Consulenza filosofica

Radio Live Social intervista: la Consulenza filosofica.

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Nel sito dell’Associazione Phronesis, qui : https://www.phronesis-cf.com/video/ è disponibile una mia intervista a Radio Venezia Live social andata in onda il 23 settembre 2017.

Vedi anche:

https://fareondeblog.wordpress.com/2014/10/16/dal-counseling-alla-consulenza-filosofica/

https://fareondeblog.wordpress.com/2014/09/03/il-consulente-filosofico-phronesis/

https://fareondeblog.wordpress.com/2015/09/26/consulenza-filosofica-per-immagini-1/

 

 

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Consulenza filosofica, Filosofia, pratica filosofica

Recensione a: “Platone 2.0” di Giorgio Giacometti.

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Nell’ultimo numero  di Phronesis, rivista di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche, (Anno XIV, numero 25-26, aprile 2016) trovate una mia recensione al testo di Giorgio Giacometti, Platone 2.0 La rinascita della filosofia come palestra di vita edito nel 2016 da Mimesis nella collana “Esperienze filosofiche/filosofie della medicina e forme della cura”.

Qui sotto trovate il testo integrale e il link alla rivista.

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Edito nel 2016 da Mimesis nella collana “Esperienze filosofiche/filosofie della medicina e forme della cura” Platone 2.0 La rinascita della filosofia come palestra di vita di Giorgio Giacometti, docente e filosofo consulente, con saggio introduttivo di Giangiorgio Pasqualotto, è un testo che tratta di pratica e consulenza filosofica. Uno scritto che si può definire complesso e ardito per le tesi che propone e per le quasi 800 pagine che lo compongono[1].

Recensire un libro con queste caratteristiche può nascondere insidie, infatti si può rischiare o di eludere la tesi di fondo non centrando l’obiettivo di una recensione che è sempre quello di introdurre alla lettura di una nuova edizione presente sul mercato, previa l’individuazione dei focus testuali, oppure, più banalmente, si può correre il rischio di semplificare o elogiare l’autore e il volume recensito acriticamente, senza evidenziarne modi, proposte e limiti e così non coglierne appieno il valore. Detto ciò questo libro, lo scrive l’autore stesso, ogni lettore (e anche ovviamente ogni recensore) “lo criticherà o lo apprezzerà non per quello che il libro dice, ma per ciò che egli crede che il libro dica”. Sarà qui richiesta ai lettori, in questo senso, una certa indulgenza rispetto ad alcune necessarie abbreviazioni e sintesi per indagare un testo così ampio.

L’edizione di Giacometti cade in un momento storico in Italia in cui la parabola della Consulenza filosofica sembra segnare un momento di stasi e di ripensamento. Dagli esordi pioneristici, vagamente di derivazione schusteriana[2], di carattere esistenziale, fenomenologico (con riferimenti a Sartre e Buber) la consulenza filosofica (da Philosophische praxis, tradotta nell’italiano Consulenza filosofica in realtà correttamente: Pratica filosofica) iniziò a farsi strada come pratica alternativa, terapia e cura filosofica, con evidenti vicinanze a quelle correnti psicologiche che più hanno utilizzato strumenti filosofici come l’antipsichiatria di Laing e la proposta di Carl Rogers[3]. In seguito, nei primi anni del nuovo secolo, la Consulenza filosofica divenne più schiettamente achenbachiana inaugurando un periodo, grossomodo tra il 2005 ed il 2015, in cui la ricerca e gli studi si snodarono tra tentativi di fondazione epistemologica e il riconoscimento professionale. Si delinearono, allora, due correnti divise tra chi promosse il Counseling filosofico e chi la figura del Consulente filosofico, i primi ad orientamento psicoterapeutico, arricchito però da elementi filosofici, i secondi esclusivamente orientati alle competenze filosofiche.[4] Che cosa ci rappresentiamo oggi quando parliamo di Pratica filosofica/Consulenza filosofica a circa 15 anni da tutto ciò? Innanzitutto in Italia tra gli autori e le pratiche messe in atto, sembra prevalere una decisa preminenza del ruolo sociale della filosofia: sia dal punto di vista individuale, ovvero rivolto alle scelte etiche ed esistenziali, sia dal punto di vista collettivo, vale a dire più propriamente politico, fatto di scelte comuni e della loro complessità; in secondo luogo appare evidente come si sia dimostrato sterile il tentativo di ricostruirne una caratterizzazione specifica, basata su una chiara, univoca, esclusiva ed epistemologicamente fondata identità, stante l’ineluttabile impossibilità di un’unica definizione di filosofia (posto che se ne senta la necessità, di una definizione). Seminari, Laboratori, Dialoghi socratici, Caffè filosofici, consulenze di gruppo, P4C: che la consideriamo saggezza pratica con Aristotele[5] o esercizio spirituale con Pierre Hadot[6] siamo oggi consapevoli di che cosa parliamo quando parliamo di pratica filosofica.[7]

