Filosofia

Simone Weil, agosto 1943.

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Fu in novembre, nel 1942, che sbarcò a Liverpool proveniente da New York, dopo quindici giorni di traversata, dove giunse intorno al 6 luglio lasciando a malincuore la Francia salpando da Marsiglia passando per Casablanca nel Maggio precedente, e sempre rammaricandosi di lì in avanti di averlo fatto. Era, allora, suo desiderio partecipare attivamente alla resistenza. In questo periodo si data la maggior parte dei Quaderni e gli ultimi scritti già iniziati in Francia prima della partenza –  tra essi Lettera a un religioso e La persona e il sacro – e fu sempre a Marsiglia e New York tra il ’41 e il ’42 che compose anche quei testi che poi confluirono in La Grecia e le intuizioni precristiane, oltre alla maggior parte della sua produzione definita religiosa e mistica. Le tematiche relative alla bellezza come immagine di Dio, alla sofferenza e alla sventura, l’idea di decreazione, di purezza, di attenzione, il bene e la necessità, tutte convergono qui. Furono i genitori a costringerla a seguirli in America, dove già si trovava Andrè il fratello, per fuggire dall’antisemitismo d’Europa, qui poté assistere alla nascita della nipote Sylvie figlia di Andrè nel settembre del ’42, che insistette per far battezzare. Giunse a Londra per intercessione di Andrè Philip, attivista di France Libre, organizzazione della resistenza francese riconosciuta dal governo statunitense di Roosvelt. Da Liverpool subito fu trasferita nella capitale, in periferia. Ivi trattenuta dalle autorità assieme ad altri per alcuni giorni. Il 14 dicembre era libera, a Londra. Francis Louis Closon che dirigeva l’ufficio di France Libre, dal quale sarebbe dipesa, e Maurice Schumann suo compagno al Liceo Henri IV, furono le due persone a lei più vicine in questo ultimo periodo. Schumann talvolta la accompagnava  a messa la domenica, per lei diventata consuetudine. Closon le affidò un posto di redattrice nei servizi civili  ed un ufficio al n° 19 di Hill Street. Lo accettò ma non era quello che voleva.  Nell’arco di quattro mesi, cioè fino a che non fu ricoverata, Simone svolse un lavoro immane trascrivendo e redigendo testi su sollecitazione dei comitati resistenti francesi che chiedevano l’elaborazione di testi utili alla ricostruzione del paese dopo la guerra. Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, Nota sulla soppressione dei partiti politici e Progetto di una formazione di infermiere di prima  linea, La prima radice, (La prima radice) Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Lottiamo noi per la giustizia? Riflessioni sulla rivolta, Scritti di Londra e molti altri ancora che non sono stati tradotti singolarmente in Italia. A De Gaulle riuscì a far leggere Réflexion sur la révolte. In questo periodo si concentrano le riflessioni filosofiche, religiose e civili e si contraggono in un tutt’uno che compatto giunse a compimento nell’agosto successivo. La sua indole allora ferveva per un’attività operativa quanto più vicina al fronte di guerra e cercò in tutti i modi, senza riuscirvi, di rientrare in Francia. Dalla caserma delle Volontarie francesi si spostò in una camera al n. 31 di Portland Road, Holland Park, ospite di Mrs. Francis vedova di un maestro e madre di due ragazzini che la Weil aiutava a studiare, come del resto faceva anche con i figli dell’altra famiglia che frequentava, i Rosin. Sperò nell’incarico di essere mandata in missione, paracadutata in Francia, ma non venne scelta e in ogni caso la missione fu annullata. Afflitta e rattristata dalla mancanza di azione fu di nuovo tormentata dal mal di testa, mangiava pochissimo con la scusa che nel suo paese il cibo era razionato e lei non voleva nutrirsi più di chi già soffriva per la guerra, lamentava una stanchezza spossante. Forse era già malata in America. Era stata lì visitata. Il 15 aprile 1943 una collega, non trovandola in ufficio, la cercò a casa e la trovò svenuta a terra. Simone Weil fu ricoverata al Middlesex Hospital e le fu diagnosticata una forma di tubercolosi. Con il riposo in un paio di mesi poteva migliorare, disse il medico, ed essere trasferita in un sanatorio.

