Filosofia

Simone Weil, agosto 1943.

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Fu in novembre, nel 1942, che sbarcò a Liverpool proveniente da New York, dopo quindici giorni di traversata, dove giunse intorno al 6 luglio lasciando a malincuore la Francia salpando da Marsiglia passando per Casablanca nel Maggio precedente, e sempre rammaricandosi di lì in avanti di averlo fatto. Era suo desiderio partecipare attivamente alla resistenza. È in questo periodo che si datano la maggior parte dei Quaderni e gli ultimi scritti già iniziati in Francia prima della partenza –  tra essi Lettera a un religioso e La persona e il sacro – e fu sempre a Marsiglia e New York tra il ’41 e il ’42 che compose anche quei testi che poi confluirono in La Grecia e le intuizioni precristiane, oltre alla maggior parte della sua produzione definita religiosa e mistica. Le tematiche relative alla bellezza come immagine di Dio, alla sofferenza e alla sventura, l’idea di decreazione, di purezza, di attenzione, il bene e la necessità, tutte convergono qui. Furono i genitori a costringerla a seguirli in America, dove già si trovava Andrè il fratello, per fuggire dall’antisemitismo d’Europa, qui poté assistere alla nascita della nipote Sylvie figlia di Andrè nel settembre del ’42, che insistette per far battezzare. Giunse a Londra per intercessione di Andrè Philip, attivista di France Libre, organizzazione della resistenza francese riconosciuta dal governo statunitense di Roosvelt. Da Liverpool subito fu trasferita nella capitale, in periferia. Ivi trattenuta dalle autorità assieme ad altri per alcuni giorni. Il 14 dicembre era libera, a Londra. Francis Louis Closon che dirigeva l’ufficio di France Libre, dal quale sarebbe dipesa, e Maurice Schumann suo compagno al Liceo Henri IV, furono le due persone a lei più vicine in questo ultimo periodo. Schumann talvolta la accompagnava  a messa la domenica, per lei diventata consuetudine. Closon le affidò un posto di redattrice nei servizi civili  ed un ufficio al n° 19 di Hill Street. Lo accettò ma non era quello che voleva.  Nell’arco di quattro mesi, cioè fino a che non fu ricoverata, svolse un lavoro immane trascrivendo e redigendo testi su sollecitazione dei comitati resistenti francesi che chiedevano l’elaborazione di testi utili alla ricostruzione del paese dopo la guerra. Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, Nota sulla soppressione dei partiti politici e Progetto di una formazione di infermiere di prima  linea, La prima radice, (La prima radice) Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Lottiamo noi per la giustizia? Riflessioni sulla rivolta, Scritti di Londra e molti altri ancora che non sono stati tradotti singolarmente in Italia. A De Gaulle riuscì a far leggere Réflexion sur la révolte. In questo periodo si concentrano le riflessioni filosofiche, religiose e civili e si contraggono in un tutt’uno che compatto giunge a compimento nell’agosto successivo. La sua indole allora ferveva per un’attività operativa quanto più vicina al fronte di guerra e cercò in tutti i modi, senza riuscirvi, di rientrare in Francia. Dalla caserma delle Volontarie francesi si spostò in una camera al n. 31 di Portland Road, Holland Park, ospite di Mrs. Francis vedova di un maestro e madre di due ragazzini che aiutava a studiare, come del resto faceva anche con i figli dell’altra famiglia che frequentava, i Rosin. Sperò nell’incarico di essere mandata in missione, paracadutata in Francia, ma non venne scelta e in ogni caso la missione fu annullata. Afflitta e rattristata dalla mancanza di azione fu di nuovo tormentata dal mal di testa, mangiava pochissimo con la scusa che nel suo paese il cibo era razionato e lei non voleva nutrirsi più di chi già soffriva per la guerra, lamentava una stanchezza spossante. Forse era già malata in America. Era stata lì visitata. Il 15 aprile 1943 una collega, non trovandola in ufficio, la cercò a casa e la trovò svenuta a terra. Fu ricoverata al Middlesex Hospital e le diagnosticarono una forma di tubercolosi. Con il riposo in un paio di mesi poteva migliorare, disse il medico, ed essere trasferita in un sanatorio.

Non migliora, già mangia pochissimo e chiede di essere trasferita in un sanatorio, anche perchè è in rotta con il medico che l’esorta a nutrirsi in maniera adeguata. Mme Closon, i Rosin e una collega, che la assistono da quando è ricoverata ne trovano uno ad Ashford nel Kent, il Grosvenor Sanatorium. Nel frattempo rompe completamente con la resistenza francese, con una lettera a Closon, da cui si sente sottoutilizzata, mantenuta senza essere impiegata adeguatamente e inutilizzabile in futuro. Le lettere scritte alla famiglia, da aprile a metà agosto, sono una lunga bugia piena di tenerezza per nascondere il suo reale stato di salute ed il ricovero. Probabilmente smette di mangiare già al Middlesex. Il 17 agosto viene portata ad Ashford in ambulanza, è così debilitata che il medico non la può visitare. La camera che le assegnano offre la vista di prati e boschi. Non mangia quasi più. Il 24 nel pomeriggio entra in coma, verso le 10 e mezzo di sera si spegne.

“C’è una realtà situata fuori dal mondo, cioè fuori dello spazio e del tempo, fuori dall’universo mentale dell’uomo, fuori di tutto l’ambito raggiungibile dalle facoltà umane. A questa realtà corrisponde, al centro del cuore umano, quell’esigenza di un bene assoluto che sempre vi abita e che mai trova alcun oggetto in questo mondo …”(Profession de foi, Etude pour une declaration des obligations envers l’etre humain 1943)

Ogni qualvolta un uomo ha invocato con cuore puro Osiride, Dioniso, Krishna, Buddha, il Tao, ecc. il figlio di Dio ha risposto inviandogli lo Spirito Santo. E lo Spirito ha agito sulla sua anima, non inducendola ad abbandonare la sua tradizione religiosa, ma dandogli la luce – e nel migliore dei casi la pienezza della luce – all’interno di tale tradizione”. (Lettera a un religioso, 1943)

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Consulenza filosofica, Filosofia, pratica filosofica

Recensione a: “Platone 2.0” di Giorgio Giacometti.

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Nell’ultimo numero  di Phronesis, rivista di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche, (Anno XIV, numero 25-26, aprile 2016) trovate una mia recensione al testo di Giorgio Giacometti, Platone 2.0 La rinascita della filosofia come palestra di vita edito nel 2016 da Mimesis nella collana “Esperienze filosofiche/filosofie della medicina e forme della cura”.

Qui sotto trovate il testo integrale e il link alla rivista.

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Edito nel 2016 da Mimesis nella collana “Esperienze filosofiche/filosofie della medicina e forme della cura” Platone 2.0 La rinascita della filosofia come palestra di vita di Giorgio Giacometti, docente e filosofo consulente, con saggio introduttivo di Giangiorgio Pasqualotto, è un testo che tratta di pratica e consulenza filosofica. Uno scritto che si può definire complesso e ardito per le tesi che propone e per le quasi 800 pagine che lo compongono[1].

Recensire un libro con queste caratteristiche può nascondere insidie, infatti si può rischiare o di eludere la tesi di fondo non centrando l’obiettivo di una recensione che è sempre quello di introdurre alla lettura di una nuova edizione presente sul mercato, previa l’individuazione dei focus testuali, oppure, più banalmente, si può correre il rischio di semplificare o elogiare l’autore e il volume recensito acriticamente, senza evidenziarne modi, proposte e limiti e così non coglierne appieno il valore. Detto ciò questo libro, lo scrive l’autore stesso, ogni lettore (e anche ovviamente ogni recensore) “lo criticherà o lo apprezzerà non per quello che il libro dice, ma per ciò che egli crede che il libro dica”. Sarà qui richiesta ai lettori, in questo senso, una certa indulgenza rispetto ad alcune necessarie abbreviazioni e sintesi per indagare un testo così ampio.

L’edizione di Giacometti cade in un momento storico in Italia in cui la parabola della Consulenza filosofica sembra segnare un momento di stasi e di ripensamento. Dagli esordi pioneristici, vagamente di derivazione schusteriana[2], di carattere esistenziale, fenomenologico (con riferimenti a Sartre e Buber) la consulenza filosofica (da Philosophische praxis, tradotta nell’italiano Consulenza filosofica in realtà correttamente: Pratica filosofica) iniziò a farsi strada come pratica alternativa, terapia e cura filosofica, con evidenti vicinanze a quelle correnti psicologiche che più hanno utilizzato strumenti filosofici come l’antipsichiatria di Laing e la proposta di Carl Rogers[3]. In seguito, nei primi anni del nuovo secolo, la Consulenza filosofica divenne più schiettamente achenbachiana inaugurando un periodo, grossomodo tra il 2005 ed il 2015, in cui la ricerca e gli studi si snodarono tra tentativi di fondazione epistemologica e il riconoscimento professionale. Si delinearono, allora, due correnti divise tra chi promosse il Counseling filosofico e chi la figura del Consulente filosofico, i primi ad orientamento psicoterapeutico, arricchito però da elementi filosofici, i secondi esclusivamente orientati alle competenze filosofiche.[4] Che cosa ci rappresentiamo oggi quando parliamo di Pratica filosofica/Consulenza filosofica a circa 15 anni da tutto ciò? Innanzitutto in Italia tra gli autori e le pratiche messe in atto, sembra prevalere una decisa preminenza del ruolo sociale della filosofia: sia dal punto di vista individuale, ovvero rivolto alle scelte etiche ed esistenziali, sia dal punto di vista collettivo, vale a dire più propriamente politico, fatto di scelte comuni e della loro complessità; in secondo luogo appare evidente come si sia dimostrato sterile il tentativo di ricostruirne una caratterizzazione specifica, basata su una chiara, univoca, esclusiva ed epistemologicamente fondata identità, stante l’ineluttabile impossibilità di un’unica definizione di filosofia (posto che se ne senta la necessità, di una definizione). Seminari, Laboratori, Dialoghi socratici, Caffè filosofici, consulenze di gruppo, P4C: che la consideriamo saggezza pratica con Aristotele[5] o esercizio spirituale con Pierre Hadot[6] siamo oggi consapevoli di che cosa parliamo quando parliamo di pratica filosofica.[7]

Minna Specht, collaboratrice negli anni ’20 del novecento di Leonard Nelson, descriveva il Discorso Socratico (Sokratische Gesprach la prima forma di Pratica filosofica)[8] come messa alla prova delle nostre vecchie convinzioni verso un cambiamento che purifica di cui il fondatore, Leonard Nelson, diceva: il dialogo socratico non è l’arte rivolta all’insegnamento della filosofia, ma al filosofare stesso[9]. Achenbach parlava di filosofia e consulenza come opportunità di vita[10], la Schuster descrive la consulenza come pratica alternativa, terapia e cura filosofica[11], Marc Sautet scriveva di uso spontaneo della filosofia che ha come vocazione quella di non tacere e di filosofare come mettere in dubbio[12]. Romano Madera e Luigi Vero Tarca scrissero di filosofia come stile di vita[13], in seguito a proposito di consulenza filosofica Ran Lahav parlò di ricerca della saggezza[14]. Neri Pollastri ha scritto che fare filosofia in consulenza significa cercare di mettere ordine razionale nel discorso[15]e Augusto Cavadi la definì filosofia di strada[16], e poi Davide Miccione che la descrisse come disciplina antichissima o recentissima[17], e Luciana Regina che parla di un fare che è pensare[18], oppure Stefano Zampieri che scrisse di vita filosofica[19], o Antonio Cosentino di filosofia come pratica sociale[20]. Giorgio Giacometti stesso parlò di consulenza come aporetica di un’attività complessa. Infine Moreno Montanari scriveva a proposito di filosofia come cura[21], e Oscar Brenifier di filosofare come Socrate[22]per il suoi Laboratori e per la sua idea di filosofia con i bambini. Questo florilegio di immagini rappresenta un caleidoscopio che tenta di descrivere una filosofia che torna a camminare per le nostre strade nel quotidiano, come scrive ancora Zampieri nella bella Prefazione ad un altro breve testo sulla consulenza filosofica pubblicato nel 2016 da Andrea Modesto.[23]

Il testo di Giorgio Giacometti[24] cade in questo momento storico e la complessità citata in premessa non è tanto o solo nella mole del lavoro, quasi 800 pagine, quanto nell’articolazione del dialogo che ne compone l’intreccio e i temi che esso tratteggia e affronta, mentre d’altro canto l’ardire dell’argomentazione ricordata all’inizio è  nel porre quella pratica filosofica, che si concretizza anche e soprattutto nell’agire consulenziale, nell’alveo originario della filosofia greca e nella perentoria affermazione che essa è – e non potrebbe essere altrimenti – platonica e dialogica. La tesi di questo libro è radicale e provocatoria. “Finalmente la filosofia si riconosce e si rivela per ciò che essa è sempre stata e non può non essere, grazie anche all’eclissi dalla sua sorellastra, della sua imitazione medioevale e moderna”. La pratica sarebbe la sola attività che meriti, oggi, il nome di filosofia e Giorgio Giacometti afferma che in essa la filosofia rinasce come palestra di vita.[25]

Nel presentare il testo l’autore affronta uno dei temi centrali dell’opera che è il paradosso della scrittura filosofica, il concetto derivato dalla contrapposizione, che contraddistingue il passaggio dall’età antica a quella storica, tra oralità e scrittura, spartiacque che segna la nascita della cultura occidentale. Questa divergenza tra oralità e scrittura si ripercuote in modo esemplare nella filosofia: se la pratica filosofica, la consulenza, (e la stessa filosofia al suo apparire) è sempre dialogica e quindi orale che senso ha scrivere di pratica filosofia? La questione si pone come un apparente paradosso. La scrittura filosofica, per Giacometti, rappresenta un invito alla filosofia praticata, non è essa stessa la filosofia (altrimenti non si capirebbe la contrapposizione all’accademia e alle sue consuetudini); è però un invito che, nel solco della tradizione, è costretto ad assumere, per ovvie ragioni, le sembianze del saggio filosofico. La pratica filosofica non va quindi letta, sfogliata su testi e su riviste specializzate ma va sperimentata, provata in prima persona. Per questo Giacometti richiama l’assunto di Achenbach secondo il quale la pratica filosofica è innanzitutto meta-teoria praticante, processo riflettente e pratico, cioè si può definire solo a partire dall’auto descrizione teorica del suo svolgersi. Giacometti inoltre descrive la sua opera come un “gioco di specchi” in cui la rappresentazione del dialogo si articola in tre assi o dimensioni: nel dialogo con sé stesso dell’autore, in quello che intrattiene con i suoi interlocutori e infine nel dialogo con i lettori; la definisce una consulenza sulla consulenza.

