Attualità, Politica

I casi stabiliti dalla legge. Il tradimento della scuola.

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Nella Cina di Mao, durante il periodo della cosiddetta Rivoluzione culturale, i revisionisti o controrivoluzionari venivano fatti sfilare in pubblico con cartelli appesi al collo in cui il loro nome era scritto capovolto e cancellato con un tratto orizzontale, a significare che erano considerate ”non persone”. E’ quello che oggi sta succedendo ai maestri e alle maestre della scuola primaria e dell’infanzia, quei docenti giudicati non-docenti dal massimo tribunale amministrativo dello Stato perché in possesso esclusivamente di un diploma di scuola superiore (il vecchio Istituto Magistrale) oltre che di anni di lavoro a scadenza, a tempo determinato, precario.

Si parla di 43.534 ricorrenti inseriti nelle graduatorie e 6.669 entrati in ruolo ma con la sentenza ancora non passata in giudicato. La concentrazione di diplomati magistrale al Nord è molto elevata, e i dati numerici dicono che in Lombardia la concentrazione è del 39,3% (2622 assunti), in Piemonte il 13,7% (911 assunti), in Veneto con il 13,2% (880 assunti), a cui si aggiungono in particolare la Liguria, anch’essa un’anomalia interessante, con 3,7% corrispondenti a 249 assunzioni.

Il Ministero li dovrebbe cacciare, se applicasse immediatamente la sentenza del Consiglio di Stato,  i sindacati scuola (che del resto hanno un loro rappresentante al Ministero) i quali per anni volutamente hanno contribuito a relegare i diplomati nel limbo delle supplenze, oggi li maltrattano, li tollerano quasi con fastidio come se fossero loro stessi causa del problema,  i colleghi freschi di laurea invece plaudono e scalpitano ingiuriando i colleghi (come neo Guardie Rosse) nel nome del nuovo modello antropologico italiano: quello del “rottamatore”, un misto di cinismo, informazione manipolata, arrivismo rampante e arroganza, inaugurato recentemente nella politica italiana, politica che da parte sua in questa vicenda si è rivelata sorda, cieca, e muta come le tre scimmiette. Ecco, forse un poco azzardando, possiamo ritrovare un parallelo tra questa visione del mondo della nuova rivoluzione culturale italiana e quella di Mao: le nuove guardie della rivoluzione culturale italiana credono che la fazione che li rappresenta debba vincere azzerando il nemico, identificato in una specifica categoria sociale o professionale, che va disabilitato dall’umano gregge, reso ridicolo, patetico, antiquato e inadatto, obsoleto agli occhi del popolo, ridotto a non-persona, appunto come fecero i maoisti con i nomi capovolti e cancellati. Stiamo assistendo ad una pratica del tutto nuova che si avvale della stampa, dei media e dell’informazione manipolata: il killeraggio sociale. Accade sui quotidiani, in televisione, nei media in generale e sui social network. E’ la caccia all’insegnante: fannullone, scansafatiche, ignorante, psicolabile, misero. A questa caccia al docente partecipa tutta la cultura tecnico manageriale di importazione (tradotta in maccheronico) parodia del funzionalismo anglosassone che si scaglia contro questa figura che rappresenta ancora, a fatica, nonostante tutto, per la nostra gioventù –  perciò per il nostro futuro – la mediazione con il sapere e con la società ovvero coloro che concorrono come formatori a determinare il nostro rapporto con il sapere, la realtà ed il mondo del futuro. Non sappiamo ancora se sarà applicata ai docenti magistrali la “rieducazione” come in Cina ai revisionisti e non osiamo immaginare in cosa potrebbe consistere per i docenti: corsa tra due ali di laureate e sindacalisti che li picchiano, rieducazione ideologica, corso abilitante, concorso riservato, norma transitoria, decreto legge?

