della grande nostalgia degli ex di un mondo eterodiretto, da un principio, da un principe, dall’Idea, dal salvatore mundi, da baffoni e baffini. Nostalgia metafisica della dialettica materialistica, dalla consecutio al cupio dissolvi. Se proprio proprio si impegnano questi umanisti secolari riescono perfino a dirsi al massimo SBNR, acronimo per chi non vuole definirsi né ateo, né agnostico ma intende suggestionare una qualche residua spiritualità. Ladri di sogni e di futuro, nichilisti del presente. Celebranti della società secolare, ultimo quadro di riferimento per ogni significato. Internazionalisti senza classe operaia, universalisti no profit. Si mescolano suggestioni residuali come ingredienti di un minestrone intellettuale che nessuno assorbe ma alcuni attendono messianicamente dai guru del post (o dei post, facebuc). Intanto queste piccole  idee organizzano festival e colonizzano le vuote stanze dipartimentali convinti di tessere trame epocali per adepti carbonari di un logos esoterico. Eco in un sepolcro svuotato. Nessun “Veni Creator Spiritus”. Nell’uscir fuori da sé si perdono perché non hanno un fuori ma solo un dentro asfittico, afasico e desolante. A-progettuale perché cinico sloterdijkianamente. Piantando paletti non riescono a superarli, non possono andare oltre perché un oltre per loro non c’è. Più.

img: pippowsky su Flickr

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Attualità, Politica

2018. I have a nightmare! Reazionari, populisti, integralisti e gli altri ….

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“La libertà di pensiero ce l’abbiamo, adesso ci vorrebbe il pensiero” Karl Kraus

La situazione europea mostra i tratti di un nuovo scenario politico che si fatica a comprendere perché lo si analizza con parametri antiquati, per lo più novecenteschi, i quali essendo regolati su criteri ottocenteschi, soprattutto nei riferimenti ideologici e filosofici hegeliani, post hegeliani e sugli ideali dell’illuminismo  – quindi settecenteschi – dipingono un’incredibile rappresentazione di inadeguatezza. Tutti i discorsi che si sentono oggi su: lavoro, sovranità, popolo, identità, mercato muovono da premesse sbagliate e sono quindi logicamente fallaci e difatti poco convincenti.

Abbiamo i reazionari. C’è chi sottolinea la mancanza di progettualità e ideologia nelle forze politiche che emergono in questi anni. Dopo aver sbeffeggiato per decenni la vacuità dei programmi politici dei partiti, ora i reazionari li rimpiangono. Programmi e progetti sono infatti destinati a diventar carta straccia nel breve termine ovvero nel periodo post elettorale e ancor più nell’eventualità di andare al governo, essendo quella italiana una gestione politica amministrativa che deve tener insieme vincoli di bilancio e relazioni interne alle rispettive coalizioni. Insomma fare progetti non serve, bastano poche parole d’ordine, studiate da qualche spin doctor che viene pagato e assunto per questo, e devono essere funzionali al messaggio da veicolare e al destinatario, cioè dirette, semplici e comprensibili alla massaia di Voghera. Esse devono essere spendibili nel brevissimo termine delle sempre più corte campagne elettorali. I programmi sono inutili chiacchiere intellettualoidi, che valgono il tempo della campagna elettorale ( e li può scrivere qualisasi studente di scienze politiche senza nemmeno pagarlo …) e poi nessuno ricorda più. Per quanto riguarda l’ideologia abbiamo patito decenni di chiusura ideologica, in cui atti, parole  addirittura pensieri erano diventati tabù, zone rosse, impronunciabili, innominabili perché designavano una parte piuttosto che l’altra e, a seconda dello schieramento da cui si guardavano, queste parole erano il male assoluto. Capitalismo, collettivismo, partecipazione, individuo etc. etc. Quando siamo usciti da questa putrida palude eravamo tutti sollevati, ora invece abbiamo i nostalgici dell’ideologia linguistica e partitica.Quelli del “si stava meglio quando si stava peggio”.

I populisti. Si affaccia un nuovo termine che dovrebbe designare qualcosa di nuovo, appunto. Invece il termine è vecchissimo, antiquato perché proviene dall’800 russo e dal sud America, e non designava affatto rozze masse di ignoranti assatanati come qualcuno vuole oggi dipingere questi famigerati populisti, ma esclusivamente la rivolta del popolo verso le élite dirigenziali. Vale a dire quanto più di sinistra e di radicale si possa immaginare. Basta pensare all’assolutismo e all’ancien regime, alle rivolte giacobine, alle rivoluzioni della storia. Eppure la bolsa classe dirigente europea paventa questa parolona come il male assoluto, “lebbra”, senza un barlume di consapevolezza di sé e degli altri, come vivessero in un mondo a parte. Democrazia diretta? Rigore, moralità, onestà? Giammai! Un termine sbagliato nel conio non può che nascondere un’analisi sbagliata. La richiesta che emerge è di una nuova classe dirigente, un rifiuto delle pratiche partitiche, dei clientelismi, della corruzione, dei privilegi, un’esigenza etica e  morale. Succede però che se questa esigenza viene incanalata da leader nuovi e outsiders diventa deprecabile per i gattopardi della politica che sembrano sempre ammiccare: “tranquilli ci pensiamo noi a sistemare le cose”. Accadde così anche con il federalismo.

