Attualità, Politica

Cronache. 23 settembre 2017

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Tempo di referendum. Si parte il 25 settembre – si vota nel Kurdistan iracheno – poi il primo ottobre in Spagna e si finisce il 22 in Italia. Sono 3 referendum apparentemente molto lontani tra loro ma accomunati dalla comune motivazione: la richiesta di autonomia dei proponenti, con sfumature diverse,  dall’attuale appartenenza statuale.

Storica quella della Catalogna, che risale almeno alla fine del XIX sec. ma che ha radici che affondano nei secoli, meno antica – ma non meno ricca di storia – la rivendicazione veneta: l’attuale governo regionale ha deliberato la consultazione per conoscere il parere degli elettori della regione circa l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia al proprio ente territoriale. Infine i Curdi, popolo che abita territori appartenenti da secoli ad altre nazioni ( Iraq, Iran ,Siria, Turchia) e che il 25 settembre voterà nella sola parte irachena.

Gli storici potrebbero osservare che siamo al disfacimento del mondo del Congresso di Vienna del 1815 e di Yalta del 1945, altri potrebbero notare che la globalizzazione soffre di eterogenesi dei fini, conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali cioè mira all’unità globale ma scatena forze centrifughe locali, i politici potrebbero notare la volontà popolare referendaria  come la forma più pura di strumento di consultazione democratico, i nazionalisti sanno sicuramente che i referendum sono per loro un grande pericolo.

Ne parleremo al 23 ottobre.

img: Boligan

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Referendum e giochi linguistici. (Conoscere per deliberare)

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Al di là della campagna elettorale e degli schieramenti politici attuali in vista del 4 dicembre è possibile leggere le dichiarazioni del Presidente del Consiglio come un gioco linguistico ? Può sembrare un approccio inconsueto ma è uno dei possibili tra i tanti a disposizione e forse più efficace per comprendere un momento politico e sociale.

Cos’è un gioco linguistico? Fu Wittgenstein a coniare il concetto in base all’idea che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività o di una forma di vita, ed è ciò che si situa “nella prospettiva di una determinata attività, di una situazione concreta o di una forma di vita” ; come scrive Hadot significa “ricondurre i discorsi ai loro giochi linguistici, alla forma di vita che li aveva originati, alla situazione concreta, personale o sociale, alla praxis che li condizionava o agli effetti che  voleva produrre”*. E’ un esercizio che intende il significato come uso, che qui corrisponde dunque al suo uso all’interno di un determinato contesto, quello politico nazionale, figlio delle Repubblica italiana, dei partiti italiani e della classe dirigente italiana, nella nuova Europa.

Prendiamo le dichiarazioni del 25 novembre, in cui Matteo Renzi parla dello spettro di un governo tecnico, post eventuale vittoria del NO, in cui dice: “”Dopo che l’ultimo, quello di Monti, ha alzato le tasse e realizzato un pil al -2,3%” è un’ipotesi alla quale il premier si dice ancora una volta non disponibile, a Berlusconi che parla di un  tavolo con lui sulla legge elettorale in caso di vittoria del No, risponde che ci troverà “Grillo o D’Alema” ma non lui. La scelta delle priorità per le riforme istituzionali e strutturali era obbligata e coerente con il dibattito degli ultimi trent’anni. Lo ha detto Renzi a Torino. 5 ex premier che per anni ci hanno detto riforme e non le hanno fatto, poi se gli italiani vogliono affidarsi a loro, prego si accomodino. Io non sto lì a vivacchiare, io non sono adatto, se dobbiamo tornare alle liturgie del passato, le riunioni di maggioranza con i tecnici, per la logica della palude, delle sabbie mobili tanti sono più bravi di me. Io sto se possiamo cambiare. Renzi ribadisce di non essere un uomo per tutte le stagioni. Ho 41 anni – sostiene – ho fatto il premier, non ho più bisogno di aggiungere una riga al curriculum vitae. Quando toccherà uno si gira, si inchina alla bandiera e sorride, non mette il broncio. Passerò la campanella con un sorriso e un abbraccio a chiunque sia perché Palazzo Chigi non è casa tua ma degli italiani. Non si sta in politica solo per svolgere un servizio ma per cambiare qualcosa. Il mio futuro non è interessante, il referendum è un occasione per l’Italia, è l’assist perfetto e l’Italia ha l’occasione per fare il tiro decisivo. Il 2017 – dice in un altro passaggio – sarà cruciale per l’Europa e l’Italia deve avere una forte strategia europea e, secondo me, lo può fare solo un governo con solidità e stabilità “.