Se è vero, come scriveva Nietzsche,[26] che ogni filosofia è una narrazione intessuta di biografia e idiosincrasie dell’autore anche Giacometti si espone ad una lettura retrospettiva del suo pervenire alla filosofia e rintraccia così in alcune tappe dell’esistenza quello sviluppo di esperienze da cui scaturisce il suo libro. Dalle passeggiate con il padre nella campagna friulana, all’incontro con Pasqualotto e autori come Hadot, Lacan, e poi l’insegnamento a scuola, il gioco come paradigma ironico di realtà, l’amore e la conoscenza di sé ed infine la rete internet e Phronesis, l’Associazione nazionale per la consulenza filosofica.

Riguardo allo stile e all’architettura del testo l’autore sceglie, come già osservato, la modalità del dialogo con un interlocutore fittizio, organizzando in parallelo l’apparato delle note a piè pagina (notevole per citazioni e rimandi) come un vero e proprio contro-testo che si potrebbe leggere separatamente (e accontentare maggiormente gli addetti ai lavori) oltre a fornire una ampia bibliografia e così soddisfare in realtà (con l’aggiunta del saggio introduttivo di Pasqualotto) i criteri di un testo rigorosamente scientifico. Lo stile dell’autore è, per sua stessa ammissione, sui generis poiché concorda sull’idea (condivisa con altri autori) che i testi che trattano di pratica filosofica debbano differire dal tradizionale formato del saggio filosofico, poiché appunto essi sono frutto di attività di pratica operativa e vissuta concretamente. Infatti l’esposizione del tema via via affrontato è approfondita da rimandi a esperienze professionali oltre che riferimenti filosofici, il che spiega la mole del lavoro che del resto l’autore aiuta ad affrontare: il lettore può decidere di saltare intere sezioni del libro, concentrandosi solo sui temi che gli stanno più a cuore, scrive Giacometti, grazie anche ad un indice particolarmente curato che orienta nel testo.

Ci troviamo di fronte ad un testo il cui autore afferma avere ambizioni inaudite: dimostrare che le pratiche filosofiche costituiscano la sola forma possibile che oggi la filosofia possa rivestire per salvare se stessa e propone la rifondazione della consulenza come professione. Giacometti dipana in sette densi capitoli (rigorosamente rubricati in forma interrogativa) tutti i topoi della pratica filosofica, partendo dal perché fare filosofia? Perché non si può non farla: scegliere, decidere, pensare, credere sono tutte azioni filosofiche; passando alla questione del Come dialogare? Risposta semplice: come Platone lo descrive attraverso Socrate, con tutte le implicazioni che ciò comporta, vale a dire utilizzando tutte le possibilità che le diverse sfumature del dialogo socratico implicano, esso infatti può essere: ironico, maieutico, zetetico, elenctico, aporetico. Giacometti prosegue con il capitolo intitolato Con quali effetti? citando in epigrafe Ran Lahav, quando afferma che la consulenza esplora la pertinenza della filosofia per la vita, elevando la vita alle altezze che la filosofia può indicare. Se conoscenza, cambiamento e qualità della vita sono effetti del filosofare in consulenza, ne consegue che quest’azione debba confrontarsi con le altre attività dello stesso tipo e tutto ciò che questo comporta: il rapporto ragione e passioni, la premessa antropologica, la pariteticità nel rapporto consulenziale, l’empatia, l’ermeneutica autocritica, il mettersi in discussione, la visione del mondo e l’anima. L’autore perciò affronta, nel capitolo che tratta della complessità del soggetto intitolato Chi comprende che cosa?, la questione del filosofare in consulenza come riverbero di (Giacometti parla di embricazione, cioè sovrapposizione per integrazione) pensiero e gesto, razionalità ed emozione e della consulenza come l’attività, l’esercizio, capace di far convivere le diverse anime del soggetto senza considerare la diversità necessariamente sintomo di malessere o conflitto da sanare o patologia da curare. In questa parte l’autore riprende tematiche quali l’empatia, il rapporto ragione/emozione, l’inconscio, che sono tipicamente di matrice psicanalitica o psicologica riportandole alla loro precipua origine filosofica, parlando di ermeneutica autocritica come telos del consulente, fondata sulla reciprocità tra consulente e consultante per arrivare a porre la visione del mondo come prospettiva centrale della Pratica filosofica, termine di ascendenza fenomenologica husserliana, visione che è la trama narrativa capace di favorire la consapevolezza per diventare ciò che si è, comprendendo, in questa visione, l’antinomia ineliminabile del soggetto, le sue diverse anime. In questo capitolo troviamo l’imprescindibile questione del rapporto con le psicoterapie; rapporto di tangenza, soprattutto con le discipline vicine all’antipsichiatria, o alla proposta di Rogers e alla psichiatria fenomenologica. Questi primi capitoli, ed i temi che trattano, sono forse quelli più “accademici”, quelli cioè che ogni studioso consulente, in un certo senso, è “obbligato” ad affrontare, mentre gli ultimi tre contengono le affermazioni e le suggestioni maggiormente “sensibili”: Che filosofia fare? Da dove ricominciare? A che gioco giochiamo?

Giacometti prende le mosse dall’indefinibilità della filosofia, stante la sua libertà assoluta, scrive “La filosofia non può essere definita una volta per tutte in un determinato modo, semplicemente perché, se essa lo fosse, cesserebbe all’istante di essere attività filosofica: non si filosoferebbe più a 360 gradi, dunque autocriticamente, ma si limiterebbe la potenza del filosofare escludendo determinati presupposti che, come tali, non potrebbero più essere messi in discussione”. Platone è, per l’autore, il paradigma irrinunciabile per la filosofia di ogni tempo, ma non esclusivo quanto piuttosto fondamento inclusivo di ogni approccio filosofico; Platone ci consegna un metodo per interrogare qualsiasi visione del mondo.[27] Giacometti intende la filosofia della consulenza come un rinascimento filosofico, un esercizio di ricerca spirituale ordinata secondo le regole dell’eros in cui i testi, i concetti, gli enunciati della filosofia del grande passato occidentale debbono “risuonare” nella nostra anima, e non ripercorrere precomprensioni storico/critiche tipiche della filosofia accademica secondo una ricostruzione storica. E’ perciò necessario, per l’autore di Platone 2.0, resuscitare la filosofia che è solo quella della tradizione orale antica, attraverso l’ermeneutica classica come esercizio di elevazione. Infine l’autore, nel capitolo A che gioco giochiamo? affronta la questione del lavoro del filosofo consulente, uno dei temi centrali in cui sono coinvolti attualmente i professionisti della consulenza filosofica, nel momento di stasi e riposizionamento che dicevamo in apertura. Giacometti espone qui la sua originale lettura della questione professionale (peraltro già inizialmente formulata e presentata, cfr. “La consulenza filosofica come professione” 2005)[28] L’autore intende la Consulenza come una professione aporetica, perché lucrativa contro la gratuità del filosofare, priva di oggetto (qual è infatti l’oggetto del filosofare? Il sapere, il pensiero, la vita?), perché priva di causa, infatti il problema da cui parte è sempre un pretesto che porta altrove (infatti come si può decidere che cosa muova al filosofare?), senza regole, perché tutte le regole e tutti i metodi sono filosofia, favorita dall’ambiguità della domanda e dal contesto storico, questa età post moderna, liquida e di transizione contraddistinta dallo spaesamento e dalla ricerca disperata di un senso.

L’autore intende la Consulenza filosofia come una professione sostanzialmente aporetica per diversi aspetti che elenca: aporetica perché si propone come lucrativa contro la tradizionale (ed aristotelica)  gratuità e assenza di “servitù” del filosofare, aporetica perché priva di oggetto infatti è difficile definire esattamente quale sia l’oggetto del filosofare (il sapere, il pensiero, la vita?), aporetica perché priva di causa, in quanto il “problema” da cui prende inizio il processo del filosofare in consulenza è sempre un pretesto che porta altrove (detto altrimenti: come si può decidere che cosa muova al filosofare?), aporetica perché senza regole, ovvero tutte le regole e tutti i metodi sono filosofia, aporetica perché favorita dall’ambiguità della domanda e dal contesto storico, conseguenza questa delle caratteristiche della nostra età post postmoderna, liquida e di transizione contraddistinta dallo spaesamento e dalla ricerca disperata di un senso.

Giacometti propone l’enigma del filosofo inteso come attore esoterico e ingannatore che somministra phàrmaka, come Platone intende l’agire anche menzognero al fine del bene dello Stato, che nel caso della pratica filosofica è la filosofia stessa come medium di logos. La Consulenza è perciò attività professionale che si articola nelle differenti pratiche filosofiche – escludendo quelle accademica e scolastica in quanto attinenti all’insegnamento e non alla pratica – poiché l’esercizio filosofico può dialogare alla pari dei diversi “giochi” del mondo contemporaneo, professionali, economici, politici e religiosi, fornendo soprattutto nel campo politico ed educativo un contributo importante; contributo che è reperibile in esperienze filosofiche attestate sin dai primi del ‘900 in Europa e negli Stati Uniti. Pensiamo infatti a quanto si presenta a chi volesse leggere la pratica filosofica a partire dalla Paideia greca, o da Leonard Nelson, vero pioniere della pratica filosofica che istituì nel 1924, un Landerziehungs­heim («Collegio di campagna») passando per Matthew Lipman che descriveva la P4C come un movimento educativo e affermava che “la filosofia è un metodo, non un messaggio” che pensa alla P4C espressamente per l’educazione e la scuola (e nel 1977 scrive Philosophy in the Classroom, o Thinking Children and Education nel 1993), a Brenifier che scrive “Insegnare attraverso il dialogo”, sviluppando attività pratiche a scuola con la filosofia.[29]

Fondamentali, per intendere il pensiero di Giacometti in questo testo, sono i concetti di gioco e di eterogenesi dei fini. Il primo concetto con il quale Giacometti legge tutta la realtà sociale e professionale, quello di gioco, è inteso, con riferimento a pensatori come Eraclito e Platone, cioè l’idea che la vita sia da intendere come attività libera che impegna al di fuori dell’ordinario, così per Johan Huizinga[30], il gioco come attività volontaria, svolta in un certo contesto con regole precise. Il concetto di eterogenesi dei fini è invece mediato da Kant e inteso come il risultato paradossale di raggiungere scopi non preventivati. Gioco e eterogenesi dei fini sono le caratteristiche della pratica filosofica e Giacometti in questo modo dimostra la compatibilità tra la Consulenza ed un ampio settore formativo–pedagogico, con la didattica laboratoriale, oppure ad esempio utilizzando metodologie che sviluppano il problematizzare: rilevare o impostare problemi, concettualizzare, trattare le informazioni, o con l’aggiornamento dei docenti, o ancora ad esempio con il campo dell’orientamento scolastico. Questo capitolo tra i più densi e intessuti di implicazioni contiene anche numerosi riferimenti alla questione associativa e comunitaria dei filosofi consulenti, in particolare con la Perimetrazione Phronesis[31] e la questione politica, riferimenti che lo rendono un capitolo contradittorio, in cui sembrano convergere questioni diverse ed eterogenee, che facilmente potrebbero generare incomprensioni e prese di distanza, si pensi all’idea di intersezione tra gioco filosofico, gioco di potere e gioco religioso per cui una comunità filosofica potrebbe addirittura finire per organizzarsi come una “chiesa paradossale”.

In conclusione Giacometti – anzi per “non concludere” come scrive giunto a pag. 771 – ripercorre sinteticamente in forma di riepilogo la sua proposta, ritornando poi a parlare di oralità e scrittura e riprendendo le suggestioni del saggio introduttivo di Pasqualotto. La scrittura ribadisce l’autore ha un ruolo protrettico, propedeutico, di invito al filosofare: del resto non c’è pratica che non possa farsi narrazione e Giacometti definisce quindi in questo senso la figura del praticante filosofo capace di “fare” e descrivere. Ne consegue che la scrittura è perciò gioco ed esercizio filosofico che presuppone ed implica la sperimentazione e la pratica del gesto platonico e socratico nel dialogo consulenziale.[32] La seconda idea, che emerge nei brani conclusivi di Platone 2.0, si può sintetizzare nei sogni antichi che Pasqualotto richiama nel saggio che è posto in prefazione, intitolato “Non solo Platone, Pratiche filosofiche d’Oriente e d’Occidente”, in cui propone un’ampia riflessione comparativa tra le pratiche nel pensiero occidentale e nel pensiero orientale. La suggestione di Pasqualotto è che nella pratica la filosofia può ritrovare una matrice comune con i temi fondamentali dell’idea di saggezza come si delinea in alcune tra le principali culture orientali, in particolare quella cinese e indiana, induista e buddista che a suo parere si possono intendere altrettanto filosoficamente rispetto alla tradizione occidentale. Pasqualotto nega la “presunta unicità della filosofia greca” definendo luoghi comuni le tesi che vedono la nascita della filosofia “solo” in Grecia, o che i pensieri d’oriente siano contaminati da fattori e finalità di ordine religioso, e che la razionalità sia solo occidentale. Questa ipotesi che si pone alla fine di un lungo percorso di incontro/confronto tra culture diverse (che trova una sintesi, forse, nel pensiero di Pannikar) la si può far iniziare da Schopenhauer e dall’opera di Paul Deussen – amico di Nietzsche che lo definì “il primo vero conoscitore della filosofia indiana in Europa” in Genealogia della morale del 1887 – è la parte di invito e prospettiva di ricerca che rende il testo generativo di spunti oltre che pregno di riflessioni. Qui è possibile solo un accenno: Pasqualotto sintetizza in quattro punti gli elementi che hanno caratterizzato, a suo modo di vedere, la filosofia e la via della saggezza sia in Occidente che in Oriente: una teoria come conoscenza non rivelata, un’etica, una comunità aperta, un Maestro come medium ed esempio di vita ed infine degli esercizi sia del corpo che della mente. L’idea centrale del saggio di Pasqualotto, e la critica che muove all’autore, è che Giacometti abbia accentuato il carattere eurocentrico di matrice greco antica (l’euro – platono – centrismo) della pratica filosofica ma concordando sul fatto che l’estinzione della filosofia greca abbia portato all’estinzione dell’idea di filosofia in quanto ricerca ed esercizio della saggezza. Pasqualotto indica una prospettiva di sviluppo che potrebbe essere feconda per la consulenza filosofica che non è ancora ciò che promette di essere (una resurrezione della filosofia antica) ma lo potrà essere forse integrando pratiche dei due tipi, occidentale e orientale[33]. In questo saggio Pasqualotto delinea alcuni spunti che meriterebbero un discorso più approfondito che qui non è possibile svolgere ma solo accennare, nello specifico la chiarificazione del termine filosofia, del concetto di saggezza, e l’importanza del corpo e come queste comparazioni ermeneutiche si intersecano nel confronto tra pensiero occidentale/orientale. Tutto ciò senza dimenticare la lezione di Reale che espresse decise argomentazioni contrarie a presunte derivazioni orientali della filosofia[34]. Giacometti afferma di condividere l’idea che la pratica filosofica non possa prescindere dalla dimensione corporea (ed è forse in questo senso che va letto il sottotitolo del libro “La rinascita della filosofia come palestra di vita”), che le pratiche orientali meglio propongono; ammette che lo jnana-yoga hindu e lo zen sono forme di filosofia sovrapponibili a quella greca antica, che esiste un’identità tra la verità ricercata dalla filosofia, il Braham del Vedanta, il Vuoto del Buddhismo, il Tao e sostiene infine che le tradizioni sapienziali hindu e buddistiche rispetto alle pratiche dell’antica Grecia perlomeno sono tuttora vive e vegete, pur rivendicando la radice greca del filosofare socratico e platonico.

