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Recensione. Della Libertà, di Renato Pilutti.

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La libertà è spesso declinata al plurale, oppure viene intesa in senso molto relativistico, banalizzante, e non precisamente in-relazione tra concetti e enti diversi – la libertà è un fare-ciò-che-si-vuole, oppure un volere-ciò-che-si-fa?

Oggi è difficile parlare di libertà. Potrebbe sembrare un paradosso, in quanto viviamo in un’era di grande sviluppo tecnologico, di democrazia e di largo accesso al sapere. Eppure. Siamo oppressi da una miriade di limitazioni, di inibizioni: personali, che attengono al nostro carattere, alla nostra formazione, alla nostra educazione; sociali perché dipendono dall’ambiente in cui viviamo e in cui ci relazioniamo. Siamo determinati dalle leggi umane e del tutto cui apparteniamo,  e ad esse possiamo esclusivamente adeguarci. A livello personale ognuno cerca di prendere la misura di se stesso.

Amico filosofo e compagno di strada in Phronesis, sia l’associazione che la ricerca comune che ci lega, quel saper vivere guidati dalla saggezza di aristotelica memoria,  Renato Pilutti,  (furlàn, vive en Codroipo, Udine, Italia, scrive di se nel blog che tiene in rete http://www.renatopilutti.it/ ) è teologo e filosofo pratico (Phd) autore di diverse pubblicazioni e articoli scientifici. Segue come consulente delle Proprietà e della direzione diverse aziende, ed insegna in ambienti d’impresa e accademici come riportato fedelmente nel retro del testo.

Questo libercolo, come lo definisce umilmente e autoironicamente l’autore,  è una disamina del concetto di libertà attraverso alcune tra le diverse concezioni reperibili nella lunga storia della filosofia, dai Greci alle neuroscienze. Attraverso le riflessioni di Cartesio, Spinoza, Hobbes, Leibnitz, Locke, Hume, Kant e Fabro l’autore si dedica al valore e al concetto di libertà. E’ un libretto, appunto, breve ma denso, di sole 57 pagine, ed è significativo che spesso di questi tempi i migliori testi editi siano edizioni “diverse” come questa, brevi saggi o pamphlet,  che mirano al sodo, che parlano chiaro e presentano temi di una filosofia che torna a camminare per le nostre strade, per usare una definizione felice di Stefano Zampieri. Pilutti adempie così a quel più arduo impegno del pensiero a scrutare l’abisso del suo tempo.

Renato Pilutti, nell’incipit di questo testo, richiama la confusione di questi tempi caratterizzati da disinformazione e falsificazione della verità: la verità è diventata pura opinione, doxa,  avrebbe detto Platone, pensiero umano incerto e la logica zoppicante scrive l’autore. Scrivere di libertà rappresenta quindi un impegno per Pilutti conscio dell’importanza del termine, del suo valore politico, sociale, morale. Semplificazione e banalizzazione imperano. Si usano le parole in libertà e cresce in chi ha consapevolezza e responsabilità civile un sentimento misto tra imbarazzo e rabbia. Il pressapochismo nei media è diseducativo, al punto di sminuire (ed è cronaca di tutti i giorni) ciò che la scuola dovrebbe costruire.

(Apro una parentesi per consigliare a chi si occupa di giovani e di educazione, a scuola o nelle associazioni, il testo “Educare all’infelicità” scritto dall’autore con  A. Zannini nel 2011, “una sorta di vademecum cui fare ricorso per far crescere un bambino capace di una giusta autostima, aperto verso gli altri, disponibile a mettersi in gioco, fornito dei mezzi per trarsi d’impaccio quando la vita gli crea degli ostacoli. ” un testo che parla di educazione e valori in un tempo che di entrambi  pare non saper che farsene).

Nel web si assiste ad un utilizzo spesso non vigilato o addirittura sgangherato.  A questo proposito vengono alla mente le parole di un altro consulente filosofico Davide Miccione che scrive un libretto dal titolo Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletario cognitivo (Ipoc 2015) richiamando esattamente la stessa questione, oggi esplosa, della massificazione dell’ignoranza,  l’ignorante ipermoderno procede non facendosi alcuna domanda, è portatore di una lettura implicita e non articolata, agghiacciante e distruttiva del rapporto tra vita e sapere». Il linguaggio è forse il segno più evidente dei tempi che viviamo, (il linguaggio è la casa dell’essere, diceva Heidegger) pigrizia, ignoranza, non conoscenza della terminologia e delle etimologie: mancano sentimento e intelletto, che invece troviamo qui in questo libretto che ci si offre come un agile strumento di consultazione.

Pilutti ricorda che, come insegna la tradizione, ci sono due diversi modelli di libertà. Il primo è la possibilità di decidere tra due o più alternativa (libertà di), il secondo tipo di libertà è quello che deriva da un’assenza di costrizione (libertà da). Queste due distinzioni sono le prime, le più elementari. Se la prima definizione, cioè la libertà di, contiene già infatti un profilo che potremmo definire morale, la libertà da invece appare più limitata perché non è detto che il libero arbitrio a cui fa riferimento sia totale, e veramente tale, e non piuttosto una illusione di libertà.