(http://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/referendum/2016/11/24/referendum-renzi-un-paese-maturo-va-a-votare-senza-inseguire-le-inchieste-_8705f416-6292-4987-9db8-511e68613f26.html)

Governo tecnico e politici italiani aprono questo articolo e Renzi li cita come spauracchi che dovrebbero scongiurare il NO e convincere gli elettori, soprattutto i nomi di Grillo e D’Alema, il primo vero pungolo del PD e antagonista concreto, il secondo simbolo del vecchio stile politico, superato e astioso. Una sconfitta referendaria consegnerebbe il paese a loro. Davvero? In realtà è prerogativa del Presidente della Repubblica decidere cosa fare, e le possibilità sono sostanzialmente due: sciogliere le Camere e indicare una data per elezioni, incaricare su indicazione dei partiti un candidato quanto più condiviso in base all’attuale schieramento risultato vincitore alle ultime elezioni politiche, che questo possa essere un “tecnico” ( qui inteso come alternativo ad un uomo politico ) è solo una delle possibilità.

Le riforme sono quindi in questa dichiarazione una scelta obbligata e coerente con un dibattito trentennale. Quale dibattito? E quale trentennio ?  Dal 1986? Nella sinistra italiana l’appellativo “riformista” era un tempo un marchio d’infamia, sinonimo di eretico rispetto all’ortodossia della fedeltà alla linea e preludio all’epurazione partitica. In Italia le riforme non hanno mai avuto grande seguito, accade solo negli ultimi anni ed infatti la sinistra è in questo campo poco credibile, spesso arroccata su posizioni di intangibilità costituzionale. Infatti nelle cronache risulta una vaga idea socialista di riforma mai formalizzata veramente, quello che fu il tema della “grande riforma” riferito sia alla forma di Stato, che di governo, che emerse nell’agenda politica italiana soltanto alla fine degli anni ’70, per iniziativa del PSI di Craxi, di conseguenza demonizzata a prescindere. (Forattini, fumettista satirico, raffigurava in questo senso Craxi vestito da Mussolini, a sottolineare le sue presunte tendenze accentratrici). A questa ottica, prevalentemente orientata verso il rafforzamento dell’efficienza e della stabilità dell’esecutivo, si erano ispirati – pur nell’estrema diversità delle soluzioni – vari progetti elaborati, oltre che dai maggiori partiti, da taluni ambienti scientifici o da sedi istituzionali. Quindi in fondo un’idea estranea alla sinistra politica italiana. Si ebbe perciò,  tra gli anni 80 e gli anni ’90,  la serie delle Bicamerali, commissioni parlamentari con l’incarico di studiare bozze e ipotesi di riforme, tutte abortite in un nulla di fatto, per decenni. Tutte accomunate nella volontà di eliminare il bicameralismo parlamentare italiano, o perlomeno posizionate  tra un Senato da riformare ed un modello presidenziale.

E nel mentre passò “Tangentopoli” (1992) e azzerò i partiti dell’arco costituzionale mentre si sviluppava un dibattito nazionale sul modello federale, di fatto senza che nulla si muovesse, compresi i tentativi della Bicamerale D’Alema / Berlusconi del 1998, osteggiata, criticata ed infine affondata e il successivo tentativo di riforma del governo Berlusconi del 2006 bocciato invece al Referendum confermativo.