Eppure non sono queste osservazioni finali a mio avviso, i principali punti focali che il testo suggerisce. Cosa dice quindi all’oggi Giacometti? La Consulenza filosofica, finora perimetrata più a partire dal suo carattere “logico-argomentativo” duale che dal versante spirituale e maieutico, si è proposta per lo più come una pratica analitica e linguistica che ha tentato di inserirsi nelle pratiche di matrice pedagogica (peraltro cercando di differenziarsene) auto definitasi in negativo come non – essere – tramite poco convincenti negazioni identitarie. Essa si è posta a lungo come esclusivamente filosofica, orgogliosamente in antitesi con le psicoterapie e la psicanalisi, con l’accademia, le sue convenzioni e le declinazioni consulenziali della società attuale, molto ingenuamente pretendendo – ultima arrivata sul mercato in tempo di crisi – di ergersi a consulenza senza consulenti, a professione senza mercato, cercando di invertire la dinamica che ha visto nascere la Pratica filosofica in contesti formativi, pubblici o collettivi, per porla in maniera esclusiva come dialogo a due. Questa idea di Consulenza filosofica, non potendo peraltro appoggiarsi su di un’identificazione condivisa di filosofia, che ha sempre rifuggito, è giunta a sfaldarsi da sé, incapace di reggere la tensione della non identità. Se tale assunto è plausibile, in questo modo, la consulenza filosofica si è tolta di sotto i piedi un possibile terreno comune solido, credibile professionalmente e attendibile epistemologicamente e neppure il solo porsi come ricerca filosofica la rende oggi convincente, poiché aristotelicamente auto referenziale (“La filosofia non serve a nulla”) e perché non istituzionalizzata né remunerativa, finché resta de-contestualizzata, (lontana dal resto del mondo delle pratiche, distante dal mondo di matrice Psy, diversa dalle pratiche formative ed educative, fuori dal mondo terapeutico e di cura, isolata nel contesto politico e sociale, flebile nel panorama editoriale e divisa a livello nazionale) stante il carattere eminentemente economicistico della ricerca, nell’attuale mercato del lavoro. La ricerca è – nella nostra cultura tardo capitalistica – finalizzata a vendere prodotti o a sviluppare tecnologie, ovvero ha sempre un utile economico. La ricerca filosofica fine a se stessa non può avere un utile spendibile ponendosi nel mercato economico della ricerca industriale o accademica, (tranne quando non accetti di esser ricerca pedagogica o metodologica cioè di supporto ad altre discipline)  fondata sul puro filosofare che infatti è sempre nato da scuole o singoli pensatori, si ripropone costante il dilemma mercato/sapere. Insomma, una consulenza che finora si è decostruita al suo interno, forse in un eccesso di zelo nell’applicare la meta-teoria praticante di Achenbach, ambiguamente situatasi in un intollerabile, ipotetico nonché ipocrita, confine tra mercato e controcultura che non le corrisponde, se essa vuole essere esercizio filosofico critico e parresiastico. Una tale teoria di Consulenza fatica a collocarsi nello scenario contemporaneo, multiverso, policentrico, globale, perché inattuale in un certo senso, una teoria che descrive una professione antica incapace di reggere la pluralità del post moderno.[35] Una pluralità che Giacometti meglio sembra intendere e voler comprendere nella sua idea di consulenza e pratica filosofica intesa come mimesis e rappresentazione ludica. Mimesis in quanto replica di un metodo antico, quello socratico platonico del dialogo (dialegesthai) e al contempo rappresentazione del gioco di tutti i giochi, forma ludica e filosofica che utilizza l’epochè per praticare sé stessa, che interseca la vita ordinaria senza confondercisi. L’autore di Platone 2.0 offre la sua formula: “consulenza filosofica” in quanto filosofia, consulenza come gioco filosofico, in quanto esercizio meta-teorico, che finisce per giocare anche con le proprie regole, le ingloba strada facendo e cambia continuamente se stesso, come Proteo, trasformandosi in altri giochi.

Il mito di Proteo avvicina questa proposta alla metafora della navigazione. Giacometti propone una figura di consulente altamente ambivalente, che si situa tra la terra della tradizione filosofica e il mare aperto del fare filosofia, della Pratica filosofica. “In questo senso la filosofia può legarsi, e legarsi intimamente, alla metafora del mare e della navigazione. E proprio perché si tratta di una metafora che, nel momento in cui viene formulata, conduce già oltre la metafora stessa. La filosofia difatti non è una metafora; è un’attività. Le metafore con cui proviamo a dirla, o meglio a raffigurarla, colgono nel segno in quanto ci portano nel cuore della stessa filosofia, e cioè nel movimento del fare filosofia. Se la filosofia è un’attività e una ricerca, impone ai filosofi di abbandonare ogni facile patria, di lasciarsi alle spalle credenze e pregiudizi, per decidersi ad andare. Andare anzitutto dove il rischio è maggiore, dato che al suo aumentare aumenta anche la possibilità di conoscere e di conoscersi”.[36]

Il testo di Giacometti apre una via diversa rispetto alle esperienze italiane finora proposte dagli autori più noti ( pur condividendo con alcuni parte delle loro prospettive); una via che incardina decisamente la pratica nel pensiero filosofico degli albori, platonico, verso una dimensione in cui prevale la maieutica e la spiritualità di chiara matrice greca, e, al contempo, propone un’idea di filosofo consulente come figura mimetica aperta alle dinamiche contemporanee, che fonda la razionalità del suo agire nel valore etico, dialogico e spirituale, mediante l’arte maieutica e ne fa una professione sui generis, poco assimilabile alle più gettonate definizioni tutte inserite nel mercato globale, professione che l’autore piuttosto cerca di inquadrare in un indefinito spazio tra il rinnovato sofista e l’esperto di filosofia. L’idea dell’autore rispetto alle competenze di chi vuole fare pratica filosofica è che esso lavori libero da schemi, da metodi prestabiliti, da gabbie ideologiche, un consulente (che risalendo la corrente della tradizione si fa salmone per tornare a fare filosofia) che si insinua tra gioco, astuzie, inganni e ibridazioni in un contesto problematico e ambivalente, quello della domanda di senso che pervade l’umanità, che è lo scenario filosoficamente fecondo in cui agisce il professionista filosofico. Il sospetto è che, tra i giochi che determinano la figura del filosofo consulente nella prospettiva di Giacometti, quello meno manifesto ma più strutturale sia il gioco dialettico (onnialettico, con un richiamo, a mio avviso, riscontrabile nelle riflessioni di Luigi Vero Tarca) [37], che tutto sovverte e rimette appunto in gioco, ma che rifuggendo qualsiasi definizione rimanda ad ogni successiva raffigurazione, in una catena continuamente cangiante ed infinita di rappresentazioni concettuali.

Il testo di Giacometti descrive una complessità del reale che è certo figlia di questi tempi, in cui la filosofia, che è figlia della crisi –  come l’Eros platonico del Simposio essa è daimon, nata da privazione ed ingegno (Poros e Penia, miseria e risorsa) a metà tra umano e divino – e la consulenza ancor di più in quanto figlia del nuovo millennio, si adattano naturaliter a questa condizione precaria, per loro intima essenza appunto. E’ un’idea di filosofia che si sovrappone a quella di consulenza, la pratica è la filosofia. Questa la sfida di Giacometti. Se Hegel sostiene che la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero, la sfida che pone il presente è sviluppare un pensiero in grado di pensarlo davvero, per trasformarci da semplici spettatori in attori. Un compito difficile, che chiama certamente in causa anche la pratica filosofica, ma che le chiede al contempo di aprirsi al dialogo con altri settori del sapere: dalla psicologia alla conoscenza religiosa, dall’economia alla storia, dalla scienza politica alla biologia. L’autore di Platone 2.0 intende interpretare la complessità di un tempo di crisi e transizione e ciò lo porta a descriverne l’eterogeneità delle dinamiche che ne tessono la trama, che si riflette in una molteplicità di raffigurazioni poliedriche che rendono questo testo in alcuni passaggi eccessivo, ridondante, sovrabbondante, che con il rischio di voler dire tutto corre il pericolo di dire poco, volendo escludere che tale effetto inconsapevole sia invece volutamente consapevole nell’autore, in quanto artificio misterico del filosofo stregone che più volte Giacometti evoca. Sembra cadere inoltre, nel testo Platone 2.0, uno dei capisaldi della consulenza: la parresia, il parlar chiaro del filosofo, colui che svela gli intrighi del potere, più volte evocato negli studi recenti, ben ripreso dall’ultimo Foucault negli anni ’80 del novecento quando parla di parresia, del parlar franco, del dire tutto, da pan – rhema. Il filosofo consulente non è più quello che parla forte e chiaro, o meglio non lo fa sempre e lo fa meglio quando disvela e rende palesi giochi di potere e ideologie ma è anche, in Giacometti, colui che disorienta, confonde, rimescola, è lo stregone/sciamano, l’ingannatore, l’enigma – che a volte si maschera anche da sofista – perché la filosofia trasforma il problema fattuale in un problema concettuale:

“Il filosofo potrebbe non avere altro modo di esercitare la sua arte che quello di “ingannare”, come il filosofo-re platonico esperto nella somministrazione di phàrmaka ai cittadini che(ancora) filosofi non fossero. Ma si può davvero parlare di inganno, quando non è possibile dire la verità? O è più corretto parlare di enigma? Il filosofo – lo abbiamo più volte verificato – non ha alcun modo di dire chi egli sia e che cosa faccia a chi egli stesso non abbia già “e-ducato”, cioè reso filosofo a sua volta. Lo scarto tra il lato esoterico e quello essoterico della professione, in questa prospettiva, non sarebbe un vezzo aristocratico, ma sarebbe sotteso alla differenza insopprimibile tra chi sa di non sapere e chi crede di sapere ma non sa” (Platone 2.0, A che gioco giochiamo? p. 654).

Ritengo che la questione metodologica ed epistemologica e quindi professionale, quali emergono nel testo, siano spunti critici inevitabili, come il tema dei bisogni di chi si rivolge ad un filosofo e quindi degli effetti della consulenza. A partire dal 2016 all’interno di Phronesis e fuori, ovvero nel campo delle pratiche filosofiche, attori e protagonisti, addetti ai lavori e studiosi hanno intrapreso un cammino di ricerca e di nuove proposte che, come ricordavamo in apertura, trova un parallelo in quel periodo di stasi e ripensamento già ricordato.

Rispetto alla questione metodologica ed epistemologica Giacometti afferma in apertura che la Pratica filosofica si pone come meta-teoria praticante[38] posizionandola com’è noto nel mondo della pratica filosofica, attraverso questa originale definizione di Achenbach, in una dimensione che non è quella storico accademica e nemmeno quella orale dell’antichità, ma riflette il modello del ricercatore e del professionista intellettuale in cui il filosofo può definirsi come consulente. Tale definizione però è tutt’altro che pacifica e affermata professionalmente poiché difficilmente spendibile a livello di marketing consulenziale.[39] A questa è collegata l’annosa questione del metodo, altro “dettato” di Achenbach secondo cui “Se però si deve indicare concisamente in che modo il consulente filosofico aiuti il suo ospite – la domanda suona in sintesi: “secondo quale metodo si deve procedere?” – è allora corretto dire: “la filosofia non lavora con i metodi, ma sui metodi.” [40] L’autore propone la tesi già discussa in “La consulenza come professione” (vedi nota 11) L’infondabilità della consulenza filosofica, in quanto deriva dall’indefinibilità dalla stessa filosofia, legittima il pluralismo, storicamente emergente, delle concezioni della consulenza filosofica, che fa da pendant al pluralismo, storicamente conclamato, delle dottrine filosofiche. Anche per le concezioni della consulenza filosofica sembra di poter dire quello che si è detto delle concezioni della filosofia: ossia che ve ne sia una per ciascun “cultore””. Queste due questioni hanno provocato gli equivoci più inestricabili per i consulenti. Nessuna teoria e nessun metodo sono possibili per la Consulenza filosofica? Teoria e metodo che si identificano quindi con lo “stile” del singolo consulente che esercita la professione? Evidentemente una risposta a tale questione appare oggi urgente, e su questo attualmente ci sono diverse interpretazioni. Restano infatti in sospeso, con questa, le domande più radicali: è possibile superare Achenbach su questi due punti critici, epistemologia e metodo, che, di fatto, hanno bloccato lo sviluppo della professione? E’ pensabile la possibilità di una filosofia della consulenza identificabile e condivisibile, e di un metodo di lavoro riconoscibile, con strumenti e protocolli unanimemente costruiti?[41] In questa prospettiva, in cui metodi e fondamenti non sono applicabili né tantomeno replicabili da nessuna teoria scientifica capace di interpretare e fondare ) la fondare la Philosophische Praxis, la meta teoria praticante di Achenbach non rappresenta una fondazione epistemologica per la pratica filosofica e gli studi conseguenti andrebbero ricollocati piuttosto nel versante gnoseologico, ovvero di teoria della conoscenza umana, con riferimento soprattutto alla ricerca dei suoi fondamenti, alle sue strutture e modalità.

