Pratiche filosofiche

I Caffè filosofici (Café Philo).

Marc_Sautet_at_Cafe_des_Phares_(Paris_1994)

Anche se può sembrare scorretto, mi pare che la commedia che staimo recitando sia già andata in scena in Grecia all’epoca della nascita della filosofia socratica. (Marc Sautet, Socrate al caffè, Tea 2007)

I Caffè filosofici (café philosophique) nascono a Parigi come pratica filosofica o uso spontaneo della filosofia, nei primi anni novanta del ‘900 realizzati da Marc Sautet consulente filosofico  per il quale la vocazione della filosofia non è tacere ma andare per la strada, in città, mescolandosi alla vita, nella piazza del mercato. Il Caffè filosofico è una pratica ispirata al dialogo socratico, che è esercizio spirituale praticato in comune, ma rivolto all’interiore perché rientra nell’esercizio del conosci te stesso, in quanto esame di coscienza, attenzione a sé. Il Caffè filosofico è attività che si sviluppa nel contesto di vita, con parole d’esperienza, come emergenza di fronte alla problematicità dell’orizzonte sociale, linguistico e simbolico. È cura del pensiero, della verità e dell’anima.

I Caffè filosofici ( Café Philo) sono una delle diverse Pratiche filosofiche che, in Italia da diversi anni,  si sono diffuse in contesti extra accademici a livello internazionale. Tali pratiche possono essere molto differenti  tra loro:  dal Dialogo socratico ai seminari, dalla Philosophy for children alle cene e le vacanze filosofiche, dalla consulenza aziendale ai Laboratori filosofici, alla Consulenza filosofica; pratiche quindi diverse ma dal comune tratto di praxis filosofica che le caratterizza.

I Caffè filosofici oggi sono realtà oramai consolidate: nel concreto si tratta di pubbliche discussioni su argomenti di vario genere – da questioni d’attualità, fino ai grandi temi della filosofia, della religione, della politica, svolte in luoghi pubblici – di solito esercizi pubblici oppure librerie e biblioteche, sono aperti alla partecipazione di chiunque sia interessato, senza alcuna limitazione di età, sesso, cultura, formazione o orientamento personale.

Questa modalità di esercizio della filosofia che si svolge nei caffè o in luoghi non convenzionali trae origine dalla tradizione dei ritrovi illuministici del ‘700. A riscoprirne la peculiarità fu il francese Marc Sautet, Consulente filosofico, luogo di dibattito il Café des Phares a Parigi nei dintorni di Place de la Bastille dove, a partire dal 1992 e fino alla prematura morte del filosofo nel 1998,  tutte le domeniche si animò un dibattito a cui chiunque poteva partecipare.

“Nel suo saggio “Socrate al caffè”, unico testo pubblicato in Italia ove si parli di caffè filosofici, Sautet spiega che l’iniziativa nacque praticamente per caso: nel luglio del ’92, durante un’intervista radiofonica, gli era capitato di render noto che tutte le domeniche si incontrava con alcuni amici al Café des Phares, in Place de la Bastille a Parigi, per parlare della recente apertura del suo studio di consulenza filosofica. Alcuni ascoltatori si convinsero che invece di parlare di attualità argomenti giornalieri e anche temi filosofici, Sautet parlasse solo di temi filosofici dato queste informazioni errate si misero a cercarlo. Nonostante l’equivoco, Sautet fu ben contento di intavolare estemporanee discussioni. Dopo alcuni giorni si era già formato un gruppo di persone che tornava regolarmente per riprendere il dialogo e proporre nuovi temi. I media, non sempre con parole lusinghiere, s’interessarono al fenomeno, che crebbe ancora, finché all’appuntamento domenicale giunsero a recarsi anche duecento persone, tanto che non bastavano gli spazi, molti rimanevano esclusi e le locandine di convocazione dovettero invitare gli interessati a presentarsi con largo anticipo e muniti di sedie personali…”

Il carattere filosofico di questi dibattiti viene loro conferito dalla presenza di uno o più esperti di filosofia, che svolgono la funzione di conduttori  con il compito di sviluppare e far procedere la discussione nella direzione di un progressivo approfondimento, attraverso il confronto e la problematizzazione dei contributi di volta in volta proposti dagli altri partecipanti.

Scrive Oscar Brenifier: “ E’ certo che esiste un punto di partenza che ci rimette al comportamento di Socrate e alla sua concezione della maieutica. L’ipotesi di partenza è che lo spirito umano sia qualcosa di fondamentalmente creativo, che la nostra anima sia una “scintilla divina” gravida di idee, per cui si tratta semplicemente di partorire queste idee e dar loro forma, siano esse aborti rachitici o bebè paffuti (… ) D’altra parte se il Caffè filosofico merita un tale denominazione, lo sarà quando accetterà l’idea che la filosofia è una propedeutica, una messa in pratica di un certo stato mentale e di una metodologia che potremmo definire dialettica” ( Oscar Brenifier, Filosofare come Socrate, 2015)

Ciò che differenzia questo tipo di incontri dalle più tradizionali conferenze o dai seminari è il fatto che il filosofo non è il protagonista e l’unico ad aver diritto di parola o a gestire il dialogo: egli può introdurre preliminarmente il tema ma in seguito interagisce , partecipa e permette che siano i convenuti  a parlare e a sviluppare la discussione; il filosofo ha la funzione di esperto, non già dell’argomento, ciò non è essenziale, ma degli strumenti con i quali tale argomento viene elaborato collegialmente. Per sintetizzare in una breve formula: in questi dibattiti non si parla di filosofia, bensì semplicemente  si fa filosofia insieme, in contesti pubblici.

Nei caffè filosofici reali è essenziale, all’interno della discussione che gli interventi siano supportati da adeguate argomentazioni, rispettare le parole e le opinioni degli altri partecipanti a cui attribuire lo stesso valore delle proprie. Ognuno nel Caffè filoaofico inoltre, è libero di prendere la parola e i presenti prestano ascolto senza interrompere. In genere, la durata di ogni singolo intervento è di circa 3 minuti, per dare modo di far partecipare più persone alla discussione.

I Caffè filosofici rappresentano una modalità diversa e sociale di praticare l’esercizio della filosofia.

Per le edizioni precedenti: Caffè filosofici 2016

img: Marc Sautet al Cafè de Phares 1994. ( https://it.wikipedia.org/wiki/Marc_Sautet )

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Consulenza filosofica

Sofia e polis. Pratica filosofica e agire politico

phronesis 21-22 aprile 2014 Sofia e polis ubizzo

L’ultimo numero della rivista Phronesis, semestrale di consulenza e pratiche filosofiche” Anno XII, numero 21-22 Aprile 2014 –  ospita una mia recensione al volume “Sofia e polis. Pratica filosofica e agire politico” che qui potete leggere.

