Filosofia, pratica filosofica

2018 Pragma sofia. Noûs, psyché, logos. Parole per l’anno nuovo.

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Si può accettare il mondo così com’è perché bisogna viverci ma non è obbligatorio approvarlo di sovrappiù. La ragione –  strumentale, tecnica, rapace, onnivora – com’è diventata (oggi la tecnologia è talmente pervasiva da plasmare non solo il nostro lavoro e le nostre abitudini, ma anche i nostri sogni e i nostri desideri, ovunque, la tecnica sta diventando la forma più radicale di salvezza, scrive Severino, ma questo è un altro discorso …)  quella ragione fu intesa come ben insegnò Kant in quanto strumento dell’uomo per padroneggiare con la logica il mondo, le cose, l’adeguamento dei mezzi ai fini, tradizionalmente intesa.

Linda Napolitano Valditara ricorda come «l’innocente ed innocua aridità del pensiero contemporaneo, (assai simile del resto ad una attonita ingenuità mediocre) così zelante nel non lambire minimamente neppur per accidente un pensiero che pensi fino in fondo e all’altezza una immanenza che renda giustizia ad una umanità ricca e vitale, ad una immaginifica ragione creatrice, capace di fiorire come ricca messe di frutti e prodotti, difficilmente contiene concetti concreti e proattivi che spingono a fondo l’idea di penetrazione del reale attraverso una ragione più coerente e unificante, una ragione umanitaria e non raziocinio classificante e predator che nulla acquisisce nel pur apparente guadagno.»

Stante l’impossibilità di non-comunicare, oggi parliamo, scriviamo, chattiamo, in continuazione nel quotidiano ma siamo sempre connessi con la nostra anima-coscienza, il nostro intelletto o qualsiasi cosa intendiamo con il nostro io più vero? La comunicazione, quella ostile che inquina il quotidiano, pervade il nostro tempo. La società soffre di  disabilità comunicazionale. Dove fallisce il tentativo di sviluppare nuove forme di  comunicazione? Quando cade la nostra fiducia nell’altro o è proprio del mondo così come ci appare? Tra la fluidità del comunicare e la rottura esistono vie di mezzo?

La filosofa ungherese Agnes Heller diceva: «E’ necessario del coraggio, e forse una nuova forma di coraggio per contrapporre al sapere feticistico lo spirito dell’utopia razionale, chi trae le sue origini da Socrate, deve però sapere quale obbligo morale ne consegue» e anche «Rifletti, come devi  pensare, rifletti, come devi agire, rifletti, come devi vivere».

Eppure spesso ciò che ci guida è oltre il razionale, perché influenzato dalla passionalità concreta, dalle emozioni che suscita il mondo, che funzionano come un filtro d’orientamento. L’eghemonikon, elemento egemone, facoltà dominatrice, supera oltrepassando in sintesi il dato reale per inglobarlo in un movimento immanente e trascendente di intellezione spirituale.

Aldo Gargani coglieva bene questo aspetto. «Per cogliere il valore cognitivo delle emozioni occorre uscire sia dalla visione retorica e raziocinante della sfera affettiva, sia dalla fusionalità immediata. La funzione cognitiva delle emozioni può essere colta soltanto al livello delle procedure costruttive del sistema pensiero-parola. Sono le emozioni che tessono le connessioni fra i concetti e le parole nei quali costruiamo i mondi della conoscenza. L’emozione è infatti il principio motore che connette un simbolo ad un simbolo, un concetto ad un altro. È l’emozione che illumina nuovi aspetti della realtà.»

E forse meglio lo scrive Renato Pilutti: «Le passioni sono -insieme con le emozioni- la parte della spiritualità umana che dà calore e colore allo stile di vita, ma senza l’uso della ragione che le illumina può far sì che il soggetto perda il controllo delle proprie azioni e faccia del male a sé e agli altri. Si può dire che senza passioni, emozioni e sentimenti l’anima umana è come “morta”, ma non se ne può lasciar completamente dominare. Perfino dall’amore: la più forte delle passioni, l’amore, deve essere ciò che muove le azioni umane dando loro verità e sostanza, ma si deve considerare alla luce di una riflessione che tenga conto di tutto l’equilibrio delle scelte e delle azioni umane.»

Come infatti ricordava Michele Federico Sciacca: «La filosofia non asciuga lacrime né dispensa sorrisi, ma dice la sua parola sulla “verità” delle lacrime e dei sorrisi.»