In questa prospettiva, in cui metodi e fondamenti non sono applicabili né tantomeno replicabili da nessuna teoria scientifica capace di interpretare (e fondare) la Philosophische Praxis, la meta teoria praticante di Achenbach non rappresenterebbe tanto una fondazione epistemologica della Pratica Filosofica quanto piuttosto un chiarimento gnoseologico, ovvero il tentativo di consolidarla come teoria della conoscenza umana, in riferimento alla ricerca dei suoi fondamenti, alle sue strutture e modalità pratiche.

Sulla consulenza come professione, che ai due punti precedenti è collegata, un recente articolo ha ben sottolineato il carattere distintivo nel panorama attuale della professione Consulente filosofico, “I filosofi escono dalla torre d’avorio accademica per andare nel mondo, ma non sanno poi giocare seguendone le regole. L’idea della filosofia come libera professione getta la filosofia in un campo magnetico contraddittorio di attrazione-repulsione verso il mondo. Qualche filosofo la chiamerebbe “dialettica”, e se ne aspetterebbe buoni frutti. Un imprenditore la chiamerebbe “confusione” e prospetterebbe un esito fallimentare. Il futuro è aperto”[42]. In Platone 2.0 questa prospettiva non si chiarisce affatto, anzi, probabilmente si complica ancor di più. Giacometti propone una formula che assume il rischio, in cui “Proporsi come consulente sarebbe, quindi, un’astuzia per fare, comunque, filosofia fingendo, in parte, di fare altro (una professione qualsiasi?). Sì un’astuzia della ragione, per essere socialmente riconosciuti come “soggetti supposti sapere”, salvo rivelarsi subito dopo, come sappiamo, come “soggetti supposti ignorare”.[43] Il consulente filosofico ingannatore consapevole è una professione spendibile? E’ in ogni caso, l’idea di Giacometti, un’alternativa alle vaghe e incerte indicazioni di Achenbach, il primo che pone la questione professionale in termini di pratica (consulenza) filosofica, cioè di Philosophische praxis.[44] come alternativa alle psicoterapie. “La consulenza filosofica non è una terapia alternativa ma un´alternativa alla terapia. È soprattutto un chiarimento sul senso della vita, sui suoi malintesi, sulle sue banalizzazioni. Nella migliore delle ipotesi, la consulenza mira a un´illuminazione sui malintesi che rendono la vita non viva. Il nostro obiettivo è un cuore che pensa, esistendo invece molto spesso un pensiero senza cuore e un cuore irragionevole. Anche il coraggio è importante, il “farsi coraggio”, un aspetto più emotivo che razionale. Come filosofo, non intendo affatto muovermi in quello che considero il vicolo cieco della psicoanalisi… Il conflitto c´è, ma si potrebbe anche obiettare che è la psicologia ad aver invaso il campo della filosofia senza averne le competenze.”[45] E’ più plausibile che la Consulenza, a oltre 35 anni dalla sua “nascita”, sia nella fase che lo stesso Achenbach previde sarebbe sopraggiunta: “cadrà in una crisi ulteriore e magari più grave poiché non mancheranno certamente né la critica, né la derisione – se il filosofo come principiante e novizio, osa muovere i primi, e perciò insicuri, passi nella consulenza”[46]

Incerta collocazione gnoseologica, difficoltà a “stare sul mercato”, figura professionale ibrida, il pensiero aurorale di Achenbach che parla di cuore pensante e illuminazione sul senso della vita. Questi temi sono il core problem della consulenza oggi.

Infine, sul tema dei bisogni di chi si rivolge ad un filosofo e quindi degli effetti della consulenza, l’autore di Platone 2.0 centra la questione quando parla di autonomia radicale dell’esercizio filosofico e, a proposito di fecondità del lavoro nell’ambito dell’orientamento[47], piuttosto che rifiutare il bisogno, criticarlo in maniera radicale, occuparsi di altro, la filosofia, e quindi la consulenza filosofica, sembrano fatte apposta proprio per accogliere e cercare di dare soddisfazione a questo bisogno di orientarsi e vivere meglio. Si apre qui la questione del campo di applicazione della Pratica filosofica che pare possa essere, secondo le riflessioni dell’autore sull’orientamento, anche quello del mondo delle organizzazioni sociali (cooperative, associazioni, imprese, ecc.), della formazione professionale e della politica, oltre che l’ambito specifico dell’educazione. La Consulenza filosofica segna una marcata differenza rispetto alla tradizione filosofica che la precede: propone una filosofia che si fa in pratica, perciò non solo storia del pensiero, studio personale, insegnamento disciplinare, ma riflessione condivisa, pratica sociale e anche sabotaggio della routine, pensiero alternativo, cura della singolarità speciale, filosofia del quotidiano agire, delle ragioni e del cuore.[48]

Pur condividendo l’idea di fondo, ovvero che oggi qualsiasi pratica filosofica si può fondare solo ed esclusivamente sul paradigma greco antico in particolare platonico, è il paradosso socratico, che diventa come vedremo alla fine, paradosso orfico, il punto di radicale convergenza e attenzione che caratterizza il filosofo pratico oggi: essere coscienza critica della complessità attuale e, in questo, accettare il rischio socratico di essere atopica, attività enigmatica, non classificabile e sempre nel mirino della fragile democrazia occidentale a causa di questo agire sociale e politico; la consapevolezza di questo rischio estremo rende questa figura massimamente mimetica, precaria, instabile e perciò in bilico, sospesa tra ragione e follia, ironica direbbe Giacometti ma che può e deve accettare il suo destino di kènosis del lògos, come afferma l’autore, capace di sacrificare se stessa o meglio svuotarsi del suo portato storico per inverarsi nel quotidiano. Un rischio che oggi la categoria dei philosophers probabilmente non è sempre conscia di assumere; se lo assume, e se ne è conscia, lo interpreta come un “incantesimo orfico”, citando l’autore, essendo infatti costretta a non dire ciò che presuppone e anela: filosofare, ovvero farsi mediatore tra il mortale e l’immortale, daimon, δαίμων parola che “designa i mediatori, gli intermediari fra l’uomo e Dio”, come scrisse S. Weil.[49]

Pur condivisibile il paradigma platonico, è bene riconoscere, come sottolinea lo stesso Pasqualotto nella prefazione, che non è possibile replicare il senso dell’esperienza dell’esercizio filosofico antico nelle modalità rinnovate dalle odierne pratiche filosofiche, per alcuni motivi che qui si possono solo accennare, e che tale riferimento può funzionare come paradigma, modello pratico, non logico ma analogico. L’antichità contrapponeva al possesso materiale il livello spirituale; oggi il materiale prevale e lo spirituale ha le sembianze di un sincretismo onnicomprensivo, un blob indistinto in cui convergono spizzichi di cabala, oriente, esoterismo, tecniche di respirazione e esercizi di rilassamento. Stando agli effetti, la pratica si porrebbe come audace se efficace e imperiosa, capace di fare metanoia, provocare un cambiamento, altrimenti ha le sembianze di una tecnica del sé postmoderna, di derivazione foucaultiana, post freudiana, neo orientaleggiante, new age, olistica, un cui il filosofico perde la sua specialità. L’idea di Associazione, professionale o culturale, è solo parzialmente una ripresa di un’idea di comunità di filosofi. Ciò che è comune oggi non è un concetto condiviso, tra filosofi, e la stessa idea di condivisione è incerta. La ricerca personale verso una crescita interiore è vista oggi come una forma di eccentricità ed è difficile che i soggetti della consulenza attestino una credenza diversa dal conforme, la moda, il si dice il si fa, l’omologante mondano. Il consulente non dovrebbe essere lo specialista dello straordinario e della meraviglia? Le figure di agitatori interiori, coscienze critiche: poeti, filosofi, artisti oggi sono integrati o dissociati; i primi, innocui, cantano il tema del presente, i secondi (più incisivi) non hanno pubblico e spesso sono isolati. Dove si colloca il consulente? Si segna un tema di spartizione tra i più ed i pochi, tra un’idea di massa e un’idea di coloro che pensano ciò che fanno, è il destino della sapienza: sapiens e insipiens. E’ ancora valido l’assunto che tutti hanno una filosofia? Oppure la filosofia è per tutti ma non tutti sono per la filosofia?

La sfida del futuro per i filosofi praticanti e consultanti appare, in questa prospettiva, quella di abitare questo paradosso orfico e proteico, parafrasando Giacometti, proprio per questa radicale “diversità” e audacia, di una filosofia precaria che vuole essere critica, cioè capace di problematizzare i problemi stessi, mettendoli in discussione, e che vuole essere coscienza dell’anima politica occidentale, contro e in radicale opposizione ad un pensiero omologato e omologante cui deve far buon viso a cattivo gioco, con cui è costretta a convivere, filosoficamente. Estrema sembianza, ultima maschera, di una pratica preistorica.

 

[1] Giorgio Giacometti, Platone 2.0 La rinascita della filosofia come palestra di vita, con un saggio introduttivo di Giangiorgio Pasqualotto, Mimesis // Esperienze filosofiche/ filosofie della medicina e forme della cura, 2016 – pagine: 796. Nelle note Platone 2.0.

[2] Alessandro Volpone in Phronesis Rivista semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche Anno XI, numero 19-20, Aprile 2013: “In quello stesso periodo (1999) scoprivo la philosophische Praxis di Gerd Achenbach e altri differenti orientamenti della consultazione filosofica a livello internazionale. In ottobre scrissi alla consulente israeliana Shlomit Schuster, che mi inviò l’indirizzo di altri studiosi italiani che l’avevano contattata. E’ stata lei, in effetti, a “farci conoscere” voglio dire via internet.”

[3] Schuster Shlomit C., La pratica filosofica, Apogeo, 2006. “La parola “consulenza” nell’espressione “consulenza filosofica” ha la sua origine etimologica nel significato letterale neutro di “dare consigli”. (…) L’origine etimologica della parola “pratica” si trova nella filosofia greca classica con il termine praxis, che significa ”azione”, “atto”, “pratica” o “esperienza”. (…) La recente consapevolezza degli psicologi cognitivi, esistenzialisti e umanisti e degli psichiatri, che alcuni aspetti della pratica filosofica sono simili alle loro modalità di trattamento ha portato alcuni a ritenere che essi abbiano già praticato la filosofia e che l’abbiano sviluppata in modo più appropriato per le persone in difficoltà e in situazioni patologiche” (p.73 e 138).

[4] A Torino nel 1999 nacque AICF l’Associazione Italiana Counseling Filosofico la prima associazione italiana di questo tipo, che vide la presenza tra i membri fondatori di “11 laureati in filosofia, 3 psicoterapeuti, 1 psicologo” e che avrà vita breve. Da quella prima associazione sorgeranno pin seguito SICOF, Società Italiana di Counseling Filosofico e nel 2003 Phronesis, Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica.

[5] Aristotele definisce phronesis la saggezza pratica «una disposizione vera, accompagnata da ragionamento, che dirige l’agire e concerne le cose che per l’uomo sono buone e cattive» Etica Nicomachea, VI, 5, 1140 b 4.

[6] P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, 2005. Il libro ricostruisce la storia di un sistema di pratiche filosofiche che si proponeva di formare gli animi piuttosto che informarli, attraverso un lavoro su se stessi che coinvolgeva non solo il pensiero, ma anche l’immaginazione, la sensibilità e la volontà. “La filosofia antica propone all’uomo un’arte della vita, mentre al contrario la filosofia moderna si presenta anzitutto come la costruzione di un linguaggio tecnico riservato a specialisti.”

[7] La conferma della maggiore affermazione di una interpretazione ampia di Pratica filosofica, anche a livello internazionale, è data dagli interventi succedutisi alla 14th International Conference on Philosophical Practice (ICPP 2016) tenuta a Berna. Vedi il resoconto di A. Modesto: http://andreamodesto.blogspot.it/2018/03/considerazioni-sul-presente-e.html

[8] “L’unica via d’uscita è rappresentata dal ritorno alla filosofia critica (…) La filosofia critica deve, quindi, correre ancora una volta in nostro aiuto, per riaffermare i diritti della teoria dell’autostima della ragione, in contrapposizione a tutte le false dottrine sull’impotenza della ragione umana.” Da “Del ruolo della filosofia nel nostro tempo nel rinnovamento della vita pubblica” in L. Nelson, Vita pubblica e ragion pratica, Rubettino, 2003 o vedere P. Dordoni, Il dialogo socratico, Apogeo 2009.

[9] Leonard Nelson, Il metodo socratico, 1922 in Paolo Dordoni, Il dialogo socratico, Apogeo 2009.

[10] Gerd B. Achenbach, La consulenza filosofica. La filosofia come opportunità di vita. Apogeo, Feltrinelli 2004.

[11] Shlomit C Schuster, La pratica filosofica. Una alternativa al counseling psicologico e alla psicoterapia. Apogeo, 2006.

[12] Marc Sautet, Socrate al caffè. Come la filosofia può insegnarci con semplicità e soddisfazione, a capire noi e il mondo. Ponte alle Grazie1997.

[13] Romano Madera, Luigi Vero Tarca, Filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche. Mondadori 2003.

[14] Ran Lahav, Comprendere la vita. La consulenza filosofica come ricerca della saggezza. Apogeo 2004.

[15] Neri Pollastri, Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche. Apogeo 2004.

[16] Augusto Cavadi, La filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche. Di Girolamo 2010.

[17] Davide Miccione, La consulenza filosofica. Xenia 2007.

[18] Luciana Regina, Consulenza filosofica: un fare che è pensare. Edizioni Unicopli 2006.

[19] Stefano Zampieri, Introduzione alla vita filosofica. Consulenza filosofica e vita quotidiana, Mimesis, 2010.