Intanto nel 2001 il governo Amato introdusse la riforma il Titolo V, quello che regola i rapporti Stato/Regioni, stabilendo che ci sono materie di esclusiva competenza dello Stato, altre di esclusiva competenza delle Regioni e altre ancora di “competenze concorrenti”, vale a dire temi su cui entrambe le parti hanno voce in capitolo. I cambiamenti apportati nel 2001 , sono tutti andati nella stessa direzione: quella del federalismo, in base al quale lo Stato centrale ha “delegato” decisioni, introiti e spese, alle Regioni, concedendo loro una maggiore autonomia. È opinione unanime che la riforma del 2001 (voluta anche in quel caso dal centrosinistra) , così com’è stata attuata, ha prodotto più danni che benefici. In particolare, ha causato un sostanziale aumento dei costi. Di questo trend è rappresentativa soprattutto la sanità, la cui spesa, nel corso degli ultimi quindici anni, è salita da 75 a 113 miliardi di euro. E i tentativi di riforma della P. A. del ministro Madia sono oggi naufragati.  “il centrosinistra pensò di usare la Carta per intestarsi le parole d’ordine del federalismo e dell’autonomia portate da una Lega allora arrembante al centro del dibattito politico. In 15 anni ha prodotto migliaia di sentenze sui temi più disparati, la sentenza di ieri rappresenta solo l’ultimo, pesante risultato. Il problema, ovviamente, non è la Corte costituzionale, ma un sistema di rapporti fra Stato e autonomie locali mai chiarito fino in fondo,”(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-11-26/gli-errori-ripetuti-un-titolo-v-cambiare-102314.shtml?uuid=ADBERF2B)

Renzi dice di porsi su questa scia. “La scelta delle priorità per le riforme istituzionali e strutturali era obbligata e coerente con il dibattito degli ultimi trent’anni.” Forse, ma a modo suo. Nei fatti che realizzerebbe questa riforma il Senato sarebbe solo ridotto, con diverse attribuzioni ma le autonomie locali sarebbero di molto ridimensionate. Il dibattito attuale su questo punto pare non soffermarsi troppo: nella proposta di riforma l’art. 117 prospetta una radicale operazione di accentramento, che riduce al minimo l’autonomia regionale, perché diventano di esclusiva competenza statale i 3/4 delle materie che oggi sono di competenza concorrente. La riforma targata Renzi-Boschi mirerebbe a rimediare alle storture precedentemente create facendo un vero e proprio passo indietro. Il che significa togliere alle Regioni (a statuto ordinario, per quelle a statuto speciale i cambiamenti sono minimi) parte della loro autonomia, accentrando nuovamente i poteri nelle mani dello Stato. ripulito. Le competenze esclusive che tornerebbero allo Stato (e di riflesso alla UE) riguardano: energia, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e navigazione, beni culturali e paesaggistici, ambiente ed ecosistema, attività culturali e turismo, governo del territorio, protezione civile, porti ed aeroporti civili. Da un federalismo abbozzato ad un riedito centralismo. Ma da ciò non può derivare alcun beneficio né al Pil né all’occupazione.

Nel discorso renziano l’inaffidabilità (affidarsi a loro che hanno fallito) dei predecessori (ben 5 dice Renzi, quindi : Letta, Monti, Berlusconi, Prodi, Amato, forse Renzi ha lasciato fuori proprio D’Alema …) che non sono riusciti nell’intento è segno della loro incoerenza, in quanto a parole erano per le riforme, (ma si tace sulla riforma del 2001 implicitamente criticata nella nuova proposta) e qui ritorna ancora la contrapposizione vecchio/nuovo, rottamatore / innovatore refrain renziano fin dalla sua ascesa che ha rinfrescato il vocabolario politico italiano, il nuovo che avanza. Vivacchiare non è per il premier, ma in che senso vivacchiare ? Vorrebbe forse dire “tirare a campare” politicamente cioè governare senza risultati concreti, di andreottiana memoria? Meglio morire quindi ( tirare le cuoia l’alternativa che Andreotti escludeva) politicamente parlando, cioè andarsene, abbandonare l’agone, si ripresenta la personalizzazione del voto referendario, prima affermata poi ritrattata infine confermata. Il voto del referendum è pro o contro, lui.

 Il riferimento alle liturgie del passato è diretto invece alle pratiche parlamentari dette talvolta anche “da prima Repubblica”, cioè incontri, accordi, contrattazioni, “la logica della palude, delle sabbie mobili”, di cui è noto il  corrispondente “teatrino della politica” di ventennale e inefficace berlusconiana memoria, il disgusto per le pratiche ( certo talvolta in Italia molto “bizantine”) che altrove sono considerate semplicemente democratiche, già la democrazia:  il dialogo, il confronto, l’accordo. Renzi vuole il cambiamento, vuole essere un innovatore o niente, con poche mediazioni e tante decisioni veloci, meglio se elaborate tra pochi eletti.

