Filosofia, pratica filosofica, Venezia

Su La filosofia nella vita quotidiana di Stefano Zampieri.

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Dov’è la filosofia oggi? Se volgiamo lo sguardo al guazzabuglio della filosofia contemporanea, considerata tale quella parte del pensiero occidentale composta delle maggiori teorie del ‘900, essa si rivela spesso come dispersione e smarrimento, o anche parcellizzazione dell’amore per il sapere. Positivismo, marxismo, nichilismo, psicanalisi, neopositivismo logico, strutturalismo, ermeneutica e alterità, ontologia e teologia teoretica, postmodernismo e post realismo, liquidità e post ideologia. Dalla crisi della metafisica a quella del soggetto, dalla sparizione dello spirito all’inconscio, dalle teorie della mente all’antropologia negativa.

Stefano Zampieri con La filosofia nella vita quotidiana un libriccino[1] sottile ma denso, ci propone la semplicità dello sguardo originario della filosofia sull’esistenza, quel secondo imperativo dell’oraziana o hobbesiana sentenza  primum vivere deinde philosophari, ma anche l’imperativo husserliano del tornare alle cose stesse, confermando ciò che da qualche tempo ormai pare una certezza, vale a dire che la filosofia deve tornare a camminare sulle gambe (e cioè alzarsi dalla comode cattedre e uscire dagli studioli polverosi) e tenere lo sguardo ben fisso all’orizzonte, (cioè alzarlo dai propri piedi [o da uno degli apprecchi informatici che usiamo] e abbassarlo dalla volta celeste) deve cioè essere scienza propriamente umana avrebbe detto il Socrate platonico. Certo, un passo sicuro ed uno sguardo puro rappresentano solo una via preliminare di emendazione dalle scorie accumulate, quelle della scienza, della tecnica dell’ideologia, è solo un primo passo, ma Zampieri lo compie analizzando con cura lo spazio prima, con una riflessione complessa[2] che svolge nel precedente Filosofia dello spazio quotidiano e qui analizzando la quotidianità come spazio particolare in cui la filosofia trova la sua ragion d’essere. Zampieri si pone così sul versante protrettico, aristotelico,  cioè esortazione e invito all’esercizio della vita filosofica.

Ma la filosofia dovrebbe anche sempre prevenire e curare la saldezza della proprie gambe e mantenere lo sguardo puro, (oppure ripulire le lenti) e non eludere mai un radicale scetticismo fideistico, un criticismo corrosivo ma necessario. Stante la  convinzione  che  l’uomo  non  sia  legato  ad  alcun  mondo determinato e che non sia vincolato a nessuno stile di vita, che appare il modus sociale oggi più accreditato, ovvero l’esito di quell’indagare il mistero dell’essere-nel-mondo che si potrebbe tradurre nello spalancarsi di un baratro per l’umanità, questa  presunta libertà dell’essere contingente dell’uomo, homo faber che nella a dimensione poietica ha creduto di trovare il suo essere, sembra perennemente indicare una caduta senza fine, senza fondo e senza appigli. Insomma una “perdita di senso generale del mondo e della propria esistenza”, come dice Davide Miccione in un altro libriccino “sottile ma denso” ricordando le malattie dello spirito di Costantin Noica.[3]

Si può accettare il mondo così com’è perché bisogna viverci ma non è obbligatorio approvarlo di sovrappiù. La ragione –  strumentale, tecnica, rapace, onnivora – com’è diventata (oggi la tecnologia è talmente pervasiva da plasmare non solo il nostro lavoro e le nostre abitudini, ma anche i nostri sogni e i nostri desideri, ovunque, la tecnica sta diventando la forma più radicale di salvezza, scrive Severino, ma questo è un altro discorso …)  quella ragione fu intesa, come ben insegnò Kant, in quanto strumento dell’uomo per padroneggiare – con la logica  – il mondo e le cose, è ciò che descrive come l’adeguamento dei mezzi ai fini, tradizionalmente intesa.

Oggi affidiamo alla ragione strumentale, declinata in logica e dialettica strutturata in forma tecnologica analitica e linguistica,  la gestione degli affari quotidiani, mentre deleghiamo al nichilismo psichiatrico e patologico le questioni dello spirito che vengono interpretate come contatti tra cellule nervose, reazioni a delle modificazioni fisico –chimiche delle sinapsi che si attivano di fonte a questioni esistenziali e in questa attivazione disfunzionale i dotti della psyché vedono una malattia che la chimica può contenere. En passant è giusto ricordare con discrezione che chiunque oggi, compresi i filosofi praticanti (che pure sanno varcare le mura dei luoghi di cura, sorveglianza e punizione)[4], chi si volesse arrischiare a mo’ di Socrate necessita tenere a mente che giudici, medici, psichiatri e amministratori locali sono ancora tutt’oggi i detentori della salute anche del privato cittadino, hanno cioè il potere di imporre il trattamento (termine terribile) sanitario, pur ignorando le meditationes husserliane, le estasi mistiche e le visioni dei santi, considerandole tutte isterie, nonostante Basaglia, il veneziano.