[20] Antonio Cosentino, Filosofia come pratica sociale. Comunità di ricerca, formazione e cura di sé, Apogeo 2008.

[21] Moreno Montanari, La filosofa come cura, Mursia 2012.

[22] Oscar Brenifier, Filosofare come Socrate. Teoria e forme della pratica filosofica con i bambini e gli adulti, Ipoc 2015.

[23] Andrea Modesto, Mini guida alla consulenza filosofica, Il pellicano 2016.

[24] L’autore definisce la sua proposta filosofica come. “Una gnosi monistica a sfondo neoplatonico” http://www.platon.it/736-2/la-mia-proposta-filosofica-una-gnosi-monistica-a-sfondo-neoplatonico/

[25] Platone 2.0 p. 48.

[26] F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, “Dei pregiudizi dei filosofi” BUR, Rizzoli, 1992. A cura di S. Giametta.

[27] Già la Schuster indicava Platone come modello consulenziale nel già citato La pratica filosofica (nota 3) pubblicato nel 1999, dove scriveva “Il pensiero di Platone è un paradigma d’ispirazione per la consulenza filosofica nel trovare ed elaborare concetti che inducono al benessere” (p.95).

[28] G. Giacometti, La consulenza filosofica come professione, Aporetica di un’attività complessa in «Phronesis – Semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche», 4, (2006).

[29] Sulla classe come “comunità di ricerca”, principio base del metodo pedagogico della Philosophy for Children (nota anche con l’acronimo P4C), creato nel 1970 dal filosofo americano di formazione deweyana Matthew Lipman e oggi utilizzato in tutto il mondo, si vedano in particolare: M. Lipman, Educare al pensiero, Vita & Pensiero Milano 2005, o Cosentino Antonio (a cura di), Filosofia e formazione, 10 anni di Philosophy for Children in Italia (1991-2001), Napoli, Liguori, 2002.

[30] Platone 2.0, p. 593 e seguenti.

[31]1 La pratica filosofica – in tutte le sue diverse tipologie inclusa la consulenza filosofica – consiste nell’attività del filosofare e viene svolta così come precisato nei punti seguenti. 2 La pratica filosofica si realizza in una relazione dialogica tra due o più interlocutori a carattere prevalentemente – benché non esclusivamente – argomentativo. 3 La pratica filosofica non presuppone, da parte del partecipante, cognizioni filosofiche né un particolare livello culturale. Il filosofo utilizza un linguaggio accessibile ai propri interlocutori e si assicura che il dialogo poggi costantemente su parole e concetti condivisi, o almeno negoziati nel loro significato d’uso. 4 La pratica filosofica non consiste nell’insegnare dottrine filosofiche o nell’imporre determinate concezioni del mondo, per quanto “sagge” queste possano apparire; essa non ha mai intenti terapeutici.” La perimetrazione del Consulenza Filosofica a cura della Commissione Ricerca. Rivista Phronesis, semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche (Anno XI, numero 19-20) dell’aprile 2013.

[32] Scrive Giacometti: “La mia tesi in sostanza è questa: se il risultato di un esercizio verbale è ”soltanto” ermeneutico, ossia consente di intendere soltanto il senso possibile di quello che qualcuno dice o scrive, magari fantasticando sulla sua originaria intenzione, non si produce un’autentica ricerca filosofica della verità e meno che mai un’illuminazione, mentre, se il risultato è maieutico, emerge, cioè, almeno un’ipotesi su ‘come stiano davvero le cose’, allora siamo sulla strada giusta” (Platone 2.0 p. 774).

[33] Qui Pasqualotto non ne parla, ingabbiato forse dalla storiografia filosofica e aristotelica,  ma gli esercizi spirituali e le forme di meditazione e ascesi in occidente hanno una lunga storia piuttosto “nascosta” rispetto al prevalere della razionalità; in riferimento all’antichità si pensi all’Orfismo, ai riti misterici di Eleusi e al Pitagorismo, tutte dottrine legate a riti e pratiche specifici e inoltre si pensi a quelle figure maggiormente vicine al mondo cristiano, per esempio al già citato Ignazio da Loyola o alla spiritualità cristiana orientale, come quella di Pavel Florenskij e più di recente gli studi di Elemire Zolla, le esperienze di Luigi Lombardi Vallauri, le riflessioni di Vito Mancuso, Augusto Cavadi, Moreno Montanari e ovviamente Raimon Pannikar.

[34] Giovanni reale, Storia della filosofia greca e romana. Orfismo e presocratici naturalisti vol. 1 Bompiani 2008. “I popoli orientali non possedevano una scienza filosofica (…) della utilizzazione di scritture orientali da parte dei filosofi greci, nulla ci è detto, neppure per ombra (…) molti studiosi che pretendono di rilevare coincidenze fra sapienza orientale e filosofia greca, pur senza rendersene perfettamente conto, sono vittime di illusioni ottiche (…) la filosofia nel momento in cui nacque rappresentò una nuova forma di espressione culturale tale che, nell’istante stesso in cui sussumeva contenuti frutto di altre forme di vita spirituale, li trasformava strutturalmente” (p.30).

[35] Utile rileggere, a questo proposito, le riflessioni di Ran Lahav, che già nel 2010 abbandonò la prospettiva della Consulenza filosofica, elencando una serie di questioni critiche legate ai bisogni, al benessere, alla critica sociale, all’eccesso logico razionale, alla professione, per pensare una pratica filosofica come ricerca della maggiore consapevolezza e comprensione della vita. “In effetti, non ho mai incontrato una sola persona a cui si sia aperta una nuova visione grazie alla pura validità logica di un’argomentazione” (p.44) Ran Lahav, Oltre la filosofia, Apogeo 2010.

[36] Metafora nel mito di Proteo, come ne parla Cacciari, ad esempio: “Il dio dell’Acqua esalta la fluidità proteica (W. Otto) delle rappresentazioni del divino. Proteo (protogonos!) è il suo primo nato, la sua immagine più veridica. Egli è capace di assumere l’aspetto di quanti esseri viventi abitano la terra, ma anche quello di ogni elemento”, nella prefazione a Alessandro Aresu, Filosofia della navigazione. Bompiani, Milano, 2006.

[37] “La parola filosofica è perciò quella che è capace di utilizzare in positivo il sistema della menzogna. Essa, infatti, rivela l’orizzonte rispetto al quale tutte le pro-posizioni hanno valore e sono dunque in qualche senso vere, orizzonte che per questo possiamo chiamare onnialetico. Perché ora lo scherzo – esteso al tutto e quindi anche a se stesso – consente di farsi gioco del negativo, eludendolo (e-ludere deriva appunto da ludus, ossia “gioco”). Filosofia e tempo presente di Luigi Vero Tarca in M. Carbone e D. Cavallin Pensare il presente. La filosofia e le sfide del nostro tempo, Diogene Multimedia – Bologna 2017 (p.22).

[38]La consulenza filosofica argomenta Achenbach, «non è metateoricamente controllata, non viene cioè prima concepita e poi riflessa, ma è una meta-teoria praticante, si costruisce cioè solo come processo riflettente e pratico.” Gerd Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 83.

[39] Il riferimento qui è anche la recente riflessione di Carlo Basili (Consulente filosofico e membro dirigente negli anni, di Phronesis) “Sostenere che la propria pratica professionale non dispone di alcuna teoria, che non è (metateoricamente) controllata, che non viene concepita in anticipo ma si costruisce solo mentre la si fa, rappresenta un biglietto da visita ben difficile da esibire.” (Materiali inediti della Commissione Ricerca 2016.)

[40] Gerd Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 21.

[41] Ripartendo, come ipotesi e progetto, proprio dall’unico “protocollo” finora redatto da Consulenti filosofici professionisti cioè la Perimetrazione della Consulenza Filosofica Phronesis (nota 30).

[42] Donata Romizi, Prenderla con filosofia, in Robinson inserto culturale di Repubblica del 23 sett. 2017.

[43] Platone 2.0 p. 648.

[44] Nei capitoli 5 e 6 del pioneristico La consulenza filosofica pubblicato in Italia nel 2009, Achenbach pone la possibilità della consulenza come professione in varie formule tutte interrogative prima e poi positive in forma di postulato.

[45] Gerd B. Achenbach, intervista a Repubblica 2008.

[46] In questo senso, come indice del momento di crisi, si possono leggere anche le osservazioni di Zampieri: “C’è poco da fare, se si vuol fare della filosofia una professione bisogna accettare le regole della professionalità. Non averlo fatto, cercando soluzioni di compromesso, aggirando gli ostacoli, inventandosi definizioni insostenibili, ecc. è una dei motivi per cui la professione “non è decollata”. Proporre un’attività come professionale impone certe scelte, (regole? dogmatismi?) non si può continuare a fare una battaglia per rifiutare concetti come l’aiuto, la cura, il rapporto con il cliente, la questione dell’efficacia e della sua misurazione, non si può presentarsi sul mercato senza una provenienza comune (cioè una filosofia della consulenza, un’antropologia, un’idea dell’uomo ecc.) identificabile, un metodo di lavoro riconoscibile, strumenti e protocolli condivisi.” http://stefano-zampieri.blogspot.it/search?updated-max=2016-03-13T01:22:00-08:00&max-results=12&reverse-paginate=true

[47] Platone 2.0, pp. 662 – 700.

[48] Tutto il I capitolo del testo La consulenza filosofica, Gerd Achenbach lo dedica a tentare di definire in questi termini Che cos’è la consulenza filosofica? cit., p. 19 – 34.

[49] S. Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane, Borla 1984 p. 162.

 

Per leggere e scaricare il testo della recensione : http://www.phronesis-cf.com/anno-xiv-numero-25-26-aprile-2016/

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Attualità, Politica

2018. I have a nightmare! Reazionari, populisti, integralisti e gli altri ….

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“La libertà di pensiero ce l’abbiamo, adesso ci vorrebbe il pensiero” Karl Kraus

La situazione europea mostra i tratti di un nuovo scenario politico che si fatica a comprendere perché lo si analizza con parametri antiquati, per lo più novecenteschi, i quali essendo regolati su criteri ottocenteschi, soprattutto nei riferimenti ideologici e filosofici hegeliani, post hegeliani e sugli ideali dell’illuminismo  – quindi settecenteschi – dipingono un’incredibile rappresentazione di inadeguatezza. Tutti i discorsi che si sentono oggi su: lavoro, sovranità, popolo, identità, mercato muovono da premesse sbagliate e sono quindi logicamente fallaci e difatti poco convincenti.

Abbiamo i reazionari. C’è chi sottolinea la mancanza di progettualità e ideologia nelle forze politiche che emergono in questi anni. Dopo aver sbeffeggiato per decenni la vacuità dei programmi politici dei partiti, ora i reazionari li rimpiangono. Programmi e progetti sono infatti destinati a diventar carta straccia nel breve termine ovvero nel periodo post elettorale e ancor più nell’eventualità di andare al governo, essendo quella italiana una gestione politica amministrativa che deve tener insieme vincoli di bilancio e relazioni interne alle rispettive coalizioni. Insomma fare progetti non serve, bastano poche parole d’ordine, studiate da qualche spin doctor che viene pagato e assunto per questo, e devono essere funzionali al messaggio da veicolare e al destinatario, cioè dirette, semplici e comprensibili alla massaia di Voghera. Esse devono essere spendibili nel brevissimo termine delle sempre più corte campagne elettorali. I programmi sono inutili chiacchiere intellettualoidi, che valgono il tempo della campagna elettorale ( e li può scrivere qualisasi studente di scienze politiche senza nemmeno pagarlo …) e poi nessuno ricorda più. Per quanto riguarda l’ideologia abbiamo patito decenni di chiusura ideologica, in cui atti, parole  addirittura pensieri erano diventati tabù, zone rosse, impronunciabili, innominabili perché designavano una parte piuttosto che l’altra e, a seconda dello schieramento da cui si guardavano, queste parole erano il male assoluto. Capitalismo, collettivismo, partecipazione, individuo etc. etc. Quando siamo usciti da questa putrida palude eravamo tutti sollevati, ora invece abbiamo i nostalgici dell’ideologia linguistica e partitica.Quelli del “si stava meglio quando si stava peggio”.

I populisti. Si affaccia un nuovo termine che dovrebbe designare qualcosa di nuovo, appunto. Invece il termine è vecchissimo, antiquato perché proviene dall’800 russo e dal sud America, e non designava affatto rozze masse di ignoranti assatanati come qualcuno vuole oggi dipingere questi famigerati populisti, ma esclusivamente la rivolta del popolo verso le élite dirigenziali. Vale a dire quanto più di sinistra e di radicale si possa immaginare. Basta pensare all’assolutismo e all’ancien regime, alle rivolte giacobine, alle rivoluzioni della storia. Eppure la bolsa classe dirigente europea paventa questa parolona come il male assoluto, “lebbra”, senza un barlume di consapevolezza di sé e degli altri, come vivessero in un mondo a parte. Democrazia diretta? Rigore, moralità, onestà? Giammai! Un termine sbagliato nel conio non può che nascondere un’analisi sbagliata. La richiesta che emerge è di una nuova classe dirigente, un rifiuto delle pratiche partitiche, dei clientelismi, della corruzione, dei privilegi, un’esigenza etica e  morale. Succede però che se questa esigenza viene incanalata da leader nuovi e outsiders diventa deprecabile per i gattopardi della politica che sembrano sempre ammiccare: “tranquilli ci pensiamo noi a sistemare le cose”. Accadde così anche con il federalismo.

Gli integralisti sono immarcescibili, non muoiono mai. Gli integralisti scettici non hanno un credo, una fede ma pensano che l’agire immediato sia sempre la miglior soluzione, sono i cow-boy della politica. Le sparano grosse apposta, perché in realtà sono vuoti dentro, senz’anima. Parlare con loro ammutolisce. Sono quelli che hanno una soluzione drastica e brutale per tutti i problemi del mondo. Tagliano tutto con l’accetta del loro pressapochismo spirituale. I migranti ? Tutti a casa loro! I politici? In galera! I fascisti? Tutti morti! I comunisti? Guai a loro! I poveri ? E’ colpa nostra! Il mercato? E’ intoccabile! Lo Stato? Va abbattuto! Le banche? Vanno rapinate! Ragionano per slogan, pensano per frasi fatte, la loro capacità di analisi è prossima allo zero, la loro azione si pone allo 0,5 sono economi della politica, minimo sforzo nessun risultato. Inutili nichilisti.