Se questo non avviene lui se ne va. “Renzi ribadisce di non essere un uomo per tutte le stagioni.” Lui fa politica “per cambiare qualcosa”. Cambiamento in Italia oggi pare essere la ridefinizione del Senato. Lui ha 41 anni e ha fatto il premier, il massimo che poteva sperare ( per 3 anni e non a seguito di elezioni ma incaricato dal Presidente della Repubblica ) cosa può chiedere ancora, cosa potrebbe aver “bisogno di aggiungere al curriculum vitae”?  Ambizione, carriera, cinismo? Difficilmente un politico si vanta di quel che ha fatto senza risultati concreti sul suo obiettivo centrale, questa affermazione suona strana, perché parlare di curriculum? Segna forse un difetto di coscienza? Dover dimostrare di aver raggiunto un obiettivo, ma che è personale non politico … Forse è il sapere di non essere stato scelto dagli elettori ma da “giochi di palazzo” ? Forse. Il seguito è ancora più ambiguo: come reagirebbe se  dovesse lasciare Palazzo Chigi? Non con il broncio. Singolare che Renzi pensi già al “dopo”, e già pensarlo significa porlo come possibilità, rappresentarlo;  non è l’unico, lo fanno già Berlusconi (redivivo giusto in tempo per l’ultima settimana di campagna elettorale) e Grillo, pubblicamente: governo tecnico e voto in primavera ….

“Il 2017 sarà un anno cruciale per l’Europa”  e “l’Italia deve avere una forte strategia europea e, secondo me, lo può fare solo un governo con solidità e stabilità” dice il Presidente del Consiglio, e qui  l’equazione immediata è che allora l’Italia oggi non conti nulla in Europa, se serve cambiare al Costituzione perché conti di più ( domanda: lo hanno fatto anche altri paesi dell’UE?)  e che manchi di solidità e stabilità, paventando inoltre un torbido futuro molto prossimo, e anche svelando così il trucco della reale situazione italiana, confermando implicitamente le peggiori previsioni internazionali sul destino economico e politico della penisola. Considerando che Monti, Letta e lui stesso sono stati “nominati” dall’ex capo dello Stato, che non volle sciogliere le camere, camere votate con una legge considerata incostituzionale (tuttora vigente) per meglio veicolare le richieste d’Europa, questa affermazione potrebbero semplicemente far intendere che nel continente si richiede un adeguamento costituzionale, e a scendere risalire dietrologicamente al famoso documento di una nota banca d’affari americana del 2013 in cui  si sottolineava l’eccessiva impronta socialista a tutela di lavoratori presente nella Costituzione italiana. Sostanzialmente Renzi chiede agli italiani di essere “più europeisti” nel momento più basso dell’unità europea, nella fase storica in cui l’Europa è messa in discussione più che mai.

L’abbandono della vecchia politica, il nuovo come decisionismo politico, il presentarsi come innovatore, la metafora antidemocratica, il calcio come background, il “o con me o contro di me”,  il personalismo, l’affabulazione e la retorica spiccia, agitare spauracchi, un riformismo alla buona, la spaccatura sociale e politica italiana come caratteristica strutturale ed il contrasto con le logiche efficientistiche d’Europa e affaristiche globali.

Nel 2011 il tasso di disoccupazione era dell’8,4% e quello giovanile poco sotto il 30%, il PIL registrava un +0,4%  per converso a luglio 2016 il tasso di disoccupazione è all’11,4%, quella giovanile è pari al 39,2%, il PIL è a + 0,7 nel 2015 ultimo dato utile. Si registra intanto un nuovo record del debito pubblico italiano ad aprile 2016:  è salito a 2.230,845 miliardi. Numeri.

Ecco la situazione concreta dell’Italia alla vigilia del referendum,  personale e sociale, la praxis che condiziona il discorso di Renzi , gli effetti che  voleva produrre nel gioco linguistico elettorale.

Una rappresentazione perspicua (übersichtliche Darstellung), uno sguardo d’insieme (Übersicht).

* P. Hadot, Wittgenstein e i limiti del linguaggio – Bollati Boringhieri, 2007.

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