Filosofia, pratica filosofica

“Oggetti soggettivi. Pensare le cose”. 9 racconti filosofici. È uscito il primo LINK – book.

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“Oggetti soggettivi. Pensare le cose”. 9 racconti filosofici è il primo LINK book. Scritto dai collaboratori di LINK – reti di pensiero, di cui faccio parte.

Da questo link è possibile scaricare gratuitamente il testo in formato PDF oppure ePub: http://www.zonafilosofica.it/edizioni2.xhtml

 

Qui di seguito il mio contributo, che trovate a p. 72 del testo.

Questa è una versione leggermente diversa da quella pubblicata.

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Il bicchiere di vino

“Una cosa è, per esempio, la brocca. Che cos’è la brocca? Noi diciamo: un recipiente; ossia una cosa che contiene in sé altro.”(M. Heidegger Saggi e discorsi, Mursia 1990)

“Che cosa mai sarebbe la filosofia, senza il vino che trionfa nel Simposio di Platone? Che cosa la fede, senza il frutto della vite consacrato e mutato nel sangue di Dio?”  ( Franco Cardini, Vino e Simbolo. Sole, sangue, fuoco. Note per una storia del vino come simbolo. In La vite e il vino. Carte da gioco e giochi di carta, Edigraf,1999.)

 

Dall’alba al tramonto, e di notte per chi la vive da sveglio, siamo immersi in rituali personali che tratteggiano la nostra incerta personalità, che ne formano la veste esteriore, un riflesso dell’interiorità, spesso sconosciuta o non pienamente vissuta. Così la moglie di Freud sceglieva per lui i vestiti e i fazzoletti, gli spalmava il dentifricio sullo spazzolino, mentre il regime alimentare di Jean-Paul Sartre prevedeva, per la sua giornata, due pacchetti di sigarette, tabacco nero da pipa, più di un litro d’alcol, vino, birra, vodka, whisky, e poi duecento milligrammi di anfetamine, quindici grammi di barbiturici, caffè, tè e pasti copiosi. Andy Warhol faceva scrivere alla segretaria i rumors sul party della sera prima. Per Beethoven il caffè doveva contenere sessanta chicchi non uno di più. Schubert componeva dalle sei del mattino all’una del pomeriggio, ma al di fuori del suo lavoro non era capace di fare nulla. Leonardo dipingeva fin dalle prime luce dell’alba terminando a sera inoltrata, spesso senza mangiare e bere. Picasso seguiva un’alimentazione a base di verdura, budino di riso e uva. (Mason Currey ha raccolto tutti questi aneddoti di vite illustri in “Rituali quotidiani” edito da Vallardi).[1]

Di questa quotidianità  esiste una materialità simbolica fatta di oggetti e gesti che ne formano lo sfondo e la “strumentazione”, oggetti di scena come a teatro, abbandonati da uno sguardo abitudinario, rilegati a fondale dato per scontato, non pensarti e dimenticati dalla ragione filosofica che ne trascura l’essenzialità dell’uso e del consumo, la loro funzione simbolica nel rito giornaliero del vivere. Lo dice bene Remo Bodei: L’oggetto lo si considera con indifferenza, ad esempio per usarlo comprarlo o venderlo. Un oggetto sfida il soggetto, e da parte sua il soggetto deve inglobarlo e farlo proprio. Una cosa invece è un oggetto sul quale si sono depositati dei significati, che siano affettivi, intellettuali o altro, in genere dovremmo trasformare gli oggetti in cose per rendere più sensata la nostra vita.”[2]

Una filosofia del quotidiano può leggere in questi “strumenti del vivere” tipici dell’uomo faber un agire consapevole oppure un oblio colpevole, la dimenticanza di sé o la non attenzione e ancora una mappa di infinitesimali segni quotidiani che scandiscono la nostra intima ritualità, segni interpretabili come immagini fotografiche della persona, maschera che ognuno di noi è. Questa è –  anzi può essere –  la valenza filosofica degli oggetti quotidiani. Nelle cose semplici è possibile trovare il mondo, è più difficile trovare, nel modo di usarle, noi stessi.

L’uso degli oggetti può definirsi favorevole e auspicabile e di converso sconsigliabile e pernicioso, utile o dannoso, a seconda che se ne ignori la provenienza o che non si sappia intuirne le conseguenze d’uso, come pure, all’opposto, che esista o meno la consapevolezza della possibilità che lo definisce. Prendiamo ad esempio le armi da fuoco, prodotte come strumento di caccia sono diventate strumento di offesa e di morte, stesso uso con finalità ed esiti molto differenti: favorire la sopravvivenza contro il sopprimere la vita altrui. Oppure il telefono cellulare che nacque come strumento di comunicazione e intrattenimento veloce ed è diventato lo smartphone che sta diventando una sorta di buco nero cognitivo: nato come strumento tecnologico per trasmettere dati, trasformatosi progressivamente in centrifuga di memoria. Oppure, ancora un esempio: le ricerche sulla scissione dell’atomo che portarono alla costruzione della prima bomba atomica.

Questa filosofia del quotidiano, tutt’altro che banale o superficiale, penetra nel più reale del mondo esperienziale e ne scopre l’ambivalenza, cioè il doppio intendere che sottolinea la posizione centrale dell’intelletto umano nella decisione quotidiana di trovare il senso – gesto etico – che si genera anche nella scelta dell’uso degli oggetti e dei materiali, in questo compartecipi della responsabilità nell’etica e nell’esistenza. Essa è anche una filosofia della materialità che si pone come essenzialmente diversa da quella, per esempio, che parla di forza e rapporti di produzione e sovrastruttura di matrice anti hegeliana che leggeva nell’accadere storico, il materialismo degli eventi, un accadere scientificamente verificabile e manipolabile, la necessità della Storia.

Una filosofia del quotidiano che trova un suo senso in quanto scrisse nel 1982 Gerd Achenbach, in un colloquio con A.K.D. Lorenzen, quando spiegando il contenuto di una seduta di pratica filosofica lo rappresenta come una biografia razionale in cui l’ospite (altrove dirà anche “teologia razionale dell’essere umano e dell’individuo”) racconta e modella la propria vita non come singola azione ma valutando l’intero corso della propria vita, scrive: “i problemi individuali sono generali  e i problemi generali sono individuali” in cui la lingua quotidiana è funzionale a sciogliere la filosofia del XX secolo dalla “dura concettualità e diviene filosofia delle storie”. Una filosofia, quella di Achenbach che si fa praxis, riflessione condivisa, pratica sociale e anche sabotaggio della routine, pensiero alternativo, cura della singolarità speciale, filosofia del quotidiano appunto, e delle ragioni e del cuore.[3] E’, per il filosofo di Hameln, ”la vita che preme sul pensiero e indica la strada giusta.”