Nel dare uno sguardo all’antica Grecia l’autore ricorda che il greco antico ha diverse parole per dire libertà: libertà personale, politica e sociale, indipendenza, franchezza, licenza, concessione, permesso,  tanti termini per dire la stessa cosa che ha nella realtà diverse manifestazioni. Nell’antica Grecia l’uomo che agisce governato dalla ragione è colui che conosce il proprio destino e lo accetta. In generale nell’antica Grecia il tema della libertà è controverso oscillando tra l’estremo del determinismo assoluto e l’estremo opposto di un libero arbitrio capace sempre di orientare le scelte umane.

Il cristianesimo diffonde un’idea diversa delle facoltà spirituali, rispetto alla cultura greca, perché propone l’analogia di proporzionalità e di partecipazione tra Dio e l’anima umana, cioè intelletto e volontà. La visione cristiana sulla responsabilità individuale e quindi sul libero arbitrio, ha sempre oscillato tra due estremi, scrive Pilutti, sostenendo di volta in volta la fondamentale importanza dell’esercizio libero della volontà o l’intervento della Divina Provvidenza specie se con fede. Agostino declina in due modi il concetto di libertà: la libertas major, ovvero la libertà cosciente del discernimento Cristiano, e la libertas minor cioè una libertà più generica non ispirata dalla buona dottrina, la più diffusa a suo parere.

I capitoli dal quinto all’ undicesimo,  ovvero da Cartesio a Kant espongono la storia del concetto di libertà  che si dipana tra determinismo e libertà del volere, per cui Cartesio si contraddistingue per una certa ambiguità tra un determinismo teologico e il libero arbitrio. Spinoza nei suoi scritti, caratterizzati da un estremo determinismo, individua nel pensiero l’unica reale libertà concessa all’uomo. Per Spinoza non esistono causalità libere ma solo necessarie. Se Hobbes è determinista in maniera radicale: “la deliberazione non è altro che un’immagine alternata di appetito e timore” – per lui esiste solamente la libertà da, quella che prevede un agire senza costrizioni esterne -, Leibniz invece propende per una concezione della libertà in senso preciso: per lui la libertà non è come per Hobbes necessitata ma determinata, cioè “si ha la necessità quando di due proposizioni contraddittorie l’una è vera e l’altra è falsa”  la libertà contingente si può dire anche determinata perché una certa azione può essere compiuta per ragioni diverse.

Per John Locke e David Hume l’uomo è libero di agire non di volere. I campioni dell’empirismo inglese percorrono una strada completamente e radicalmente differente da quella dei filosofi precedenti. Essi rifiutano le posizioni metafisiche. La volontà quindi non è libera se non di volere ciò che vuole, afferma Locke.

Renato Pilutti esemplifica con aneddoti personali di vita come applicare realmente nel concreto vivere questi precetti filosofici e queste diverse concezioni della libertà: nel mondo del lavoro, nell’ambito familiare, nelle esperienze di amicizia. Così ché la filosofia torna a farsi vita reale, ciò che rende comprensibile il nostro agire e ci rende coscienti della nostra soggettività. A questo proposito mi sovviene una definizione di filosofia che l’autore scrive altrove: «La filosofia è un mettersi-davanti-a-sé-e-al-mondo con spirito e pensiero critico, per cercare di comprendere, se non di capire il senso di ciò-che-ci-sembra-esista, della realtà che appare provvista di un suo essere. La stranezza della realtà è che-appare, ma in qualche modo è, e non si manifesta – epifanicamente – solo. La difficoltà è quella di ri-velarla, che significa metterla in evidenza mentre essa si nasconde ancora, come sempre. La ri-velazione è due cose: uno svelamento e un secondo velamento, per cui abbiamo continuamente un apparire e uno scomparire dell’essere.»

La posizione di Kant pone un discrimine fondamentale nelle questioni etiche che riguardano il volere e la decisione nell’uomo. La distinzione tra noumeno come campo di libertà e il fenomenico come campo del necessario diventa con il filosofo tedesco la questione decisiva per quanto riguarda il concetto di libertà. Così nel mondo del noumeno Kant difende la libertà mentre nel mondo fenomenico resta più o meno determinista, sia pure nei differenti modi di intendere il determinismo. Per Kant dunque non si esce dalla causalità determinata necessariamente per cui non si dà alcuna libertà. Il filosofo tedesco determinando “l’autonomia della ragione e della volontà per cui essa è legge”  questo è il discrimine kantiano che rinnova la questione della libertà umana.  La libertà diventa autodeterminazione negli esseri ragionevoli, l’autonomia diventa sinonimo di libertà morale che innerva e sostiene la libertà lato sensu: per dimostrare l’esistenza della libertà occorre operare una introspezione profonda della propria coscienza, la quale mi evidenzierà la mia partenza due mondi: quello animale come regno della necessità fenomenica, e quello umano come luogo dove si esplicita l’agire umano libero, perché dettato dalla coscienza stessa che mediante l’imperativo categorico ordina un “fare la cosa buona perché si deve ovvero la si deve fare perché si deve”,  la legge morale per Kant diventa un fatto della ragione.