C’è infine una categoria a parte. Trasversale. Sono gli ipocriti opportunisti. Sono quelli che hanno militato per decenni nelle più svariate compagini politiche, che hanno professato qualche credo assoluto e poi risolutamente lo hanno dimenticato. Ex di ogni dove, di ogni cosa, di ogni idea. Post qualunque cosa, vengono dopo tutto quel che c’è stato. Ambiguamente indefiniti, mimetizzati nel per lo più. Si credono più furbi di te, più intelligenti di te, più bravi di te. E infatti oggi straparlano come se non ci fosse una memoria, come se nessuno li conoscesse. Attaccano la politica del momento usando concetti che non sono mai stati loro e di solito saccheggiano alla filosofia, al sacro, ai diritti umani, alla religione. Parlano di democrazia, bene comune, accoglienza, solidarietà, essere umano, fratelli, umanità etc. ma non hanno mai avuto nessun dio, e nelle loro visioni un Dio non c’è. Religiosi senza religione. Fedeli senza fede. Sono opportunisti del linguaggio, i piccoli chimici della rete. Da Madre Teresa a Che Guevara. (ne traccia un identikit Calasso nell’Inominabile attuale, quando parla di Homo saecularis, scrive: “Il divino è ciò che Homo saecularis ha cancellato con cura, con insistenza. Ma il divino non è come una roccia, che tutti inevitabilmente vedono. Il divino deve essere riconosciuto. E il riconoscimento è l’atto supremo verso il divino. Atto spontaneo, momentaneo, non trasponibile in uno stato”). Un pezzo di qua e un pezzo di là e credono di far opinione e soprattutto di averne una che è solo loro e che vale oro. Patetici.

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Attualità

Cronache 2018: may you trump the macron.

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Oggi sembra possibile utilizzare solo immagini letterarie o cinamatografiche per rappresentare la realtà. Una è Blade Runner il film di fantascienza del 1982, diretto da Ridley Scott in cui in un mondo semidistrutto da nubi tossiche dei cyborg cercano di illudersi di avere emozioni reali, l’altro è Fahrenheit 451 di Ray Bradbury romanzo del 1959 in cui Montag, pompiere che brucia libri, dice al vecchio Faber “abbiamo tutto quello che può farci felici ma non siamo felici”.

Nel 2003 l’America di Bush junior attaccò l’Iraq di Saddam Hussein, con la scusa delle armi chimiche (dette anche di distruzione di massa) con l’appoggio dell’inglese Tony Blair laburista, (da labour lavoro, sinistra anglosassone) trascinandosi dietro l’occidente alquanto reticente. Sono passati 15 anni, l’Iraq è stato distrutto, è nato Daesh e il nostro (cioè a noi prossimo) bacino mediterraneo è una polveriera mentre Bush beve birra e mangia bretzel alle Hawaii e Blair gira il mondo a conferenze, (o a ricevere premi a Chicago) impuniti. Le armi chimiche non c’erano, o meglio non le trovarono allora, ciò non impedì l’attacco all’Iraq. Pare che l’Isis trovò e utilizzò nel 2014 alcune vecchie armi chimiche nei magazzini di Saddam Hussein. Erano degli anni ’80 di fabbricazione statunitense, assemblate in Europa,  vendute al leader iracheno da Belgio, Francia e Italia durante la lunga guerra tra Iraq e Iran. (L’Occidente rifornì Saddam di armi che vennero usate contro i curdi poco tempo dopo).

2011, 8 anni dopo, ancora impuniti decidono di rifarlo, si dicono: “abbiamo preso in giro il mondo intero rifacciamolo!” Francia e Usa, ed una scodinzolante Gran Bretagna, a parti invertite (Sarkozy destra e Clinton Obama democratici americani) rovesciano Gheddafi, leader libico, che poco prima aveva finanziato la campagna presidenziale del francese con milioni di euro, la chiamano “primavera araba” e allora sembrava un risveglio democratico. Caos mediterraneo all’ennesima potenza, attentati  e barconi stracolmi di profughi alla deriva umana nei mari italiani e in giro per l’Europa. Un vero successo, non c’è che dire.

2018 Siria, il mondo occidentale accusa Assad, leader siriano alleato fidato di tutti i paesi del mondo fino a ieri l’altro laico e moderato, di aver usato armi chimiche per contrastare i “ribelli” che vogliono rovesciarlo, un’appendice delle c.d. primavere arabe  che è stata supportata da Paesi stranieri politicamente vicini agli Stati Uniti mercenari addestrati probabilmente in Turchia ed Arabia Saudita e da milizie islamiste di ispirazione qaedista. Il 14 aprile sono stati lanciati 103 missili, gli USA li chiamano “attacchi di precisione” Teresa May, (e il fido Boris Johnson) nuova leader inglese ma stavolta conservatrice,  definisce l’attacco “legale e giusto” e a anche “limitato, mirato e con chiari paletti”, e lo fanno poco tempo dopo aver appoggiato l’uscita dall’Europa monetaria e chiesto di boicottare la Russia di Putin. Macron il frnacese afferma oggi: “Tre paesi sono intevenuti, lo dico molto onestamente, per l’onore della comunità internazionale” (sic), parole testuali pronunciate al Parlamento europeo, dall’erede politico del firmatario del famoso patto, François Georges-Picot (tanto per ricordare le truppe francesi lasciarono il territorio siriano e libanese solo nel 1946). Solo il 15 aprile ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) iniziano la loro indagine sul presunto uso di armi chimiche a Douma, (e da parte di chi)  tipico degli americani “prima spara poi parla”…

Ora lasciamo perdere per un momento la Mesopotamia, Sykes – Picot, la Pipe line, il petrolio, la Turchia, l’Iran e Israele, i cristiani di Siria e i Curdi, tutto variabili dello stesso discorso,  restano almeno un paio di semplici domande d’obbligo. Una cinica e una geopolitica, intercambiabili. Ma gli americani non possono farsi le guerre a casa loro? Ma l’Europa cosa ci guadagna  a bombardare di caos la soglia di casa propria?

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Attualità, Politica, pratica filosofica, Venezia

I Dialoghi di cittadinanza. Pratica filosofica attiva, radicale, critica e sociale.

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Dopo i Laboratori, Le idee per la testa, i Seminari, i Caffè filosofici dal 15 al 22 marzo 2018 si svolgeranno i Dialoghi di cittadinanza, inseriti nel ciclo di incontri di educazione alla cittadinanza dedicati a “Post verità e false verità” .

La pratica filosofica oggigiorno è sempre più dispersa e frammentata, specchio della società complessa in cui viviamo e a cui essa dovrebbe e potrebbe fornire spazi e contesti sociali concavi in cui il pensiero libero e condiviso avrebbe la possibilità di respirare. Ciò accade in ogni angolo remoto del mondo ed è un lavoro piccolo e tenace, di cui esistono innumerevoli tracce e disseminazioni. Una pratica quella filosofica che è continua ricerca di sperimentazioni e possibilità, nella convinzione che non sappiamo più dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza ma nemmeno dove cercare la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione ma sappiamo non sapendo che la cultura è ciò che rende possibile ogni cosa, plasmando in modi infiniti la natura umana. L’invito alla filosofia oggi riacquista un senso e una direzione inusuali, cadute le narrazioni ideologiche che invitavano alla praxis politica, svelato il vuoto che sottende al toto economico, de deificato il cristianesimo in un simulacro di religione,  superpotenziata la scienza muta e sorda senza intelligenza, l’esortazione si configura come esplorazione del limite che invita a riconoscere il confine specifico dell’uomo e allo stesso tempo come interrogazione sull’astensione, sull’ascesi, sulla rinuncia. Perchè ciò che manca non è solo la logica, come scrive Bencivenga nel La scomparsa del pensiero, ciò che manca è la stessa pratica del pensiero critico, il solo avere l’occasione di farlo, in spazi e luoghi pubblici in cui la razionalità si concretizzi in quel tentativo metodico e tenace di portare la ragione nel mondo di Horkheimer. Difficoltà di pensiero: difficoltà a vedere o a leggere situazioni, difficoltà a concettualizzare, a dare spiegazioni, a fornire un argomento, a proporre più ipotesi, a problematizzare: siamo diventati pensatori disfunzionali, non- pensatori quindi, o a – pensatori. Diffidiamo dei mediatori di cultura tradizionali: pensiero, filosofia, fede, ideologia ma al contempo ci affidiamo interamente a super – mediatori, i tecnici: commerciali, tecnologici, economici, finanziari, abbiamo abbandonato la cultura per la tecnica, direbbe Severino, non sapendo prevedere quanto e come la tecnica influenza il pensiero.

Si tratterebbe quindi di tematizzare un ripensamento del soggetto, (il buco nero filosofico del ‘900) ma questo ripensamento necessita a sua volta di una rielaborazione del filosofo come esperto “multiversatile” capace di più linguaggi, e di una rielaborazione del soggetto come “multialfabeta” come soggetto globale, informato e informatico, consumatore responsabile, critico politico, e scettico radicale.

I dialoghi di cittadinanza sono incontri di pensiero a più voci che hanno come obiettivo la chiarificazione comune di concetti, temi e idee che percorrono la nostra società a partire da esempi di vita concreti. I dialoghi di cittadinanza rivendicano il primato della domanda, meglio del domandare interrogante, o interrogazione radicale: da Socrate a Gadamer di Verità e metodo, infatti si ricollegano alle pratiche filosofiche di matrice dialogica, in particolare al Dialogo Socratico di Leonard Nelson, Minna Specht e Gustav Heckmann (veri pionieri della pratica filosofica nel mondo,  a partire dagli anno ’20 del Novecento, anziché Lipman come spesso si dice) e si possono definire anche sedute di pensiero o processi creativi collettivi di pensiero. Esaminare problemi, formulare ipotesi è un impegno che richiede, prima di tutto, un’attenzione al dire cioè che comporta una particolare riflessione sull’uso delle parole e il loro senso comune. Questa proposta di pratica filosofica si regge sull’idea che il ragionare sia un “pensare-parlare” qui innescato da tematiche d’attualità civile, politica e sociale in situazioni comunitarie in cui la decisione di argomentare le proprie idee, motivare scelte e comportamenti – di cui da sempre si fa portavoce la riflessione filosofica – è dettata proprio dal vivere in una comunità di pensanti che condividono il valore e i vincoli della razionalità. Come accade con altre pratiche filosofiche, seminari, laboratori e caffè, il senso dei dialoghi di cittadinanza non starà tanto nel risultato finale (la risposta/chiarificazione della questione posta  inizialmente) quanto nel percorso che si intraprende insieme, denso in ogni suo momento di occasioni di crescita e riflessione per ciascuno.

La pratica filosofica – come già detto altrove –  come scrisse Achenbach, «è “Umagang” ( rapporto). (…) Ora, la Pratica  filosofica si sforza di ottenere questa lode, [ di essere socievole n.d.a.] poiché essa è il tentativo di rendere la filosofia umganglich (socievole) nel dialogo, cioè nella lingua spontanea del rapporto. (…) » da ciò derivano tre aspetti che la caratterizzano –   conseguenze che forse non sono state sufficientemente esplicitate – aspetti che sono: la relazione, la mediazione, il logos.

In primis quindi un filosofare aperto al rapporto con chiunque sia non-filosofo, priva perciò di snobismo, elitarismo, settarismo ed esclusioni aprioristiche, è sociale come la definì Horkheimer, ha un ruolo sociale. Secondo, ne possiamo dedurre che è un’arte del tradurre, che si può facilmente intendere come arte della mediazione, evidentemente, in quanto il tradurre è sempre farsi mediatore, tramite, punto mediano, tra due o più parti. Terzo: il rapporto con i non-filosofi, è chiaro di per sè, identifica quindi un’attività non per addetti ai lavori –  filosofi che parlano ad altri filosofi –  ma che si apre al pubblico e si mette in relazione. Un altro aspetto fondamentale infatti è che la Pratica Filosofica ha cioè reali capacità di relazionarsi agli altri, non è aristocratica, non è autistica, non guarda nessuno dall’alto al basso,  ma è comunicativa, dialogica, sociale (Umganglich) e non ha bisogno di titoli onorifici, è umile e questo non è mai scontato.

Per questo la Pratica filosofica nasce paidetica e si inserisce in un contesto politico ed educativo fin da subito –  ed anche in seguito come didattica in Lipman negli USA-  con la Scuola di Walkemhule di Nelson e Minna Specht, in cui critica, etica e pedagogia si incontrano nel Dialogo socratico contro il nazionalsocialismo, l’esilio e per promuovere autodeterminazione, responsabilità e la coscienza critica delle persone, come del resto ha scritto chiaramente Dordoni nel suo dimenticato “Il dialogo socratico”.

Essendo attività filosofica il rapporto si configura nel dialogo, cioè attraverso il logos, che è l’opera comune di coloro che parlano, non un soliloquio, un parlarsi addosso, un verbalismo acromatico, un rovesciarsi di argomentazioni unidirezionali, ma  un dialogo che ha un ethos, il rispetto, che ascolta l’altro e gli altri, che stabilisce davvero una relazione tra pari non agonistica, non vuole vincere come in una disputa, perché appunto la base ne è il rispetto, è cioè avere rispetto di chiunque sia di fronte a te. Relazione non agonistica significa che il dialogo socratico, di cui è fatta la Pratica Filosofica, esclude qualsiasi metodo eristico e retorico, ovvero non ha nulla a che fare con l’arte di argomentare con ragionamenti sottili e speciosi, e nemmeno con il parlare bene e a lungo di concetti ed autori a fini di mostrare erudizione e superiorità intellettuale. La Pratica Filosofica è una pratica in cui, anche se pare assurdo dirlo, il filosofo non appare al centro, è una pratica che demistifica il filosofo. Soprattutto il filosofo che vede la pratica filosofica come masturbazione cerebrale a due, mal interpretando i dialoghi platonici in cui Socrate parla sempre con uno (lapalissianamente) ma sono rivolti ai molti, coinvolgendo i commensali, i commercianti, i cittadini, gli atleti, nell’Atene del V secolo, ed infine i lettori della trascrizione letteraria platonica. Platone che nell’esame di Dioniso inserisce la vita di comunità, come requisito “filosofico” nella Lettera VII. Non filosofia per me e te ma filosofia per noi. Funzione sociale appunto, Horkheimer: “ é lo sforzo intellettuale e in ultima istanza pratico di non accettare senza riflettere, per pura abitudine, le idee, i modi di agire e i rapporti sociali dominanti; di accordare gli uni con gli altri e con le idee e i fini generali dell’epoca i singoli aspetti della vita sociale, di dedurli geneticamente, di separare il fenomeno e l’essenza, di analizzare i fondamenti delle cose, ossia in breve di conoscerle realmente.”