Non migliora, già mangia pochissimo e chiede di essere trasferita in un sanatorio, anche perchè è in rotta con il medico che l’esorta a nutrirsi in maniera adeguata. Mme Closon, i Rosin e una collega, che la assistono da quando è ricoverata ne trovano uno ad Ashford nel Kent, il Grosvenor Sanatorium. Nel frattempo rompe completamente con la resistenza francese, con una lettera a Closon, da cui si sente sottoutilizzata, mantenuta senza essere impiegata adeguatamente e inutilizzabile in futuro. Le lettere scritte alla famiglia, da aprile a metà agosto, sono una lunga bugia piena di tenerezza per nascondere il suo reale stato di salute ed il ricovero. Probabilmente smette di mangiare già al Middlesex. Il 17 agosto viene portata ad Ashford in ambulanza, è così debilitata che il medico non la può visitare. La camera che le assegnano offre la vista di prati e boschi. Non mangia quasi più. Il 24 nel pomeriggio entra in coma, verso le 10 e mezzo di sera si spegne.

“C’è una realtà situata fuori dal mondo, cioè fuori dello spazio e del tempo, fuori dall’universo mentale dell’uomo, fuori di tutto l’ambito raggiungibile dalle facoltà umane. A questa realtà corrisponde, al centro del cuore umano, quell’esigenza di un bene assoluto che sempre vi abita e che mai trova alcun oggetto in questo mondo …”(Profession de foi, Etude pour une declaration des obligations envers l’etre humain 1943)

Ogni qualvolta un uomo ha invocato con cuore puro Osiride, Dioniso, Krishna, Buddha, il Tao, ecc. il figlio di Dio ha risposto inviandogli lo Spirito Santo. E lo Spirito ha agito sulla sua anima, non inducendola ad abbandonare la sua tradizione religiosa, ma dandogli la luce – e nel migliore dei casi la pienezza della luce – all’interno di tale tradizione”. (Lettera a un religioso, 1943)

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Etica, Filosofia

La conversione di Spinoza ( alla filosofia ).

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“Dopo che l’esperienza mi ha insegnato che tutto ciò che accade di frequente nella vita è vano e futile; vedendo che tutte le cose che temevo e dalle quali temevo ( qualcosa)  non avevano in sé niente di bene o di male, se non in quanto l’animo ne era mosso, alla fine ho deciso di cercare se esista qualcosa, che sia il vero bene e capace di  comunicarsi e dal quale solamente, lasciati tutti gli altri beni, l’animo sia affetto; se in definitiva ci sia qualcosa, trovata e conseguita la quale, potessi godere per sempre d’una continua e piena letizia.” ( Spinoza, L’emendazione dell’intelletto, Liviana 1966).

L’incipit de “L’emendazione dell’intelletto” di Spinoza è uno dei più noti testi di biografia filosofica e a mio avviso uno dei più belli, in cui chiunque può ritrovare ciò che muove verso la filosofia.

Spinoza nasce ad Amsterdam nel 1632 muore nel 1677, a 45 anni. La sua vita ha dei punti fissi ineliminabili per comprenderne lo sviluppo, nonostante la scarsità di notizie biografiche dettagliate; scarsità che vide una causa diretta nella volontà ( espressa alla cerchia degli amici più intimi) del filosofo di distruggere, al momento della morte, ogni riferimento alla sua persona che non fosse legato al suo pensiero. Baruch de Spinoza, figlio di un importante mercante della comunità ebraico-portoghese di Amsterdam, nacque nel 1632 e restò orfano di madre nel 1639, quando aveva 7 anni, il padre si risposò poi altre due volte; Spinoza aveva infatti più fratelli, in numero non ben identificato, di sicuro due sorellastre: Miriam e Rebecca nate dal primo matrimonio del genitore e due fratelli: Isaac più vecchio e uno più giovane Gabriel. Il padre muore nel 1654 lasciando l’attività commerciale ai figli, ma da quanto risulta non in floride condizioni. Spinoza fu uno degli allievi più dotati della sua scuola. Ma qualcosa accadde quando aveva ventitré anni nel 1656 – non sappiamo se in modo repentino o graduale – qualcosa che comunque portò alla più severa scomunica mai pronunciata dai capi della comunità sefardita di Amsterdam. Spinoza prese le distanze dalla comunità – e alla fine dal giudaismo nel suo insieme – diventando uno dei più importanti e celebri filosofi di tutti i tempi, e di sicuro uno dei personaggi più radicali e controversi della propria epoca.