Come si è arrivati a tutto ciò? Come spesso accade in Italia, quando scoppia il “caso” è sempre tardi e si è spesso sull’orlo di un baratro, ovvero ad un passo dal disastro, qui il ritardo accumulato è frutto di negligenza, indifferenza, incompetenza e malafede, in questo caso di chi ha gestito il reclutamento dei docenti  e i diritti dei lavoratori, due parole: politica sindacale. Non è un caso infatti che oggi nella scuola i confederali siano visti con disprezzo e diffidenza per la loro condiscendenza acritica vero i dettami ministeriali, per la loro negligenza nel difendere i diplomati, per la loro inadempienza verso i decreti dei tribunali e dello Stato.

E’ proprio dai tribunali che bisogna partire per capire questa storia.

Poiché come tutte le vicende giudiziarie nel raccontarle ci si trova a dover dipanare una matassa ingarbugliata, nel caso dei diplomati magistrali questo è confermato all’ennesima potenza. In questa vicenda  agli anni trascorsi (ormai quasi 20) si devono sommare quindi  le leggi vigenti, presenti e passate: i decreti legge, le normative ministeriali, i regolamenti concorsuali, e inoltre le pronunce della magistratura, anzi dei diversi tribunali (Tar, Giudice del Lavoro, Consiglio di Stato) e le loro competenze, ed infine il succedersi dei ministri politici (ben 11) alla guida del Ministero dell’Istruzione prima e del M.I.U.R. (Ministero dell’università e della ricerca della Repubblica Italiana) dopo, alcuni di loro con velleità riformistiche che hanno contribuito a complicare le cose. Nemmeno gli addetti ai lavori spesso sanno orientarsi in una selva così oscura,  l’Azzeccagarbugli manzoniano avrebbe il suo bel da fare. E’ quindi con estrema cautela che qui si tenta un riassunto comprensibile della storia brutta dei docenti magistrali italiani.

Perché mai un docente dovrebbe rivolgersi ad un giudice per lavorare? Non viviamo in uno Stato di diritto in cui i titoli hanno valore legale, cioè valgono per legge? Non siamo quindi sottoposti tutti alla Legge che ci vincola e ci tutela? La risposta è : ni. La legge si interpreta e pare che i diritti scadano, come lo yogurt, in Italia.

Il Diploma Magistrale dal 1923 al 2002 è stato il titolo di studio necessario per insegnare alle scuola dell’infanzia ed elementare, ora Primaria. Il Titolo rilasciato recava inequivocabilmente nella propria intestazione la dizione “Diploma di abilitazione all’insegnamento”, eliminando sul nascere qualunque equivoco circa la specifica utilizzazione del documento: coloro che risultavano in possesso di tale titolo erano ritenuti abili a svolgere professionalmente la funzione docente presso le scuole materne e/o elementari senza doversi assoggettare ad altre incombenze. Nel 2002 al diploma si affianca la Laurea, che non lo sostituisce ma i due titoli diventano equipollenti (equiparati) e paritetici (stesso valore e punteggio), per adeguare ai tempi la formazione dei docenti. Sulla carta. Perché d’ora in poi il MIUR ed i sindacati metteranno in atto manovre subdole e illegittime per favorire i laureati e degradare i diplomati. Ad esempio il decreto ministeriale n. 53/2012 ha consentito l’inserimento in GAE a coloro che avessero conseguito il titolo di studio abilitante entro l’anno accademico 2010/2011 ai corsi presso le Facoltà di Scienze della formazione. L’esclusione dei diplomati magistrali è stata applicata nonostante quanto stabilito dal decreto interministeriale del 10 marzo 1997, di attuazione della legge n. 341 del 1990, dove si confermava il valore abilitante dei diplomi magistrali conseguiti entro l’anno 2001/2002 da coloro che avevano iniziato i corsi entro l’anno scolastico 1997/1998.