Minna Specht, collaboratrice negli anni ’20 del novecento di Leonard Nelson, descriveva il Discorso Socratico (Sokratische Gesprach la prima forma di Pratica filosofica)[8] come messa alla prova delle nostre vecchie convinzioni verso un cambiamento che purifica di cui il fondatore, Leonard Nelson, diceva: il dialogo socratico non è l’arte rivolta all’insegnamento della filosofia, ma al filosofare stesso[9]. Achenbach parlava di filosofia e consulenza come opportunità di vita[10], la Schuster descrive la consulenza come pratica alternativa, terapia e cura filosofica[11], Marc Sautet scriveva di uso spontaneo della filosofia che ha come vocazione quella di non tacere e di filosofare come mettere in dubbio[12]. Romano Madera e Luigi Vero Tarca scrissero di filosofia come stile di vita[13], in seguito a proposito di consulenza filosofica Ran Lahav parlò di ricerca della saggezza[14]. Neri Pollastri ha scritto che fare filosofia in consulenza significa cercare di mettere ordine razionale nel discorso[15]e Augusto Cavadi la definì filosofia di strada[16], e poi Davide Miccione che la descrisse come disciplina antichissima o recentissima[17], e Luciana Regina che parla di un fare che è pensare[18], oppure Stefano Zampieri che scrisse di vita filosofica[19], o Antonio Cosentino di filosofia come pratica sociale[20]. Giorgio Giacometti stesso parlò di consulenza come aporetica di un’attività complessa. Infine Moreno Montanari scriveva a proposito di filosofia come cura[21], e Oscar Brenifier di filosofare come Socrate[22]per il suoi Laboratori e per la sua idea di filosofia con i bambini. Questo florilegio di immagini rappresenta un caleidoscopio che tenta di descrivere una filosofia che torna a camminare per le nostre strade nel quotidiano, come scrive ancora Zampieri nella bella Prefazione ad un altro breve testo sulla consulenza filosofica pubblicato nel 2016 da Andrea Modesto.[23]

Il testo di Giorgio Giacometti[24] cade in questo momento storico e la complessità citata in premessa non è tanto o solo nella mole del lavoro, quasi 800 pagine, quanto nell’articolazione del dialogo che ne compone l’intreccio e i temi che esso tratteggia e affronta, mentre d’altro canto l’ardire dell’argomentazione ricordata all’inizio è  nel porre quella pratica filosofica, che si concretizza anche e soprattutto nell’agire consulenziale, nell’alveo originario della filosofia greca e nella perentoria affermazione che essa è – e non potrebbe essere altrimenti – platonica e dialogica. La tesi di questo libro è radicale e provocatoria. “Finalmente la filosofia si riconosce e si rivela per ciò che essa è sempre stata e non può non essere, grazie anche all’eclissi dalla sua sorellastra, della sua imitazione medioevale e moderna”. La pratica sarebbe la sola attività che meriti, oggi, il nome di filosofia e Giorgio Giacometti afferma che in essa la filosofia rinasce come palestra di vita.[25]