Tutto ciò nella convinzione che, come scrisse Husserl, il darsi delle cose è correlato al nostro intimo intendere e il senso che si costruisce nel riferirci ad esse. «Il mondo che è per noi, che nel suo essere e nel suo essere-così è il nostro mondo, attinge il suo senso d’essere esclusivamente dalla nostra vita intenzionale».[4] Questa intenzionalità non è un afferrare come per gli oggetti è un avere nello sguardo spirituale come essenza del cogito, è un prestare attenzione cioè una particolare modalità di ogni atto di coscienza che si concretizza nel valutare, nel gioire, nell’amare, in questi atti di coscienza l’agire che muove è un rivolgimento oggettivante ma nella modalità intenzionale.

Il bicchiere di vino umile, semplice, d’uso abituale e quotidiano, o saltuario e rituale. Un’ ambivalenza linguistica, un oggetto ed una sostanza naturale. Il bicchiere di vino implica un gesto – alzare il bicchiere – ed un atto vitale cioè ingerire un liquido con proprietà magiche. La duplicità o ambiguità del bicchiere di vino doppia quella della filosofia stessa che nasce per testare i limiti del sapere anelando la saggezza che è sfida per l’oscillazione della misura. Tra vino e filosofia si è stabilito nel tempo un legame rituale e simbolico di sapienza e filia essenziali.

Qui per noi interessa il bicchiere di vino come un oggetto culturale e sociale, come oggetto filosoficamente interessante in un modo diverso da quello inteso da chi, per esempio Ferraris, intende in questo senso solamente ciò che rappresenta la documentabilità del reale, il suo ascriversi a procedure di registrazione e controllo. Il bicchiere di vino è un oggetto sociale che esula da pratiche di registrazione, salvo quando diventa rito o suggella affari o accordi, e rappresenta la comunanza e la dimenticanza del soggetto.[5] Esso ha natura ambivalente nel vivere quotidiano: possibilità di vita conviviale, di ebbrezza, di ristoro o libagione, e, al contempo –  in una essenziale oscillazione – anche follia e inferno personale, prigione solipsistica, ossessione distruttiva e dipendenza compulsiva. Convivialità e dannazione qui si sovrappongono senza indicare il limite che è sempre umano quindi labile, differente di caso in caso, non sottoponibile a norma comune ma facoltà individuale. Opportunità di conoscere sé stessi, come recitava il famoso motto delfico.

Il gesto dell’alzare il bicchiere rimanda nel suo rituale alla comunione, nel senso di condivisione (e vedremo anche di comunione nel senso eucaristico) è un movimento ascendente di unione in cui ci si muove verso l’altro, indica un legame tra uomo e uomo e tra uomo e Dio, è simbolo di desiderio di stabilire un legame tra parti diverse.  È sacro quando parte del rito ed è segno di filia (amicizia) quando è gesto quotidiano. Nel bicchiere di vino coesistono queste due possibilità che si leggono nella storia, sia dell’oggetto che del  nettare d’uva.[6]

Nella sua intima essenzialità il bicchiere di vino è un manufatto che contiene un succo naturale eppure i significati che racchiude vanno ben oltre l’apparente indifferenza della sua materialità, del suo semplice apparire nell’uso quotidiano. Come Heidegger della brocca dice che contiene in sé altro, così il bicchiere di vino – che è sempre altro dal mero recipiente utilizzato per dissetare –  somma riti sacri e aneliti, bisogni, aspirazioni e desideri, intenzionalità e progetti, sogni e sapienza, come pure è capace di far precipitare nella più nera disperazione, o favorire il sollievo nella solitudine o sprofondare nell’abisso della follia.[7]

Come si fabbricano i bicchieri ? Un vecchio cortometraggio edito dall’archivio storico Luce, girato nel 1932, riprende la produzione in serie di questo manufatto[8]. Il luogo è una fabbrica sconosciuta che, complice il bianco e nero sgranato della ripresa, appare simile ad un antro cavernoso affumicato. Un addetto si staglia di fronte ad un forno incandescente e, tra volute di fumo e fiamme che saltano, con un badile estrae della sabbia da un contenitore ai suoi piedi –  sabbia silicea probabilmente – gettandola con fatica, in quantità sempre maggiore e spandendone gran parte ogni badilata, nella gola ardente che all’aumentare del carico si infiamma sempre più.

Una lunga asta con un crogiuolo al termine affonda nel magma rovente e lo rimescola. L’operaio è completamente vestito, indossa abiti scuri e pesanti da lavoro ed è così vicino al fuoco e indifferente che ci si sorprende d’un tratto non avvampi in tutta la figura. In questo cortometraggio compaiono dei macchinari che regolano alcune fasi della produzione vetraria, sono antiquati rispetto all’attuale tecnologia , quasi archeologia industriale tanto grezzi e quasi arcaici appaiono; in queste immagini spezzano blocchi incandescenti di semisolida pasta vetrosa che scende da imboccature sospese. I blocchi vengono poi tradotti in speciali forge che danno forma gli oggetti che vengono fatti raffreddare per poi essere ancora riscaldati in passaggi successivi.  Sono scene dantesche in cui fuoco, l’operaio e la meccanica dominano la scena. Il corto prosegue con stacco netto fino a dei nastri trasportatori automatici che conducono in passaggi successivi questi oggetti, infine trasparenti, a catene di montaggio con mani senza corpo che selezionano e ispezionano ogni singolo campione,  mani divine veloci li prendono e ne decidono il destino infrangendo i pezzi guasti e impilando quelli ben riusciti.

Il processo di produzione è tale da millenni. Dalla scintilla tra fuoco e sabbia appare il vetro. Ai giorni nostri il vetro viene lavorato gli stabilimenti industriali enormi e prodotto a livello globale per gli usi più svariati. Il vetro – fin dalle sue origini plurimillenaria fenice,  mesopotamiche e indiane, e in seguito dall’arte dei vetrai veneziani, che produssero calici finemente screziati –  nasce così: materia densa incandescente che tra altissimo calore e sapiente manualità artigiana viene plasmata in forme adattabili all’uso dell’uomo[9]. Il bicchiere come recipiente di uso comune può contenere qualsiasi bevanda, e così è in effetti ogni giorno: acqua, tè, bibite, prodotti energetici, birra e altri diversi alcolici, il bicchiere nella storia raccoglie alimenti, nutrienti, offre libagioni, decora le tavole imbandite, è esso stesso decoro prezioso, raffinato oggetto d’arte.