Gli integralisti sono immarcescibili, non muoiono mai. Gli integralisti scettici non hanno un credo, una fede ma pensano che l’agire immediato sia sempre la miglior soluzione, sono i cow-boy della politica. Le sparano grosse apposta, perché in realtà sono vuoti dentro, senz’anima. Parlare con loro ammutolisce. Sono quelli che hanno una soluzione drastica e brutale per tutti i problemi del mondo. Tagliano tutto con l’accetta del loro pressapochismo spirituale. I migranti ? Tutti a casa loro! I politici? In galera! I fascisti? Tutti morti! I comunisti? Guai a loro! I poveri ? E’ colpa nostra! Il mercato? E’ intoccabile! Lo Stato? Va abbattuto! Le banche? Vanno rapinate! Ragionano per slogan, pensano per frasi fatte, la loro capacità di analisi è prossima allo zero, la loro azione si pone allo 0,5 sono economi della politica, minimo sforzo nessun risultato. Inutili nichilisti.

C’è infine una categoria a parte. Trasversale. Sono gli ipocriti opportunisti. Sono quelli che hanno militato per decenni nelle più svariate compagini politiche, che hanno professato qualche credo assoluto e poi risolutamente lo hanno dimenticato. Ex di ogni dove, di ogni cosa, di ogni idea. Post qualunque cosa, vengono dopo tutto quel che c’è stato. Ambiguamente indefiniti, mimetizzati nel per lo più. Si credono più furbi di te, più intelligenti di te, più bravi di te. E infatti oggi straparlano come se non ci fosse una memoria, come se nessuno li conoscesse. Attaccano la politica del momento usando concetti che non sono mai stati loro e di solito saccheggiano alla filosofia, al sacro, ai diritti umani, alla religione. Parlano di democrazia, bene comune, accoglienza, solidarietà, essere umano, fratelli, umanità etc. ma non hanno mai avuto nessun dio, e nelle loro visioni un Dio non c’è. Religiosi senza religione. Fedeli senza fede. Sono opportunisti del linguaggio, i piccoli chimici della rete. Da Madre Teresa a Che Guevara. (ne traccia un identikit Calasso nell’Inominabile attuale, quando parla di Homo saecularis, scrive: “Il divino è ciò che Homo saecularis ha cancellato con cura, con insistenza. Ma il divino non è come una roccia, che tutti inevitabilmente vedono. Il divino deve essere riconosciuto. E il riconoscimento è l’atto supremo verso il divino. Atto spontaneo, momentaneo, non trasponibile in uno stato”). Un pezzo di qua e un pezzo di là e credono di far opinione e soprattutto di averne una che è solo loro e che vale oro. Patetici.

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Attualità

Cronache 2018: may you trump the macron.

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Oggi sembra possibile utilizzare solo immagini letterarie o cinamatografiche per rappresentare la realtà. Una è Blade Runner il film di fantascienza del 1982, diretto da Ridley Scott in cui in un mondo semidistrutto da nubi tossiche dei cyborg cercano di illudersi di avere emozioni reali, l’altro è Fahrenheit 451 di Ray Bradbury romanzo del 1959 in cui Montag, pompiere che brucia libri, dice al vecchio Faber “abbiamo tutto quello che può farci felici ma non siamo felici”.

Nel 2003 l’America di Bush junior attaccò l’Iraq di Saddam Hussein, con la scusa delle armi chimiche (dette anche di distruzione di massa) con l’appoggio dell’inglese Tony Blair laburista, (da labour lavoro, sinistra anglosassone) trascinandosi dietro l’occidente alquanto reticente. Sono passati 15 anni, l’Iraq è stato distrutto, è nato Daesh e il nostro (cioè a noi prossimo) bacino mediterraneo è una polveriera mentre Bush beve birra e mangia bretzel alle Hawaii e Blair gira il mondo a conferenze, (o a ricevere premi a Chicago) impuniti. Le armi chimiche non c’erano, o meglio non le trovarono allora, ciò non impedì l’attacco all’Iraq. Pare che l’Isis trovò e utilizzò nel 2014 alcune vecchie armi chimiche nei magazzini di Saddam Hussein. Erano degli anni ’80 di fabbricazione statunitense, assemblate in Europa,  vendute al leader iracheno da Belgio, Francia e Italia durante la lunga guerra tra Iraq e Iran. (L’Occidente rifornì Saddam di armi che vennero usate contro i curdi poco tempo dopo).

2011, 8 anni dopo, ancora impuniti decidono di rifarlo, si dicono: “abbiamo preso in giro il mondo intero rifacciamolo!” Francia e Usa, ed una scodinzolante Gran Bretagna, a parti invertite (Sarkozy destra e Clinton Obama democratici americani) rovesciano Gheddafi, leader libico, che poco prima aveva finanziato la campagna presidenziale del francese con milioni di euro, la chiamano “primavera araba” e allora sembrava un risveglio democratico. Caos mediterraneo all’ennesima potenza, attentati  e barconi stracolmi di profughi alla deriva umana nei mari italiani e in giro per l’Europa. Un vero successo, non c’è che dire.