Ecco perché la coscienza di sé, il socratico conosci te stesso, il guardare in interiore homine di Agostino, la consapevolezza della propria identità, la cura di sé, rappresentano l’esercizio filosofico per eccellenza. Anche in forma di autobiografia, come ricostruzione geopolitica del proprio essere, come ad esempio ne scrive Duccio Demetrio. «Negli anni pre-adulti non abbiamo fatto altro che sperimentare e cercare il nostro stile di vita, di amare, lavorare, divertirci, reagire al dolore e alla sconfitta, trattare con gli altri. Poi, a un tratto, una parola, un’occhiata, un gesto ci fanno intendere che quello stile di vita va cambiato».

Eppure questo sguardo interiore è muto e inabile se non porta ad un riflesso esteriore, cioè se non proietta nuova luce al nostro intero essere compreso quello sociale, se non opera cioè una trasformazione vera, una metanoia.  Diceva Simone Weil: «Esiste un’energia trascendente la cui sorgente è in cielo e che passa in noi non appena lo desideriamo. È veramente una energia e si traduce in azione tramite la nostra anima e il nostro corpo».

Per una trasformazione, un cambiamento non possiamo dimenticare la lezione degli antichi sapienti, quella per cui, come ricorda Elemire Zolla:  «A parlare con l’antica esattezza l’intelletto è la parte dell’uomo che coglie i princìpi supremi, gli assiomi sui quali riposa la ragione tecnica e scientifica o rettorica, e che contempla i princìpi eterni d’ogni apparenza sensibile. Uno dei modi cui le varie religioni ricorrono per conferire questo dono della contemplazione, cioè per far nascere il fiore dell’intelletto nel terreno dell’anima, secondo una immemoriale metafora, è l’interpretazione simbolica delle figure o immagini della natura e della storia. In grazia di questa antica arte intellettuale della trasposizione emblematica si fa crescere la forza intellettuale ovvero lo spirito.»

Ritorna l’idea che sia necessario una vigilanza interiore, un controllo spirituale, un governo dello spirito egemone che si traduce in attenzione, come lo spiega Thomas Spidlik: «Fare attenzione al cuore è un’espressione molto comune nella spiritualità orientale. Riveste anzitutto un aspetto negativo: allontanare ogni pensiero cattivo proveniente dall’esterno, guarire il cuore, educarlo per mezzo della vigilanza. Allora il cuore diventa una fonte di rivelazione».

Florenskij alludeva alla Sapienza a questo proposito e dal suo punto di vista, in maniera sublime: «La Sofia è l’angelo custode del creato, la personalità ideale del mondo. Essa è il logos costitutivo del creato e quindi il contenuto costituito di Dio Logos, il Suo “contenuto psichico, eternamente creato dal Padre attraverso il figlio e compiuto nello Spirito Santo: Dio pensa mediante le cose».

Altrimenti il mondo decide per noi, come scrive Galasso emblematicamente parlando di  “innominabile attuale” descrivendo il nostro tempo. «Homo saecularis parla con molte voci, spesso divergenti. Quella che più si fa notare è progressista e umanitaria. Applica precetti di eredità cristiana, ammorbiditi e edulcorati. Soluzione tiepida e pavida, si combina, in senso inverso, con il movimento in corso nella Chiesa stessa, che cerca sempre più di assimilarsi a un ente assistenziale. Il risultato è che i secolaristi parlano con compunzione da ecclesiastici e gli ecclesiastici ambiscono a farsi passare da professori di teologia.»

Il sapere filosofico, che è azione e pensiero, pragma e sofia,  non ha bisogno di tautologie, cioè non necessita di corrispondenze tra realtà che siano sovrapponibili a livello mentale per eguaglianza, questo tipo di operazione è essenzialmente  di tipo razionale, descrittivo perché interpreta similitudini, misurazioni di specie, analisi di qualità riferiti a concetti e idee. Essa è operazione puramente scientifica, di misurazione e di raccolta dati. Aristotelica e kantiana.  Misurare con il metro della ratio non offre all’uomo nessun sapere di tipo superiore riguardo il proprio destino ed il senso del proprio agire. E’ perciò necessario ripensare la giusta misura tra il cogito che in quanto “coagere”, “mettere insieme”, indica una comprensione data non dall’intuizione e dalla penetrazione, ma dal mettere insieme elementi giustapponibili e dal descrivere i dati del reale, della percezione, dei sensi, tra il cogito quindi  ed il legger dentro, intus legere, che intuisce e coglie nell’essenza, ed è capace di penetrare al suo interno. Per queste ragioni il noûs intelletto spirito, che si offre come intuizione, non è spiegabile razionalmente, trattandosi di un sapere trascendente che è all’origine della stessa logica di causa-effetto, un sapere non acquisito ma innato sin dalla nascita. Si tratta perciò dell’intuizione come la forma di conoscenza più alta, superiore alla conoscenza sensibile e a quella “scientifica” derivata dalla riflessione sull’esperienza. Si può anche parlare della concezione filosofica che vede la coscienza (anima, psyché) come intenzionale, cioè diretta a un oggetto, che abbia sempre un contenuto. E’ un dilemma per chi agisce con ragione e ritiene esclusivamente questa la missione dell’uomo, mentre così resta ai margini delle potenzialità umane e non aderisce ad una vita piena,  l’intelletto invece è strettamente legato alla fortezza che dà la capacità di portare avanti le scelte fondamentali.