Per Liguori Editore è stato pubblicato nel 2012 il volume collettaneo «Sofia e polis. Pratica filosofica e agire politico» a cura di Stefano Zampieri, il testo fa parte di Phronesis, collana di pratica filosofica diretta da Maria Luisa Martini per la casa editrice napoletana. I contributi a questo testo riprendono il materiale del II Seminario dell’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica Phronesis tenutosi a Roncegno (TN) nel 2010 sul tema «Pratica filosofica e pratica politica». Gli intenti di questo Seminario Interregionale erano di «promuovere un’occasione di riflessione sulle implicazioni politiche delle pratiche filosofiche, e in particolare della Consulenza. Se il dialogo filosofico favorisce la comprensione e la critica di personali visioni del mondo, per trovare nel confronto con l’alterità una chiarificazione della propria identità e l’accesso a un più ampio orizzonte condiviso, questo processo porta necessariamente con sé l’esercizio reale di quelle disposizioni etiche che costituiscono il prerequisito di ogni possibile agire politico.» come recitava il testo di presentazione dell’evento.(Maria Luisa Martini ha curato l’organizzazione scientifica del Seminario).

I saggi raccolti in «Sofia e polis» forniscono un quadro esauriente della posta in gioco, delle riflessioni e dei temi che vertono sulla questione del rapporto tra le pratiche filosofiche e l’agire politico.

Nel testo intervengono alcuni tra i più noti consulenti filosofici italiani facenti riferimento all’associazione Phronesis tra cui: Neri Pollastri, Moreno Montanari, Augusto Cavadi, Roberto Peverelli, Giuseppe Ferraro, Giorgio Giacometti, Thomas Polednitschek e Stefano Zampieri, consulente filosofico veneziano che ne cura l’edizione.

Apre il volume Zampieri, con il suo «Lo spazio del dialogo e la rinascita dell’attore morale» , in cui propone il superamento della concezione contrattualistica della politica attraverso il recupero della dimensione fondativa del dialogo; l’autore vede come l’era attuale sia caratterizzata dal vuoto lasciato dal venir meno delle grandi narrazioni ideologiche e dei partiti che le rappresentavano, un vuoto politico che si trascina dietro il vuoto morale dell’individuo diventato consumatore globale in balia delle dinamiche economiche e sociali determinate dalle lobby di potere internazionali. Attraverso il recupero delle riflessioni di Hobbes sul contratto sociale, di Weber sullo Stato, di Adorno e Horkheimer sulla violenza come opposto del pensiero di matrice illuministica, Zampieri pone con Habermas e Baumann la questione del recupero della dimensione sociale e dell’impegno, attraverso una pratica dialogica e un’agire comunicativo in grado di ricostruire dalle fondamenta la polis nel suo significato originario, recupero che solo una filosofia rinnovata appare in grado di avviare. La crisi che stiamo vivendo appare ben al di là del mero dato economico e finanziario, pur inserito in un contesto continentale, questa crisi assume l’aspetto di una nuova configurazione delle dinamiche sociali in Europa e se l’analisi della sua consistenza non sarà radicale altrettanto vacue saranno le possibili soluzioni. Spazio di dialogo e linguaggio sono le chiavi interpretative per capire il grado di sterilità e il vuoto nichilistico cui siamo giunti alla fine dell’era ideologica che ha contraddistinto gli ultimi cinquanta anni di vita italiana; lo spazio che è sempre stato pubblico, quello della discussione politica, del logos politikos oggi non è più tale, «Uno spazio oggi interamente riempito dal mezzo televisivo e dai meccanismi persuasivi e retorici della propaganda; lo spazio pubblico è diventato quello della pubblicità, la discussione, il confronto, lo scambio d’idee, sono stati fagocitati dalla scena mediatica, intesa come semplice rappresentazione di personaggi»  Le pratiche filosofiche, che qui sono poste come paradigma di recupero della dimensione dialogica, sono in questo contesto sociale e politico la via percorribile, forse l’unica al momento, per recuperare una dimensione, per riappropriarsi di azioni, parole e luoghi originariamente patrimonio dei polloi, dei molti, dei cittadini: l’agorà.

La pratica filosofica è un’agire per cambiare questo stato di cose, l’agire filosofico si pone in questo scenario come forma di opposizione radicale a un pensiero “dominante” che rischia di annullare le ultime possibilità di recupero di una dimensione comune, di ciò che ci tiene assieme, e questo perché la pratica filosofica è pratica di democrazia. Zampieri recupera un pensatore fondamentale sulla questione socratica del dialogo, Guido Calogero, il quale sottolineava come il rapporto di comprensione reciproca fosse il legame etico fondamentale che ci tiene uniti agli altri ( G. Calogero, Filosofia del dialogo, Milano, Edizioni di Comunità, 1969, p.46), un legame etico che trova un riferimento in ciò che già Husserl riconobbe come «concreto mondo della vita (…) il mondo delle dirette esperienze intersoggettive»( Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il saggiatore 1997, p. 162.)  che sottraendosi al modello consumistico presente «è in azione sempre, perché è connaturato all’umano anche se non sempre ne siamo consapevoli, ma ciò che ora ci interessa è che esso deve essere rianimato, rivitalizzato e messo in scena esplicitamente, apertamente, quando entriamo nella dimensione politica, che è appunto quella dimensione dove si stabiliscono i limiti e le forme del nostro vivere in comune.»  Questa capacità di risvegliare attitudini sociali e propriamente umane, che contraddistinguono lo stare insieme per il bene della comunità è propria della filosofia fin dal suo apparire, in Grecia, a patto che riconosca come propri strumenti non un’idea di scientificità obiettiva e assoluta, ma dialogo, colloquio, ragione e pensiero critico, tutto il portato storico del pensiero socratico, cui questo volume fa continuo riferimento. Il dialogo come uscire da sé per riconoscere se stesso negli altri è anche stato un tema di profonda incomprensione, e lo è spesso anche oggi, nel quotidiano, perché interpretato come un aprioristico dire sì a tutto ciò che è estraneo a me, alla mia identità, per un’accoglienza acritica dell’altro da me, quasi che l’oblio del mio io fosse la mia medicina. Così non è, se il dialogo è davvero riconoscimento reciproco, esso può essere arricchimento, se è annullamento, è solo dispersione di sé e perdita di senso.