2018 Siria, il mondo occidentale accusa Assad, leader siriano alleato fidato di tutti i paesi del mondo fino a ieri l’altro laico e moderato, di aver usato armi chimiche per contrastare i “ribelli” che vogliono rovesciarlo, un’appendice delle c.d. primavere arabe  che è stata supportata da Paesi stranieri politicamente vicini agli Stati Uniti mercenari addestrati probabilmente in Turchia ed Arabia Saudita e da milizie islamiste di ispirazione qaedista. Il 14 aprile sono stati lanciati 103 missili, gli USA li chiamano “attacchi di precisione” Teresa May, (e il fido Boris Johnson) nuova leader inglese ma stavolta conservatrice,  definisce l’attacco “legale e giusto” e a anche “limitato, mirato e con chiari paletti”, e lo fanno poco tempo dopo aver appoggiato l’uscita dall’Europa monetaria e chiesto di boicottare la Russia di Putin. Macron il frnacese afferma oggi: “Tre paesi sono intevenuti, lo dico molto onestamente, per l’onore della comunità internazionale” (sic), parole testuali pronunciate al Parlamento europeo, dall’erede politico del firmatario del famoso patto, François Georges-Picot (tanto per ricordare le truppe francesi lasciarono il territorio siriano e libanese solo nel 1946). Solo il 15 aprile ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) iniziano la loro indagine sul presunto uso di armi chimiche a Douma, (e da parte di chi)  tipico degli americani “prima spara poi parla”…

Ora lasciamo perdere per un momento la Mesopotamia, Sykes – Picot, la Pipe line, il petrolio, la Turchia, l’Iran e Israele, i cristiani di Siria e i Curdi, tutto variabili dello stesso discorso,  restano almeno un paio di semplici domande d’obbligo. Una cinica e una geopolitica, intercambiabili. Ma gli americani non possono farsi le guerre a casa loro? Ma l’Europa cosa ci guadagna  a bombardare di caos la soglia di casa propria?

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Attualità, Politica, pratica filosofica, Venezia

I Dialoghi di cittadinanza. Pratica filosofica attiva, radicale, critica e sociale.

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Dopo i Laboratori, Le idee per la testa, i Seminari, i Caffè filosofici dal 15 al 22 marzo 2018 si svolgeranno i Dialoghi di cittadinanza, inseriti nel ciclo di incontri di educazione alla cittadinanza dedicati a “Post verità e false verità” .

La pratica filosofica oggigiorno è sempre più dispersa e frammentata, specchio della società complessa in cui viviamo e a cui essa dovrebbe e potrebbe fornire spazi e contesti sociali concavi in cui il pensiero libero e condiviso avrebbe la possibilità di respirare. Ciò accade in ogni angolo remoto del mondo ed è un lavoro piccolo e tenace, di cui esistono innumerevoli tracce e disseminazioni. Una pratica quella filosofica che è continua ricerca di sperimentazioni e possibilità, nella convinzione che non sappiamo più dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza ma nemmeno dove cercare la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione ma sappiamo non sapendo che la cultura è ciò che rende possibile ogni cosa, plasmando in modi infiniti la natura umana. L’invito alla filosofia oggi riacquista un senso e una direzione inusuali, cadute le narrazioni ideologiche che invitavano alla praxis politica, svelato il vuoto che sottende al toto economico, de deificato il cristianesimo in un simulacro di religione,  superpotenziata la scienza muta e sorda senza intelligenza, l’esortazione si configura come esplorazione del limite che invita a riconoscere il confine specifico dell’uomo e allo stesso tempo come interrogazione sull’astensione, sull’ascesi, sulla rinuncia. Perchè ciò che manca non è solo la logica, come scrive Bencivenga nel La scomparsa del pensiero, ciò che manca è la stessa pratica del pensiero critico, il solo avere l’occasione di farlo, in spazi e luoghi pubblici in cui la razionalità si concretizzi in quel tentativo metodico e tenace di portare la ragione nel mondo di Horkheimer. Difficoltà di pensiero: difficoltà a vedere o a leggere situazioni, difficoltà a concettualizzare, a dare spiegazioni, a fornire un argomento, a proporre più ipotesi, a problematizzare: siamo diventati pensatori disfunzionali, non- pensatori quindi, o a – pensatori. Diffidiamo dei mediatori di cultura tradizionali: pensiero, filosofia, fede, ideologia ma al contempo ci affidiamo interamente a super – mediatori, i tecnici: commerciali, tecnologici, economici, finanziari, abbiamo abbandonato la cultura per la tecnica, direbbe Severino, non sapendo prevedere quanto e come la tecnica influenza il pensiero.

Si tratterebbe quindi di tematizzare un ripensamento del soggetto, (il buco nero filosofico del ‘900) ma questo ripensamento necessita a sua volta di una rielaborazione del filosofo come esperto “multiversatile” capace di più linguaggi, e di una rielaborazione del soggetto come “multialfabeta” come soggetto globale, informato e informatico, consumatore responsabile, critico politico, e scettico radicale.