La trasformazione (conversione a tutti gli effetti) del comune ragazzo ebreo – che vive, perlomeno in apparenza, nella più assoluta ortodossia e si fa notare forse solo per la propria intelligenza – in filosofo iconoclasta è una trasformazione della quale purtroppo poco sappiamo. Disponiamo solo del documento di cherem, l’editto ebraico di scomunica,pieno di ingiurie e di maledizioni, che fu stilato per l’occasione dai reggenti della comunità e le prime parole del Proemio al “Trattato sull’emendazione dell’intelletto” pubblicato postumo. Secondo studi recenti, tra i quali quello di Steven Nadler, l’eresia principale che portò alla scomunica di Spinoza sarebbe stata il non credere all’immortalità dell’anima mentre Nicola Abbagnano e i principali studiosi di Spinoza individuano la causa dell’inconciliabilità del suo pensiero con l’ebraismo nella sua identificazione di Dio con la natura («Deus, sive Natura»: Dio, ovvero la Natura) e nel rifiuto di un Dio-persona come quello biblico. Spinoza inoltre asseriva apertamente di ritenere la Bibbia una fonte di insegnamenti morali, ma non della verità; egli rifiutava il concetto di libero arbitrio e applicava la propria visione deterministica anche a Dio (negazione del creazionismo e della libertà di azione del Creatore): l’unica libertà che Dio ha nella visione spinoziana è l’assenza di costrizioni esterne. All’età di 29 anni e dopo la drammatica esperienza dell’espulsione dalla comunità ebraica, Spinoza pubblica i Principi della filosofia di Cartesio, con l’appendice Pensieri Metafisici, opera che gli diede fama di esegeta della filosofia cartesiana. Nel 1660 lascia Amsterdam e si stabilisce poco lontano a Rijnsburg vicino a Leida. Nel 1670 pubblica anonimo il testo del “Trattato teologico politico” che contiene una aperta critica alla religione e la teorizzazione della politica borghese vicina ai De Witt, questa pubblicazione contribuirà a costruire la sua fama di filosofo eretico. Prese dimora prima nel 1665 a Voorburg, sobborgo dell’Aia, e quindi nel 1670 definitivamente nella stessa città dove visse sino alla sua morte ( 1677 ) mantenendosi con il suo lavoro di tornitore di lenti. Soggiornò per tutta la vita in camere d’affitto e gli si attribuisce un solo legame sentimentale con la figlia del suo insegnante di latino. Aveva una piccola pensione dallo Stato e una rendita lasciatagli da un amico. Respinse altre offerte di aiuto economico e rifiutò la cattedra che gli era stata proposta a Heidelberg per non rinunciare alla libertà di pensiero. Lavorò fino al momento della morte alla sua opera principale: l’Etica. Tutti i suoi testi furono pubblicati postumi dagli amici.

Per comprendere come sia avvenuta la conversione di Spinoza da agiato commerciante ebreo nell’Olanda del ‘600 a filosofo eretico c’è un solo e unico modo: leggere il “Trattato sull’emendazione dell’intelletto”, un testo pubblicato postumo ma scritto probabilmente tra il 1657 ed 1662 che contiene in nuce tutti i temi poi sviluppati dal filosofo. In questo libretto, che Spinoza non portò a termine, troviamo la prima ed unica informazione autobiografica sulla sua conversione morale; la parte introduttiva, il cosiddetto Proemio, è uno dei più limpidi e ammirevoli testi della storia della filosofia. I temi che Spinoza tocca per motivare la sua conversione sono riflessioni filosofiche che rimandano alla tradizione filosofica greco ellenistica.