Nel presentare il testo l’autore affronta uno dei temi centrali dell’opera che è il paradosso della scrittura filosofica, il concetto derivato dalla contrapposizione, che contraddistingue il passaggio dall’età antica a quella storica, tra oralità e scrittura, spartiacque che segna la nascita della cultura occidentale. Questa divergenza tra oralità e scrittura si ripercuote in modo esemplare nella filosofia: se la pratica filosofica, la consulenza, (e la stessa filosofia al suo apparire) è sempre dialogica e quindi orale che senso ha scrivere di pratica filosofia? La questione si pone come un apparente paradosso. La scrittura filosofica, per Giacometti, rappresenta un invito alla filosofia praticata, non è essa stessa la filosofia (altrimenti non si capirebbe la contrapposizione all’accademia e alle sue consuetudini); è però un invito che, nel solco della tradizione, è costretto ad assumere, per ovvie ragioni, le sembianze del saggio filosofico. La pratica filosofica non va quindi letta, sfogliata su testi e su riviste specializzate ma va sperimentata, provata in prima persona. Per questo Giacometti richiama l’assunto di Achenbach secondo il quale la pratica filosofica è innanzitutto meta-teoria praticante, processo riflettente e pratico, cioè si può definire solo a partire dall’auto descrizione teorica del suo svolgersi. Giacometti inoltre descrive la sua opera come un “gioco di specchi” in cui la rappresentazione del dialogo si articola in tre assi o dimensioni: nel dialogo con sé stesso dell’autore, in quello che intrattiene con i suoi interlocutori e infine nel dialogo con i lettori; la definisce una consulenza sulla consulenza.

Se è vero, come scriveva Nietzsche,[26] che ogni filosofia è una narrazione intessuta di biografia e idiosincrasie dell’autore anche Giacometti si espone ad una lettura retrospettiva del suo pervenire alla filosofia e rintraccia così in alcune tappe dell’esistenza quello sviluppo di esperienze da cui scaturisce il suo libro. Dalle passeggiate con il padre nella campagna friulana, all’incontro con Pasqualotto e autori come Hadot, Lacan, e poi l’insegnamento a scuola, il gioco come paradigma ironico di realtà, l’amore e la conoscenza di sé ed infine la rete internet e Phronesis, l’Associazione nazionale per la consulenza filosofica.

Riguardo allo stile e all’architettura del testo l’autore sceglie, come già osservato, la modalità del dialogo con un interlocutore fittizio, organizzando in parallelo l’apparato delle note a piè pagina (notevole per citazioni e rimandi) come un vero e proprio contro-testo che si potrebbe leggere separatamente (e accontentare maggiormente gli addetti ai lavori) oltre a fornire una ampia bibliografia e così soddisfare in realtà (con l’aggiunta del saggio introduttivo di Pasqualotto) i criteri di un testo rigorosamente scientifico. Lo stile dell’autore è, per sua stessa ammissione, sui generis poiché concorda sull’idea (condivisa con altri autori) che i testi che trattano di pratica filosofica debbano differire dal tradizionale formato del saggio filosofico, poiché appunto essi sono frutto di attività di pratica operativa e vissuta concretamente. Infatti l’esposizione del tema via via affrontato è approfondita da rimandi a esperienze professionali oltre che riferimenti filosofici, il che spiega la mole del lavoro che del resto l’autore aiuta ad affrontare: il lettore può decidere di saltare intere sezioni del libro, concentrandosi solo sui temi che gli stanno più a cuore, scrive Giacometti, grazie anche ad un indice particolarmente curato che orienta nel testo.