I dialoghi di cittadinanza sono incontri di pensiero a più voci che hanno come obiettivo la chiarificazione comune di concetti, temi e idee che percorrono la nostra società a partire da esempi di vita concreti. I dialoghi di cittadinanza rivendicano il primato della domanda, meglio del domandare interrogante, o interrogazione radicale: da Socrate a Gadamer di Verità e metodo, infatti si ricollegano alle pratiche filosofiche di matrice dialogica, in particolare al Dialogo Socratico di Leonard Nelson, Minna Specht e Gustav Heckmann (veri pionieri della pratica filosofica nel mondo,  a partire dagli anno ’20 del Novecento, anziché Lipman come spesso si dice) e si possono definire anche sedute di pensiero o processi creativi collettivi di pensiero. Esaminare problemi, formulare ipotesi è un impegno che richiede, prima di tutto, un’attenzione al dire cioè che comporta una particolare riflessione sull’uso delle parole e il loro senso comune. Questa proposta di pratica filosofica si regge sull’idea che il ragionare sia un “pensare-parlare” qui innescato da tematiche d’attualità civile, politica e sociale in situazioni comunitarie in cui la decisione di argomentare le proprie idee, motivare scelte e comportamenti – di cui da sempre si fa portavoce la riflessione filosofica – è dettata proprio dal vivere in una comunità di pensanti che condividono il valore e i vincoli della razionalità. Come accade con altre pratiche filosofiche, seminari, laboratori e caffè, il senso dei dialoghi di cittadinanza non starà tanto nel risultato finale (la risposta/chiarificazione della questione posta  inizialmente) quanto nel percorso che si intraprende insieme, denso in ogni suo momento di occasioni di crescita e riflessione per ciascuno.

La pratica filosofica – come già detto altrove –  come scrisse Achenbach, «è “Umagang” ( rapporto). (…) Ora, la Pratica  filosofica si sforza di ottenere questa lode, [ di essere socievole n.d.a.] poiché essa è il tentativo di rendere la filosofia umganglich (socievole) nel dialogo, cioè nella lingua spontanea del rapporto. (…) » da ciò derivano tre aspetti che la caratterizzano –   conseguenze che forse non sono state sufficientemente esplicitate – aspetti che sono: la relazione, la mediazione, il logos.

In primis quindi un filosofare aperto al rapporto con chiunque sia non-filosofo, priva perciò di snobismo, elitarismo, settarismo ed esclusioni aprioristiche, è sociale come la definì Horkheimer, ha un ruolo sociale. Secondo, ne possiamo dedurre che è un’arte del tradurre, che si può facilmente intendere come arte della mediazione, evidentemente, in quanto il tradurre è sempre farsi mediatore, tramite, punto mediano, tra due o più parti. Terzo: il rapporto con i non-filosofi, è chiaro di per sè, identifica quindi un’attività non per addetti ai lavori –  filosofi che parlano ad altri filosofi –  ma che si apre al pubblico e si mette in relazione. Un altro aspetto fondamentale infatti è che la Pratica Filosofica ha cioè reali capacità di relazionarsi agli altri, non è aristocratica, non è autistica, non guarda nessuno dall’alto al basso,  ma è comunicativa, dialogica, sociale (Umganglich) e non ha bisogno di titoli onorifici, è umile e questo non è mai scontato.

Per questo la Pratica filosofica nasce paidetica e si inserisce in un contesto politico ed educativo fin da subito –  ed anche in seguito come didattica in Lipman negli USA-  con la Scuola di Walkemhule di Nelson e Minna Specht, in cui critica, etica e pedagogia si incontrano nel Dialogo socratico contro il nazionalsocialismo, l’esilio e per promuovere autodeterminazione, responsabilità e la coscienza critica delle persone, come del resto ha scritto chiaramente Dordoni nel suo dimenticato “Il dialogo socratico”.

Essendo attività filosofica il rapporto si configura nel dialogo, cioè attraverso il logos, che è l’opera comune di coloro che parlano, non un soliloquio, un parlarsi addosso, un verbalismo acromatico, un rovesciarsi di argomentazioni unidirezionali, ma  un dialogo che ha un ethos, il rispetto, che ascolta l’altro e gli altri, che stabilisce davvero una relazione tra pari non agonistica, non vuole vincere come in una disputa, perché appunto la base ne è il rispetto, è cioè avere rispetto di chiunque sia di fronte a te. Relazione non agonistica significa che il dialogo socratico, di cui è fatta la Pratica Filosofica, esclude qualsiasi metodo eristico e retorico, ovvero non ha nulla a che fare con l’arte di argomentare con ragionamenti sottili e speciosi, e nemmeno con il parlare bene e a lungo di concetti ed autori a fini di mostrare erudizione e superiorità intellettuale. La Pratica Filosofica è una pratica in cui, anche se pare assurdo dirlo, il filosofo non appare al centro, è una pratica che demistifica il filosofo. Soprattutto il filosofo che vede la pratica filosofica come masturbazione cerebrale a due, mal interpretando i dialoghi platonici in cui Socrate parla sempre con uno (lapalissianamente) ma sono rivolti ai molti, coinvolgendo i commensali, i commercianti, i cittadini, gli atleti, nell’Atene del V secolo, ed infine i lettori della trascrizione letteraria platonica. Platone che nell’esame di Dioniso inserisce la vita di comunità, come requisito “filosofico” nella Lettera VII. Non filosofia per me e te ma filosofia per noi. Funzione sociale appunto, Horkheimer: “ é lo sforzo intellettuale e in ultima istanza pratico di non accettare senza riflettere, per pura abitudine, le idee, i modi di agire e i rapporti sociali dominanti; di accordare gli uni con gli altri e con le idee e i fini generali dell’epoca i singoli aspetti della vita sociale, di dedurli geneticamente, di separare il fenomeno e l’essenza, di analizzare i fondamenti delle cose, ossia in breve di conoscerle realmente.”