Che cos’è un bicchiere? E’ un oggetto che ha un uso, una funzione. Heidegger della brocca, nel testo citato in esergo, dice che è un recipiente, un oggetto cioè che è in grado di ricevere e quindi accogliere in sé altro, che può anche contenere e conservare. Heidegger ricorda, nel seguito del testo, che Platone concepisce ogni cosa presente come oggetto di produzione, cioè oggetto proveniente dall’atto di un artefice. Heidegger specifica questo provenire e lo spiega in duplice direzione: quella platonica della produzione in base ad un modello (idea) ma anche, il concetto meno frequentato e lasciato in ombra, come oggetto del pervenire e sussistere, si potrebbe dire come fenomeno che si disvela. Prodotto e esistente. Proveniente dall’idea, dal concreto progettare,  dal modello su carta, da tentativi per prove ed errori ed infine si concretizza nella mano dell’artigiano che nella realizzazione compie il prodigio della poiesi, della technè, adempie la natura dell’homo faber. Questa duplicità che il filosofo sottolinea non è banale come potrebbe apparire ma indica due direzioni che problematizzano il vivere quotidiano, e nel caso del bicchiere si concentrano su il contenere e l’offrire. Il bicchiere raccoglie e contiene ciò che può essere offerto e scambiato.[10]

Il vino, bevanda arcaica derivata dalla fermentazione del mosto d’uva, viene prodotto dal frutto ad acino che nasce dalla vite, pianta a viticci spiralici, le cui foglie palmate sono chiamate pampini. La vite selvatica (Vitis vinifera silvestris) è una  pianta rampicante, che  allo  stato naturale, alla ricerca di luce, risale i tronchi degli alberi delle foreste fino a raggiungerne la sommità, dove fiorisce e produce i propri acini, i frutti a grappolo circondati dalla tipiche foglie irregolari e dal margine dentato di un verde acceso che in autunno perdono la clorofilla e il loro colore diventa giallo o rosso. La vite o Vitis vinifera o vite comune ha diffusione in tutti i continenti e in Europa è coltivata da millenni, dal Caucaso all’Atlantico. Il vino fu introdotto in Europa dei Greci, Esiodo in “Le opere e i giorni”  descrive in dettaglio pratiche di vendemmia e di vinificazione e numerosi sono i riferimenti alla vite e al vino anche in Omero. L’uso rituale del vino pare provenga invece delle terre del Nilo portato il seguito attraverso Creta in Grecia, dove Dionisio lo consacra al rango superiore di bevanda degli dei. E’ noto che fin dall’antichità il vino fu considerato eccellente per la salute ed utilizzato anche a scopi medicamentosi a partire da circa 8000 anni fa. Secondo Ippocrate il vino è la sola bevanda degna di questo nome ed è superiore all’acqua “l’acqua è fredda e umida, il vino caldo e secco” scrivere nel “De regime”.[11]

Nella sua opera “Storia naturale” Plinio il Vecchio attribuisce il vino virtù medicinali: a suo avviso è cicatrizzante, analgesico, digestivo, calmante, benefico per la pelle. Nel passato sono sempre stati prodotti vini aromatizzati cioè mescolati con altra essenze, poiché furono ritenuti veri e proprio medicinali soprattutto se addizionati con tinture di alcune erbe. Rimane oggi traccia di questi usi della tradizionale ricetta del vin brulé di cui è provato l’effetto corroborante, oppure nel tedesco glühwein, nel vin chaud francese, nel mulled wine inglese. Tali vini medicinali continuarono essere largamente utilizzati fino alla diffusione della medicina moderna negli anni 50’ del novecento.[12]

Da dove proviene il vino? Quando e perché l’uomo iniziò a lavorare la vite e a coltivare l’uva? Appare difficile collocare precisamente la comparsa della coltivazione intensiva della vite,  quel che pare assodato è la provenienza medio orientale e la successiva penetrazione ad ovest nel bacino mediterraneo. Pare infatti che la vite sia originaria dell’India, e che da qui, nel terzo millennio avanti Cristo, si sia diffusa prima in Asia in seguito nell’area mediterranea, in Giordania e Palestina, in Libia e in Egitto. Robert Graves afferma che la vite giunse nel Mediterraneo dalla costa meridionale del Mar Nero, ovvero dall’odierna Turchia[13]. E’ noto che in occidente la cultura della vite e la pratica della vinificazione furono presenti in Armenia (la Mesopotamia). Nell’epopea di Gilgamesh, ciclo epico di ambientazione sumerica scritto in carattere cuneiforme su tavolette d’argilla che risale al 2600 avanti Cristo, il vino viene distribuito con generosa profusione alle maestranze addette alla costruzione della nave della salvezza, l’Arca biblica. Erodoto ne parla come di una bevanda già conosciuta presso gli Egizi dove veniva consumata nel corso di specifiche cerimonie a scopo rituale  e religioso e perciò riservata ad una ristretta cerchia di potenti. Diversi recenti ritrovamenti archeologici dimostrano che la Vitis vinifera cresceva spontanea già 300.000 anni fa. Studi recenti tendono ad associare i primi degustatori di tale bevanda già al neolitico; si pensa che la scoperta fu casuale e dovuta a fermentazione naturale avvenuta in contenitori dove gli uomini riponevano l’uva. Secondo Plinio i terreni migliori per le vigne sono il suolo umido e grasso ricoperto d’erba che copre le valli percorse da fiumi e le zone esposte al vento che viene da sud.[14] Le più antiche tracce di coltivazione della vite sono state rinvenute sulle rive del Mar Caspio e nella Turchia orientale, mentre il vino italiano più antico del mondo ha quasi 6.000 anni: i suoi residui sono stati individuati in una grande giara dell’Età del Rame rinvenuta in una grotta del Monte Kronio vicino Agrigento La scoperta, pubblicata su Microchemical Journal, dimostra che la viticoltura e la produzione di vino in Italia non sono cominciate nell’Età del Bronzo, come ipotizzato finora, ma oltre 2.000 anni prima.