Platone diceva che la passione filosofica è come fiamma che balza, Agamben di recente afferma che assomiglia più a qualcosa come il vento o le nuvole o una tempesta.  Le metafore naturali tendono a indicare ciò che nell’uomo è simile ad una tendenza, andare verso, ascendere, come essere del mondo piuttosto che come meccanismo biologico. Simone Weil, filosofa mistica, ebrea non praticante, quasi cattolica e operaista, diceva “Non c’è niente di più importante che il concetto di piani sovrapposti della coscienza, di cui l’ultimo è superiore alla psicologia”.

Ecco cosa manca alla vita quotidiana di Zampieri, manca il core business, lo spazio dell’anima. Se l’anima è il centro della personalità, essa è però doppia cioè divisa in due parti, una legata al corpo e una orientata allo spirito. L’elemento superiore, in termini platonici è noûs, in termini stoici è l’eghemonikon, elemento egemone, facoltà dominatrice, in termini biblici è il cuore, kardia, cor, che indirizzato allo spirito diventa tutto spirituale.

L’uomo contemporaneo ha uno spirito?

[1] Stefano Zampieri, La filosofia nella vita quotidiana. Una proposta. Diogene multimedia 2018, 97 pagine 9,80 euro.

[2] Stefano Zampieri, Filosofia dello spazio quotidiano. La città, la strada, la casa, luoghi e altri non luoghi. Diogene multimedia, 2017.

[3] Davide Miccione, Lezioni private di consulenza filosofica. Diogene multimedia 2018.

[4] Phronesis associazione nazionale per la consulenza filosofica ha dedicato alla pratica filosofica nei luoghi di cura e detenzione  il recente seminario di Firenze 23 – 25 novembre 2018, dal titolo: “Esperienze. Filosofia n azione.”
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Attualità, Politica, pratica filosofica, Venezia

I Dialoghi di cittadinanza. Pratica filosofica attiva, radicale, critica e sociale.

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Dopo i Laboratori, Le idee per la testa, i Seminari, i Caffè filosofici dal 15 al 22 marzo 2018 si svolgeranno i Dialoghi di cittadinanza, inseriti nel ciclo di incontri di educazione alla cittadinanza dedicati a “Post verità e false verità” .

La pratica filosofica oggigiorno è sempre più dispersa e frammentata, specchio della società complessa in cui viviamo e a cui essa dovrebbe e potrebbe fornire spazi e contesti sociali concavi in cui il pensiero libero e condiviso avrebbe la possibilità di respirare. Ciò accade in ogni angolo remoto del mondo ed è un lavoro piccolo e tenace, di cui esistono innumerevoli tracce e disseminazioni. Una pratica quella filosofica che è continua ricerca di sperimentazioni e possibilità, nella convinzione che non sappiamo più dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza ma nemmeno dove cercare la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione ma sappiamo non sapendo che la cultura è ciò che rende possibile ogni cosa, plasmando in modi infiniti la natura umana. L’invito alla filosofia oggi riacquista un senso e una direzione inusuali, cadute le narrazioni ideologiche che invitavano alla praxis politica, svelato il vuoto che sottende al toto economico, de deificato il cristianesimo in un simulacro di religione,  superpotenziata la scienza muta e sorda senza intelligenza, l’esortazione si configura come esplorazione del limite che invita a riconoscere il confine specifico dell’uomo e allo stesso tempo come interrogazione sull’astensione, sull’ascesi, sulla rinuncia. Perchè ciò che manca non è solo la logica, come scrive Bencivenga nel La scomparsa del pensiero, ciò che manca è la stessa pratica del pensiero critico, il solo avere l’occasione di farlo, in spazi e luoghi pubblici in cui la razionalità si concretizzi in quel tentativo metodico e tenace di portare la ragione nel mondo di Horkheimer. Difficoltà di pensiero: difficoltà a vedere o a leggere situazioni, difficoltà a concettualizzare, a dare spiegazioni, a fornire un argomento, a proporre più ipotesi, a problematizzare: siamo diventati pensatori disfunzionali, non- pensatori quindi, o a – pensatori. Diffidiamo dei mediatori di cultura tradizionali: pensiero, filosofia, fede, ideologia ma al contempo ci affidiamo interamente a super – mediatori, i tecnici: commerciali, tecnologici, economici, finanziari, abbiamo abbandonato la cultura per la tecnica, direbbe Severino, non sapendo prevedere quanto e come la tecnica influenza il pensiero.