Non c’è quindi nessuna svolta pratica la cui epistemologia teorica possa in qualunque modo significare qualcosa o distinguere o definire o che traduca un gesto filosofico ma solo un soffio vitale, un brindisi con Dioniso, una lingua di fuoco, un volo di uccello in uno sbatter d’ali che riportano la filosofia al suo grembo greco. Il filosofo pratico è mediatore di cittadinanza e la pratica filosofica è governata dalla pragmatica della comunicazione non dall’ideologia, il cittadino può avere una sua ideologia la filosofia no. Ma dalla lezione socratica possiamo tornare a comprendere che la costituzione originaria del primum philosophari si fonda sulla polis e sul dialeghestai, la qual cosa significa che solo un ritorno all’agorà cittadino del logos comune può determinare una reale coscienza civile di ripensamento critico,  il che tramutato in moneta sonante oggi significa che la filosofia deve tornare sporcarsi le mani con le moltitudini, tornare al confronto pubblico e all’immaginazione produttiva spinoziana,  con quella passione per la conoscenza che Platone e Nietzsche ben rappresentano.  Spinoza che scrisse: «Possiamo facilmente comprendere quale sia l’ottima condizione di un qualsiasi governo, se consideriamo il fine di una società civile: cioè la pace, la sicurezza della vita. Il miglior governo dunque è quello dove gli uomini passano la vita in concordia e i cui diritti rimangono inviolati. Ora è certo che le sedizioni, le guerre, il disprezzo o la violazione delle leggi, sono da imputare non tanto alla malizia dei sudditi quanto alle cattive condizioni del governo. Infatti gli uomini non nascono civili, lo diventano.»

Chiunque infatti si aspetti dai dialoghi di cittadinanza un’oretta di chiacchiere, una lezione esperta, un’esibizione colta o peggio un personale palcoscenico oratorio resterà deluso. Per tutto ciò ci sono i guru, gli accademici, le dispute televisive, i festival. Chi vuole intraprendere un viaggio di ricerca metta nello zaino le proprie credenze e le sottoponga al vaglio della propria anima, condivida il proprio caos e lo suggelli nel logos comune, questa è cittadinanza a mio modesto parere.

Cavallino Treporti – Venezia 15 e 22 marzo 2018 ore 20.30.

http://www.comune.cavallinotreporti.ve.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2007

 

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Attualità, Politica

Cronache. 23 settembre 2017

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Tempo di referendum. Si parte il 25 settembre – si vota nel Kurdistan iracheno – poi il primo ottobre in Spagna e si finisce il 22 in Italia. Sono 3 referendum apparentemente molto lontani tra loro ma accomunati dalla comune motivazione: la richiesta di autonomia dei proponenti, con sfumature diverse,  dall’attuale appartenenza statuale.

Storica quella della Catalogna, che risale almeno alla fine del XIX sec. ma che ha radici che affondano nei secoli, meno antica – ma non meno ricca di storia – la rivendicazione veneta: l’attuale governo regionale ha deliberato la consultazione per conoscere il parere degli elettori della regione circa l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia al proprio ente territoriale. Infine i Curdi, popolo che abita territori appartenenti da secoli ad altre nazioni ( Iraq, Iran ,Siria, Turchia) e che il 25 settembre voterà nella sola parte irachena.

Gli storici potrebbero osservare che siamo al disfacimento del mondo del Congresso di Vienna del 1815 e di Yalta del 1945, altri potrebbero notare che la globalizzazione soffre di eterogenesi dei fini, conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali cioè mira all’unità globale ma scatena forze centrifughe locali, i politici potrebbero notare la volontà popolare referendaria  come la forma più pura di strumento di consultazione democratico, i nazionalisti sanno sicuramente che i referendum sono per loro un grande pericolo.

Ne parleremo al 23 ottobre.

img: Boligan

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Cronache 19/02/2017

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In scena il consueto e rituale psicodramma della sinistra italiana. Quella sinistra demo popolare italiana controparte della destra conservatrice repubblicana, quella che a sinistra sinistra rinnegano e che governa dall’era post berluscon/montiana ( 2011). Parole arcaiche come scissione, correnti, direzione del partito, assemblea,  conferenza programmatica, congresso,  giochi linguistici che risuonano come mantra del ‘900. Rituali esoterici di partitocrazia. Un giovane capo sfida i vecchi tra votare ora o tirare a campare ancora un anno. E’ dal 1990 che questo mastodonte italiano prima post comunista e poi ritardato –  come un coito – compromesso storico si dimena in pre agonia perenne, in coma storicistico, fuori tempo e fuori luogo. Una Odessa senza spie, uno scampolo del novecento di Bertolucci. Sintesi impossibile della democrazia italiana.  Il loro ultimo risultato elettorale è una sconfitta referendaria nel 2016 – che per qualsiasi sinistra è una condanna a morte – e un 40% alle ormai lontane elezioni europee 2014. Governano con meno della metà del consenso sulle macerie della storia mentre all’orizzonte europeo fosche nubi nazionalistiche e identitarie turbano i sonni popolar democratici del continente. Poche nuove, pessime nuove.