Chiudono questa valorosa disgressione sul concetto di libertà due brevi capitoli: il primo sul pensiero di Cornelio Fabro, e il secondo sul collegamento tra filosofia e neuroscienza.

Fabro, che fu filosofo e teologo conterraneo dell’autore, recuperando la nozione di essenza come atto d’essere afferma che l’uomo esprime l’atto d’essere derivandolo dall’ipsum Esse subsistens, cioè da Dio stesso, ed è qui che si pone il tema della libertà umana, cioè nella relazione uomo – Dio. Fabro così introduce la nozione di partecipazione. La partecipazione permette immediatamente di collocare sotto il profilo  esistenziale la libertà della persona umana nella ricerca della verità chiamata dialogicamente a sostenere la ricerca per la comprensione della propria vita nel contesto complesso e talora drammatico della modernità.

Molto stimolante  lo spunto finale che l’autore propone, e che accenna al collegamento tra filosofia morale e neuroscienze. Citando autori che si occupano di neurologia, in particolare Roskies e Libet, ma anche Rita Levi Montalcini e Gerald Edelman, l’autore afferma che neuroscienze e filosofia morale possono incontrarsi sul versante compositivo delle neuro etiche, che non pretendono di essere esaustive di per sé ma, da un lato rifuggendo dal materialismo riduzionistico e dall’altro da uno spiritualismo edulcorato, possano collaborare cercare di comprendere uno dei processi più misteriosi e complessi dell’umano, la coscienza come campo d’azione dei vissuti percepiti e delle scelte volontarie.

A proposito di coscienza è utile ricordare quanto la riflessione della fenomenologia, Husserl e Stein in particolare, sulla costituzione del soggetto avessero già anticipato le tematiche delle neuroscienze, su di una componente – non pienamente comprensibile esclusivamente con paradigmi scientisti – della coscienza «L’essere dell’uomo è corporeo vivente, animato e spirituale. In quanto l’uomo per essenza è spirito, con la sua vita spirituale esce da sé, senza lasciare se stesso, in un mondo che gli si schiude. Non solo egli, come ogni altro essere reale, «respira» la sua essenza in modo spirituale, esprimendosi inconsciamente: è anche personalmente-spiritualmente attivo. L’anima dell’uomo in quanto spirito si innalza sopra se stessa nella sua vita spirituale. Ma lo spirito dell’uomo è condizionato dall’alto e dal basso: è affondato nella sua struttura materiale, che esso anima e forma dandole la sua forma corporea. La persona umana porta e comprende il «suo» corpo e la «sua» anima, ma nello stesso tempo è portata e compresa in essi. La sua vita spirituale si innalza da una profondità buia, come una fiamma di candela che splende, ma che è alimentata da una materia che di per sé non splende. Splende senza essere interamente luce: lo spirito è visibile per sé, ma non è completamente trasparente; è in grado di illuminare altre cose, ma non di penetrarle perfettamente. (…) L’intera vita cosciente non si identifica con il «mio essere», assomiglia alla superficie illuminata di un abisso oscuro, che si manifesta attraverso questa superficie. Se vogliamo capire l’essere persona dell’uomo dobbiamo cercare di penetrare in questa profondità oscura». (E. Stein, Essere finito e essere eterno. Per un’elevazione al senso dell’essere, di A. Ales Bello, Città Nuova editrice, Roma 1988).

Ritorno in conclusione alla questione politica che risulta in sottotraccia come implicita e forse non pienamente sottolineata da Pilutti ma che nella citazione iniziale di Pietro Calamandrei, che l’autore mette in epigrafe e in sottotitolo, si staglia chiaramente: «Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che auguro a voi, giovani, di non sentire mai.»  La libertà è sempre un atto in essere che necessita di un pensiero critico. Ancor più sovviene, questo contrasto tra avere la libertà ed esserne privi, soprattutto  in questi tempi di falsa libertà, quando Pilutti parla di oclocrazia, (stadio di governo deteriore nel quale la guida della pόlis è alla mercé di volizioni delle masse) in tempi di sovranismi e populismi.