Neri Pollastri nel saggio che propone in questo volume  «La vita filosofica è una vita politica» esplora le diverse possibilità d’interpretazione del tema pratiche filosofiche e pratiche politiche. Un’ampia parte introduttiva quindi chiarisce le definizioni: la politica come etica, come cratologia, come gestione del potere, come attività sociale; Pollastri nella parte introduttiva per una chiarificazione sulle diverse pratiche filosofiche propone una classificazione a cerchi concentrici in cui rientrano a partire da un centro ideale cioè la filosofia pura, la ricerca tradizionale, tutte le diverse forme di pratica . Chiariti i termini della questione, Pollastri individua nei temi specifici del dialogo, dell’intersoggettività, della formazione della cittadinanza i punti cardini della proposta filosofica, concentrando la sua attenzione più sul ruolo della filosofia nella sua nuova veste pratica che sugli effetti operativi strettamente politici, o meglio: riflettendo con più profondità sulle ragioni della filosofia nel logos politikos, piuttosto che sull’efficacia; nella parte conclusiva, infatti, ritorna su quest’aspetto: la filosofia è pre-poltica, non agisce in vista di una diretta gestione del potere ma è massimamente politica nel suo farsi logos comune, «Questa concezione dell’efficacia s’iscrive in un ben preciso sistema concettuale, nel quale l’individuo, il soggetto – con le sue idee, la sua volontà, la sua responsabilità d’azione, ecc. – è qualcosa di primario (…)»  potremmo dire che il cambiamento politico è negli occhi di chi guarda e nelle idee di chi ci pensa. Da questo punto di vista è importante la questione che Pollastri individua del polemos e del compromettersi che ne consegue. Riprendendo alcuni spunti di Giacomo Marramao e di Miguel Benasayang e Angelique Del Rey sulla questione del conflitto come naturale modalità di relazione nel vero dialogo, Pollastri afferma in maniera esplicita che «la filosofia non può né temere, né aggirare il conflitto perché in certa misura esso è uno dei suoi elementi costitutivi, (…) pensare è pensare per differenze»  Se la filosofia opera sull’uomo, è con gli strumenti umanistici che deve lavorare ed ecco emergere la vera questione in gioco: la vita filosofica come vita essenzialmente politica. Una pratica filosofica che oggi abbia come sfondo la vita filosofica è qualcosa di ulteriore rispetto a tutto quello che la tradizione occidentale ci ha presentato nel corso della sua storia, o forse è una diversa caratterizzazione di quello che Pollastri definisce l’ipotesi della vita filosofica, ricordando il IX International Conference on Philosophical Practise dibattito tenutosi a Carloforte nel 2008 vertente proprio su tutto questo. Il concetto di vita filosofica insegue l’idea che «non sia possibile effettuare pratiche filosofiche senza che l’atteggiamento filosofico abbia pervaso l’intera vita dell’agente, trasformandola appunto in “vita filosofica”» sempre secondo quanto affermava Socrate, che rifiutò l’esilio e il silenzio, al processo che lo vide imputato per corruttela e miscredenza, affermando che solo una vita che permetta l’indagine discutendo, «potere, quotidianamente, parlare della virtù e di quegli altri argomenti intorno ai quali voi mi sentite discutere facendo indagine e in me stesso e negli altri» è degna d’esser vissuta.(Platone, Apologia di Socrate, La Nuova Italia Firenze, 1953, p. 61.)

Nel terzo saggio del volume «Sofia e polis» di Moreno Montanari la questione socratica assume valenza primaria come riferimento alle pratiche politiche, il suo intervento «La consulenza filosofica come politica socratica»  è, in effetti, per intero modulato sul continuo rimando e sviluppo di tematiche che fioriscono dal pensiero socratico e convergono sulla consulenza filosofica. Montanari esordisce con un confronto oppositivo rispetto alle tesi del sociologo Alessandro Dal Lago che in un testo recente critica la consulenza filosofica, probabilmente senza davvero conoscerla, che definisce spregiativamente “business del pensiero” soffermandosi sull’aspetto professionale della consulenza; Dal Lago indica nella pratica filosofica una forma di chiusura soggettiva, un ripiego nell’individualità, che subordinando il fuori al dentro riprende tematiche dello gnosticismo e di Agostino quali fondamenti delle pratiche filosofiche. Montanari prende spunto proprio da questa incomprensione (la gnosi e Agostino sono, tra i riferimenti della consulenza, i meno citati) affermando chiaramente che la consulenza filosofica è certamente una pratica sui soggetti e sull’individuo ma «costitutivamente aperto al mondo al quale è inscindibilmente legato da un rapporto ricorsivo»  ed è proprio sull’identità degli individui che si giocano le partite politiche nel nostro tempo, infatti, poiché siamo sempre in relazione non possiamo comprendere noi stessi senza comprendere il mondo, come riteneva Pierre Hadot quando affermava «Solo colui che è capace di un vero incontro con altri è capace di un incontro autentico con se stesso (…)» (Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica. Einaudi, Torino, 2002. Pag. 46) . Montanari individua nella questione del soggetto il tema fondamentale della contemporaneità e, sulla scorta delle riflessioni foucaultiane – sul governo dell’individuazione quale organizzazione delle coscienze, come forma di controllo e dipendenza che fa leva sulla volontaria adesione a regimi di pensiero in realtà etero diretti da interessi economici e politici – l’autore ricorda che furono proprio le tematiche socratiche a fondare e proporre fino all’era ellenistica uno stile di vita indipendente dal pensiero e dalla cultura dominanti, la vita filosofica. Richiamando le tesi di Nadia Urbinati, Roberta De Monticelli e Martha Nassbaum l’autore esplora la questione dell’individualismo democratico e della cittadinanza critica quali obiettivi concreti e formativi della consulenza filosofica, di matrice socratica, ricordando che «Chiedendo ai suoi concittadini di rendere per conto proprio ragione del loro modo non solo di pensare ma di vivere, Socrate svolgeva, per sua stessa ammissione, una funzione politica perché poneva i presupposti per un reale esercizio di cittadinanza attiva e responsabile (…)»  In quanto preme sull’adesione alla consapevolezza e al ripensamento critico di valori e visioni del mondo la consulenza per Montanari offre un contributo ad una cittadinanza critica e responsabilmente partecipativa. Consapevolezza, partecipazione e cittadinanza sono i termini che traducono oggi la filosofia socratica.

E’ nell’intervento di Thomas Polednischek «La morte del cittadino. Consulenza filosofica come filosofia politica»  che il quadro filosofico si esplicita e si radicalizza nei suoi rapporti diretti con la realtà politica dei nostri tempi e con la questione della formazione della cittadinanza. Polednischek pone la domanda su quale sia la responsabilità sociale della filosofia, secondo l’autore i vincoli che legano i cittadini nel patto sociale non possono essere garantiti dallo Stato stesso ma da un accordo solidale, che la consulenza potrebbe garantire come base pre-poltica di democrazia, secondo questo pensiero radicale la pratica del filosofare si deve assumere il compito sociale di costituire lo spazio pubblico come luogo filosofico. Osservando le insurrezioni del 2011 Polednischek denota in esse una matrice comune nella presenza di un “io resistente” che individua come “io politico del cittadino” obiettivo esplicito della consulenza filosofica. Alla figura dell’io politico l’autore contrappone per opposizione l’io depoliticizzato che caratterizza diverse forme d’individualità sociale ai nostri giorni: l’homo oeconomicus governato e soggetto delle dinamiche economiche e aziendali, oppure l’homo psychologicus prigioniero della sua soggettività introspettiva ed egocentricamente chiusa, o ancora l’individuo post borghese annoiato, svogliato, interessato solo al proprio benessere e non al bene comune: tutte forme, queste appena elencate, d’individualità nichilistiche postmoderne. Ma è dell’io politico che necessita la società postmoderna, pena la riduzione del sociale a campo di forze di potere e controllo indiscriminati da parte dei diversi sistemi economici e politici. Lo scritto di questo consulente è dedicato a coloro che sono disposti a mettersi in gioco pericolosamente per la conquista del loro spazio pubblico, “E’ cittadino chi considera questioni di carattere sociale come questioni personali”. Parlando di morte del cittadino qui si parla di morte del soggetto politico attivo e di come la consulenza debba assumersi la responsabilità di considerare lo spazio del dialogo come agorà e il consultante come soggetto politico, pena la sua estinzione. La consulenza filosofica, prosegue Polednischek, deve necessariamente evitare l’astrattezza di una psicoterapia che porta «all’individuazione dell’ego atomizzato e privo di alterità»  che ha come caratteristica la de-politicizzazione del soggetto ma può puntare a essere là dove il consulente ed il consultante nella pratica del filosofare costruiscono una cosa comune. Riprendendo il Lachete di Platone e sulla scorta delle riflessioni hegeliane sull’io come io comune cioè universale, e su quelle kantiane di ragion pratica come autodeterminazione del soggetto, l’autore individua nelle capacità razionali di vedere e ascoltare del consulente le attitudini che rendono la consulenza filosofica orientata a resistere all’oblio collettivo di questa Europa del nuovo millennio.