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Attualità, Politica

Referendum e giochi linguistici. (Conoscere per deliberare)

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Al di là della campagna elettorale e degli schieramenti politici attuali in vista del 4 dicembre è possibile leggere le dichiarazioni del Presidente del Consiglio come un gioco linguistico ? Può sembrare un approccio inconsueto ma è uno dei possibili tra i tanti a disposizione e forse più efficace per comprendere un momento politico e sociale.

Cos’è un gioco linguistico? Fu Wittgenstein a coniare il concetto in base all’idea che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività o di una forma di vita, ed è ciò che si situa “nella prospettiva di una determinata attività, di una situazione concreta o di una forma di vita” ; come scrive Hadot significa “ricondurre i discorsi ai loro giochi linguistici, alla forma di vita che li aveva originati, alla situazione concreta, personale o sociale, alla praxis che li condizionava o agli effetti che  voleva produrre”*. E’ un esercizio che intende il significato come uso, che qui corrisponde dunque al suo uso all’interno di un determinato contesto, quello politico nazionale, figlio delle Repubblica italiana, dei partiti italiani e della classe dirigente italiana, nella nuova Europa.

Prendiamo le dichiarazioni del 25 novembre, in cui Matteo Renzi parla dello spettro di un governo tecnico, post eventuale vittoria del NO, in cui dice: “”Dopo che l’ultimo, quello di Monti, ha alzato le tasse e realizzato un pil al -2,3%” è un’ipotesi alla quale il premier si dice ancora una volta non disponibile, a Berlusconi che parla di un  tavolo con lui sulla legge elettorale in caso di vittoria del No, risponde che ci troverà “Grillo o D’Alema” ma non lui. La scelta delle priorità per le riforme istituzionali e strutturali era obbligata e coerente con il dibattito degli ultimi trent’anni. Lo ha detto Renzi a Torino. 5 ex premier che per anni ci hanno detto riforme e non le hanno fatto, poi se gli italiani vogliono affidarsi a loro, prego si accomodino. Io non sto lì a vivacchiare, io non sono adatto, se dobbiamo tornare alle liturgie del passato, le riunioni di maggioranza con i tecnici, per la logica della palude, delle sabbie mobili tanti sono più bravi di me. Io sto se possiamo cambiare. Renzi ribadisce di non essere un uomo per tutte le stagioni. Ho 41 anni – sostiene – ho fatto il premier, non ho più bisogno di aggiungere una riga al curriculum vitae. Quando toccherà uno si gira, si inchina alla bandiera e sorride, non mette il broncio. Passerò la campanella con un sorriso e un abbraccio a chiunque sia perché Palazzo Chigi non è casa tua ma degli italiani. Non si sta in politica solo per svolgere un servizio ma per cambiare qualcosa. Il mio futuro non è interessante, il referendum è un occasione per l’Italia, è l’assist perfetto e l’Italia ha l’occasione per fare il tiro decisivo. Il 2017 – dice in un altro passaggio – sarà cruciale per l’Europa e l’Italia deve avere una forte strategia europea e, secondo me, lo può fare solo un governo con solidità e stabilità “.

(http://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/referendum/2016/11/24/referendum-renzi-un-paese-maturo-va-a-votare-senza-inseguire-le-inchieste-_8705f416-6292-4987-9db8-511e68613f26.html)

Governo tecnico e politici italiani aprono questo articolo e Renzi li cita come spauracchi che dovrebbero scongiurare il NO e convincere gli elettori, soprattutto i nomi di Grillo e D’Alema, il primo vero pungolo del PD e antagonista concreto, il secondo simbolo del vecchio stile politico, superato e astioso. Una sconfitta referendaria consegnerebbe il paese a loro. Davvero? In realtà è prerogativa del Presidente della Repubblica decidere cosa fare, e le possibilità sono sostanzialmente due: sciogliere le Camere e indicare una data per elezioni, incaricare su indicazione dei partiti un candidato quanto più condiviso in base all’attuale schieramento risultato vincitore alle ultime elezioni politiche, che questo possa essere un “tecnico” ( qui inteso come alternativo ad un uomo politico ) è solo una delle possibilità.