Ricordo a questo proposito le parole di un altro amico filosofo e compagno di strada, Andrea Modesto che sull’utilità del fare filosofia scrive: « per condurre la propria vita da uomini liberi, smettendo di farsi trascinare forzatamente avanti, come prigionieri ribelli che, nel tentativo di spezzare le catene e fuggire verso la libertà, finiscono in celle sempre più anguste, scomode e soffocanti. Insomma: un’esperienza controtendenza, e in questo senso inattuale, ma per lo stesso motivo profondamente urgente e, dunque, proprio per questo, più attuale che mai.» Andrea Modesto, “Mini Guida alla consulenza filosofica” edizioni Pellicano © 2016

Scriveva Polibio:  «Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza […], essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia […].»

Cosa si può dire alla fine? Forse si può dire che la vera libertà è vivere oltre i propri piccoli desideri, spiritualmente, elevandosi a un livello più alto dell’esistenza, oltre l’individuazione personale e rifiutando la dittatura dell’io, l’io di tutti i giorni, l’io che vuole, che desidera, che si illude, che freme e scalpita. Trascendendo il proprio io, la libertà è conquistata. È nei momenti di trascendenza che accade l’evento della libertà, nei momenti in cui non si cerca più il proprio scopo solamente in se stessi. In questa prospettiva appare che la vera libertà è un evento spirituale.

Renato Pilutti, Della Libertà. Il tumulto e la legge nell’interiorità di ogni persona e nella politica.  Edizioni Segno 2019

 

 

 

 

 

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Attualità

Cronache 19/02/2017

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In scena il consueto e rituale psicodramma della sinistra italiana. Quella sinistra demo popolare italiana controparte della destra conservatrice repubblicana, quella che a sinistra sinistra rinnegano e che governa dall’era post berluscon/montiana ( 2011). Parole arcaiche come scissione, correnti, direzione del partito, assemblea,  conferenza programmatica, congresso,  giochi linguistici che risuonano come mantra del ‘900. Rituali esoterici di partitocrazia. Un giovane capo sfida i vecchi tra votare ora o tirare a campare ancora un anno. E’ dal 1990 che questo mastodonte italiano prima post comunista e poi ritardato –  come un coito – compromesso storico si dimena in pre agonia perenne, in coma storicistico, fuori tempo e fuori luogo. Una Odessa senza spie, uno scampolo del novecento di Bertolucci. Sintesi impossibile della democrazia italiana.  Il loro ultimo risultato elettorale è una sconfitta referendaria nel 2016 – che per qualsiasi sinistra è una condanna a morte – e un 40% alle ormai lontane elezioni europee 2014. Governano con meno della metà del consenso sulle macerie della storia mentre all’orizzonte europeo fosche nubi nazionalistiche e identitarie turbano i sonni popolar democratici del continente. Poche nuove, pessime nuove.

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Attualità, Filosofia, Politica

Per il 2017: pensiero critico e cittadinanza.

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Il pensiero complesso riconosce l’autonomia dell’etica pur legandola: essa stabilisce il legame tra il sapere e il dovere. Non dobbiamo né possiamo concepire un etica insulare, solitaria. ( … ) dobbiamo legare nella nostra mente i segreti dell’infanzia (curiosità, stupore), i segreti dell’adolescenza (aspirazione a un’altura vita), i segreti della maturità (responsabilità), i segreti della vecchiaia (esperienza, serenità)… dobbiamo vivere, pensare agire secondo la massima “quello che non si rigenera, degenera” ( E. Morin, Il metodo: vol. 6 l’Etica, Raffaello Cortina 2005).

Nella società “globale” di oggi ci troviamo a gestire una quantità impressionante di dati, la nostra mente trae informazioni dall’osservazione, dall’esperienza, dal ragionamento o dalla comunicazione e in tal modo siamo in grado di riflettere e agire: il pensiero critico è questa operazione, anzi questo insieme di complesse operazioni, perciò, in tutta evidenza, è quel tipo di pensiero fondamentale caratterizzato dai processi mentali di discernimento, analisi, e valutazione. Questa capacità è condizione primaria dello sviluppo  umano ed è una tutela contro l’illusione, l’inganno, la superstizione e l’ignoranza di noi stessi e del mondo in cui viviamo.

Jean Luc Nancy afferma : “Perché oggi si parla tanto spesso di «pensiero critico»? Con questo nome si vuole indicare un pensiero che si sottrae al presunto «pensiero unico», a una dimensione, non contestabile. Ma questo pensiero, che viene accusato di imporsi abusivamente come la via unica della globalizzazione della libera concorrenza – generando discriminazioni ovunque, con le sue appropriazioni senza controllo – questo pensiero e tutto il sistema tecnico-economico che lo sostiene si è dispiegato a partire dal venir meno di una lunga serie di pensieri critici (o «alternativi», come si è cominciato a chiamarli).” Matthew Lipman, filosofo e logico americano che introdusse l’utlizzo della filosofia con i bambini diceva: ”il pensiero che genera giudizi poggia, generalmente, su criteri, il che è un altro modo per dire che la formulazione di giudizi validi può essere fatta risalire all’utilizzazioni di forti e affidabili ragioni.”