La cura dell’anima, antica lezione socratico platonica è il destino dell’uomo. Se l’anima è il centro della personalità, essa è però doppia cioè divisa in due parti, una legata al corpo e una orientata allo spirito. L’elemento superiore, in termini platonici è noûs, in termini stoici è l’eghemonikon, elemento egemone, facoltà dominatrice, in termini biblici è il cuore, kardia, cor, che indirizzato allo spirito diventa tutto spirituale.

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Filosofia, Venezia

La mano del destino, la teoria della ghianda di James Hillman.

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Photo by: Bruna Marchetti.

A Maddalena.

“Ci sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa.” (James Hillman, Il codice dell’anima, Adelphi.)

“Prima ancora della ragione vi è il movimento volto all’interno che tende verso ciò che è proprio.” ( Plotino, Enneadi, III, 4.6)

“E’ dunque questo che chiamano vocazione: la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo?” (Josephine Baker).

Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Una fascinazione, un bisogno pressante e improvviso in un certo momento, in quel preciso momento  ed è probabile che accada in un luogo specifico che si imprime nella memoria. Questo “qualcosa” è il motivo per cui io sto al mondo, ogni persona sta in quel mondo che è il suo mondo, ed esso è il senso del destino o la mano del destino: ciò che James Hillman definisce anche un annuncio. A volte la chiamata non è così vivida, ma è fatta di piccole spinte verso un preciso approdo “mentre ci lasciavamo galleggiare nella corrente pensando ad altro”.

La teoria della ghianda è tratta da “Il codice dell’anima”  del 1996 pubblicato da Adelphi di James Hillman psicologo junghiano che frequentò la Sorbona e nel 1950 si laureò al Trinity College di Dublino; morto nel 2011 ( la morte di Hillman 2011 ) Hillman fu uno psicoterapeuta che riconobbe nella filosofia la matrice epistemologica della sua ricerca e che più di altri ritenne necessario che la psicologia fosse una terapia delle idee, attraverso Jung e la lettura degli aspetti archetipici, simbolico-religiosi della persona e delle sue emozioni e relazioni, appartiene insomma a quella parte di studiosi e psicologi di cui Ran Lahav scrive «Negli ultimi decenni gli psicoterapeuti hanno incorporato molti elementi filosofici nelle loro pratiche. Essi sono progressivamente passati da un approccio rigido, che aspirava ad analizzare i pazienti con teorie precostituite di validità scientifica e obbiettiva, ad approcci più aperti, sia nella conduzione che nella conclusione, più riflessivi, critici ed eclettici.»( La Pratica Filosofica è così differente dalla Psicoterapia? di Ran Lahav, traduzione di R. Rosso su Phronesis Semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche anno XIII n° 23-24, aprile 2015 )

Hillman, nel  suo primo lavoro importante pubbilcato nel 1960 intitolato Emotion: A Comprehensive Phenomenology of Theories and Their Meanings for Therapy  (1960, 1962 First Published by Routledge and Kegan Paul, Ldt.), pose l’attenzione della comunità  degli studiosi  sulle emozioni e sul loro impatto nella vita di ognuno  e nel 1991 aggiunse una nuova prefazione in cui scriveva:“La sostanza principale dell’analisi terapeutica sin dal suo inizio con Freud sono le emozioni: paura, inerzia, tristezza e depressione, panico e ansia, rabbia, vergogna, disgusto, e di certo le complessità dell’amore, desiderio, lussuria, gelosia, passione, compassione, simpatia, ossessione. Questi stati dell’anima, il materiale di qualsiasi sessione di terapia in tutto il mondo, furono un tempo anche materia del pensiero filosofico più profondo. Platone, Plutarco, gli Stoici, Tommaso D’Aquino, Cartesio, Spinoza, Hume – tutti scrissero trattati sulle varie emozioni; e, se si guarda alla teologia occidentale con l’occhio delle emozioni, da Gesù a Paolo si vedrà che anche  i teologi  compresero l’importanza di ciò che facciamo con, su e contro le passioni dell’anima.”  Hillamn scrisse inoltre che «rages, fears, and passions are our personal responsibility.» Le passioni sono di nostra personale responsabilità.