Ci troviamo di fronte ad un testo il cui autore afferma avere ambizioni inaudite: dimostrare che le pratiche filosofiche costituiscano la sola forma possibile che oggi la filosofia possa rivestire per salvare se stessa e propone la rifondazione della consulenza come professione. Giacometti dipana in sette densi capitoli (rigorosamente rubricati in forma interrogativa) tutti i topoi della pratica filosofica, partendo dal perché fare filosofia? Perché non si può non farla: scegliere, decidere, pensare, credere sono tutte azioni filosofiche; passando alla questione del Come dialogare? Risposta semplice: come Platone lo descrive attraverso Socrate, con tutte le implicazioni che ciò comporta, vale a dire utilizzando tutte le possibilità che le diverse sfumature del dialogo socratico implicano, esso infatti può essere: ironico, maieutico, zetetico, elenctico, aporetico. Giacometti prosegue con il capitolo intitolato Con quali effetti? citando in epigrafe Ran Lahav, quando afferma che la consulenza esplora la pertinenza della filosofia per la vita, elevando la vita alle altezze che la filosofia può indicare. Se conoscenza, cambiamento e qualità della vita sono effetti del filosofare in consulenza, ne consegue che quest’azione debba confrontarsi con le altre attività dello stesso tipo e tutto ciò che questo comporta: il rapporto ragione e passioni, la premessa antropologica, la pariteticità nel rapporto consulenziale, l’empatia, l’ermeneutica autocritica, il mettersi in discussione, la visione del mondo e l’anima. L’autore perciò affronta, nel capitolo che tratta della complessità del soggetto intitolato Chi comprende che cosa?, la questione del filosofare in consulenza come riverbero di (Giacometti parla di embricazione, cioè sovrapposizione per integrazione) pensiero e gesto, razionalità ed emozione e della consulenza come l’attività, l’esercizio, capace di far convivere le diverse anime del soggetto senza considerare la diversità necessariamente sintomo di malessere o conflitto da sanare o patologia da curare. In questa parte l’autore riprende tematiche quali l’empatia, il rapporto ragione/emozione, l’inconscio, che sono tipicamente di matrice psicanalitica o psicologica riportandole alla loro precipua origine filosofica, parlando di ermeneutica autocritica come telos del consulente, fondata sulla reciprocità tra consulente e consultante per arrivare a porre la visione del mondo come prospettiva centrale della Pratica filosofica, termine di ascendenza fenomenologica husserliana, visione che è la trama narrativa capace di favorire la consapevolezza per diventare ciò che si è, comprendendo, in questa visione, l’antinomia ineliminabile del soggetto, le sue diverse anime. In questo capitolo troviamo l’imprescindibile questione del rapporto con le psicoterapie; rapporto di tangenza, soprattutto con le discipline vicine all’antipsichiatria, o alla proposta di Rogers e alla psichiatria fenomenologica. Questi primi capitoli, ed i temi che trattano, sono forse quelli più “accademici”, quelli cioè che ogni studioso consulente, in un certo senso, è “obbligato” ad affrontare, mentre gli ultimi tre contengono le affermazioni e le suggestioni maggiormente “sensibili”: Che filosofia fare? Da dove ricominciare? A che gioco giochiamo?

Giacometti prende le mosse dall’indefinibilità della filosofia, stante la sua libertà assoluta, scrive “La filosofia non può essere definita una volta per tutte in un determinato modo, semplicemente perché, se essa lo fosse, cesserebbe all’istante di essere attività filosofica: non si filosoferebbe più a 360 gradi, dunque autocriticamente, ma si limiterebbe la potenza del filosofare escludendo determinati presupposti che, come tali, non potrebbero più essere messi in discussione”. Platone è, per l’autore, il paradigma irrinunciabile per la filosofia di ogni tempo, ma non esclusivo quanto piuttosto fondamento inclusivo di ogni approccio filosofico; Platone ci consegna un metodo per interrogare qualsiasi visione del mondo.[27] Giacometti intende la filosofia della consulenza come un rinascimento filosofico, un esercizio di ricerca spirituale ordinata secondo le regole dell’eros in cui i testi, i concetti, gli enunciati della filosofia del grande passato occidentale debbono “risuonare” nella nostra anima, e non ripercorrere precomprensioni storico/critiche tipiche della filosofia accademica secondo una ricostruzione storica. E’ perciò necessario, per l’autore di Platone 2.0, resuscitare la filosofia che è solo quella della tradizione orale antica, attraverso l’ermeneutica classica come esercizio di elevazione. Infine l’autore, nel capitolo A che gioco giochiamo? affronta la questione del lavoro del filosofo consulente, uno dei temi centrali in cui sono coinvolti attualmente i professionisti della consulenza filosofica, nel momento di stasi e riposizionamento che dicevamo in apertura. Giacometti espone qui la sua originale lettura della questione professionale (peraltro già inizialmente formulata e presentata, cfr. “La consulenza filosofica come professione” 2005)[28] L’autore intende la Consulenza come una professione aporetica, perché lucrativa contro la gratuità del filosofare, priva di oggetto (qual è infatti l’oggetto del filosofare? Il sapere, il pensiero, la vita?), perché priva di causa, infatti il problema da cui parte è sempre un pretesto che porta altrove (infatti come si può decidere che cosa muova al filosofare?), senza regole, perché tutte le regole e tutti i metodi sono filosofia, favorita dall’ambiguità della domanda e dal contesto storico, questa età post moderna, liquida e di transizione contraddistinta dallo spaesamento e dalla ricerca disperata di un senso.