Tra mito e rito. Se Dioniso è il dio dell’ebrezza, il vino è il suo dono agli uomini. Viticoltura e vendemmia sono in Esiodo “doni di Dioniso che dà molta gioia”. Nei poemi omerici già si consolida il riferimento al vino come libagione e dono prezioso. Il mito che lo racconta vanta diverse versioni che ripercorrono il carattere multiforme di Dioniso, il dio che più di ogni altro ha affascinato i moderni. Dioniso polyomino ricco di innumerevoli nomi come scrisse Elemire Zolla.[15] Dioniso dio dell’ebbrezza, della liberazione, della morte e della rinascita, dio filosofo da cui Giorgio Colli fa nascere la sapienza greca che diventa centrale con Orfeo (degli inferi) e Demetra (della prosperità) nei riti eleusini, il massimo culto misterico che dalla Grecia antica passò il mondo latino.[16] Nei riti misterici si legano nascita e morte, memoria e visione, sesso osceno e metafisica ed essi sono rappresentati dall’intreccio polisemico di Demetra, Orfeo e Dioniso, intreccio da cui si dipartono filosofia, poesia e teatro. Dioniso dunque dio del sacrificio, il cui seguito è composto da animali selvaggi e dalle menadi o baccanti, donne festanti colme di mania pansessuale che danzando portano scompiglio tumultuante ovunque si trovino.

Scrisse Euripide: “E dicono che sia giunto uno straniero, mago incantatore, dalla terra di Lidia , fragrante nelle chiome di riccioli biondi, con le grazie brune – color vino –  di Afrodite nei due occhi, il quale passa i giorni e le notti assieme alle ragazze, distendendo innanzi a loro iniziazioni di gioia.” Divinità che arriva da Oriente, rappresentata di volta in volta in forma di giovane imberbe o vecchio barbuto, benevolente o crudele, Dioniso è rottura estatica dell’individuazione che nel mito di Ikarius dona l’arte della vita e della vinificazione causando follia e morte. Ospitalità e dono sono segni dionisiaci e il vino si lega fin dai primordi a queste rappresentazioni. Come riporta Marcel Detienne, citando Nonno nelle Dionisiache: “Dall’alto dei cieli un giorno una goccia di sangue degli dei piove sulla terra. In mezzo alle foreste ne germogliò un arbusto dagli steli sarmentosi con viticci e pampini. Una vita selvatica, spuntando da se (autophyes), si arrotola attorno agli alberi come sostegni naturali. Fino al momento in cui Dioniso errando dappertutto la trova e vi riconosce il grappolo gonfio di un succo rosso cupo annunciato dal oracolo di Rea.” [17]

L’oscillazione tra divino e umano, tra sacro e profano, tra corroborante e libagione, tra uso medico e abuso insalubre, rende il vino la sostanza filosofica per eccellenza, detto infatti nettare divino. Conosci te stesso, nosce te ipsum. Filosofica perché invera la tensione tra il disegnare i confini della misura consentita (metron), e l’infrangere i limiti conosciuti o stabiliti (peras). Conosci te stesso, nosce te ipsum. Lo spazio che si crea tra la temperanza (sophrosyne) e l’eccesso hybris e lo spazio che cresce dentro cui opera la sapienza umana, la filosofia. Vino che, infatti, nell’antichità è connesso alla potenza di un furore di esaltante e liberatorio, medium di sapienza che Euripide afferma dare l’accesso al fine più vero dei riti misterici e purificatori: quella perfetta visione di unità con la totalità. Vino che accompagna la quotidianità dei pitagorici che alla sera usavano concedersi libagioni a base di vino e focacce, atti rituali cui seguivano letture comuni. Nel Simposio platonico, è risaputo, il vino riveste un’importanza centrale. Il Simposio è infatti il resoconto di un convitto dedicato a Eros in cui la natura il destino degli amanti vengono raccontati dei partecipanti attraverso miti e narrazioni che portano Platone ad esplicitare l’amore come forma di ascendenza nella bellezza. “Il vero amore non è altro che un certo sforzo di volare alla divina bellezza, desto di noi dall’aspetto della bellezza corporale” dirà Marsilio Ficino a metà del cinquecento[18]. Platone in questo modo, nel Simposio, rappresenta il paradigma del vino come mezzo d’amore, sostanza che ne favorisce i discorsi, le lodi e i benefici. D’ora in avanti nelle letterature classiche, infatti, i riferimenti al vino saranno innumerevoli e ne divengono costanti due tematiche particolari: il valore della bevanda come metodo per dimenticare gli affanni ed il suo legame con la verità e l’amore.  Rimedio benefico, genere di conforto, (parmakhon, lathikedes) e logos (da leghein, legare) d’eros e verità. Roma raccoglierà l’eredità greca rinnovandola di nuova linfa. A Roma le feste in onore di Libero, il Dioniso romano, erano tre: le Liberalia a marzo, i Vinalia Priora ad aprile e i Vinalia Rustica ad agosto. I detti popolari nunc est bibendum è in vino veritas,  tramandate da allora, sono solo il certificato linguistico che attesta questa persistenza culturale della Grecia antica all’ellenismo.[19]

La tradizione veterotestamentaria ebraica ci ha tramandato un testo sublime in cui il vino ricompare come elisir d’amore e metafora dello sposalizio celeste, ed è il Cantico dei Cantici, che fa parte dei libri sapienziali e fu scritto attorno al IV sec. avanti Cristo. Il Cantico è uno degli ultimi testi accolti nel canone della Bibbia, ed in esso i baci, la bocca e l’amore degli amanti sono dolci e profumati come il vino. “Sì, migliore del vino è il tuo amore (…) ricorderemo il tuo amore più del vino (…) mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore (…) quanto più inebriante del vino è il tuo amore (…)  il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino aromatico il tuo palato come vino squisito.” Nel Cantico il vino assume tutte le forme simboliche, figurate, metaforiche, religiose e spirituali del nettare divino, come scrive Renato Pilutti nel corposo “La parola i simboli nella Bibbia per una teologia dell’eros”  in cui scrive: “il vino (jajin), e la vigna (keren) sono metafore vive dell’amore, come la sala del vino (Cant 2,4)  è il luogo dell’amore. Grembo femminile è la vigna come il giardino, la terra e la torre inaccessibile e simbolo dei fluidi scambiati è il vino. Il gioco lussureggiante delle immagini si accavalla e intreccia i riferimenti alle simboliche disgressioni in un continuum che aumenta, versetto dopo versetto, l’ascesa verso un’unità desiderata pacificante.” [20]Ancora il vino come medium. Daimon d’ amore.[21]