Per tornare alla teoria della ghianda (“la nostra vera biografia – il destino iscritto nella ghianda” ) Hillman afferma nel Codice dell’anima, – a proposito della fallacia delle teorie psicologiche in voga –  che: “Per scoprire l’immagine innata dobbiamo accantonare gli schemi psicologi generalmente usati – e per lo più usurati. Essi non rivelano abbastanza.” E ancora : «I guasti non ci vengono tanto dai traumi infantili, bensì dalla modalità traumatica con cui ricordiamo l’infanzia. (…) E’ possibile, invece, che la nostra vita non sia determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparata a immaginarla.» Questa è la redenzione della psicologia cui allude Hillmann nel testo che infatti scrive: “Voglio che la psicologia ponga le sue basi nell’immaginazione delle persone, anzichè farle oggetto di calcoli statistici e di classificazioni diagnostiche.” Per Hillman ciascuna persona è portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta che è già presente prima di poter essere vissuta.

James Hillman si rifece a Platone per la sua teoria della Ghianda: “L’idea viene da Platone, dal mito di Er che egli pone alla fine della sua opera più nota, la Repubblica. In breve, l’idea è la seguente. Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. E’ il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino.” La teoria della ghianda  afferma che tutti siamo venuti al mondo con un’immagine che ci definisce. “Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista. Oppure può possederci totalmente. Non importa: alla fine verrà fuori. Il daimon non ci abbandona.”

Ma perchè la ghianda? Perchè proprio questo frutto? Hillman spiega di aver riflettuto sulla metafora organicistica e naturale della ghianda, e aver tenuto conto delle implicazioni deterministiche che rischiava di promuovere e che invece voleva evitare ma spiega anche di aver invece preferito insistere su questa sfida di voler usare una metafora naturale senza cadere preda dell’organicismo, cioè utilizzando un’immagine archetipica. Quindi ghianda come seme o frutto della quercia che ogni ghianda è destinata a diventare, come anche ghianda nel significato mitologico, morfologico ed etimologico. “Noi siamo nati da una ghianda, come le ghiande nascono dalle querce.”

Questa teoria affascinante e coinvolgente in sintesi – e senza troppo approfondire le implicazioni che Hillman sviluppa nel testo – rappresenta  un inno alla vita autentica, una vita esaminata e degna di essere vissuta: «Noi appiattiamo la nostra vita con il modo stesso in cui la concepiamo. Abbiamo smesso di immaginarla con un pizzico di romanticismo, con un piglio romanzesco.» Soprattutto mi pare doveroso segnalare che il valore di questo testo, oltre al già citato richiamo ad un approccio filosofico nelle terapie psicologiche, sta nella fondazione di una psicologia che sfugge alle catene della predestinazione genetica o sociale, scrive Hillman: “Una cosa va chiarita subito. Il paradigma oggi dominante per interpretare le vite umane individuali, e cioè il gioco reciproco tra genetica e ambiente, omette una cosa essenziale: quella particolarità che dentro di noi si chiama “me”. Se accetto l’idea di essere l’effetto di un impercettibile palleggio tra forze ereditarie e forze sociali, io mi riduco a mero risultato. Quanto più la mia vita viene spiegata sulla base di qualcosa che è già nei miei cromosomi, di qualcosa che i miei genitori hanno fatto o hanno omesso di fare e alla luce dei miei primi anni di vita ormai lontani, tanto più la mia biografia sarà la storia di una vittima. La vita che io vivo sarà una sceneggiatura scritta dal mio codice genetico, dall’eredità ancestrale, da accadimenti traumatici, da comportamenti inconsapevoli dei miei genitori, da incidenti sociali.” Un richiamo alla responsabilità e alla consapevolezza personale.