L’autore intende la Consulenza filosofia come una professione sostanzialmente aporetica per diversi aspetti che elenca: aporetica perché si propone come lucrativa contro la tradizionale (ed aristotelica)  gratuità e assenza di “servitù” del filosofare, aporetica perché priva di oggetto infatti è difficile definire esattamente quale sia l’oggetto del filosofare (il sapere, il pensiero, la vita?), aporetica perché priva di causa, in quanto il “problema” da cui prende inizio il processo del filosofare in consulenza è sempre un pretesto che porta altrove (detto altrimenti: come si può decidere che cosa muova al filosofare?), aporetica perché senza regole, ovvero tutte le regole e tutti i metodi sono filosofia, aporetica perché favorita dall’ambiguità della domanda e dal contesto storico, conseguenza questa delle caratteristiche della nostra età post postmoderna, liquida e di transizione contraddistinta dallo spaesamento e dalla ricerca disperata di un senso.

Giacometti propone l’enigma del filosofo inteso come attore esoterico e ingannatore che somministra phàrmaka, come Platone intende l’agire anche menzognero al fine del bene dello Stato, che nel caso della pratica filosofica è la filosofia stessa come medium di logos. La Consulenza è perciò attività professionale che si articola nelle differenti pratiche filosofiche – escludendo quelle accademica e scolastica in quanto attinenti all’insegnamento e non alla pratica – poiché l’esercizio filosofico può dialogare alla pari dei diversi “giochi” del mondo contemporaneo, professionali, economici, politici e religiosi, fornendo soprattutto nel campo politico ed educativo un contributo importante; contributo che è reperibile in esperienze filosofiche attestate sin dai primi del ‘900 in Europa e negli Stati Uniti. Pensiamo infatti a quanto si presenta a chi volesse leggere la pratica filosofica a partire dalla Paideia greca, o da Leonard Nelson, vero pioniere della pratica filosofica che istituì nel 1924, un Landerziehungs­heim («Collegio di campagna») passando per Matthew Lipman che descriveva la P4C come un movimento educativo e affermava che “la filosofia è un metodo, non un messaggio” che pensa alla P4C espressamente per l’educazione e la scuola (e nel 1977 scrive Philosophy in the Classroom, o Thinking Children and Education nel 1993), a Brenifier che scrive “Insegnare attraverso il dialogo”, sviluppando attività pratiche a scuola con la filosofia.[29]

Fondamentali, per intendere il pensiero di Giacometti in questo testo, sono i concetti di gioco e di eterogenesi dei fini. Il primo concetto con il quale Giacometti legge tutta la realtà sociale e professionale, quello di gioco, è inteso, con riferimento a pensatori come Eraclito e Platone, cioè l’idea che la vita sia da intendere come attività libera che impegna al di fuori dell’ordinario, così per Johan Huizinga[30], il gioco come attività volontaria, svolta in un certo contesto con regole precise. Il concetto di eterogenesi dei fini è invece mediato da Kant e inteso come il risultato paradossale di raggiungere scopi non preventivati. Gioco e eterogenesi dei fini sono le caratteristiche della pratica filosofica e Giacometti in questo modo dimostra la compatibilità tra la Consulenza ed un ampio settore formativo–pedagogico, con la didattica laboratoriale, oppure ad esempio utilizzando metodologie che sviluppano il problematizzare: rilevare o impostare problemi, concettualizzare, trattare le informazioni, o con l’aggiornamento dei docenti, o ancora ad esempio con il campo dell’orientamento scolastico. Questo capitolo tra i più densi e intessuti di implicazioni contiene anche numerosi riferimenti alla questione associativa e comunitaria dei filosofi consulenti, in particolare con la Perimetrazione Phronesis[31] e la questione politica, riferimenti che lo rendono un capitolo contradittorio, in cui sembrano convergere questioni diverse ed eterogenee, che facilmente potrebbero generare incomprensioni e prese di distanza, si pensi all’idea di intersezione tra gioco filosofico, gioco di potere e gioco religioso per cui una comunità filosofica potrebbe addirittura finire per organizzarsi come una “chiesa paradossale”.