Non c’è quindi nessuna svolta pratica la cui epistemologia teorica possa in qualunque modo significare qualcosa o distinguere o definire o che traduca un gesto filosofico ma solo un soffio vitale, un brindisi con Dioniso, una lingua di fuoco, un volo di uccello in uno sbatter d’ali che riportano la filosofia al suo grembo greco. Il filosofo pratico è mediatore di cittadinanza e la pratica filosofica è governata dalla pragmatica della comunicazione non dall’ideologia, il cittadino può avere una sua ideologia la filosofia no. Ma dalla lezione socratica possiamo tornare a comprendere che la costituzione originaria del primum philosophari si fonda sulla polis e sul dialeghestai, la qual cosa significa che solo un ritorno all’agorà cittadino del logos comune può determinare una reale coscienza civile di ripensamento critico,  il che tramutato in moneta sonante oggi significa che la filosofia deve tornare sporcarsi le mani con le moltitudini, tornare al confronto pubblico e all’immaginazione produttiva spinoziana,  con quella passione per la conoscenza che Platone e Nietzsche ben rappresentano.  Spinoza che scrisse: «Possiamo facilmente comprendere quale sia l’ottima condizione di un qualsiasi governo, se consideriamo il fine di una società civile: cioè la pace, la sicurezza della vita. Il miglior governo dunque è quello dove gli uomini passano la vita in concordia e i cui diritti rimangono inviolati. Ora è certo che le sedizioni, le guerre, il disprezzo o la violazione delle leggi, sono da imputare non tanto alla malizia dei sudditi quanto alle cattive condizioni del governo. Infatti gli uomini non nascono civili, lo diventano.»

Chiunque infatti si aspetti dai dialoghi di cittadinanza un’oretta di chiacchiere, una lezione esperta, un’esibizione colta o peggio un personale palcoscenico oratorio resterà deluso. Per tutto ciò ci sono i guru, gli accademici, le dispute televisive, i festival. Chi vuole intraprendere un viaggio di ricerca metta nello zaino le proprie credenze e le sottoponga al vaglio della propria anima, condivida il proprio caos e lo suggelli nel logos comune, questa è cittadinanza a mio modesto parere.

Cavallino Treporti – Venezia 15 e 22 marzo 2018 ore 20.30.

http://www.comune.cavallinotreporti.ve.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2007

 

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Attualità, Politica

I casi stabiliti dalla legge. Il tradimento della scuola.

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Nella Cina di Mao, durante il periodo della cosiddetta Rivoluzione culturale, i revisionisti o controrivoluzionari venivano fatti sfilare in pubblico con cartelli appesi al collo in cui il loro nome era scritto capovolto e cancellato con un tratto orizzontale, a significare che erano considerate ”non persone”. E’ quello che oggi sta succedendo ai maestri e alle maestre della scuola primaria e dell’infanzia, quei docenti giudicati non-docenti dal massimo tribunale amministrativo dello Stato perché in possesso esclusivamente di un diploma di scuola superiore (il vecchio Istituto Magistrale) oltre che di anni di lavoro a scadenza, a tempo determinato, precario.

Si parla di 43.534 ricorrenti inseriti nelle graduatorie e 6.669 entrati in ruolo ma con la sentenza ancora non passata in giudicato. La concentrazione di diplomati magistrale al Nord è molto elevata, e i dati numerici dicono che in Lombardia la concentrazione è del 39,3% (2622 assunti), in Piemonte il 13,7% (911 assunti), in Veneto con il 13,2% (880 assunti), a cui si aggiungono in particolare la Liguria, anch’essa un’anomalia interessante, con 3,7% corrispondenti a 249 assunzioni.

Il Ministero li dovrebbe cacciare, se applicasse immediatamente la sentenza del Consiglio di Stato,  i sindacati scuola (che del resto hanno un loro rappresentante al Ministero) i quali per anni volutamente hanno contribuito a relegare i diplomati nel limbo delle supplenze, oggi li maltrattano, li tollerano quasi con fastidio come se fossero loro stessi causa del problema,  i colleghi freschi di laurea invece plaudono e scalpitano ingiuriando i colleghi (come neo Guardie Rosse) nel nome del nuovo modello antropologico italiano: quello del “rottamatore”, un misto di cinismo, informazione manipolata, arrivismo rampante e arroganza, inaugurato recentemente nella politica italiana, politica che da parte sua in questa vicenda si è rivelata sorda, cieca, e muta come le tre scimmiette. Ecco, forse un poco azzardando, possiamo ritrovare un parallelo tra questa visione del mondo della nuova rivoluzione culturale italiana e quella di Mao: le nuove guardie della rivoluzione culturale italiana credono che la fazione che li rappresenta debba vincere azzerando il nemico, identificato in una specifica categoria sociale o professionale, che va disabilitato dall’umano gregge, reso ridicolo, patetico, antiquato e inadatto, obsoleto agli occhi del popolo, ridotto a non-persona, appunto come fecero i maoisti con i nomi capovolti e cancellati. Stiamo assistendo ad una pratica del tutto nuova che si avvale della stampa, dei media e dell’informazione manipolata: il killeraggio sociale. Accade sui quotidiani, in televisione, nei media in generale e sui social network. E’ la caccia all’insegnante: fannullone, scansafatiche, ignorante, psicolabile, misero. A questa caccia al docente partecipa tutta la cultura tecnico manageriale di importazione (tradotta in maccheronico) parodia del funzionalismo anglosassone che si scaglia contro questa figura che rappresenta ancora, a fatica, nonostante tutto, per la nostra gioventù –  perciò per il nostro futuro – la mediazione con il sapere e con la società ovvero coloro che concorrono come formatori a determinare il nostro rapporto con il sapere, la realtà ed il mondo del futuro. Non sappiamo ancora se sarà applicata ai docenti magistrali la “rieducazione” come in Cina ai revisionisti e non osiamo immaginare in cosa potrebbe consistere per i docenti: corsa tra due ali di laureate e sindacalisti che li picchiano, rieducazione ideologica, corso abilitante, concorso riservato, norma transitoria, decreto legge?

Come si è arrivati a tutto ciò? Come spesso accade in Italia, quando scoppia il “caso” è sempre tardi e si è spesso sull’orlo di un baratro, ovvero ad un passo dal disastro, qui il ritardo accumulato è frutto di negligenza, indifferenza, incompetenza e malafede, in questo caso di chi ha gestito il reclutamento dei docenti  e i diritti dei lavoratori, due parole: politica sindacale. Non è un caso infatti che oggi nella scuola i confederali siano visti con disprezzo e diffidenza per la loro condiscendenza acritica vero i dettami ministeriali, per la loro negligenza nel difendere i diplomati, per la loro inadempienza verso i decreti dei tribunali e dello Stato.

E’ proprio dai tribunali che bisogna partire per capire questa storia.

Poiché come tutte le vicende giudiziarie nel raccontarle ci si trova a dover dipanare una matassa ingarbugliata, nel caso dei diplomati magistrali questo è confermato all’ennesima potenza. In questa vicenda  agli anni trascorsi (ormai quasi 20) si devono sommare quindi  le leggi vigenti, presenti e passate: i decreti legge, le normative ministeriali, i regolamenti concorsuali, e inoltre le pronunce della magistratura, anzi dei diversi tribunali (Tar, Giudice del Lavoro, Consiglio di Stato) e le loro competenze, ed infine il succedersi dei ministri politici (ben 11) alla guida del Ministero dell’Istruzione prima e del M.I.U.R. (Ministero dell’università e della ricerca della Repubblica Italiana) dopo, alcuni di loro con velleità riformistiche che hanno contribuito a complicare le cose. Nemmeno gli addetti ai lavori spesso sanno orientarsi in una selva così oscura,  l’Azzeccagarbugli manzoniano avrebbe il suo bel da fare. E’ quindi con estrema cautela che qui si tenta un riassunto comprensibile della storia brutta dei docenti magistrali italiani.

Perché mai un docente dovrebbe rivolgersi ad un giudice per lavorare? Non viviamo in uno Stato di diritto in cui i titoli hanno valore legale, cioè valgono per legge? Non siamo quindi sottoposti tutti alla Legge che ci vincola e ci tutela? La risposta è : ni. La legge si interpreta e pare che i diritti scadano, come lo yogurt, in Italia.

Il Diploma Magistrale dal 1923 al 2002 è stato il titolo di studio necessario per insegnare alle scuola dell’infanzia ed elementare, ora Primaria. Il Titolo rilasciato recava inequivocabilmente nella propria intestazione la dizione “Diploma di abilitazione all’insegnamento”, eliminando sul nascere qualunque equivoco circa la specifica utilizzazione del documento: coloro che risultavano in possesso di tale titolo erano ritenuti abili a svolgere professionalmente la funzione docente presso le scuole materne e/o elementari senza doversi assoggettare ad altre incombenze. Nel 2002 al diploma si affianca la Laurea, che non lo sostituisce ma i due titoli diventano equipollenti (equiparati) e paritetici (stesso valore e punteggio), per adeguare ai tempi la formazione dei docenti. Sulla carta. Perché d’ora in poi il MIUR ed i sindacati metteranno in atto manovre subdole e illegittime per favorire i laureati e degradare i diplomati. Ad esempio il decreto ministeriale n. 53/2012 ha consentito l’inserimento in GAE a coloro che avessero conseguito il titolo di studio abilitante entro l’anno accademico 2010/2011 ai corsi presso le Facoltà di Scienze della formazione. L’esclusione dei diplomati magistrali è stata applicata nonostante quanto stabilito dal decreto interministeriale del 10 marzo 1997, di attuazione della legge n. 341 del 1990, dove si confermava il valore abilitante dei diplomi magistrali conseguiti entro l’anno 2001/2002 da coloro che avevano iniziato i corsi entro l’anno scolastico 1997/1998.

Per reclutare il personale della scuola si attinge per il 50% dalle famose ed ormai famigerate GAE (Graduatorie ad esaurimento)  e per l’altro 50% dalle vigenti graduatorie del concorso ordinario. A partire dal 1999 lo Stato non solo ha indetto 2 soli concorsi pubblici, (il primo nel 2012 e l’altro nel 2016, in barba alla Costituzione quando recita “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.”) ma, in accordo con i Sindacati Confederati, ha magicamente fatto sparire il valore abilitante al “diploma” dei Diplomati Magistrali, che perciò non potevano più essere inseriti in una Graduatoria Ad Esaurimento (GAE) da cui poi entrare in ruolo. Questi insegnanti furono relegati nella 3° fascia d’Istituto, calderone da cui attingono le scuole per reclutare supplenti da settembre a giugno. Ed è stato così per gli ultimi 15 anni.

Nel 2014 ecco entrare in scena il Tribunale. In quell’anno un gruppo di intrepidi docenti magistrali chiede al Consiglio di Stato di, finalmente, chiarire ed esprimersi sul valore abilitante del titolo Magistrale.  Con ben due sentenze il Diploma Magistrale è stato riconosciuto come abilitante per l’insegnamento dai giudici (ordinanza cautelare del Consiglio di Stato n. 1089/2015e adunanza plenaria n. 1 del 27 aprile 2016 del Consiglio di Stato) quindi utile per spostare tutti i docenti magistrali nella 2° fascia d’Istituto. In conseguenza di ciò nel 1999 e ancora nel 2007 il Miur ha commesso un eccesso di potere affermando il contrario e  questo è stato stabilito pure da un ricorso al Presidente della Repubblica che dice espressamente “Illegittimo è invece il D.M. n. 62 del 2011, nella parte in cui non parifica ai docenti abilitati coloro che abbiano conseguito entro l’anno 2001-2002 la c.d. abilitazione magistrale, inserendoli nella III fascia della graduatoria di istituto e non nella II fascia” . In altri termini, prima dell’istituzione della laurea in Scienza della formazione, il titolo di studio attribuito dagli istituti magistrali doveva considerarsi abilitante. Tutto chiaro? No, affatto.

Poiché il Ministero – in questa legislatura, quindi dal 2013 al 2018 –  non interviene a sanare questa ingiustizia e si ostina a non riconoscere quanto stabilito dal Consiglio di Stato  e a lasciare che a risolvere la situazione siano i Tribunali – nel frattempo i docenti magistrali  entrano in Gae:  43000 insegnanti  accedono alla 3° Fascia: 8000 di questi stipulano già contratti a Tempo Indeterminato e svolgono l’anno di prova: compilano un portfolio online, seguono corsi obbligatori e vengono giudicati da una Commissione esaminatrice composta da insegnanti di vari ordini scolastici ed infine ricevono il Decreto di Immissione in Ruolo da parte del Dirigente Scolastico.  Iniziano quindi una serie di ricorsi al Tar, al Giudice del Lavoro e al Consiglio di Stato che rispondono in maniera schizofrenica alle richieste dei docenti, alcuni accolgono, alcuni rigettano, alcuni non si ritengono competenti. Per cercare di dare un indirizzo a tutte queste disparità si decide di fare riferimento a ciò che dirà il Consiglio di Stato in seduta Plenaria che se la prende comoda e da giugno 2016 si riunisce a novembre 2017, e pubblica l’esito alla vigilia dello scorso Natale.

Arriviamo quindi all’oggi: il 20 dicembre 2017 la Plenaria riafferma il valore abilitante del Diploma Magistrale “i titoli conseguiti nell’esame di Stato a conclusione dei corsi di studio dell’istituto magistrale iniziati nell’a.s. 1997/1998 conservano in via permanente l’attuale valore legale e abilitante all’insegnamento nella scuola elementare” ma il diritto dei diplomati è decaduto nel 2007 con la chiusura delle GAE (cosa assurda se si pensa che il titolo era stato dichiarato non abilitante fino al 2014) i ricorsisti dovevano appellarsi prima, ergo il loro titolo è abilitante ma hanno sbagliato anno per far ricorso. Affermazione alquanto discutibile quella della chiusura delle GAE in quanto le stesse nella precedente legislatura, infatti, per ben due volte sono state aperte ai docenti abilitati precari, prima con la Legge 30 ottobre 2008 e poi con la Legge 24 febraio 2012, n. 14.