Corroborante per il corpo, libagione degli eroi, celebrazione delle vittorie, canto di festa, viatico d’amore, anelito di verità, il vino ascende – con l’avvento del Cristianesimo – a sostanza rituale nell’eucarestia cattolica, divenendo simbolo del sangue di Cristo. Nella Bibbia la parola vino viene citata 278 volte in 258 versetti, mentre la parola vite ricorre 141 volte in 135  versetti. “Io sono la vita il padre mio è il contadino (…) Io sono la vite voi siete  i tralci” (Giovanni C 15, – 16,4) Questo passo di Giovanni l’evangelista è probabilmente quello che meglio rende quanto la simbologia cristiana ha recepito della metafora della vite. Se Gesù è la vera vite, Dio è il vignaiuolo. E, dunque, se la vita e l’azione di Gesù dipendono dalle cure amorevoli del Padre, la vita dei tralci dipende dallo stretto legame che li unisce alla vite. Così i discepoli e tutti i credenti in Cristo rappresentano i tralci che portano frutto solo in quanto uniti alla vite. La pianta che fu sacra, che produce il nettare divino per la mitologia greca,  diviene simbolo di Gesù Cristo la pianta che cresce nel terreno del Signore Dio e gli uomini sono il sostegno di questo sacro arbusto sulla terra. l’Eucarestia (da eukharistía cioè rendimento di grazie) diventa comunione con Dio stesso. «Mentre stavano mangiando, Gesù prese il pane, fece la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai discepoli e disse: “prendete: questo è il mio corpo.” Poi prese la coppa del vino, fece la preghiera di ringraziamento, la diede ai discepoli e tutti ne bevvero. Gesù disse: “Questo è il mio sangue, offerto per tutti gli uomini. Con questo sangue Dio conferma la sua alleanza. Io vi assicuro che non berrò più vino fino al giorno in cui berrò il vino nuovo nel regno di Dio.» (MC 14,22-24).

L’eucarestia offre ai fedeli cibo spirituale e così il pane e il vino, che ristorano  il corpo, divengono elementi della transustanziazione (dalle parole latine trans, oltre e substantia, sostanza), che nella teologia cristiana è il dogma per cui il pane e il vino, al momento della consacrazione, si fanno vero corpo e sangue di Gesù attraverso cui gli uomini sono spiritualmente alimentati.  “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane unito a me e io a lui.” (GV 6, 56)  la comunione è il rito eucaristico. Il testo evangelico dice koinonia, questo concetto non è una creazione ex-novo dei vangeli – come d’altronde nessuno dei concetti fondamentali del Cristianesimo. Questo termine greco appartiene alla lingua comune: koinos indica ciò che è condiviso, koinonos colui che condivide, koinonia la condivisione. L’ambivalenza del vino si mantiene nell’era Cristiana, tra i primi secoli dopo Cristo e il nuovo millennio, quando la bevanda santificata nell’eucarestia – uno dei motori di mantenimento della tradizione viticola – è al contempo coltivata con cura nei monasteri europei che ne proteggono la tecnica e la affinano.[22]

L’approdo moderno passa anche per la commercializzazione del vino e la regolamentazione dell’uso come emblema di status sociale. Venezia, ad esempio, potente emporio del Mediterraneo[23] a cavallo tra Medioevo e Rinascimento,  colse bene le opportunità mercantili legate al vino, collegate al prestigio e al censo. Se i greci avevano legato il vino a Dionisio per l’uso rituale nel Simposio,  Venezia carica i vini del Mediterraneo orientale  i valori laici trasformando in una moda in un rimedio per il corpo e per lo spirito in un’Europa afflitta  dalle carestie e dalla peste nera le conseguenze della piccola glaciazione. Venezia non uso del simbolismo greco della morte della Resurrezione dall’uva al vino e quello del sangue mistico del rito Cristiano ma quello più moderno dello status Symbol più vicino ai modelli della Roma imperiale luogo d’origine della rarità.” [24] Il bicchiere di vino si trasforma in merce preziosa, assume un marchio d’origine, diventa dono diplomatico, mentre si consolida il doppio consumo: tra le classi abbienti e la cultura popolare.[25]

Cosa cerchiamo nel bicchiere di vino? Cosa vediamo in fondo al vetro che lo contiene? Alzando il bicchiere guardando nel brindisi il commensale, l’ospite, l’amico, la donna amata, l’amato, noi stessi messi a nudo? Cosa ci figuriamo in quest’atto pregno di desideri, di aspettative, tra la dimensione in sé e il fuori di sé, fa il controllo e la perdita del controllo tra l’estasi e il furore?[26] Cosa tratteniamo tra le dita nell’attimo che precede il sorso in quel recipiente trasparente così ricco di tecnica e di sapienza? Non è il brindare un atto metafisico? Nell’alludere, suggestionare, anelare a qualcosa di non materiale che appartiene al mondo delle idee? Che sia il desiderio dell’eros, l’epopteia misterica come totalità divina, che sia l’oblio dell’etilista incallito, che sia la filìa dei sapienti, bere un bicchiere di vino è potenzialmente un atto trascendente che va oltre l’oggetto e la sostanza, un atto teoretico in cui ci si stacca dal terreno empirico e si considera il pensiero come potenza dell’anima, come lume che vien dal sereno[27], come un condotto per la sapienza –  che del resto viene dal latino sapère, assaporare –  o per lo Spirito, “cioè atto di respirare, perché sta alla ragione come il respiro agli esseri viventi, commisurato a ciascuno a seconda del suo grado di vitalità”.[28]

Il vino come succo fermentato è simile ad un farmaco e nella sua duplice funzione è sia toccasana che veleno. “Se beviamo con temperanza e in piccoli sorsi il vino stilla nei nostri polmoni come la più dolce rugiada del mattino” disse Socrate. Usato con moderazione all’età rinvigorisce proteggere la nostra salute, se invece bevuto in abbondanza intorpidisce, porta al deliquio, fa impazzire gli uomini. Cantava Omero: “Vino pazzo che suole spingere anche l’uomo molto saggio a intonare una canzone, e a ridere di gusto, e lo manda su a danzare, e lascia sfuggire qualche parola che era meglio tacere.” Questo è il suo doppio uso: salubre, da un lato, nocivo e potenzialmente letale dall’altro. Al consumo di vino nel tempo sono state legati concetti di disinibizione, euforia, scatenamento dei sensi, ebrezza. Sacro dono degli dei da un lato e deriva soggettiva dall’altro.