Nel Simposio platonico Diotima racconta a Socrate che Eros è filosofo, ed è il desiderio il suo sentimento, desiderio di ciò che manca, perché Eros è e non è, e la passione ci muove verso ciò che sentiamo nostro ma che ci manca. E’ Giuseppe Ferraro che scrive di politica, filosofia e desiderio nel suo “La filosofia tradotta in politica o della politica del desiderio” . Ferraro sviluppa l’idea di una politica come partecipazione di voci, e come politica del desiderio, il vedere quel che manca in quel che c’è, la politica come traduzione di ciò che manca in possesso senza proprietà, ma anche la politica come racconto di una città futura, e il ruolo dei filosofi nei luoghi eccezionali come il carcere. L’autore riprendendo Nietzsche e Deleuze ricorda che «Nietzsche ha chiamato inattuale la pratica della filosofia. Un disaccordo di tempo. Deleuze ha parlato di collera per dire dell’inattuale. La collera della filosofia per il tempo attuale, cioè per il tempo della politica, per la politica del tempo, perché la politica questo ha di proprio di essere attuale»  Queste considerazioni portano l’autore ad una serie d’interrogazioni riguardanti in particolare la forma che assume la filosofia nella sua veste di ricerca comune, ricerca di ciò che ci accomuna e ci unisce, è erotica in questo perché ci lega al desiderio di trovare quello che manca, ed è tensione verso un punto che non conosciamo. «Il tentativo del filosofo, di Socrate come filosofo, fu quello, ed è questo, di portare l’eros al grado della filia, facendone così politica. A ben riflettere il passaggio, la traduzione, dell’eros a filia, altro potrebbe, forse, non essere che il passaggio dalla passione al legame.»  Ecco quindi che c’è una responsabilità anche politica per chi fa filosofia, che è responsabilità per ciò che è comune, «la filosofia tradotta in politica è una pratica di relazione sui confini del giuridico»  spinge il diritto a rappresentare le relazioni che si sviluppano.

La sfida filosofica di queste pagine investe diversi aspetti della nostra società, dalle scelte educative alle scelte etiche, secondo Roberto Peverelli nel suo «Sette rapide considerazioni su pratiche filosofiche, educazione e politica»  la scuola è il luogo in cui le pratiche filosofiche trovano il loro senso, nel superamento della classica lezione frontale verso forme innovative di didattica collaborativa, del dialogo socratico come esercizio di confronto, di con – filosofare, nella comunità di ricerca come cooperative learning nella P4C che a partire da Lipmann ci esorta all’esercizio del pensiero. Ed è proprio sull’autore americano inventore del “metodo” P4C che Peverelli ribadisce la funzione politica della pratica filosofica «Educare a un pensiero indocile, creativo e caring, libero dal dominio è un tassello utile di una politica democratica radicale»

Giorgio Giacometti nel saggio «Violenza e verità. Politica inappariscente dell’esercizio filosofico in senso antico»   parte dalla constatazione della violenza insita nella società attuale che si ritrova nella politica del nostro tempo sia demistificabile, ovvero sia possibile smascherare la sterilità la mancanza di una condivisione democratica; a tutto ciò la consulenza può offrire spazio di dialogo e riflessione autocosciente. La consapevolezza che la pratica filosofica porta con sé è che per favorire il dialogo la violenza va depotenziata – nella consapevolezza della sua ineliminabilità – e disinnescata con la forza della parola e del bene comune. A questo esercizio antico si richiama lo scritto di Giacometti, «Ecco, dunque, esemplarmente, come la filosofia sfida la violenza e la minaccia della morte, da qualsiasi parte essa provenga: non vi si ribella e non vi sfugge (in questo senso non rappresenta un’alternativa rivoluzionaria) ma ne mette in questione la pretesa di dire l’ultima parola sul senso della nostra vita, di crocefiggerci alle nostre paure e di fondarvi il suo edificio di menzogna»

Augusto Cavadi chiude il testo con il suo saggio «La dimensione politica del filosofare. Qualche esemplificazione autobiografica»   in cui mostra come sia politica ogni scelta privata, portando la riflessione alla dimensione quotidiana; l’autore ricorda come ogni decisione che ci chiama a decidere ci porta anche a fare politica, come ad esempio la decisione di non cibarsi di carne, o le motivazioni filosofiche di scelte politiche legate al periodo della contestazione e nell’impegno nel volontariato, ricordando che «La riflessione senza vita è vuota, la vita senza riflessione è cieca» parafrasando Kant.