Si prospetta quindi, di conseguenza, l’espulsione di massa di circa 55 mila docenti che attualmente, o a tempo determinato o a tempo indeterminato, lavorano nella scuola dell’infanzia e primaria dopo esser stati riammessi nelle GAE. Non solo: questi insegnanti verranno espulsi dalla scuola  per sempre anche per via dell’applicazione della norma (comma 131), introdotta con la Buona Scuola, che impedisce di conferire supplenze di lunga durata a tutto il personale precario che supera i 36 mesi di servizio anche non continuativo.

Che ne dice il Ministero? Attualmente, a partire dalla fine del 2016, alla guida c’è Valeria Fedeli, un passato nel sindacato dei lavoratori del pubblico impiego, che su questa sentenza ha chiesto il parere dell’Avvocatura dello Stato. Da che questa vicenda ha avuto inizio è la terza donna ministro che se ne occupa, o meglio non se ne occupa, prima di lei Carrozza e Giannini. E’ del tutto evidente che un legislatura è un tempo sufficiente, anche per la politica italiana, per intervenire e sanare un vulnus che incide sulla vita scolastica nazionale, anche per la classe dirigente più negligente e superficiale immaginabile non si può confondere il non intervento con una svista, la politica dei governi Letta, Renzi, Gentiloni sulla scuola nel caso dei diplomati magistrali mette in evidenza tutta la sua vacuità e velleità, nell’immaginare che il solo  interventismo equivalesse a funzionalità prima e nell’illusione che l’ennesima, superficiale, inconsistente e dannosa proposta di riforma scolastica (da Berlinguer nel 1999 a Renzi nel 2015, passando per la Gelmini nel 2008, l’istruzione è stata campo di battaglia di improvvisati riformisti) la legge 107/2015 avrebbe migliorato il sistema educativo nazionale.

Pochi si rendono conto che nell’immediato futuro, se questa legge (la 107/2015) resterà in vigore, la professione insegnante diverrà una prospettiva molto poco allettante, i requisiti di accesso stabiliti sono: laurea quinquennale, concorso pubblico e 3 anni di formazione in servizio retribuita 400 euro al mese…

Cosa si potrebbe fare? Si dirà: urge un intervento legislativo. Esatto, peccato che il governo attualmente in carica – che ha ribadiamo, come unico atto finora, richiesto un parere all’Avvocatura di Stato sull’applicazione delle sentenza della Plenaria e solo in questi giorni (sembra incredibile ma è vero …) ha avviato un censimento su quanti siano effettivamente i docenti interessati a queste vicende –  si trovi in una fase transitoria di “gestione ordinaria” in vista delle elezioni del marzo 2018, che ben che vada un nuovo governo sarà operativo tra  la fine di marzo e aprile – sempre che non succeda come nel 2013 quando ci vollero oltre 2 mesi per formare un governo e di recente in Germania dove ce ne sono voluti 4 di mesi – ciò significa che questi lavoratori dovranno aspettare almeno 6 mesi solo per sperare nell’avvio dell’iter per avere una prospettiva di risoluzione del loro futuro personale e professionale – dopo un danno subito per oltre 15 anni. Questo governo potrebbe fare qualcosa? Certo che sì, la gestione ordinaria non impedisce di emanare un decreto d’urgenza, (e più urgente di questo cosa ci sarebbe per la scuola?) che il primo consiglio dei ministri potrebbe votare come atto d’insediamento, sarebbe un bellissimo atto simbolico, anche se è più probabile che questa prospettiva resti un’ingenua utopia che si frange contro il realismo cinico politico odierno. La cosa più semplice sarebbe riaprire le Graduatorie, chiuse illegalmente ai diplomati dal 2000, (fattibile per legge appunto “salvo i casi stabiliti dalla legge”) e risarcire il danno procurato solo a loro,  smentendo così quelli come i rappresentanti scuola  dell’ultima compagine politica al governo, che credevano di risolvere con un colpo di spugna (sulla pelle dei lavoratori) la questione precariato: in parte assumendo e in parte licenziando (fasi di assunzione della Legge 107 del 2015 e clausola dei 36 mesi della stessa). La soluzione più equa sarebbe indire un canale riservato di accesso al ruolo a chi abbia titolo e punteggio tra diplomati e laureati.

Entrambe le soluzioni sono però tendenti a sanare un’emergenza, è chiaro che appare urgente un ripensamento del reclutamento e del sistema graduatorie: dopo questa storia nulla sarà come prima.

P.S. un grazie particolare a M. Bortoletto, E. Tallon, A. Baldissera, P. Volpi, I. Rocco, R. Carnio, M. Ponte.

img. @docentimagistrali

 

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Philosophische Praxis: la Pratica Filosofica come filosofia in rapporto.

filosofia in rapporto

Di questi tempi appare come emergente l’esigenza di ridisegnare la mappa che a livello nazionale orienta chi voglia introdursi nel mondo della pratica filosofica di matrice achenbachiana cioè la Philosophische praxis, mal tradotta nell’italiano Consulenza filosofica in realtà correttamente: Pratica filosofica. (cfr. https://fareondeblog.wordpress.com/2014/10/16/dal-counseling-alla-consulenza-filosofica/). La Pratica Filosofica categorizza un diverso approccio alla filosofia, approccio la cui natura, nascita, declinazione e definizione spesso divide gli addetti ai lavori, divisioni su cui è saggio sospendere il giudizio per prediligere piuttosto un’analisi dell’intenzionalità che è propria di questo tipo di attività: se è indefinibile di fatto, la pratica filosofica è un dato di fatto. (cfr. https://fareondeblog.wordpress.com/2016/02/20/lintenzionalita-della-praxis/). Foucault diceva che se è vero che assistiamo ad una progressiva sparizione delle filosofie come sistemazioni teoretiche, possiamo però riconoscere la possibilità dell’esistenza di “attività filosofiche” in diversi campi dell’esperienza umana. Oggi che si è di fronte all’esistenza di questo movimento, che raggruppa coloro che svolgono attività legate alla filosofia, esso si può configurare come un recupero di antiche e rinnovate attitudini filosofiche, come un evento ormai indubitabile che dal ’900 si proietta nel nuovo secolo.

In questo senso a distanza ormai di circa 35 anni dal suo apparire come autore è utile rileggere Achenbach stesso, quando sottolinea aspetti diversi e inattuati del suo intendere la Pratica Filosofica. Nell’ormai classico Philosophische Praxis (Jurgen Dinter 1987 edizione italiana Apogeo 2004 ) il filosofo di Hameln nel primo essenziale capitolo del testo,  “Breve risposta alla domanda: che cos’è la consulenza filosofica?” cita non Platone, Kant o Hegel, ma Socrate, Montaigne, Novalis, Goethe, Schopenhauer, Nietzsche e Popper. Oltre al primo filosofo, Socrate quindi, due poeti tedeschi, un umanista francese, un pragmatista liberale del ‘900, l'”eretico” Schopenhauer e l’anti filosofo per eccellenza ma poeta, “psicologo” e moralista Nietzsche, e questo è di per sè significativo. Ma è nell’ultimo capitolo, l’undicesimo, intitolato “L’attività della filosofia e la pratica filosofica” dove si ritiene ingenuamente di non trovare nulla di importante perché si crede di aver già letto tutto nelle parti che precedono, e magari l’attenzione è calata, che Achenbach tratteggia le migliori indicazioni per il suo diverso intendere la filosofia. In questo capitolo Achenbach affronta all’occasione la questione della scrittura di una seduta di Pratica Filosofica, occasione che lo conduce ad interrogarsi sulla stessa Pratica Filosofica e di come essa si  ponga nel rapporto tra filosofia orale e dialogica e filosofia scritta. Non è possibile qui approfondire ma l’autore affronta anche la questione della “cosa” piuttosto che del soggetto nella sua filosofia, cioè il fatto che non è la persona ad essere in questione nella Pratica Filosofica ma ciò che la persona vive male, nel qui e ora della situazione pratica, ciò che emergendo si trasforma nel dialogo; c’è  anche, in questo ultimo capitolo,  la questione di una filosofia che non è più portavoce dell’assoluto ma dell’individuale, del finito, del singolo che solo nel dialogo trova comprensione e per questo: il metodo è il dialogo e la Pratica Filosofica è socratica.

La questione centrale a mio avviso di questo capitolo è però nel paragrafo che tratta di filosofia nel rapporto, in cui l’autore rappresenta, con alcune parole chiave che sono : l’arte del tradurre, il dialogo filosofico, il rispetto e l’etica, la Pratica Filosofica come Filosofia in rapporto.

Scrive infatti che la determinazione della filosofia « è quella di essere una filosofia per non- filosofi, che, tra l’altro, la mette dalla parte di una filosofia che si esprime pubblicamente su questioni pubbliche importanti. Come filosofo tra non- filosofi – cioè il filosofo che ha il suo posto laddove viene richiesto – ho bisogno di un’altra arte del leggere e del citare rispetto a quella che viene esercitata e pretesa accademicamente; si tratta piuttosto del talento di traduttore: devo essere capace di “tradurre” la coscienza di quelli che mi hanno chiesto consiglio o parere, in modo tale da poter entrare filosoficamente in dialogo con essa. Cosa significa?  Devo strappare alle abituali considerazioni pubbliche, alle idee imposte, ai giudizi correnti e alle opinioni diventate temporaneamente “indispensabili” i contenuti intellettuali e plasmarli in forma di filosofia esoterica, in modo che dopo questa trasformazione, siano capaci di un successivo sviluppo e possano essere pensati ulteriormente. Questa è la nostra chance e il compito del dialogo filosofico.»

«Ogni dialogo è un dialogo con qualcuno; è l’opera comune di coloro che parlano. Essere in dialogo significa: Umgang (rapporto). Per questo motivo chiamiamo giustamente la lingua parlata Umgangsprache: essa è la lingua della relazione. La filosofia orale dovrebbe chiamarsi conseguentemente filosofia im umgang (in rapporto) una denominazione che vorrei riconoscere volentieri come titolo onorifico per la consulenza filosofica. »

«In breve, la filosofia è anche chiaramente determinabile come filosofia in rapporto o consulenza filosofica attraverso il ricorso a un “rispetto”; qui però in concetto acquista una valenza etica: determinante non è più il tenere in considerazione (gli interessi altrui, le circostanze necessitanti ecc.), ma l’avere rispetto, il cui aggettivo è “pieno di rispetto”, il cui opposto è “senza rispetto”, cioè “mancanza di rispetto”.»

«La parola chiave è “Umagang” ( rapporto). (…) Ora, la Consulenza filosofica si sforza di ottenere questa lode, [ di essere socievole n.d.a.] poiché essa è il tentativo di rendere la filosofia umganglich (socievole) nel dialogo, cioè nella lingua spontanea del rapporto. (…) difficile ignorare i “rispetti” che nel rapporto (Umgang) con gli altri, in parte, per noi sono diventati un’abitudine, in parte però, sarebbero ancora da scoprire come delle necessità, la cui osservanza potrebbe appartenere all’ethos del dialogo. Da notare non soltanto, come certo si sente dire attualmente all'”arte del dialogo”. (…) si dovrebbe aggiungere a questo punto un capitolo sull’etica della consulenza filosofica, che è innanzitutto essa stessa una questione etica»

Cosa si può dedurre da queste parole scritte in un momento in cui, è ovvio (i saggi che compongono il testo furono redatti tra il 1982 ed il 1987), nulla si sapeva del destino di tale orientamento filosofico?

Innanzitutto che la pratica filosofica è un filosofare aperto al rapporto con chiunque sia non-filosofo, priva perciò, aggiungerei, di snobismo, elitarismo, settarismo ed esclusioni aprioristiche. Secondo, ne possiamo dedurre che è un’arte del tradurre, che si può facilmente intendere come arte della mediazione, evidentemente, in quanto il tradurre è sempre farsi mediatore, tramite, punto mediano, tra due o più parti. Il rapporto con i non-filosofi, è chiaro di per sè, identifica quindi un’attività non per addetti ai lavori –  filosofi che parlano ad altri filosofi –  ma che si apre al pubblico e si mette in relazione. Un altro aspetto fondamentale infatti è che la Pratica Filosofica ha cioè reali capacità di relazionarsi agli altri, non è aristocratica, non è autocentrata, non guarda nessuno dall’alto al basso,  ma è comunicativa, sociale (Umganglich) e non ha bisogno di titoli onorifici, è umile e questo non è mai scontato. Essendo attività filosofica il rapporto si configura nel dialogo, che è l’opera comune di coloro che parlano, non un soliloquio, un parlarsi addosso, un verbalismo acromatico, un rovesciarsi di argomentazioni unidirezionali, ma  un dialogo che ha un ethos, il rispetto, che ascolta l’altro e gli altri, che stabilisce davvero una relazione tra pari non agonistica, non vuole vincere come in una disputa, perché appunto la base ne è il rispetto, è cioè avere rispetto di chiunque sia di fronte a te. Relazione non agonistica significa che il dialogo socratico, di cui è fatta la Pratica Filosofica, esclude qualsiasi metodo eristico e retorico, ovvero non ha nulla a che fare con l’arte di argomentare con ragionamenti sottili e speciosi, e nemmeno con il parlare bene e a lungo di concetti ed autori a fini di mostrare erudizione e superiorità intellettuale. La Pratica Filosofica è una pratica in cui, anche se pare assurdo dirlo, il filosofo non appare al centro, è una pratica che demistifica il filosofo.

Questa è la Philosophische Praxis, la Pratica Filosofica. Questa è la nostra chance, scrive Gerd Achenbach.

Vedi anche:

https://fareondeblog.wordpress.com/2016/11/12/philosophers-un-identikit/

https://fareondeblog.wordpress.com/2016/05/15/un-pensare-dialogante/

https://fareondeblog.wordpress.com/2015/03/25/la-radice-socratica-della-pratica-filosofica/

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