In conclusione Giacometti – anzi per “non concludere” come scrive giunto a pag. 771 – ripercorre sinteticamente in forma di riepilogo la sua proposta, ritornando poi a parlare di oralità e scrittura e riprendendo le suggestioni del saggio introduttivo di Pasqualotto. La scrittura ribadisce l’autore ha un ruolo protrettico, propedeutico, di invito al filosofare: del resto non c’è pratica che non possa farsi narrazione e Giacometti definisce quindi in questo senso la figura del praticante filosofo capace di “fare” e descrivere. Ne consegue che la scrittura è perciò gioco ed esercizio filosofico che presuppone ed implica la sperimentazione e la pratica del gesto platonico e socratico nel dialogo consulenziale.[32] La seconda idea, che emerge nei brani conclusivi di Platone 2.0, si può sintetizzare nei sogni antichi che Pasqualotto richiama nel saggio che è posto in prefazione, intitolato “Non solo Platone, Pratiche filosofiche d’Oriente e d’Occidente”, in cui propone un’ampia riflessione comparativa tra le pratiche nel pensiero occidentale e nel pensiero orientale. La suggestione di Pasqualotto è che nella pratica la filosofia può ritrovare una matrice comune con i temi fondamentali dell’idea di saggezza come si delinea in alcune tra le principali culture orientali, in particolare quella cinese e indiana, induista e buddista che a suo parere si possono intendere altrettanto filosoficamente rispetto alla tradizione occidentale. Pasqualotto nega la “presunta unicità della filosofia greca” definendo luoghi comuni le tesi che vedono la nascita della filosofia “solo” in Grecia, o che i pensieri d’oriente siano contaminati da fattori e finalità di ordine religioso, e che la razionalità sia solo occidentale. Questa ipotesi che si pone alla fine di un lungo percorso di incontro/confronto tra culture diverse (che trova una sintesi, forse, nel pensiero di Pannikar) la si può far iniziare da Schopenhauer e dall’opera di Paul Deussen – amico di Nietzsche che lo definì “il primo vero conoscitore della filosofia indiana in Europa” in Genealogia della morale del 1887 – è la parte di invito e prospettiva di ricerca che rende il testo generativo di spunti oltre che pregno di riflessioni. Qui è possibile solo un accenno: Pasqualotto sintetizza in quattro punti gli elementi che hanno caratterizzato, a suo modo di vedere, la filosofia e la via della saggezza sia in Occidente che in Oriente: una teoria come conoscenza non rivelata, un’etica, una comunità aperta, un Maestro come medium ed esempio di vita ed infine degli esercizi sia del corpo che della mente. L’idea centrale del saggio di Pasqualotto, e la critica che muove all’autore, è che Giacometti abbia accentuato il carattere eurocentrico di matrice greco antica (l’euro – platono – centrismo) della pratica filosofica ma concordando sul fatto che l’estinzione della filosofia greca abbia portato all’estinzione dell’idea di filosofia in quanto ricerca ed esercizio della saggezza. Pasqualotto indica una prospettiva di sviluppo che potrebbe essere feconda per la consulenza filosofica che non è ancora ciò che promette di essere (una resurrezione della filosofia antica) ma lo potrà essere forse integrando pratiche dei due tipi, occidentale e orientale[33]. In questo saggio Pasqualotto delinea alcuni spunti che meriterebbero un discorso più approfondito che qui non è possibile svolgere ma solo accennare, nello specifico la chiarificazione del termine filosofia, del concetto di saggezza, e l’importanza del corpo e come queste comparazioni ermeneutiche si intersecano nel confronto tra pensiero occidentale/orientale. Tutto ciò senza dimenticare la lezione di Reale che espresse decise argomentazioni contrarie a presunte derivazioni orientali della filosofia[34]. Giacometti afferma di condividere l’idea che la pratica filosofica non possa prescindere dalla dimensione corporea (ed è forse in questo senso che va letto il sottotitolo del libro “La rinascita della filosofia come palestra di vita”), che le pratiche orientali meglio propongono; ammette che lo jnana-yoga hindu e lo zen sono forme di filosofia sovrapponibili a quella greca antica, che esiste un’identità tra la verità ricercata dalla filosofia, il Braham del Vedanta, il Vuoto del Buddhismo, il Tao e sostiene infine che le tradizioni sapienziali hindu e buddistiche rispetto alle pratiche dell’antica Grecia perlomeno sono tuttora vive e vegete, pur rivendicando la radice greca del filosofare socratico e platonico.