Saper pensare criticamente oggi appare una priorità se è vero che, al di là delle richieste di adattabilità funzionali al sistema, abbiamo l’esigenza di affrontare cambiamenti e sfide sempre differenti, di saper decifrare il mondo, di “stare” al mondo; questo mondo che esige nuove capacità di “linguaggio”, come la capacità di utilizzare nuovi vocabolari, o la capacità di traduzione e sintesi : “Usare linguaggi diversi significa creare continuamente nuove mappe mentali, nuove mappe cognitive a seconda dei contesti d’uso di riferimento delle procedure di conoscenza o di azione in cui è impegnato; significa produrre strategie appropriate di soluzione dei problemi, e conseguentemente metodi e prospettive competenti di esplorazione e di dialogo.” (U. Margiotta, Pensare in rete, Clueb 1997 p.17)

Nella società contemporanea emergono difficoltà di pensiero: difficoltà a vedere o a leggere situazioni, difficoltà a concettualizzare, a dare spiegazioni, a fornire un argomento, a proporre più ipotesi, a problematizzare: siamo diventati pensatori disfunzionali, non- pensatori quindi, o a – pensatori. Diffidiamo dei mediatori di cultura tradizionali: pensiero, filosofia, fede, ideologia ma al contempo ci affidiamo interamente a super – mediatori, i tecnici:  commerciali, tecnologici, economici, finanziari, abbiamo abbandonato la cultura per la tecnica, direbbe Severino, non sapendo prevedere quanto e come la tecnica influenza il pensiero.

I dati disponibili non sono confortanti, in tanti esempi tratti dall’esperienza quotidiana:  una grande parte di italiani sono incapaci di comprendere o persino leggere una frase che non sia un periodo semplice (soggetto, predicato e complemento) e un’operazione aritmetica appena più complessa dell’addizione o della sottrazione a due cifre. (“Una percentuale di analfabetismo strutturale intorno al 33% in misura proporzionale per classi di età: dai 16 anni in avanti. Il 5% di essi non riesce a distinguere il valore e il senso di una lettera dall’altra. Il restante 28 ce la fa a leggere, ma con qualche difficoltà, parole semplici e a metterle insieme.” – Alfabeto Tullio De Mauro – Italia, Repubblica popolare fondata sull’asineria di Antonello Caporale). Il dossier Ocse 2015 su scuola e università (Education at a Glance) segnala che l’Italia registra uno dei punteggi più bassi in termini di lettura e comprensione (literacy) dei 25-34enni, titolari di un diploma universitario e il dato si riflette sulle competenze logico-linguistiche degli insegnanti, e degli studenti, ostacolando anche il pieno sviluppo dell’educazione alla cittadinanza. Stessa desolazione coglie su un argomento “sensibile” il rapporto uomo – donna: un quarto degli italiani crede che quando i posti di lavoro scarseggiano i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli uomini. “ Il 13% della popolazione pensa addirittura che sia innaturale per un uomo avere un capo donna e due persone su 10 pensano che l’uomo dovrebbe prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia.” (Sessismo, nessun sogno è troppo grande per le bambine,  di Alice Pilla Drago, Il fatto quotidiano – 2 novembre  2016). Non parliamo dell’esercizio del voto: dall’iniziale astensionismo del 6,6% degli elettori alle politiche del 1976, si è in tempi recenti arrivati alla non partecipazione al voto di circa un elettore su cinque ( nel 2008 il dato statistico ha sfiorato il 20%).

Eppure istruzione, parità di genere e partecipazione politica sono solo 3 indicatori tra i tanti possibili. Siamo sempre più in difficoltà nel: comparare, comprendere, creare, descrivere, giudicare, interpretare, ipotizzare, osservare, produrre, riflettere, sperimentare, valutare. Il Ministero dell’istruzione sta tentando di introdurre proposte concrete di innovazione: l’idea di formazione permanente/continua, di competenze per la cittadinanza attiva, l’idea di inclusione, la cittadinanza digitale,  insomma “qualcosa si muove” ma sarà lungo e tortuoso il sentiero che ci porterà, se ce la faremo, a colmare il baratro in cui siamo caduti in questi ultimi 30 anni.

E’ necessario creare di nuovo spazi di pensiero critico globali, come scrisse Hanna Arendt, spazi di presenza comune: “Raffrontate con la realtà che viene dall’essere visto e udito, anche le più grandi forze della vita intima -le passioni del cuore, i pensieri della mente, i piaceri dei sensi- caratterizzano un tipo di esistenza incerta e nebulosa fino a quando non vengano trasformate, deprivatizzate e deindividualizzate, per così dire, in una configurazione che le adegui all’apparire pubblico … La presenza di altri che vedono ciò che vediamo e odono ciò che udiamo ci assicura della realtà del mondo e di noi stessi”. (Arendt, H.: Vita Activa. Milano, Bompiani, 1964).