In questo quadro a più voci e ricco di riflessioni è possibile individuare almeno un paio di spunti critici. Accennerò qui brevemente ai principali nodi teorici di questi spunti critici che, necessariamente, avrebbero bisogno di un più ampio margine di sviluppo, che qui non è possibile prendere. Il primo riferimento è la questione della formazione, il cui riferimento è reperibile sottotraccia in tutto il testo, dall’intima essenza socratica della pratica filosofica alle diverse pratiche applicabili anche a contesti educativi. Le pratiche filosofiche, nelle diverse declinazioni, si richiamano tutte all’originaria finalità maieutica del filosofare, quest’originarietà, che oggi spesso sembra annacquata in un confuso inseguire tecniche e teorie tra educazione, pedagogia e psicologia. C’è una scena nella versione cinematografica di Luchino Visconti del romanzo letterario di Thomas Mann «Morte a Venezia» in cui un fanciullo imberbe, Tadzio, è visto attraverso lo sguardo rapito di Gustav von Aschenbach, un anziano letterato in punto di morte, mentre fa il bagno nella spiaggia dell’Hotel Des Bains al Lido di Venezia. I più notano subito il contenuto omoerotico della scena prima ancora di notare che l’anziano (il cui nome significa letteralmente «cascata di cenere») vede nel giovane ragazzo un emblema del tempo che fugge, colto solo pochi istanti prima della fine. La vita è meravigliosa, e Von Aschenbach lo capisce solo quando finalmente alza lo sguardo dai libri, dal mondo ordinato dell’arte, e guarda il vigore e la pienezza della vita, incarnate dal giovane, che per troppi anni ha evitato di vedere. In questa immagine trovo esemplare la situazione della filosofia attuale (salvo la svolta pratica) un anziano professore che ha passato il tempo a ingrigire sui libri senza vedere la vita, senza toccarla, ma mediandone gli effetti attraverso il sapere. Allo stesso tempo nella scena tra l’anziano e il giovane la loro distanza rappresenta una incomprensione. Tornare a parlare di Socrate e di formazione significa parlare di paideia e quindi porre con forza un richiamo necessario all’educazione dei giovani e alla loro formazione; «Perché io null’altro faccio che andare attorno e persuadere voi, giovani e vecchi, a non curarvi né del corpo né degli averi prima e più che dell’anima – sì che ella diventi perfetta quant’è possibile – ammonendovi che virtù non deriva da ricchezza, ma le ricchezze, agli uomini, e tutti gli altri beni, nella vita privata e nella pubblica, dalla virtù derivano. Se parlando, dunque, così, corrompo i giovani, può anche darsi che sian nocivi questi discorsi» ( Platone, Apologia di Socrate, La Nuova Italia Firenze 1953, p. 44.) diceva Socrate ed è perciò necessario che la filosofia recuperi la dimensione formativa, qualche tempo fa si sarebbe detta pedagogica. La formazione dei giovani è materia socratica per eccellenza che oggi rappresenta un’urgenza che non è solo legata alle prospettive filosofiche che permeano il nostro tempo di post-modernità liquida – con tutto ciò che in termini di precarietà e disagio questo termine ci costringe a pensare – ma è anche urgenza che si connette necessariamente all’attualità delle recenti scelte politiche in materia di scuola. Quali risposte è in grado di fornire la pratica filosofica alla richiesta di formazione, di modelli, di esempi, d’idee e di qualità di vita che la responsabilità educativa ci impone di fornire? Scrive Margiotta, «Occorre ricordare una volte per tutte che Socrate agisce su un piano umano parla e si preoccupa degli orizzonti politici ed educativi della sua città. Non vi è in lui ombra di trascendenza: il “saper ben agire” cui mira tutto il suo insegnamento non si riferisce ad un bene precostituito e sovrarazionale, ma prossimo all’uomo, e da questi acquisibile e insegnabile.(…) Perché non esistono uomini in astratto ma uomini che fanno qualcosa, in un determinato paese, tuffati in una certa cultura, gravati da particolari problemi» ( Umberto Margiotta, Genealogia della formazione, Vol. I le radici educative della cultura occidentale, Cafoscarina 2007, p. 128.) Cosa può dare la pratica filosofica a quella zona di formazione che verte sull’età critica e fragile dell’adolescenza, in cui le relazioni interpersonali assumono un ruolo centrale, la conquista dell’identità è faticosa, cresce la fame di verità, si cerca una delicata autenticità che si condensa in forme acerbe di parresia, cosa possiamo fare come filosofi pratici per non lasciare che tutto lo spazio sia invaso dalle “passioni tristi” e come rischiarare la possibilità di un futuro carico di progettualità personale, di astrazione, di pensiero riflessivo? A questo la filosofia dopo la svolta pratica è in grado di dare una risposta, per non lasciare il campo libero alle sole pratiche di cura, di matrice psicologica, l’adolescenza non è infatti una patologia. (Il riferimento è Maria Luis Martini, Pratiche di identità in adolescenza tra conflitto e riconoscimento, in Maria Luisa Martini e Anna Mignone ( a cura di) , Paideia, pratiche filosofiche come pratiche educative, Liguori editori 2011, p. 7.)

Una diversa questione critica riguarda più da vicino la filosofia come disciplina, come forma praticata, come pratica sociale di democrazia, come logos politikos. Quale forma d’agire può assumere la pratica filosofica nella società post – moderna e liquida in cui siamo gettati oggi? Se le dinamiche sociali sono regolate dal mercato globale che decide quanto lavoro far mancare, quali prodotti consumare, quanto tasso d’interesse pagare e i nostri desideri sono modulati dallo scenario pubblicitario, che ci impone le notizie, i libri da leggere, i programmi da seguire le vacanze da fare, quale sguardo appartiene alla filosofia se non quello della radicalità, e può questa radicalità coniugarsi alla renitenza, ad un pensiero consapevolmente avverso alla logica pervasiva dell’essere tecnologico? La filosofia può davvero aiutare a riconoscere le tecniche postmoderne del bio-potere e aiutare a trovare e creare nuovi strumenti di resistenza ? ( Antonio Cosentino, Pratiche formative nella comunità di ricerca, in Maria Luisa Martini e Anna Mignone – a cura di – , Paideia, pratiche filosofiche come pratiche educative, Liguori editori 2011, p. 63.).

Uno sguardo filosofico radicale rivolto non al fondamento primo metafisico o ontologico, ma all’etica «Il bersaglio è non un mitico fondamento ma lo strato duro e spesso, di conoscenze, teorie, valori e credenze date per scontate, implicite nella nostra condotta e tacitamente accettate e utilizzate nelle nostre scelte, tutto ciò che genera conformismo, che lascia le cose sulla superficie del “così si dice”, “così si fa”, “così si pensa”»   questo può essere l’obiettivo della pratica filosofica, dell’agire filosofico condiviso e democratico, ritornare a un pensiero critico radicale e riflessivo di matrice socratica. Un pensiero etico radicale si richiama ad una radice originaria della filosofia,“Pensare significa obiettare” affermava Ugo Spirito nel 1937 ( Ugo Spirito, La vita come ricerca, Luni editrice 2000, p. 7), vale a dire che il pensiero si pone in maniera avversa, la radice latina ob iacere ne descrive la gestualità pratica, il pensiero si afferma gettandosi contro, contro le realtà effettive che percepiamo, si oppone obiettando anche alle verità accettate e conformate del tempo vivente. In questa interpretazione il pensiero si presenta come opposizione, al netto della violenza, nel senso di opporre argomenti e pensieri ad altri argomenti e pensieri dati per definitivi, sulla linea dell’elenchos socratico, verso idee considerate dogmi. Un pensiero etico radicale si pone come contestazione appunto perché porta testimonianza, cum testis, cioè argomento a conforto di ciò cui si oppone e quindi non è sterile gesto violento e muto, ma obiezione concreta che si fa oggetto dell’agire. Forse è il tempo che le pratiche filosofiche pensino verso una filosofia della renitenza. Se il paradigma attuale vigente nel mondo globale in cui viviamo è sapere, saper fare, saper essere, un pensiero oppositivo radicale che si ponga contro questa logica, parafrasandola criticamente con Socrate, potrebbe dire: non sapere, non saper fare, non saper essere. Si tratta di opporre un netto rifiuto, una opposizione radicale e ontologica alla declinazione antropologica del sistema tardo liberista. Non voglio sapere il vostro sapere, non voglio saper fare le cose che volete io sappia fare, non voglio essere come voi volete. Non serve affatto trovare supporti alla domanda di prestazione competitiva, basata sulle competenze, sulla funzionalità usurante, sull’adattabilità e precarietà, sull farsi condurre placidamente al pascolo del consumismo indebitato, a questo basta la morente sociologia del lavoro e la retorica sociale del benessere. Meglio piuttosto volgere lo sguardo dove essere umani possa ancora dirsi necessario, con potenza creativa e gioia. Per fare questo serve un pensiero fondante in grado di dare ragione di tutto ciò che non si ritaglia dentro questa cornice elettronica di finto sviluppo, a tutti coloro che non si attanagliano a questo schema, che lo vivono male con sofferenza, fatica e non intendono subirlo. Una filosofia accoccolata ai piedi del pensiero dominante è invero un ben misero pensiero.

Phronesis, semestrale di filosofia,  consulenza e pratiche filosofiche.

Anno XII, numero 21-22, aprile 2014

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Pratiche filosofiche

La radice socratica della pratica filosofica.