Per reclutare il personale della scuola si attinge per il 50% dalle famose ed ormai famigerate GAE (Graduatorie ad esaurimento)  e per l’altro 50% dalle vigenti graduatorie del concorso ordinario. A partire dal 1999 lo Stato non solo ha indetto 2 soli concorsi pubblici, (il primo nel 2012 e l’altro nel 2016, in barba alla Costituzione quando recita “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.”) ma, in accordo con i Sindacati Confederati, ha magicamente fatto sparire il valore abilitante al “diploma” dei Diplomati Magistrali, che perciò non potevano più essere inseriti in una Graduatoria Ad Esaurimento (GAE) da cui poi entrare in ruolo. Questi insegnanti furono relegati nella 3° fascia d’Istituto, calderone da cui attingono le scuole per reclutare supplenti da settembre a giugno. Ed è stato così per gli ultimi 15 anni.

Nel 2014 ecco entrare in scena il Tribunale. In quell’anno un gruppo di intrepidi docenti magistrali chiede al Consiglio di Stato di, finalmente, chiarire ed esprimersi sul valore abilitante del titolo Magistrale.  Con ben due sentenze il Diploma Magistrale è stato riconosciuto come abilitante per l’insegnamento dai giudici (ordinanza cautelare del Consiglio di Stato n. 1089/2015e adunanza plenaria n. 1 del 27 aprile 2016 del Consiglio di Stato) quindi utile per spostare tutti i docenti magistrali nella 2° fascia d’Istituto. In conseguenza di ciò nel 1999 e ancora nel 2007 il Miur ha commesso un eccesso di potere affermando il contrario e  questo è stato stabilito pure da un ricorso al Presidente della Repubblica che dice espressamente “Illegittimo è invece il D.M. n. 62 del 2011, nella parte in cui non parifica ai docenti abilitati coloro che abbiano conseguito entro l’anno 2001-2002 la c.d. abilitazione magistrale, inserendoli nella III fascia della graduatoria di istituto e non nella II fascia” . In altri termini, prima dell’istituzione della laurea in Scienza della formazione, il titolo di studio attribuito dagli istituti magistrali doveva considerarsi abilitante. Tutto chiaro? No, affatto.

Poiché il Ministero – in questa legislatura, quindi dal 2013 al 2018 –  non interviene a sanare questa ingiustizia e si ostina a non riconoscere quanto stabilito dal Consiglio di Stato  e a lasciare che a risolvere la situazione siano i Tribunali – nel frattempo i docenti magistrali  entrano in Gae:  43000 insegnanti  accedono alla 3° Fascia: 8000 di questi stipulano già contratti a Tempo Indeterminato e svolgono l’anno di prova: compilano un portfolio online, seguono corsi obbligatori e vengono giudicati da una Commissione esaminatrice composta da insegnanti di vari ordini scolastici ed infine ricevono il Decreto di Immissione in Ruolo da parte del Dirigente Scolastico.  Iniziano quindi una serie di ricorsi al Tar, al Giudice del Lavoro e al Consiglio di Stato che rispondono in maniera schizofrenica alle richieste dei docenti, alcuni accolgono, alcuni rigettano, alcuni non si ritengono competenti. Per cercare di dare un indirizzo a tutte queste disparità si decide di fare riferimento a ciò che dirà il Consiglio di Stato in seduta Plenaria che se la prende comoda e da giugno 2016 si riunisce a novembre 2017, e pubblica l’esito alla vigilia dello scorso Natale.

Arriviamo quindi all’oggi: il 20 dicembre 2017 la Plenaria riafferma il valore abilitante del Diploma Magistrale “i titoli conseguiti nell’esame di Stato a conclusione dei corsi di studio dell’istituto magistrale iniziati nell’a.s. 1997/1998 conservano in via permanente l’attuale valore legale e abilitante all’insegnamento nella scuola elementare” ma il diritto dei diplomati è decaduto nel 2007 con la chiusura delle GAE (cosa assurda se si pensa che il titolo era stato dichiarato non abilitante fino al 2014) i ricorsisti dovevano appellarsi prima, ergo il loro titolo è abilitante ma hanno sbagliato anno per far ricorso. Affermazione alquanto discutibile quella della chiusura delle GAE in quanto le stesse nella precedente legislatura, infatti, per ben due volte sono state aperte ai docenti abilitati precari, prima con la Legge 30 ottobre 2008 e poi con la Legge 24 febraio 2012, n. 14.