Povertà estrema. Depauperato dal mistero dell’ebrezza e ridotto a simulacro di sacralità, il vino di oggi riposa mansueto in scintillanti bottiglie etichettate tra le pagine patinate dei dépliant pubblicitari o negli scaffali ordinati delle fiere annuali, tra le dita affusolate di facoltosi viticultori, il vino è divenuto merce di nicchia, carpito dal suo elemento selvatico dalla rapacità della razionalità economica. I fruitori del fu nettare degli dei sono oggi i consumatori che così definiti, nel solo atto  del consumare, annientano la loro essenza umana. Ecco il vino adulterato al metanolo, il vino in cartone Tetra Pak, il vino  alla spina in fusti d’acciaio,  il vino tannico, il vino con lo zucchero, Il vino vegano, il vino biodinamico e il vino biologico, le bottiglie da migliaia di euro. Dioniso sonnecchia all’ombra dell’edera.

Oggi delle celebrazioni basate sul vino dei tempi passati resta poco, l’uso è regolato da norme dietetiche e alimentari, il mercato del vino è florido e mantiene una voce importante nei bilanci economici di molti paesi (l’Italia è prima nel mondo per volumi di produzione vinicola) mentre altre sostanze hanno soppiantato, nei riti contemporanei di ebrezza e alterazione di sé, il vino.

Allora ritorna il vino della poesia di Holderlin, “quando in Pane e vino afferma che nel tempo dell’assenza degli dèi «meglio è dormire» intendendo che, intanto, quel che accade è opera dell’errore: «Ma l’errore / Aiuta come il sonno e forti rendono miseria e notte, / Fino a che eroi cresciuti abbastanza in culla di ferro,/ Cuori di forza pari, come un tempo, ai celesti siano». Infine, nel grano (Demetra), nella vigna (Dioniso), nel pane e nel vino (Cristo), gli uomini vedranno non più il sacrificio che placa la morte, ma la vita eterna, la vita salvata dalla vita. Ma prima e perché questo avvenga, bisogna che le potenze titaniche, il caotico, il senza nome, sia riconosciuto per quello che è: non puro fatto naturale ma, in quanto violenza sanguinosa e senza ragione, removendum, inaccettabile, da rifiutare.”[29]

Dirà Ernst Junger: «Del futuro non ho un’idea troppo felice e positiva, Cito un’immagine di Hölderlin, il quale, in Brot und Wein [Pane e vino] ha scritto che verrà l’evo dei Titani […], molto propizio per la tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura, tanto che la poesia dovrà andare in letargo».[30]

E’ la riproposizione della notte simbolica anticipatrice di tempi drammatici, descritta dallo stesso Jünger nell’opera “Le scogliere di marmo”, la lotta tra la diabolica figura che l’autore chiama oberförster (tradotto con forestaro), un crudele signore di orde fanatiche che albergano nella foresta e che nel racconto emergono come forze mobilitate dagli apprendisti stregoni del dominio, e l’accolita di intellettuali dediti allo studio dell’arte botanica e alla viticoltura nell’Eremo della Ruta, nel paese di Mezzogiorno. La consapevolezza della rovina, le minacce storiche che devastano la comunità, le civiltà che scompaiono: questi i motivi dell’epica jüngeriana, c’è un pericolo, una tragedia che sta per travolgere la comunità e i suoi valori, rappresentanti della cultura come anche della vinificazione, la coltura della vita come contrapposta alla barbarie. Con l’avvento di tali forze non è il mondo della borghesia, dell’individualismo, del terzo stato che crolla ma il mondo della qualità della personalità, dell’ascesi, della tradizione misterica e sacra, della cultura superiore.  Jünger lo pubblicò nel 1939 in aperta opposizione al nazismo.[31]

Una lotta che Heidegger ha diversamente descritto e caratterizzato usando le parole di Hölderlin in Pane e vino (Brot und wein) raffigurando un oggi che è tempo di povertà estrema, perché come dice il poeta “più non son gli dei fuggiti, e ancor non sono i venienti”.Il posto lasciato vuoto dal sacro e oggi occupato da parole religiose che, chiuse nel calcolo dei valori,  si limitano a circoscrivere il recinto dell’agire”, scrive Galimberti.[32] “Ormai l’epoca è caratterizzata dall’assenza di Dio dalla “mancanza di Dio” (…) la mancanza di Dio significa che non c’è più nessun Dio che raccolga in sé, visibilmente e chiaramente, gli uomini e le cose, ordinando in questo raccoglimento la storia universale e il soggiorno degli uomini in essa. Ma nella mancanza di Dio si manifesta qualcosa di peggiore ancora. Non gli dei e Dio sono fuggiti ma si è spento lo splendore di Dio nella storia universale. Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà, perché diviene sempre più povero.”[33]

Una povertà che può essere un mezzo per penetrare in una nuova sapienza, preludio di tempi nuovi, era di passaggio o terminale del mondo? Si può infatti parlare di una vera e propria letteratura della crisi situabile tra Il tramonto dell’occidente di Oswald Spengler del 1922, fino alla Crisi delle scienze europee di Edmund Husserl del 1936 e comprende tra gli altri Il disagio della civiltà di S. Freud del 1929 e La situazione spirituale del nostro tempo del 1931 di Karl Jaspers. La riflessione filosofica contemporanea ha sviluppato il pensiero della crisi e ne ha individuato le origini e le manifestazioni, a cominciare da Kierkegaard attraverso Nietzsche, Heidegger e Sartre. L’intrinseca precarietà dell’uomo, il suo scadere nell’egoismo e nella barbarie, il senso di “insecuritas[34]  che lo attanaglia come condizione esistenziale, rendono chiari i sintomi del malessere dell’umanità e giustificano il concetto di crisi.