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Nella letteratura di riferimento per le pratiche filosofiche il riferimento più evocato è Socrate, il filosofo che per certi versi rappresenta il modello universalmente riconosciuto dell’esercizio della filosofia, il pensatore che fonda quel sapere propriamente umano, «quella che è forse la sapienza propria dell’uomo» come si legge nell’Apologia di Platone, un sapere etico e politico, che si colloca al centro della città, nel mercato.

Appare opportuno precisare che spesso Socrate è più presupposto in maniera acritica che validamente assunto nella sua reale portata filosofica e storica. Quale Socrate poi, visto che presumibilmente Socrate non esiste? Per intendersi, sappiamo che è morto nel 399 a.C. Della sua vita ne sappiamo quanto ci è stato narrato, tramandato da Aristofane, Platone e Senofonte; sappiamo che il suo “fare filosofico” sarà ripreso da cinici, dagli stoici, dal cristianesimo, dall’ellenismo, i quali, ognuno di questi, prenderanno una parte del suo lascito filosofico piuttosto che una parte diversa. Ecco perchè è sempre lecito chiedersi: quale Socrate? Socrate stesso è problema filosofico, sebbene sia possibile distinguere tra le interpretazioni che ne sono state fatte. Infatti nella lunga storia della filosofia diversi autori proposero diverse teorie: Aristotele, Erasmo, Kierkegaard, Hegel, Nietzsche, per citarne alcuni .

Io propendo per dare valore di universale quanto afferma Capizzi: “Socrate non è che il socratismo, l’insieme dei pensieri fioriti nelle scuole cosidette socratiche. L’Accademia platonica, il cinismo, il gruppo megarico e quello cirenaico, e in fondo tutta la filosofia fino ai nostri giorni, perchè non c’è filosofia che non nasca in qualche modo dalla riflessione socratica”. (Antonio Capizzi  – a cura di –  Socrate, La nuova Italia, 1974).

Per quanto attiene all’esercizio del filosofare quindi il riferimento non  è il Socrate aristotelico, quello che ci tramandano i manuali degli storici della filosofia, lo scopritore del concetto e del metodo induttivo, oppure il Socrate di anima e virtù, non solo quello. Nella pratica della filosofia è innanzitutto centrale il Socrate del dialogo, quel dialogo socratico che inaugura la pratica filosofica come attività pubblica, è centrale quel filosofo ateniese che disconosce la preminenza di un qualche tipo di sapere sopra un altro, il Socrate del “sapere di non sapere” che mette tutto in discussione e pone il logos comune come ricerca, è centrale infine il Socrate dell’“elenchos”, dell’esaminare in modo critico, quello che inaugura l’attitudine filosofica al verificare, valutare, pesare e misurare prima di tutto noi stessi – la nostra anima – e la nostra vita. Questo è il riferimento socratico, il suo ruolo sociale, ruolo che fu considerato pericoloso, tanto che fu condannato a morte dai giudici della sua città, Atene, proprio per aver promosso la riflessione etica e politica.

Sul Socrate padre della riflessione filosofica etica e morale scrissero noti autori del ‘900 come Heinrich Maier, John Burnet, Alfred Taylor, ed in Italia Guido Calogero, Guido De Ruggiero e Livio Rossetti. Questi studiosi seppur con accenti diversi tra loro, come ricorda Paolo Rossi, trovano un denominatore comune in «quel sapere morale che accompagna l’azione etica e con essa coincide necessariamente in quanto è la sempre presente consapevolezza dell’uomo a sé stesso.» (Paolo Rossi in Prefazione a Alfred E. Taylor, Socrate, La nuova Italia Firenze 1969 p. XI)

Perché Socrate quindi? Socrate si stacca dal pensiero mitico e poetico per indirizzarsi al civico dialogico, al dialogo filosofico e politico nella polis. Socrate ci insegna che la problematicità è il tratto caratteristico del rapporto uomo / mondo, termini classici della metafisica tradizionale, che oggi vivono una lacerazione possente. Socrate, come ricorda Giannantoni , ha impersonato svariate maschere filosofiche, immagini stereotipe di umanità ideale e nella letteratura la forma dialogica dell’elenchos socratico, l’evidenza critica, è stato assunto come un innocuo ed edificante esercizio di bonario ( ma ironico !) incontro dell’altro, il dialogo come esercizio di democrazia, il che è tutto da tenere, ben inteso, seppur non ancora pienamente esplicativo del carattere eversivo socratico. Ecco il topos socratico, l’obiettare, ob jectum ( gettare contro ) insito nel dialighestai socratico.

Nel lavoro quotidiano del filosofo pratico l’esperienza dice che i valori, i riferimenti ideali, ideologici, tradizionalmente ritenuti saldi lo sono sempre meno e sempre più labili e cangianti appaiono agli uomini i confini indubitabili delle certezze su cui fondano il proprio agire.

Le pratiche filosofiche che si diffondono nell’era post consumistica, (ma anche post moderna, liquida, e quindi indefinibile infine), rivelano in realtà una necessità di pensare contro, di pensare oltre e di pensare altro, di dischiudere quindi nuovi orizzonti possibili. Se i filosofi hanno un senso in tutto ciò, se un ruolo è possibile oggi per il filosofo –  e non è detto che debba averlo necessariamente –  esso non può che essere quello di mediatore ovvero colui che è capace di mettere in comunicazione l’orizzonte politico dell’ethos locale, della polis, con il mondo privato del cittadino globale: qualora esistano, questi filosofi non hanno un obiettivo se non quello di mediare, di cercare un equilibrio tra la follia privata ed il caos pubblico.

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Filosofia

Sulla Consulenza filosofica in Italia.

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( immagine : http://www.facebook.com/pages/Formazione-Phronesis)