Per concludere vorrei ricordare un ultimo passaggio dal Codice dell’anima, che nega un’evoluzione affermando un’unità dell’essere umano, della sua anima: «E tuttavia l’immagine innata del nostro destino le contiene tutte nella compresenza di oggi ieri e domani. La nostra persona non è un processo o un evolversi. Noi siamo quell’immagine fondamentale, ed è l’immagine che si sviluppa, se mai lo fa. Come disse Picasso: «Io non mi evolvo. Io sono».  Che ricorda un altro autore contemporaneo e vivente, Edgar Morin, quando diversamente dice: «dobbiamo legare nella nostra mente i segreti dell’infanzia (curiosità, stupore), i segreti dell’adolescenza (aspirazione a un’altura vita), i segreti della maturità (responsabilità), i segreti della vecchiaia (esperienza, serenità)… dobbiamo vivere, pensare agire secondo la massima “quello che non si rigenera, degenera” ( E. Morin, Il metodo: vol. 6 l’Etica, Raffaello Cortina  2005).

Il daimon, che guida per Hillman ognuno di noi, è ciò che permette alla nostra immagine primigenia di emergere e svilupparsi e ci aiuta a trovare un posto al mondo. Husserl scriveva: «il mondo che è per noi, che nel suo essere e nel suo essere-così è il nostro mondo, attinge il suo senso d’essere esclusivamente dalla nostra vita intenzionale» descrivendo in tal modo la relazione essenziale che si pone tra ciò che è propriamente nostro, che ci distingue e ci descrive come individui e ci indirizza ed il mondo, quel “mondo della vita inafferrabile, immenso e anonimo”. Per noi oggi ciò è problematico perchè –  come invece scriveveva il pedagogista Giovanni Maria Bertin (Educare alla ragione)  nel 1968 – “La problematicità dell’esperienza si definisce nel suo grado più elementare come assenza di un significato strutturale univoco ( e perciò come plurivalenza di significati); si caratterizza nel suo momento più radicale come ambivalenza di valori; si manifesta in genere nella complessità, ambiguità, instabilità, talora incongruenza e contraddizione, delle forme concrete in cui io e mondo interferiscono reciprocamente (…)”.

La relazione io/mondo è problematica e riguarda l’essere di tutto ciò che è. In questa direzione buona parte del pensiero filosofico contemporaneo se da una parte si incanala verso la riflessione sulla costituzione del soggetto, dell’io, della persona, dell’indivduo – tutti nomen diversi a seconda della prospettiva disciplinare di orientamento –  abdicando per buona parte del ‘900 alla crescente corrente psicologica – lo fa in ogni caso cercando di raccogliere e compendiare un’immagine di ciò cui Nietzsche negava risolutamente la possibilità di poterne cogliere un’unità: “un tale sostrato non esiste: non esiste alcun ”essere” al di sotto del fare, dell’agire, del divenire; “colui che fa” non è che fittiziamente aggiunto al fare – il fare è tutto.'(Genealogia della morale’)  (…)  “una “assurda sopravvalutazione della coscienza, il farne un’unità, un’essenza, ‘lo spirito’, ‘l’anima’ […] la coscienza come suprema forma raggiungibile, come specie massima dell’essere […] il ‘mondo vero’ come mondo spirituale” (F. Nietzsche, Frammenti postumi 1888-1889 Adelphi). Ben lungi dal concedere al filosofo tedesco più di quanto sia lecito è auspicabile un ripensamento del soggettivo nel senso di quanto –  a metà del ‘900 – si sviluppò tra fenomenologia e ontologia, ovvero il tentativo di superamento del cogito cartesiano, che da allora la filosofia non ha azzardato con cura a immaginare persa tra individualismo, nichilismo e materialismo. “Husserl radicalizza il cogito. Heidegger vuole riscattare il sum e vi scorge il problema essenziale. (…) Il soggetto si certifica rappresentandosi: l’ambivalenza del cogito, che è sempre, al tempo stesso, soggetto e oggetto, è il vero risultato del dubbio. (…) L’uomo diventa così subjectum: nel destino che lo blocca in un unico sguardo,” scrive Rovatti. Se alla scienza e alla tecnologia abbiamo demandato il compito di descrivere il reale, il mondo materiale, per quanto riguarda il sè oblio, nichilismo, fondamentalismo, irrazionalismo sembrano prevalere. Fino ad arrivare al postmoderno:  “gli indirizzi empirico-logici, come anche i recenti sviluppi in senso cognitivista delle neuroscienze e della riflessione filosofica, prendono in carico il dissolversi del soggetto e della soggettività, sia dal punto di vista della riflessione epistemologica, sia da quello dello studio ‘oggettivo’ dei processi cognitivi.” ( Encicopledia Treccani alla voce : soggetto).

Tutte le citazioni  di J. Hillman sono tratte da Il codice del’anima, Adelphi 1997.

 

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