Emerge, in sintesi, un deficit di cittadinanza che attraversa in egual modo classe politica e società civile, assistiamo alla perdita dei “beni immateriali” del corpo della nazione, una crisi d’identità nazionale. Questa crisi trova nel ricostruire un discorso razionale, nazionale e civile un obiettivo urgente.

“Il Pensiero critico è un pensiero auto orientato, auto disciplinato che cerca la ragione al livello più alto di qualità in un modo imparziale. Le persone che pensano criticamente cercano in tutti i modi di vivere razionalmente, ragionevolmente, empaticamente. (…) Esse si battono per migliorare il mondo in qualunque modo possibile e portano il loro contributo  per una società più razionale, più civile. (…) Esse rappresentano il principio socratico: “una vita non esaminata non è una vita che merita di essere vissuta” perché capiscono che molte vite non esaminate insieme danno come risultato un mondo acritico, ingiusto e pericoloso.” (Linda Elder, 2007 dal sito della Fondazione per il pensiero critico.)

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Attualità, Pratiche filosofiche

L’invasione (mediatica) della filosofia.

originalt bansky.co.uk
 Sul : “Così la filosofia ha invaso la nostra vita di Daniela Monti”  28 ottobre 2016 27 – La ventisettesima Ora.

Invasione? Ne ha parlato Daniela Monti sulla 27° Ora. Di tale invasione e dell’eventuale ragione di tale affermazione non esiste traccia in questo articolo molto milanese della 27 ora del Corriere, (pubblicato il 28 ottobre 2016) che giornalisticamente parlando è un buon pezzo, di “colore” si diceva un tempo, di costume,  quasi – diciamo – di contorno. La dimensione che la stampa nazionale ed i social media ( a 15 anni dai primi articoli che parlarono di pratica filosofica)  hanno deciso di assegnare alla maggiore novità della filosofia degli ultimi 30 anni, sembra essere ancora questa : il taglio di costume, la paginetta locale o il supplemento.

Peccato che la filosofia che “aiuta” sia qui rappresentata come una versione pop edulcorata della “vera filosofia” di cui – si intuisce –  può fare la “servetta”:  una forma semplificata e banalizzata, pur apparentemente negandolo, una filosofia per massaie ed impiegati. Condito di Berkley, Harvard, Financial Times è un articolo che spiega agli economisti che hanno bisogno dei filosofi, che la vera vita non è inseguire la ricchezza, il godimento ma la ricerca di senso, che la “filosofia POP” aiuta a trovare la felicità, a ragionare meglio, a non essere emotivi,  e i 50enni ad affrontare la terza età….

L’articolo inizia con una citazione di un docente americano, ( che ha studiato a Barkley, Harvard)  che collega lo studio della filosofia al raggiungimento di posizioni apicali, manageriali. Che relazione c’è tra le due cose? E perché a sostegno di una introduzione vale la citazione di un docente dell’Università di Syracuse nello stato di New York che si occupa di etica e politica? In seguito la giornalista passa a citare l’ Università Bocconi di Milano e Stefano Sassi, amministratore delegato di Valentino, come simpatizzante della filosofia. A dimostrare … cosa?

Filosofia che a livello accademico soffre il calo degli iscritti del 22%.

Si passa poi nella lettura al cuore dell’articolo: un elenco di pratiche ( generici sportelli comunali dove “trovare consulenza filosofica” come se il consulente fosse un impiegato, corsi pomeridiani di “potenziamento alla filosofia” alle superiori, corsi per i bambini delle elementari, «spazio filosofico» nel carcere minorile ) definite “filosofia semplificata nel linguaggio ma non banalizzata, accessibile” e si chiede se è filosofia autentica, per poi citare il … “Financial Times” (ancora un riferimento  legato al mondo economico)  «la filosofia, per rimanere in vita, ha bisogno dolorosamente della cultura pop». POP. Come un lubrificante serve a meglio muovere un meccanismo.

E poi in serie: Badiou, la vera vita non è denaro, piaceri, potere ( provate a dirlo a ad Harvard o al Financial Times …) Caffo (?) la filosofia insegna la felicità, e Pollastri secondo cui il consulente lavora sullo “sciogliere nodi attraverso una lettura lucida, razionale, coerente”.

E’ quello che viene richiesto agli studenti di Oxford del resto,  prosegue l’articolista: saper ragionare, fare i collegamenti, capire le cose al volo, collegare  le fonti di informazione.  Insomma essere elastici, malleabili, adatti a “funzionare”!

Ed infine l’epitaffio, consolatorio, buonista , citando Montanari – analista biografico ad orientamento filosofico – che pone la filosofia sul versante dell’orientamento e della comprensione, agli incontri vanno i 50 enni perché non basta più la famiglia, il successo e il lavoro….

Che se ne parli bene o male, vale ancora? Ci si deve accontentare ? E’ una fotografia reale della situazione filosofica europea? Dove sono Achenbach, Hadot, Foucault, Horkheimer, Husserl, Wittgenstein, Nietzsche,  Spinoza, Platone? O anche solo Ugo Spirito, o Rensi … con la S!