Si prospetta quindi, di conseguenza, l’espulsione di massa di circa 55 mila docenti che attualmente, o a tempo determinato o a tempo indeterminato, lavorano nella scuola dell’infanzia e primaria dopo esser stati riammessi nelle GAE. Non solo: questi insegnanti verranno espulsi dalla scuola  per sempre anche per via dell’applicazione della norma (comma 131), introdotta con la Buona Scuola, che impedisce di conferire supplenze di lunga durata a tutto il personale precario che supera i 36 mesi di servizio anche non continuativo.

Che ne dice il Ministero? Attualmente, a partire dalla fine del 2016, alla guida c’è Valeria Fedeli, un passato nel sindacato dei lavoratori del pubblico impiego, che su questa sentenza ha chiesto il parere dell’Avvocatura dello Stato. Da che questa vicenda ha avuto inizio è la terza donna ministro che se ne occupa, o meglio non se ne occupa, prima di lei Carrozza e Giannini. E’ del tutto evidente che un legislatura è un tempo sufficiente, anche per la politica italiana, per intervenire e sanare un vulnus che incide sulla vita scolastica nazionale, anche per la classe dirigente più negligente e superficiale immaginabile non si può confondere il non intervento con una svista, la politica dei governi Letta, Renzi, Gentiloni sulla scuola nel caso dei diplomati magistrali mette in evidenza tutta la sua vacuità e velleità, nell’immaginare che il solo  interventismo equivalesse a funzionalità prima e nell’illusione che l’ennesima, superficiale, inconsistente e dannosa proposta di riforma scolastica (da Berlinguer nel 1999 a Renzi nel 2015, passando per la Gelmini nel 2008, l’istruzione è stata campo di battaglia di improvvisati riformisti) la legge 107/2015 avrebbe migliorato il sistema educativo nazionale.

Pochi si rendono conto che nell’immediato futuro, se questa legge (la 107/2015) resterà in vigore, la professione insegnante diverrà una prospettiva molto poco allettante, i requisiti di accesso stabiliti sono: laurea quinquennale, concorso pubblico e 3 anni di formazione in servizio retribuita 400 euro al mese…

Cosa si potrebbe fare? Si dirà: urge un intervento legislativo. Esatto, peccato che il governo attualmente in carica – che ha ribadiamo, come unico atto finora, richiesto un parere all’Avvocatura di Stato sull’applicazione delle sentenza della Plenaria e solo in questi giorni (sembra incredibile ma è vero …) ha avviato un censimento su quanti siano effettivamente i docenti interessati a queste vicende –  si trovi in una fase transitoria di “gestione ordinaria” in vista delle elezioni del marzo 2018, che ben che vada un nuovo governo sarà operativo tra  la fine di marzo e aprile – sempre che non succeda come nel 2013 quando ci vollero oltre 2 mesi per formare un governo e di recente in Germania dove ce ne sono voluti 4 di mesi – ciò significa che questi lavoratori dovranno aspettare almeno 6 mesi solo per sperare nell’avvio dell’iter per avere una prospettiva di risoluzione del loro futuro personale e professionale – dopo un danno subito per oltre 15 anni. Questo governo potrebbe fare qualcosa? Certo che sì, la gestione ordinaria non impedisce di emanare un decreto d’urgenza, (e più urgente di questo cosa ci sarebbe per la scuola?) che il primo consiglio dei ministri potrebbe votare come atto d’insediamento, sarebbe un bellissimo atto simbolico, anche se è più probabile che questa prospettiva resti un’ingenua utopia che si frange contro il realismo cinico politico odierno. La cosa più semplice sarebbe riaprire le Graduatorie, chiuse illegalmente ai diplomati dal 2000, (fattibile per legge appunto “salvo i casi stabiliti dalla legge”) e risarcire il danno procurato solo a loro,  smentendo così quelli come i rappresentanti scuola  dell’ultima compagine politica al governo, che credevano di risolvere con un colpo di spugna (sulla pelle dei lavoratori) la questione precariato: in parte assumendo e in parte licenziando (fasi di assunzione della Legge 107 del 2015 e clausola dei 36 mesi della stessa). La soluzione più equa sarebbe indire un canale riservato di accesso al ruolo a chi abbia titolo e punteggio tra diplomati e laureati.