Le Pratiche Filosofiche. Si individuano come tali un certo numero di attività nate dalla riscoperta della filosofia come realtà extra accademica. Alessandro Volpone in Italia è stato tra i primi ad indagare il campo delle Pratiche Filosofiche ( nonché a coniarne il termine ) oltre che a cercare di fornirne una sintesi descrittiva. Le Pratiche Filosofiche sono: “un insieme variegato di prospettive e metodi filosofici con indirizzo pratico che trovano applicazione nelle dimensioni molteplici del mondo contemporaneo (educazione, lavoro, tempo libero, vita privata etc.) e più in generale nella vita i ogni giorno. Si tratta di attività socio culturali affermatesi, per lo più indipendentemente, nella seconda metà del Novecento le quali, sotto un’apparente eterogeneità di obiettivi e procedure rivelano tutta una concezione fondamentalmente operativa dell’esercizio filosofico con valenza estesa, popolare, pienamente autonoma e situazionata, e con un uso pubblico della riflessione, e in varia misura astratta tendente a promuoverla e/o rivalorizzarla nell’ambito dell’esistenza concreta”.(A. Volpone. Pratiche filosofiche, forme di razionalità, modi del filosofare contemporaneo. Kikeyon 2002.)
Che cos’è la Consulenza filosofica? Nata nel 1981 come Philosophische Praxis ha assunto un ruolo particolare in questo insieme composito di attività e oggi occupa un posto specifico nell’ambito delle pratiche filosofiche. Lo statuto dell’Associazione Phronesis – la più importante che in Italia raggruppa i consulenti filosofici – così recita : “consulenza filosofica, attività che si propone di fornire a chi lo richieda (individui, gruppi, organizzazioni), sulla base di un approccio filosofico, supporto, aiuto e orientamento nell’ambito dei processi intellettuali, esistenziali, decisionali o relazionali, senza avere finalità terapeutiche.” Il consulente filosofico non si propone di curare, di mettere in terapia il consultante ma piuttosto di permettere al “cliente” di scoprire le sue reali motivazioni e risorse – la visione del mondo che è sottesa ai suoi atteggiamenti – in una dinamica socratica e maieutica. Non si propone la soluzione di un problema ma il suo svisceramento per leggerlo sotto nuova luce. Non è intenzione del consulente sostituirsi allo psicanalista o allo psicologo: differenti le professioni, i destinatari, l’approccio teorico e le finalità, il percorso formativo per accedere a queste attività. L’idea base della consulenza filosofica è che ognuno di noi possieda una propria visione del mondo, un insieme di valori, idee guida, riferimenti culturali o ideologici che sottendono alle nostre scelte, ai nostri atteggiamenti, ai nostri comportamenti e perciò ci influenzano nell’agire quotidiano, si tratta di divenirne consapevoli. La consulenza filosofica non ha modelli di “salute” o di “normalità”, non lavora sull’inconscio, sulla psiche o sulla biografia della persona che la richiede; la consulenza filosofica co-filosofando con chi la richiede, indaga la comprensione della sua stessa visione della realtà, contribuisce a una riflessione su di essa e ad una sua migliore rielaborazione filosofica. A differenza di altri approcci metodologici la consulenza filosofica non opera con tecniche psicologiche, non si occupa di inconscio e non ricerca nel passato le cause di un qualsiasi sintomo ma guarda al futuro lavorando razionalmente e realisticamente sul presente. Come scrive Achenbach “: “essa non si occupa di sistemi filosofici, non costruisce alcuna filosofia, non somministra nessuna opinione filosofica, ma mette il pensiero in movimento: filosofa”.

Chi si rivolge al Consulente filosofico ? Chi sono le persone che chiedono un appuntamento ad un consulente e perché lo fanno ? E’ destino di ognuno di noi avere la possibilità di valorizzare la propria esistenza, con atti, pensieri, parole ma per essere capaci di ciò è necessario appropriarsi della propria vita e valorizzarla, inventarsela in ogni stagione. Nella vita di ognuno di noi ci sono momenti in cui sentiamo di non vivere pienamente la vita che vorremmo, che volevamo o che anche solo sognavamo. Sentiamo di non esprimere le nostre potenzialità, di non essere responsabili delle nostre scelte o della nostra vita. Sono momenti di crisi, quelle crisi della vita che richiedono un momento di pausa, una riflessione, un pensiero critico su di sé. Crisi di senso, di identità, crisi delle relazioni interpersonali, crisi di coppia, separazioni, divorzi, scelte di vita, scelte professionali, scelte etiche. “ Il non saper dare una svolta ai nostri problemi , il non vedere una via d’uscita, il non intravedere uno sviluppo nuovo che consenta di uscire da una condizione sentita come inadeguata.” ( S. Zampieri. La consulenza filosofica spiegata a tutti. Ipoc 2010) Che cosa sto facendo ? Se una persona arriva a porsi questa domanda, allora mette in pratica la massima socratica che “solo una vita provata ha valore”. Difficoltà, problema, crisi, malessere, inadeguatezza, svolta, cambiamento, confusione, decisione: questi sono i termini che identificano una possibile situazione di richiesta di consulenza filosofica. Come afferma Achenbach “ La questione non è più se io vivo ciò che penso ma se penso ciò che vivo”. Nella società contemporanea, veloce, liquida, iper comunicativa, superficiale, tecnologica mancano spazi di riflessione e professionalità capaci di offrirli, la stessa psicologia analitica non sembra più in grado di offrire un aiuto di questo tipo irretita com’è nelle sue pratiche, nei suoi schemi, nelle sue rigide teorie. La Consulenza filosofica è, come dice Neri Pollastri, “Uno spazio che un filosofo offre professionalmente a chi voglia capire le ragioni della sua insoddisfazione nei confronti del mondo”.

Come funziona la Consulenza filosofica? La consulenza si basa essenzialmente sul dialogo, in consulenza si parla, potrebbe sembrare inutile sottolinearlo ma in realtà è costitutivo della sua stessa essenza: il logos condiviso è la base razionale di riconoscimento reciproco di legittimità e parità tra consulente e ospite, paritetica e consapevole. Quindi non monologo ma processo di con filosofare. Come afferma Zampieri “noi viviamo nel linguaggio, la consulenza filosofica impone una nuova cura e rispetto delle parole, perché filosofia è padronanza della vita attraverso la parola.” Scrive Galimberti “ il colloquio è fatto solo di parole, ma le parole non si dicono solo, si ascoltano anche. Ascoltare non è prestare orecchio è farsi condurre dalla parola là dove la parola conduce” ( L’ospite inquietante. Feltrinelli. 2007) La consulenza non è terapia medica di cura, questa è la sostanziale differenza con la psicoanalisi e con tutte le consulenze basate su teorie psicologiche e sull’approccio clinico: chi si rivolge al consulente non è malato, non ha una patologia da curare e il consulente non è un medico terapeuta. La consulenza filosofica non tratta le persone come malati, né tratta le difficoltà della vita come patologie da curare ma pone la persona al centro del suo mondo per meglio intenderlo e viverlo. L’obiettivo della consulenza non è quello di “risolvere” il problema: la filosofia non “risolve”, in generale, problemi, piuttosto li studia, li analizza, li comprende e li contestualizza, aprendo in questo modo nuove possibilità e diverse prospettive anche per la loro soluzione. La consulenza filosofica non è cura di sé quindi, poiché la consulenza semmai offre la possibilità di comprendere come pensare sé stessi e gli altri e nemmeno professione d’aiuto perché la filosofia problematizza piuttosto che offrire soluzioni. La consulenza “prende sul serio” la persona e il suo narrarsi, chi si rivolge ad un consulente diventa il narratore di sé stesso, deve fare della propria vita racconto ed in questo modo farne storia vissuta, raccontata, interpretata, verbalizzata; offrendo questo specchio di sé l’ospite, il cliente espone la propria visione del mondo all’interpretazione del consulente, il quale non fa altro che ricostruire il mondo che ruota intorno all’ospite, non con teorie preconfezionate e genealogie di relazioni insane ma con la parola che guida la razionalità, riconsegnando un’immagine progettuale del soggetto in consulenza che in un certo senso sia coerente e centripeta, che possa contenere tutte le realtà personali per quanto separate, dolorose, faticose e disperanti. La filosofia, infatti, non è mai consolante ma problematizza l’ovvio per pensare l’esistere. Come affermato in ambiente Phronesis : “ la consulenza filosofica prende le mosse prevalentemente da questioni in vario modo problematiche portate dal consultante; opera sulle questioni proposte a partire dalla “messa in questione” interrogativa delle forme di pensiero, delle ragioni, dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo; riconduce il discorso del consultante ai suoi presupposti -concetti, principi e valori; a partire dal piano configurato dall’analisi dialogica e relativo alla visione del mondo del consultante, la consulenza filosofica rende possibili trasformazioni ed eventuali ampliamenti della visione del mondo; la consulenza filosofica ha il fine fondamentale di chiarire, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo del consultante”.