La pratica filosofica è lo strumento dell’adattamento sociale all’invasione economicista globale? Serve alle aziende? Questo articolo potrebbe andare bene per qualche brochure di facoltà per attrarre iscritti, certo non a illustrare l’evoluzione della svolta pratica della filosofia degli ultimi 30 anni ( di cui si continua a non spiegare nulla), purtroppo un’altra occasione mancata. Accontentiamoci ?

La filosofia insegna la rivoluzione, insegna a ribellarsi, a pensare contro, ad intuire il proprio spirito, a smascherare gli idoli del tempo, a pensare a fondo la propria insoddisfazione e trasformarla in energia, insegna a cercare la propria anima.

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Attualità

Il paese dei dibattiti.

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In Italia si abusa dei dibattiti, Renzi la chiamerebbe “dibattitite”. Sembra irresistibile l’attitudine dei savi italici di proporre dibattiti pubblici,  nell’illusione autoreferenziale di replicare –  in un “format” accattivante ed innovativo –  l’agorà ateniese, come luogo di formazione dell’opinione e di decisione democratica; nell’illusione, altrettanto autoindotta, di essere proprio loro i più titolati ed autorevoli decisori della pubblica opinione, di saperla indirizzare e influenzare. “En passant” : è risaputo che i più titolati esperti non sono stati in grado di prevedere l’attuale crisi economica. Niente di più alieno da quanto accade oggi: nella vita reale ( quasi sempre ma ci sono valide eccezioni ) l’unico effetto prodotto infatti è lo stesso del soporifero teatrino alla “Maurizio Costanzo Show” che per decenni ha rappresentato il più seguito salotto nazionalpopolare serale o notturno del biscione di Arcore. Semi-interviste, semi-analisi, semi-opinioni di semi esperti.
Personalmente, a meno che non si tratti di contesti di formazione professionale, aborro sempre più il formato lezione-frontale, in cui uno o più “presunti” esperti incravattati ( spesso grossi borghesi full prebende optional, benefit all – inclusive ) impartiscono ad una platea succube e passiva, lunghi o lunghissimi monologhi, ( usualmente introdotti da un maître riverente ) sugli argomenti più disparati: la famiglia, la crisi, il successo economico, la povertà del mondo, la convivenza senza matrimonio, il matrimonio gay, la gloria, eutanasia e omosessualità, gettare i rifiuti in giro, il colore delle banane, il successo dello spritz hour, l’orsa Daniza, i lucchetti dell’amore. Insomma l’odierna rappresentazione della fuffa italiana: mediatica, evanescente, patinata, di inizio / fine estate, di cui abbondano la rete e le edicole. Immagino che dal punto di vista chimico-biologico questi “eventi” attivino i recettori atavici e tricolori del sermone politico, del comizio ideologico, della predica domenicale, del guitto monologante, i quali, è noto, secernono morfina.
Sempre IMHO: l’unica discussione produttiva e veramente deliberativa è quella, consapevole e gratuita, in cui in modo paritetico chi parla offre esperienza e idee non competenza e nozionismo, ego e expertise, il modello circolare insomma: paritetico, equo, democratico.
Sarà irriverenza, iconoclastia, scetticismo, cinismo critico, overdose di formazione o la troppa filosofia, ma no, il dibattito no!

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Formazione

Squola !

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(immagine da: dariotamburrano.it)

Berlinguer 1996, Moratti 2001, Gelmini 2008, oggi nel 2014 siamo a “La buona scuola”. Intanto nell’ultimo rapporto OCSE sulla scuola ( “Education at glance 2014” http://www.oecd.org/edu/eag-2014-sum-it.pdf) si evidenziano dati statistici che letti adeguatamente offrono un quadro allarmante sul futuro del nostro paese per quanto riguarda l’investimento in formazione ed educazione. In particolare emergono i dati che riguardano la spesa pubblica per l’educazione a confronto con gli altri paesi Ocse e la professione insegnante. Entrambi non sono certo novità, evidenziati dall’organismo che si occupa a livello internazionale di cooperazione e sviluppo probabilmente preoccupano maggiormente.

Il primo dato che risalta nel rapporto è che l’ Italia è unico paese che diminuisce i finanziamenti pubblici alla scuola (-4%): tra i 34 Paesi Ocse presi in esame, l’Italia registra ( unico paese, ripetiamo ) una diminuzione della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011 (-3%, la media Ocse registra +38%). Il rapporto registra che tra il 1995 e il 2011 la spesa per studente nella scuola primaria, secondaria e post secondaria non terziaria è diminuita del 4%. Di contro è aumentato l’investimento per le scuole paritarie. Andando nel dettaglio, la spesa pubblica e privata per la scuola, che era aumentata dell’8% tra il 1995 e il 2008 ha poi visto una diminuzione del 12% tra il 2008 e il 2011.