Le riforme sono quindi in questa dichiarazione una scelta obbligata e coerente con un dibattito trentennale. Quale dibattito? E quale trentennio ?  Dal 1986? Nella sinistra italiana l’appellativo “riformista” era un tempo un marchio d’infamia, sinonimo di eretico rispetto all’ortodossia della fedeltà alla linea e preludio all’epurazione partitica. In Italia le riforme non hanno mai avuto grande seguito, accade solo negli ultimi anni ed infatti la sinistra è in questo campo poco credibile, spesso arroccata su posizioni di intangibilità costituzionale. Infatti nelle cronache risulta una vaga idea socialista di riforma mai formalizzata veramente, quello che fu il tema della “grande riforma” riferito sia alla forma di Stato, che di governo, che emerse nell’agenda politica italiana soltanto alla fine degli anni ’70, per iniziativa del PSI di Craxi, di conseguenza demonizzata a prescindere. (Forattini, fumettista satirico, raffigurava in questo senso Craxi vestito da Mussolini, a sottolineare le sue presunte tendenze accentratrici). A questa ottica, prevalentemente orientata verso il rafforzamento dell’efficienza e della stabilità dell’esecutivo, si erano ispirati – pur nell’estrema diversità delle soluzioni – vari progetti elaborati, oltre che dai maggiori partiti, da taluni ambienti scientifici o da sedi istituzionali. Quindi in fondo un’idea estranea alla sinistra politica italiana. Si ebbe perciò,  tra gli anni 80 e gli anni ’90,  la serie delle Bicamerali, commissioni parlamentari con l’incarico di studiare bozze e ipotesi di riforme, tutte abortite in un nulla di fatto, per decenni. Tutte accomunate nella volontà di eliminare il bicameralismo parlamentare italiano, o perlomeno posizionate  tra un Senato da riformare ed un modello presidenziale.

E nel mentre passò “Tangentopoli” (1992) e azzerò i partiti dell’arco costituzionale mentre si sviluppava un dibattito nazionale sul modello federale, di fatto senza che nulla si muovesse, compresi i tentativi della Bicamerale D’Alema / Berlusconi del 1998, osteggiata, criticata ed infine affondata e il successivo tentativo di riforma del governo Berlusconi del 2006 bocciato invece al Referendum confermativo.

Intanto nel 2001 il governo Amato introdusse la riforma il Titolo V, quello che regola i rapporti Stato/Regioni, stabilendo che ci sono materie di esclusiva competenza dello Stato, altre di esclusiva competenza delle Regioni e altre ancora di “competenze concorrenti”, vale a dire temi su cui entrambe le parti hanno voce in capitolo. I cambiamenti apportati nel 2001 , sono tutti andati nella stessa direzione: quella del federalismo, in base al quale lo Stato centrale ha “delegato” decisioni, introiti e spese, alle Regioni, concedendo loro una maggiore autonomia. È opinione unanime che la riforma del 2001 (voluta anche in quel caso dal centrosinistra) , così com’è stata attuata, ha prodotto più danni che benefici. In particolare, ha causato un sostanziale aumento dei costi. Di questo trend è rappresentativa soprattutto la sanità, la cui spesa, nel corso degli ultimi quindici anni, è salita da 75 a 113 miliardi di euro. E i tentativi di riforma della P. A. del ministro Madia sono oggi naufragati.  “il centrosinistra pensò di usare la Carta per intestarsi le parole d’ordine del federalismo e dell’autonomia portate da una Lega allora arrembante al centro del dibattito politico. In 15 anni ha prodotto migliaia di sentenze sui temi più disparati, la sentenza di ieri rappresenta solo l’ultimo, pesante risultato. Il problema, ovviamente, non è la Corte costituzionale, ma un sistema di rapporti fra Stato e autonomie locali mai chiarito fino in fondo,”(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-11-26/gli-errori-ripetuti-un-titolo-v-cambiare-102314.shtml?uuid=ADBERF2B)

Renzi dice di porsi su questa scia. “La scelta delle priorità per le riforme istituzionali e strutturali era obbligata e coerente con il dibattito degli ultimi trent’anni.” Forse, ma a modo suo. Nei fatti che realizzerebbe questa riforma il Senato sarebbe solo ridotto, con diverse attribuzioni ma le autonomie locali sarebbero di molto ridimensionate. Il dibattito attuale su questo punto pare non soffermarsi troppo: nella proposta di riforma l’art. 117 prospetta una radicale operazione di accentramento, che riduce al minimo l’autonomia regionale, perché diventano di esclusiva competenza statale i 3/4 delle materie che oggi sono di competenza concorrente. La riforma targata Renzi-Boschi mirerebbe a rimediare alle storture precedentemente create facendo un vero e proprio passo indietro. Il che significa togliere alle Regioni (a statuto ordinario, per quelle a statuto speciale i cambiamenti sono minimi) parte della loro autonomia, accentrando nuovamente i poteri nelle mani dello Stato. ripulito. Le competenze esclusive che tornerebbero allo Stato (e di riflesso alla UE) riguardano: energia, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e navigazione, beni culturali e paesaggistici, ambiente ed ecosistema, attività culturali e turismo, governo del territorio, protezione civile, porti ed aeroporti civili. Da un federalismo abbozzato ad un riedito centralismo. Ma da ciò non può derivare alcun beneficio né al Pil né all’occupazione.

Nel discorso renziano l’inaffidabilità (affidarsi a loro che hanno fallito) dei predecessori (ben 5 dice Renzi, quindi : Letta, Monti, Berlusconi, Prodi, Amato, forse Renzi ha lasciato fuori proprio D’Alema …) che non sono riusciti nell’intento è segno della loro incoerenza, in quanto a parole erano per le riforme, (ma si tace sulla riforma del 2001 implicitamente criticata nella nuova proposta) e qui ritorna ancora la contrapposizione vecchio/nuovo, rottamatore / innovatore refrain renziano fin dalla sua ascesa che ha rinfrescato il vocabolario politico italiano, il nuovo che avanza. Vivacchiare non è per il premier, ma in che senso vivacchiare ? Vorrebbe forse dire “tirare a campare” politicamente cioè governare senza risultati concreti, di andreottiana memoria? Meglio morire quindi ( tirare le cuoia l’alternativa che Andreotti escludeva) politicamente parlando, cioè andarsene, abbandonare l’agone, si ripresenta la personalizzazione del voto referendario, prima affermata poi ritrattata infine confermata. Il voto del referendum è pro o contro, lui.