In Italia il riferimento per la Consulenza filosofica è Phronesis – Associazione Nazionale per la Consulenza filosofica, con sede a Roma e sezioni locali a livello provinciale. Per informazioni : http://www.phronesis-cf.com/contatti/ 

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Consulenza filosofica

Praticare la filosofia.

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(da: phronesis-cf.com)

Sul finire degli anni ’90 la stampa nazionale pubblica alcuni articoli e recensioni che trattano di un nuovo modo di “usare” la filosofia. Si parla di Lou Marinoff, autore statunitense che, tra i primi, si attivò nel campo della consulenza filosofica e fa riferimento alla pubblicazione di “Platone è meglio del Prozac” ( 1999) il suo testo più noto e al contempo discusso, le recensioni riguardano anche “Socrate al caffè” (1997)  di Marc Sautet ideatore dei Caphè Philo ( Caffè filosofici ) parigini.

Inizia a circolare l’idea, anche se attarverso un messaggio mediatico falsato, che la filosofia possa trovare un suo ambito di esercizio libero ma anche professionale fuori dalle università e dalle aule scolastiche. Il capostipite di questa proposta fu però non Marinoff, il cui nome è legato allla diffusione massmediatica di una nuova tendenza quanto piuttosto Gerd Achenbach, filosofo tedesco che conia il termine Philosophische Praxis per la sua attività.Le prime (inevitabili e puntuali) reazioni sono di noti accademici che bollano come ridicole le pretese di fare filosofia al di fuori dei canoni (pre) stabiliti: accademia, editoria, salotti.

In un secondo momento, a proposito della spendibilità di abilità filosofiche nel mondo del lavoro, per un certo periodo la laurea in filosofia sembrò essere il requisito migliore per lavorare in azienda come counselor, e le “risorse umane” l’ufficio più ambito per neolaureati. Le due notizie danno inizio ad un nuovo interesse nei confronti della filosofia anche in Italia. In questa prima fase, stante la predominanza statunitense della proposta di Marinoff, l’idea falsata che si diffonde, favorita dal sarcasmo accademico, è che la filosofia non possa essere praticata altrimenti che in contesti istituzionali e qualsiasi pretesa diversa sia poco credibile.Sarà Gerd Achenbach a dare una prima forma di cornice epistemologica alla materia pratica filosofica.

Bisogna attendere i primi anni 2000 in Italia per poter assistere ad un approfondimento più articolato del tema pratica filosofica con la nascita delle associazioni SICOF e Phronesis, e le pubblicazioni di autori come Poma, Volpone, Pollastri, Cavadi, Galimberti, Madera e Tarca, Miccione, Cosentino, Giacometti,  Zampieri e altri. Si inizia così a pensare un’alternativa per il filosofo come professione.

Il sito del CRIF propone una classificazione delle pratiche filosofiche così composta: Socratische gësprach/ Socratic dialogue/ Dialogo socratico, Socratische gespreksvoering/ Socratically inspired dialogue/ Dialogo socraticamente ispirato, Philosophy for children (P4C), Kinderphilosophie, Philosophy with children (PwC), Moral development & education, Café philò/ Philosophical café – coffee bar, pub, club/ Caffè filosofico,Incontri, week-end, vacanze-studio e soggiorni all’insegna della filosofia, Philosophy in business (o Business philosophy) – Philosophische organisations-beratung – Philosophy in the workplace (o Socratic dialogue in the workplace) – Philosophy management – Filosofia per le organizzazioni e l’azienda, Philosophische Praxis (Lebensberatung)/ Philosophical counseling/ Consultation philosophique/Consultoría filosófica/ Consulenza filosofica, Clinical philosophy, Philosophical midwifery, Filosofoterapia, psicofilosofia, counseling e relazioni d’aiuto presuntamente “filosofiche”, Filosofia biografica.

Ecco che, a partire dal nuovo secolo, inizia a delinearsi anche nel nostro paese un sentiero ermeneutico e le pratiche filosofiche iniziano a diffondersi. La consulenza è “alternativa alla psicoterapia” come la definisce Achenbach, il capostipite della “Philosophische Praxis”, “uso spontaneo della filosofia” come chiama Sautet i suoi Cafè parigini, “Ricerca di senso” come spiega Galimberti, e oppure ancora “Analisi della visione della vita” come sottolinea Sini e “una politica della soggettività” come la definisce Rovatti, per Madera e Tarca invece praticare la filosofia serve ad “aprire un sentiero di saggezza che accolga le domande di senso della nostra epoca”. La consulenza è “esercizio dialogico, di natura eminentemente evolutiva, approccio e proposta globale di crescita cognitiva, emotiva, morale e politica su base filosofica” come scrive Volpone, oppure “filosofia, nient’altro che filosofia” come afferma Pollastri, e ancora “suggestione della vita filosofica” scrive invece Zampieri, mentre Miccione la introduce come “disciplina antichissima o recentissima”, per Cosentino infine «La filosofia è pratica sociale”.

Assunte tali premesse risulta ragionevole accettare consapevolmente la complessità, la problematicità della filosofia pratica, la sua apparente aleatorietà, la difficoltà di stabilire un metodo condiviso. L’apparente disomogeneità si chiarisce assumendo come fondamento il pensiero di una filosofia critica e oppositiva, che rimette in discussione perennemente i suoi assunti e i suoi risultati, in una ricerca sempre aperta quale si è caratterizzata fin dal suo apparire come logos divergente rispetto al pensiero mitologico e poetico e il filosofo pratico è colui che incarna incessantemente questa apparizione, in tutto ciò la matrice socratica e’ evidente. In Italia quindi si discute e si scrive di consulenza filosofica e pratiche filosofiche da almeno quindici anni e, quello delle pratiche filosofiche, oggi appare come un panorama ricchissimo e in continua evoluzione, a tratti disorganico e disarticolato, Miccione è uno degli autori che indaga, i punti caratterizzanti del movimento italiano e identifica alcuni tratti emergenti che lo caratterizzano: il riferimento ad Achenbach che si traduce in una riflessione identitaria sulla professione; la perplessità nei confronti dell’egemonia del paradigma terapeutico; la consapevolezza della separazione, estraneità tra consulenza filosofica e le varie altre forme di counseling; il rifiuto di metodologie rigide.

La consulenza filosofica è un’attività professionale che offre supporto, aiuto e orientamento nell’ambito dei processi intellettuali, esistenziali, decisionali o relazionali. La consulenza filosofica non ha finalità terapeutiche ma sulla base di un approccio filosofico, e con gli strumenti della filosofia, favorisce il dialogo, il pensiero esaminante e mette alla prova criticamente idee e teorie. Essa si distingue da altre attività di consulenza perché non utilizza un approccio medico-diagnostico, non è attività terapeutica in quanto si basa sul libero, consapevole e paritetico colloquio tra consulente e consultante senza metodologie e strategie di tipo psicoterapeutico. Obiettivi della consulenza filosofica sono ad esempio: la chiarificazione dell’universo concettuale della persona, la migliore comprensione del problema che la affligge, l’ausilio alla riflessione e alla decisione, una rinnovata propensione o motivazione, l’ esplorazione di visioni del mondo.

 

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