Si tratterebbe quindi di tematizzare un ripensamento del soggetto, (il buco nero filosofico del ‘900) ma questo ripensamento necessita a sua volta di una rielaborazione del filosofo come esperto “multiversatile” capace di più linguaggi, e di una rielaborazione del soggetto come “multialfabeta” come soggetto globale, informato e informatico, consumatore responsabile, critico politico, e scettico radicale.

I dialoghi di cittadinanza sono incontri di pensiero a più voci che hanno come obiettivo la chiarificazione comune di concetti, temi e idee che percorrono la nostra società a partire da esempi di vita concreti. I dialoghi di cittadinanza rivendicano il primato della domanda, meglio del domandare interrogante, o interrogazione radicale: da Socrate a Gadamer di Verità e metodo, infatti si ricollegano alle pratiche filosofiche di matrice dialogica, in particolare al Dialogo Socratico di Leonard Nelson, Minna Specht e Gustav Heckmann (veri pionieri della pratica filosofica nel mondo,  a partire dagli anno ’20 del Novecento, anziché Lipman come spesso si dice) e si possono definire anche sedute di pensiero o processi creativi collettivi di pensiero. Esaminare problemi, formulare ipotesi è un impegno che richiede, prima di tutto, un’attenzione al dire cioè che comporta una particolare riflessione sull’uso delle parole e il loro senso comune. Questa proposta di pratica filosofica si regge sull’idea che il ragionare sia un “pensare-parlare” qui innescato da tematiche d’attualità civile, politica e sociale in situazioni comunitarie in cui la decisione di argomentare le proprie idee, motivare scelte e comportamenti – di cui da sempre si fa portavoce la riflessione filosofica – è dettata proprio dal vivere in una comunità di pensanti che condividono il valore e i vincoli della razionalità. Come accade con altre pratiche filosofiche, seminari, laboratori e caffè, il senso dei dialoghi di cittadinanza non starà tanto nel risultato finale (la risposta/chiarificazione della questione posta  inizialmente) quanto nel percorso che si intraprende insieme, denso in ogni suo momento di occasioni di crescita e riflessione per ciascuno.

La pratica filosofica – come già detto altrove –  come scrisse Achenbach, «è “Umagang” ( rapporto). (…) Ora, la Pratica  filosofica si sforza di ottenere questa lode, [ di essere socievole n.d.a.] poiché essa è il tentativo di rendere la filosofia umganglich (socievole) nel dialogo, cioè nella lingua spontanea del rapporto. (…) » da ciò derivano tre aspetti che la caratterizzano –   conseguenze che forse non sono state sufficientemente esplicitate – aspetti che sono: la relazione, la mediazione, il logos.

In primis quindi un filosofare aperto al rapporto con chiunque sia non-filosofo, priva perciò di snobismo, elitarismo, settarismo ed esclusioni aprioristiche, è sociale come la definì Horkheimer, ha un ruolo sociale. Secondo, ne possiamo dedurre che è un’arte del tradurre, che si può facilmente intendere come arte della mediazione, evidentemente, in quanto il tradurre è sempre farsi mediatore, tramite, punto mediano, tra due o più parti. Terzo: il rapporto con i non-filosofi, è chiaro di per sè, identifica quindi un’attività non per addetti ai lavori –  filosofi che parlano ad altri filosofi –  ma che si apre al pubblico e si mette in relazione. Un altro aspetto fondamentale infatti è che la Pratica Filosofica ha cioè reali capacità di relazionarsi agli altri, non è aristocratica, non è autistica, non guarda nessuno dall’alto al basso,  ma è comunicativa, dialogica, sociale (Umganglich) e non ha bisogno di titoli onorifici, è umile e questo non è mai scontato.

Per questo la Pratica filosofica nasce paidetica e si inserisce in un contesto politico ed educativo fin da subito –  ed anche in seguito come didattica in Lipman negli USA-  con la Scuola di Walkemhule di Nelson e Minna Specht, in cui critica, etica e pedagogia si incontrano nel Dialogo socratico contro il nazionalsocialismo, l’esilio e per promuovere autodeterminazione, responsabilità e la coscienza critica delle persone, come del resto ha scritto chiaramente Dordoni nel suo dimenticato “Il dialogo socratico”.