La crisi contemporanea è essenzialmente “crisi del senso” quel senso che l’umanità deve darsi continuamente. Questa società, tecnologica, mercificante, funzionalistica,  produce un’eterna ideologia della crisi che si autoalimenta. La credenza fondante dell’occidente laico fu  la promessa di un futuro messianico, una specie di redenzione laica. Oggi si è passati da un  futuro-promessa al futuro minaccia. Il pensare stesso oggi appare un lusso troppo pericoloso. Non c’è il tempo, l’occasione,  né la calma e le opportunità,  per riflettere e programmare, per l’attenzione e la critica. Si vive di pericoli, di emergenze e catastrofi, le minacce sono parte dell’orizzonte normale, della nostra quotidianità.[35]

Dio, il lume della ragione, la speranza dell’avvenire, hanno rappresentato nella storia dell’umanità fasci di luce che illuminavano il futuro. E’ una luce che ora viene a mancare, che non illumina più il tempo e le opere dell’uomo. Cala una notte per l’anima, fatta di miseria intellettuale, morale, di passioni tristi favorite dalla  cupezza e dall’angoscia del quotidiano, e di paura della morte.[36] E’ una civiltà che cammina a tastoni, che non sa perché muore e non sa perché vive, poiché, come scrive Vito Mancuso: “Chi ha paura della morte, ha paura della vita”.[37]

E’ una notte oscura, che la poesia di Paul Celan ben rappresenta come atto di tragedia umana, in I vendemmiatori il poeta scrive: “Essi vendemmiano, essi torchiano il vino, essi pigiano il tempo come il loro occhio, tutto il pianto che ne stilla ripongono nel sepolcro del sole, che essi con mano indurita dalla notte preparano: affinché poi una bocca, somigliante alla loro: torcentesi verso quanto è cieco, attrappita – una bocca cui dal profondo sale la schiuma da bere, mentre il cielo si cala nel cereo mare, per splendere da lontano, mozzicone di luce, se finalmente il labbro umidisce.[38]

Sono notti di vendemmie di morte, che riempiono le cronache, di stoltezza e impudicizia. L’ideologia moderna, responsabile dell’amputazione dell’istanza spirituale nell’uomo massificato, della scarnificazione dell’idea di anima, dell’esaltazione di sterili eccessi pulsionali, produce riti alcoolici di massa, stordimento che diventa ottundimento, mix alcoolico, chimico e ideologico di annientamento umano in cui il vino non ha più alcun significato esoterico o metafisico ma è ridotto a esclusivo simulacro estetico o, al suo estremo opposto, a etilico stordimento esistenziale, tecnica di alterazione di sé.

NOTE:

[1] M. Currey, Rituali quotidiani, Vallardi 2016.

[2] Intervista. Remo Bodei: le cose e gli oggetti:http://www.filosofia.rai.it/articoli/remo-bodei-le-cose-e-gli-oggetti/19210/default.aspx

[3] Il filosofo come consulente, un dialogo, in  G. B. Achenbach, La consulenza filosofica.  La filosofia come opportunità di vita,  Feltrinelli , 2004.

[4] E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, tr. it. a cura di E. Paci, Il Saggiatore, Milano 2008.

[5]Gli oggetti sociali consistono in iscrizioni: sulla carta, in memorie magnetiche, nella testa delle persone.” M. Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino, Bompiani 2005.

[6] “Noialtri mediterranei, al vino – grande ispiratore di poeti, da Omero a Omar Kayyam (che, pure, era musulmano) – non rinunzieremo mai. Bevanda preziosa, alimento insostituibile, gioia dei forti e sollievo degli afflitti, il vino è vita: il sole, il sangue, il fuoco hanno i suoi colori e ne sono simboli; ed esso è simbolo per loro.” ( Franco Cardini, Vino e Simbolo. Sole, sangue, fuoco. Note per una storia del vino come simbolo.) http://www.associazioneletarot.it/page.aspx?id=187

[7] Interessante il testo di Massimo Donà, Filosofia del vino (Bompiani 2003), in cui tra le tante testimonianze del rapporto originario tra filosofia e vino, scrive: “In quello che può sembrare, e non è, un paradosso, l’ebrezza da vino consente di raggiungere in modo controllato e misurato la dismisura e l’incontrollabile condizione estatica che la stessa ebrezza rende possibile. (…) In altre parole, soltanto tale ebrezza rende praticabile un esercizio “paradossale” compiuto tutto sul limite tra misura e dismisura, sospendendosi il più a lungo possibile, in difficilissimo equilibrio, ai bordi di un delirio della sragione, sempre incombente, ma insieme sempre evitabile.”

[8] Istituto Luce Cinecittà, Come si fabbricano i bicchieri, 1932: https://www.youtube.com/watch?v=iX2I0jet2Ss

[9]I commercianti Veneziani – oltre all’importazione del vino – introdussero anche nuove specie di viti, favorendone la diffusione nei territori vicini, come nel caso della Malvasia che da Venezia si diffuse nel Friuli Venezia Giulia e nella Dalmazia. Anche i famosi vetrai di Murano contribuirono alla diffusione del vino e del suo migliore apprezzamento. Le raffinate bottiglie e i bicchieri di vetro di Murano si diffusero rapidamente nelle tavole dei nobili sostituendo progressivamente i contenitori di ceramica, argento e peltro. I nuovi contenitori di vetro furono subito associati ai vini di qualità e ben presto arrivarono – in forme più semplici e meno pregiate – nelle tavole della gente comune di tutta Europa.” DiWineTaste, Cultura e Informazione Enologica – Anno XVI. http://www.diwinetaste.com/dwt/it2005042.php

[10] M. Heidegger, La cosa, in Saggi e discorsi, Mursia 1991. “L’offrire, nel quale la brocca è brocca, si riunisce nel duplice contenere e quindi nel versare. (…) L’esser brocca della brocca si dispiega nell’offerta del versato. (…) L’offerta del versato può esser qualcosa da bere. C’è acqua, c’è vino da bere. (…) nell’acqua della sorgente permangono le nozze di cielo e terra. Questo sposalizio permane nel vino, che ci è dato dal frutto della vite, nel quale la forza nutritiva della terra e il sole del cielo si alleano e si congiungono. (…) L’offerta del versare è offerta nella misura in cui trattiene (verweilt) la terra e il cielo, i divini e i mortali.”

[11] I veneziani più moderni asseriscono con malcelato disdegno, ma seguendo la tradizione, a proposito del non bere altro che vino, che “l’acqua marcisce i pali” creando per loro – popolo di navigatori che fu ricco grazie anche al commercio di vino – un danno massimo mettendo a rischio gli ormeggi, i pali appunto. Motteggiare che appare simile al “ Il vino è bono, ma l’acqua avanza. In tavola” di Leonardo da Vinci o ancora il “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”  di Charles Baudelaire.

[12] Oppure può accompagnare la morte, Diogene Laerzio, scrisse di Epicuro: “Riferisce Ermippo che prima di morire s’immerse in una bacino di bronzo pieno d’acqua calda, e chiese una coppa di vino puro lo bevve d’un fiato: quindi, ammoniti gli amici che non obliassero le sue dottrine, spirò.” Epicuro, Tutte le opere, CDE 1993.

[13] R. Graves, I miti greci, Longanesi 1955.