• Prima tra tutte la ricerca dell’eudemonia e dell’atarassia intese come armonia dell’anima, come assenza di turbamento “bisogna ancora notare che gli affanni e le disgrazie dell’animo hanno origine soprattutto da un amore eccessivo per una cosa che è soggetta a molti cambiamenti e che non possiamo mai possedere completamente. (Etica p. 312)

• La serenità come assenza di turbamento è legata, secondo il filosofo, alla decisione di abbandonare dei beni effimeri come ricchezza, piacere e onore per la ricerca di un sommo bene, stabile e inalterabile che dia gioia.”qualcosa, trovata e conseguita la quale, potessi godere per sempre d’una continua e piena letizia.” ( DE, p. 34 Liviana ’66) 

• Alla ricerca dell’armonia interiore quindi è collegato il concetto di sommo bene, l’aretè socratico, ed il concetto aristotelico di vita filosofica, che Spinoza identifica nel condividere con il maggior numero di persone possibile una vita buona orientata alla conoscenza dell’unione della mente all’intera natura. La mente per Spinoza è unita a tutta la natura secondo un ordine necessario e leggi inderogabili poiché fa parte dell’unica sostanza divina, che tutto coinvolge, la consapevolezza di questa unione è il sommo bene cui il filosofo ordina tutto: una conoscenza intuitiva pienamente adeguata.

• Per conseguire questa ricerca l’intelletto deve essere purificato da false intuizioni, da fantasie e da erronee impressioni, in questo tema possiamo ritrovare il concetto di parresia come retto intendere e parlare chiaro dei greci antichi.”Ma prima di tutto si deve escogitare il modo di sanare l’intelletto e di purificarlo, per quanto è possibile, affinché possa capire ogni cosa senza errore e nel miglior modo possibile” è la funzione rischiaratrice della ragione filosofica, le idee chiare  e distinte,  con cui Spinoza precorre l’illuminismo.

Contro il filosofo olandese di origine portoghese fu pronunciato un cherem ovvero ciò che con atto ufficiale dei capi della sinagoga viene definito bando o scomunica nella prassi delle comunità religiose israeliane. Il cherem è una dura misura punitiva o coercitiva (come ricorda Steven Nadler) che una comunità ebraica emette nei confronti dei suoi membri ribelli; il termine stesso indica nella Bibbia separazione, distruzione, nei fatti questa pratica risulta a tutti gli effetti l’equivalente di una scomunica nella religione cattolica. Il cherem era somministrato ed utilizzato come deterrente contro individui colpevoli di deviare nel comportamento, nelle idee e nelle consuetudini sociali rispetto a quanto indicato da chi reggeva la comunità locale, era quindi un codice di regolamentazione non solo dottrinale, in relazione agli aspetti religiosi della comunità, ma usato anche per imporre un comportamento sociale, religioso ed etico conforme alle norme di una comunità ebraica.

Questi sono alcuni passaggi del cherem pronunciato contro Spinoza nel 1656:

“(…) i Signori del ma’amad hanno deciso, con l’accordo dei rabbini, che il suddetto Spinoza sia messo al bando ed escluso dalla Nazione d’Israele a seguito del cherem che pronunciamo ora in questi termini: Con l’aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, noi escludiamo, cacciamo, malediciamo ed esecriamo Baruch de Spinoza con il consenso di tutta la santa comunità, in presenza dei nostri libri sacri e dei seicentotredici precetti in essi racchiusi. Formuliamo questo cherem come Giosuè lo formulò contro Gerico. (…) Che sia maledetto di giorno, che sia maledetto di notte; che egli sia maledetto durante il sonno e durante la veglia, che sia maledetto quando entra e che sia maledetto quando esce. Voglia l’Eterno accendere contro quest’uomo tutta la Sua collera e riversare su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge. (…)”

(Tratto da H. Méchoulan, Gli ebrei di Amsterdam all’epoca di Spinoza, ECIG, Genova, 1991, pp. 145-146.)

(immagine da: alfabetasx.wordpress.com)

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