Entrambe le soluzioni sono però tendenti a sanare un’emergenza, è chiaro che appare urgente un ripensamento del reclutamento e del sistema graduatorie: dopo questa storia nulla sarà come prima.

P.S. un grazie particolare a M. Bortoletto, E. Tallon, A. Baldissera, P. Volpi, I. Rocco, R. Carnio, M. Ponte.

img. @docentimagistrali

 

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Consulenza filosofica

Il consulente filosofico Phronesis.

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Phronesis oggi è la principale associazione nazionale per la consulenza filosofica. L’Associazione annovera una settantina di soci, oltre 50 dei quali, ad oggi, sono accreditati dall’Associazione stessa – che ne garantisce la professionalità – come consulenti filosofici sulla base del loro curricula, della formazione ricevuta e della disponibilità al continuo aggiornamento.

Phronesis– Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica si è costituita con atto notarile e Statuto il 13 gennaio 2003 a Firenze per iniziativa di alcuni cultori della materia che sin dal 1999 conducevano comuni attività di ricerca e autoformazione aventi per oggetto la consulenza filosofica. Il 13 giugno 2003, in occasione della prima Assemblea dei Soci, è stato eletto il Consiglio Direttivo allora composto da: Andrea Poma, Presidente; Umberto Galimberti, Vicepresidente; Luca Bertolino, Segretario; Fabio Cecchinato, Tesoriere; Emmanuele Adami, Neri Pollastri e Alessandro Volpone.

Il percorso per diventare consulenti filosofici di Phronesis prevede il possesso di una laurea magistrale (o vecchio ordinamento) in Filosofia (o di un titolo ad essa superiore). Phronesis, nel suo complesso, è un unico Ambiente di Formazione, pur se ramificato nelle diverse sedi periferiche, all’interno del quale ciascun Socio può ritagliarsi un proprio personale Itinerario per il conseguimento del titolo finale. Questo Sistema di Formazione Continua, risultato dell’esperienza e del confronto con i più significativi modelli di formazione professionale a livello europeo, venne approvato nell’Assemblea del 29 marzo 2009. Durante il suo secondo ciclo, questo modello formativo manifestò alcune criticità che portarono alla proposta dell’ Ordinamento della Formazione attualmente vigente, approvato dall’Assemblea dei Soci il 26 maggio 2013.

Oltre alla formazione, l’Associazione promuove attività di ricerca (come documentano i numerosi saggi pubblicati sulla rivista “Phronesis” e i volumi collettanei della collana Phronesis editi presso Liguori), nonché lo sviluppo, la regolamentazione e la tutela della professione del consulente filosofico.

Nel corso della sua storia, Phronesis ha conseguito due importanti riconoscimenti istituzionali: Il MIUR ha riconosciuto Phronesis, Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica, come ente accreditato per la formazione del personale della scuola (DM 177 /Direttiva 9o, con delibera del 19 Settembre 2012).Il Ministero della Giustizia, in data 5 Settembre 2013, ha inserito Phronesis, Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica,nell’elenco delle associazioni, che in base al possesso di determinati requisiti, sono considerate rappresentative a livello nazionale delle professioni non regolamentate. (d. lgs. 206/2007 ).

“Oggetto dell’Associazione è la consulenza filosofica, attività che si propone di fornire a chi lo richieda (individui, gruppi, organizzazioni), sulla base di un approccio filosofico, supporto, aiuto ed orientamento nell’ambito dei processi intellettuali, esistenziali, decisionali o relazionali, senza avere finalità terapeutiche.”

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