 Il riferimento alle liturgie del passato è diretto invece alle pratiche parlamentari dette talvolta anche “da prima Repubblica”, cioè incontri, accordi, contrattazioni, “la logica della palude, delle sabbie mobili”, di cui è noto il  corrispondente “teatrino della politica” di ventennale e inefficace berlusconiana memoria, il disgusto per le pratiche ( certo talvolta in Italia molto “bizantine”) che altrove sono considerate semplicemente democratiche, già la democrazia:  il dialogo, il confronto, l’accordo. Renzi vuole il cambiamento, vuole essere un innovatore o niente, con poche mediazioni e tante decisioni veloci, meglio se elaborate tra pochi eletti.

Se questo non avviene lui se ne va. “Renzi ribadisce di non essere un uomo per tutte le stagioni.” Lui fa politica “per cambiare qualcosa”. Cambiamento in Italia oggi pare essere la ridefinizione del Senato. Lui ha 41 anni e ha fatto il premier, il massimo che poteva sperare ( per 3 anni e non a seguito di elezioni ma incaricato dal Presidente della Repubblica ) cosa può chiedere ancora, cosa potrebbe aver “bisogno di aggiungere al curriculum vitae”?  Ambizione, carriera, cinismo? Difficilmente un politico si vanta di quel che ha fatto senza risultati concreti sul suo obiettivo centrale, questa affermazione suona strana, perché parlare di curriculum? Segna forse un difetto di coscienza? Dover dimostrare di aver raggiunto un obiettivo, ma che è personale non politico … Forse è il sapere di non essere stato scelto dagli elettori ma da “giochi di palazzo” ? Forse. Il seguito è ancora più ambiguo: come reagirebbe se  dovesse lasciare Palazzo Chigi? Non con il broncio. Singolare che Renzi pensi già al “dopo”, e già pensarlo significa porlo come possibilità, rappresentarlo;  non è l’unico, lo fanno già Berlusconi (redivivo giusto in tempo per l’ultima settimana di campagna elettorale) e Grillo, pubblicamente: governo tecnico e voto in primavera ….

“Il 2017 sarà un anno cruciale per l’Europa”  e “l’Italia deve avere una forte strategia europea e, secondo me, lo può fare solo un governo con solidità e stabilità” dice il Presidente del Consiglio, e qui  l’equazione immediata è che allora l’Italia oggi non conti nulla in Europa, se serve cambiare al Costituzione perché conti di più ( domanda: lo hanno fatto anche altri paesi dell’UE?)  e che manchi di solidità e stabilità, paventando inoltre un torbido futuro molto prossimo, e anche svelando così il trucco della reale situazione italiana, confermando implicitamente le peggiori previsioni internazionali sul destino economico e politico della penisola. Considerando che Monti, Letta e lui stesso sono stati “nominati” dall’ex capo dello Stato, che non volle sciogliere le camere, camere votate con una legge considerata incostituzionale (tuttora vigente) per meglio veicolare le richieste d’Europa, questa affermazione potrebbero semplicemente far intendere che nel continente si richiede un adeguamento costituzionale, e a scendere risalire dietrologicamente al famoso documento di una nota banca d’affari americana del 2013 in cui  si sottolineava l’eccessiva impronta socialista a tutela di lavoratori presente nella Costituzione italiana. Sostanzialmente Renzi chiede agli italiani di essere “più europeisti” nel momento più basso dell’unità europea, nella fase storica in cui l’Europa è messa in discussione più che mai.

L’abbandono della vecchia politica, il nuovo come decisionismo politico, il presentarsi come innovatore, la metafora antidemocratica, il calcio come background, il “o con me o contro di me”,  il personalismo, l’affabulazione e la retorica spiccia, agitare spauracchi, un riformismo alla buona, la spaccatura sociale e politica italiana come caratteristica strutturale ed il contrasto con le logiche efficientistiche d’Europa e affaristiche globali.

Nel 2011 il tasso di disoccupazione era dell’8,4% e quello giovanile poco sotto il 30%, il PIL registrava un +0,4%  per converso a luglio 2016 il tasso di disoccupazione è all’11,4%, quella giovanile è pari al 39,2%, il PIL è a + 0,7 nel 2015 ultimo dato utile. Si registra intanto un nuovo record del debito pubblico italiano ad aprile 2016:  è salito a 2.230,845 miliardi. Numeri.

Ecco la situazione concreta dell’Italia alla vigilia del referendum,  personale e sociale, la praxis che condiziona il discorso di Renzi , gli effetti che  voleva produrre nel gioco linguistico elettorale.

Una rappresentazione perspicua (übersichtliche Darstellung), uno sguardo d’insieme (Übersicht).

* P. Hadot, Wittgenstein e i limiti del linguaggio – Bollati Boringhieri, 2007.

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