Essendo attività filosofica il rapporto si configura nel dialogo, cioè attraverso il logos, che è l’opera comune di coloro che parlano, non un soliloquio, un parlarsi addosso, un verbalismo acromatico, un rovesciarsi di argomentazioni unidirezionali, ma  un dialogo che ha un ethos, il rispetto, che ascolta l’altro e gli altri, che stabilisce davvero una relazione tra pari non agonistica, non vuole vincere come in una disputa, perché appunto la base ne è il rispetto, è cioè avere rispetto di chiunque sia di fronte a te. Relazione non agonistica significa che il dialogo socratico, di cui è fatta la Pratica Filosofica, esclude qualsiasi metodo eristico e retorico, ovvero non ha nulla a che fare con l’arte di argomentare con ragionamenti sottili e speciosi, e nemmeno con il parlare bene e a lungo di concetti ed autori a fini di mostrare erudizione e superiorità intellettuale. La Pratica Filosofica è una pratica in cui, anche se pare assurdo dirlo, il filosofo non appare al centro, è una pratica che demistifica il filosofo. Soprattutto il filosofo che vede la pratica filosofica come masturbazione cerebrale a due, mal interpretando i dialoghi platonici in cui Socrate parla sempre con uno (lapalissianamente) ma sono rivolti ai molti, coinvolgendo i commensali, i commercianti, i cittadini, gli atleti, nell’Atene del V secolo, ed infine i lettori della trascrizione letteraria platonica. Platone che nell’esame di Dioniso inserisce la vita di comunità, come requisito “filosofico” nella Lettera VII. Non filosofia per me e te ma filosofia per noi. Funzione sociale appunto, Horkheimer: “ é lo sforzo intellettuale e in ultima istanza pratico di non accettare senza riflettere, per pura abitudine, le idee, i modi di agire e i rapporti sociali dominanti; di accordare gli uni con gli altri e con le idee e i fini generali dell’epoca i singoli aspetti della vita sociale, di dedurli geneticamente, di separare il fenomeno e l’essenza, di analizzare i fondamenti delle cose, ossia in breve di conoscerle realmente.”

Non c’è quindi nessuna svolta pratica la cui epistemologia teorica possa in qualunque modo significare qualcosa o distinguere o definire o che traduca un gesto filosofico ma solo un soffio vitale, un brindisi con Dioniso, una lingua di fuoco, un volo di uccello in uno sbatter d’ali che riportano la filosofia al suo grembo greco. Il filosofo pratico è mediatore di cittadinanza e la pratica filosofica è governata dalla pragmatica della comunicazione non dall’ideologia, il cittadino può avere una sua ideologia la filosofia no. Ma dalla lezione socratica possiamo tornare a comprendere che la costituzione originaria del primum philosophari si fonda sulla polis e sul dialeghestai, la qual cosa significa che solo un ritorno all’agorà cittadino del logos comune può determinare una reale coscienza civile di ripensamento critico,  il che tramutato in moneta sonante oggi significa che la filosofia deve tornare sporcarsi le mani con le moltitudini, tornare al confronto pubblico e all’immaginazione produttiva spinoziana,  con quella passione per la conoscenza che Platone e Nietzsche ben rappresentano.  Spinoza che scrisse: «Possiamo facilmente comprendere quale sia l’ottima condizione di un qualsiasi governo, se consideriamo il fine di una società civile: cioè la pace, la sicurezza della vita. Il miglior governo dunque è quello dove gli uomini passano la vita in concordia e i cui diritti rimangono inviolati. Ora è certo che le sedizioni, le guerre, il disprezzo o la violazione delle leggi, sono da imputare non tanto alla malizia dei sudditi quanto alle cattive condizioni del governo. Infatti gli uomini non nascono civili, lo diventano.»

Chiunque infatti si aspetti dai dialoghi di cittadinanza un’oretta di chiacchiere, una lezione esperta, un’esibizione colta o peggio un personale palcoscenico oratorio resterà deluso. Per tutto ciò ci sono i guru, gli accademici, le dispute televisive, i festival. Chi vuole intraprendere un viaggio di ricerca metta nello zaino le proprie credenze e le sottoponga al vaglio della propria anima, condivida il proprio caos e lo suggelli nel logos comune, questa è cittadinanza a mio modesto parere.

Cavallino Treporti – Venezia 15 e 22 marzo 2018 ore 20.30.

http://www.comune.cavallinotreporti.ve.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2007

 

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