[14] L. Della Bianca, S. Beta, Il dono di Dioniso, il vino nella letteratura e nel mito in Grecia e a Roma, Carrocci 2015.

[15] E. Zolla, Dioniso errante, Marsilio 2016.

[16] G. Colli, La sapienza greca, vol. I, Adelphi 1977.

[17] M. Detienne, Sangue del cielo sangue della terra, in Dioniso a cielo aperto, Laterza 1987.

[18] M. Ficino, Sopra lo amore ovvero Convito di Platone, ES 1992.

[19] Testimonianze della cultura latina della viticultura sono reperibili ancora oggi, ad esempio in Veneto. Secondo gli storici il nome “Valpolicella” deriverebbe dal latino “Vallis-polis-cellae” che significa “Valli dalle molte cantine”. Teoria avvalorata anche dal fatto che i vini da noi attualmente conosciuti, il Valpolicella, l’Amarone ed il Recioto, sono indicati come discendenti del vino “retico” romano. https://www.taccuinistorici.it/ita/news/antica/vino-vitigni/Veneto-Retico-e-Amarone.html

[20] R. Pilutti, La parola i simboli nella Bibbia per una teologia dell’eros, Cantagalli 2017.

[21] “Mi siano i tuoi seni come i grappoli della vite, il profumo del tuo respiro come quello dei cedri e il tuo palato come ottimo vino che scenda dritto alla mia bocca e fluisca sulle labbra e sui denti.” Cantico dei Cantici (7,9 – 10)

[22] Tutte le citazioni sono tratte da La Bibbia in lingua corrente. Nuova versione, Leumann (To)/Roma, LDC/ABU, 2000.

[23] “Esistono cronache del ‘500 dove si evidenzia che i Colli Euganei erano “coperti di belle vigne”, che Treviso produceva vini “perfettissimi”, e che a Venezia si trovavano molti vini provenienti da “varie parti”. In tale epoca si distinguevano per le loro caratteristiche i vini Faletto (Conegliano – TV) presenti sulle mense dogali, e i vini di Vicenza detti Marzemini che per quasi un secolo la casa patrizia Tiepolo regalò al re di Polonia. https://www.taccuinistorici.it/ita/news/antica/vino-vitigni/Veneto-Retico-e-Amarone.html

[24] Nel 1535 a Venezia viene pubblicato da Ottaviano Scotto il primo trattato di enologia il De Beni natura disputatio di G. B. Confalonieri in cui si analizzano le caratteristiche di un vino e se ne descrivono le varie tipologie. “Venezia come i mercanti Greci che solcano il Mediterraneo 2000 anni prima delle sue galere intuisce che è necessario ti fa male il vino da un genere alimentare in un oggetto di culto in un icona. (…) adotta ante litteram i più efficaci metodi della comunicazione contemporanea negando qui vivi ad un consumo Alitalia dando dei regnanti del suo tempo ho freddo di nel corso dei banchetti ufficiali Dove poteva fargli assaggiare al corpo diplomatico di tutta Europa Aprica questi venite a differenziare elevate per limitare il consumo adesso le classi abbienti valorizza il senso dell’ origine la provenienza del territori lontani carichi di Mistero quali erano quelli controllati dai Bizantini ed usando il nome del luogo per commercializzarlo novità assolute non epoca nella quale i vini erano designati con indicazione molto generica Deplano Demonte o diritti dei consumatori la tipologia di vino allora sconosciuta in Occidente dolce e aromatico.” (“Il tempo ritrovato” A. Scienza in “Il vino nella storia di Venezia– Vigneti e cantine nelle terre dei Dogi tra XII e XXI secolo” a cura di C. Favero).

[25] Una prova ne è la diffusione del vitigno e del nome Malvasia: dalla Grecia all’Italia, Istria e Dalmazia, Slovenia, Croazia, Spagna e Portogallo. Nasce con la caduta dell’Impero Romano d’Oriente quando a Venezia tocca il porto fortificato di Monemvasia, ovvero Malvasia, i cui vigneti danno da sempre vino eccellente. Molte osterie della città lagunare cominciarono a vendere esclusivamente Malvasia, tanto da venir identificate con il termine stesso. Ancor oggi a Venezia calli e ponti ricordano questo vitigno e con il termine “Malvasie” si indicano i locali in cui si servono principalmente vini sfusi.

[26] A Venezia bere un bicchiere di vino in compagnia (”bere un’ombra”) è un rito quotidiano. I veneziani sono soliti andare per bacari (osterie) e bere ombre di vino con gli amici in un clima conviviale e scanzonato. Bere un’ombra a Venezia è un rito sociale, una dichiarazione di amicizia e solidarietà che si rinnova di giorno in giorno e di ora in ora. https://cantinadospade.com/2016/06/17/bacaro-e-ombre/

[27] Dante Alighieri, La Divina Commedia – Paradiso, C. XIX, v. 64.

[28] E. Zolla, Le potenze dell’anima, anatomia dell’uomo spirituale, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 2008.

[29] Ernst Jünger lettore di Hölderlin. Saggio di Domenico Carosso, https://retroguardia2.wordpress.com/2017/01/12/ernst-junger-lettore-di-holderlin-saggio-di-domenico-carosso/#more-75054

[30] A. Gnoli, F. Volpi, L’ultimo sciamano. Conversazioni su Heidegger, Bompiani 2006.

[31] E. Jünger, Sulle scogliere di marmo, Guanda 2002.

[32]U. Galimberti, Il cielo e la terra canta Holderlin al festival degli dei, La Repubblica 1996 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/02/07/il-cielo-la-terra-canta-holderlin-al.html

[33] M. Heidegger, Holzwege. Sentieri erranti nella selva, (a cura di V. Cicero), Bompiani, Milano 2002

[34] G. Semerari, Insecuritas, Milano, Spirali 1982.

[35] Dal versante laico e progressista lo spiegano bene Z. Bauman e C. Bordoni, Lo stato di crisi, Einaudi 2015.

[36]  M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli 2013.

[37] Che poco prima scrive: ”Il pensiero occidentale si ritrova come allo sbando, perché è evidente che, se non si conosce il destino che ci attende, nulla si sa con sicurezza e tutto appare incerto, soggettivo; tutto sembra risolversi in una questione di gusti, sui quali, com’è noto, non disputandum est. E infatti le dispute metafisiche hanno da tempo lasciato il posto a innumerevoli piccoli litigi.” V. Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina Editore 2007.

[38] P. Celan, Von Schwelle zu Schwelle (Di soglia in soglia), Einaudi, 1996.

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