Dal rapporto emerge che calano gli stipendi dei docenti ( è utile ribadire che l’Italia ha gli stipendi più bassi d’Europa a parità di orario a volte anche a fronte di maggiori ore di lavoro ) e aumenta il numero di studenti per docente: la diminuzione delle buste paga degli insegnanti della primaria e secondaria, in media del 2% dal 2008 al 2012.Il sito di una DG della Commissione UE Eurydice permette di comparare il salario che i professori ed i maestri del nostro paese ricevono rispetto ai loro colleghi europei. Il confronto con il paese più importante dell’UE, la Germania, evidenzia come nessun insegnante tedesco, neppure a inizio carriera, guadagna meno di 40 mila euro lordi l’anno. Una somma superiore rispetto allo stipendio massimo che un docente della scuola pubblica italiana può ottenere verso la fine della propria esperienza professionale, che secondo le stime di Eurydice è pari a poco meno di 39 mila euro lordi l’anno. Anche nei confronti di Gran Bretagna e Francia i docenti del nostro paese rimangono significativamente meno retribuiti, mentre in Spagna i professori ottengono in media circa 9 mila euro in più dei loro colleghi italiani. La retribuzione del corpo insegnante nella scuola pubblica del nostro paese è relativamente bassa anche rispetto a paesi come quelli dell’Est Europa dove lo stipendio è sì assai inferiore, ma anche il costo della vita è significativamente più basso rispetto all’Italia. Anche in paesi in eurocrisi come Portogallo e Cipro che non provenivano da decenni di prosperità gli insegnanti ottengono a fine carriera salari più elevati rispetto a quelli dei colleghi italiani con simile esperienza professionale.

Questo porta per M. Pacifico ( Anief )  – all’ennesimo primato negativo: a fronte di quasi un orario di insegnamento annuale pressappoco uguale (Italia 770 ore nella primaria – OCSE 790; 630/709 nella secondaria I, 630/664 nella secondaria II), a fine carriera i docenti italiani percepiscono in busta paga da 6mila a 8mila euro in meno rispetto ai colleghi dell’OCDE. In pratica, fatto 100 lo stipendio medio degli insegnanti dei 37 Paesi economicamente più progrediti, le buste paga della scuola in Italia sono cresciute ogni anno a partire dal 2005 solo del 4-5%; mentre nella media Ocde l’incremento è stato del 15-22%”.

Nel frattempo, a causa dei tagli alla spesa, è aumentato anche il numero medio di studenti per professore, di un docente ogni 12 alunni. In generale, osserva l’Ocse, per far aumentare il rapporto studenti-insegnanti, è stato anche necessario ridurre il numero dei prof, bloccando il turn over: nel 2012 il 62% dei professori aveva più di 50 anni (48% nel 2002). Si tratta della più alta percentuale di insegnanti over 50 di tutti i paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo. Secondo il rapporto, i risparmi fatti in Italia sulla spesa scolastica provengono proprio dalla riduzione del costo salariale per studente: tra il 2008 al 2012 c’è stato un taglio del 15% nella scuola primaria e del 20% nella scuola media. Altre spese, come l’edilizia e l’acquisto di nuove attrezzature, sono invece state rimandate.

Tutto ciò non può che avere conseguenze inevitabili se formazione e crisi del lavoro si incrociano drammaticamente, si legge nel rapporto: “”Con le sempre maggiori difficoltà incontrate nella ricerca di un lavoro, la motivazione dei giovani italiani nei confronti dell’istruzione è infatti diminuita. I tassi d’iscrizione all’università in Italia hanno segnato una fase di ristagno o sono diminuiti negli anni più recenti e il numero di studenti che abbandonano precocemente gli studi ha smesso di diminuire dopo il 2010″.
Si tratta dei due nervi scoperti dell’istruzione italiana: pochissimi laureati e tantissimi ragazzi che abbandonano precocemente gli studi.

Secondo Attilio Oliva, il presidente di TreeLLLe, dopo avere esaminato i risultati dell’OCSE  : “Il vero problema del nostro paese è che spendiamo male, non che spendiamo poco. Qualche esempio: abbiamo troppe materie, troppe ore di lezione per gli studenti, troppe sedi scolastiche, programmi enciclopedici, mentre prestiamo scarsa attenzione alla selezione accurata di presidi ed insegnanti, che sono quelli che fanno la vera differenza fra una scuola e l’altra”.

Invece così commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir il rapporto Ocse: “La riduzione dei salari dei docenti italiani, registrata oggi dall’Ocse, con le retribuzioni statutarie dei docenti di ogni grado con 15 anni di esperienza, scese addirittura del 4,5%, conferma quanto l’Anief va dicendo da tempo: la politica del blocco dei contratti, dei tagli alle risorse e degli accordi a perdere, sottoscritti con i sindacati più rappresentativi sta degradando la professione a livelli mai visti in passato”.

 

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