Eppure non sono queste osservazioni finali a mio avviso, i principali punti focali che il testo suggerisce. Cosa dice quindi all’oggi Giacometti? La Consulenza filosofica, finora perimetrata più a partire dal suo carattere “logico-argomentativo” duale che dal versante spirituale e maieutico, si è proposta per lo più come una pratica analitica e linguistica che ha tentato di inserirsi nelle pratiche di matrice pedagogica (peraltro cercando di differenziarsene) auto definitasi in negativo come non – essere – tramite poco convincenti negazioni identitarie. Essa si è posta a lungo come esclusivamente filosofica, orgogliosamente in antitesi con le psicoterapie e la psicanalisi, con l’accademia, le sue convenzioni e le declinazioni consulenziali della società attuale, molto ingenuamente pretendendo – ultima arrivata sul mercato in tempo di crisi – di ergersi a consulenza senza consulenti, a professione senza mercato, cercando di invertire la dinamica che ha visto nascere la Pratica filosofica in contesti formativi, pubblici o collettivi, per porla in maniera esclusiva come dialogo a due. Questa idea di Consulenza filosofica, non potendo peraltro appoggiarsi su di un’identificazione condivisa di filosofia, che ha sempre rifuggito, è giunta a sfaldarsi da sé, incapace di reggere la tensione della non identità. Se tale assunto è plausibile, in questo modo, la consulenza filosofica si è tolta di sotto i piedi un possibile terreno comune solido, credibile professionalmente e attendibile epistemologicamente e neppure il solo porsi come ricerca filosofica la rende oggi convincente, poiché aristotelicamente auto referenziale (“La filosofia non serve a nulla”) e perché non istituzionalizzata né remunerativa, finché resta de-contestualizzata, (lontana dal resto del mondo delle pratiche, distante dal mondo di matrice Psy, diversa dalle pratiche formative ed educative, fuori dal mondo terapeutico e di cura, isolata nel contesto politico e sociale, flebile nel panorama editoriale e divisa a livello nazionale) stante il carattere eminentemente economicistico della ricerca, nell’attuale mercato del lavoro. La ricerca è – nella nostra cultura tardo capitalistica – finalizzata a vendere prodotti o a sviluppare tecnologie, ovvero ha sempre un utile economico. La ricerca filosofica fine a se stessa non può avere un utile spendibile ponendosi nel mercato economico della ricerca industriale o accademica, (tranne quando non accetti di esser ricerca pedagogica o metodologica cioè di supporto ad altre discipline)  fondata sul puro filosofare che infatti è sempre nato da scuole o singoli pensatori, si ripropone costante il dilemma mercato/sapere. Insomma, una consulenza che finora si è decostruita al suo interno, forse in un eccesso di zelo nell’applicare la meta-teoria praticante di Achenbach, ambiguamente situatasi in un intollerabile, ipotetico nonché ipocrita, confine tra mercato e controcultura che non le corrisponde, se essa vuole essere esercizio filosofico critico e parresiastico. Una tale teoria di Consulenza fatica a collocarsi nello scenario contemporaneo, multiverso, policentrico, globale, perché inattuale in un certo senso, una teoria che descrive una professione antica incapace di reggere la pluralità del post moderno.[35] Una pluralità che Giacometti meglio sembra intendere e voler comprendere nella sua idea di consulenza e pratica filosofica intesa come mimesis e rappresentazione ludica. Mimesis in quanto replica di un metodo antico, quello socratico platonico del dialogo (dialegesthai) e al contempo rappresentazione del gioco di tutti i giochi, forma ludica e filosofica che utilizza l’epochè per praticare sé stessa, che interseca la vita ordinaria senza confondercisi. L’autore di Platone 2.0 offre la sua formula: “consulenza filosofica” in quanto filosofia, consulenza come gioco filosofico, in quanto esercizio meta-teorico, che finisce per giocare anche con le proprie regole, le ingloba strada facendo e cambia continuamente se stesso, come Proteo, trasformandosi in altri giochi.

Il mito di Proteo avvicina questa proposta alla metafora della navigazione. Giacometti propone una figura di consulente altamente ambivalente, che si situa tra la terra della tradizione filosofica e il mare aperto del fare filosofia, della Pratica filosofica. “In questo senso la filosofia può legarsi, e legarsi intimamente, alla metafora del mare e della navigazione. E proprio perché si tratta di una metafora che, nel momento in cui viene formulata, conduce già oltre la metafora stessa. La filosofia difatti non è una metafora; è un’attività. Le metafore con cui proviamo a dirla, o meglio a raffigurarla, colgono nel segno in quanto ci portano nel cuore della stessa filosofia, e cioè nel movimento del fare filosofia. Se la filosofia è un’attività e una ricerca, impone ai filosofi di abbandonare ogni facile patria, di lasciarsi alle spalle credenze e pregiudizi, per decidersi ad andare. Andare anzitutto dove il rischio è maggiore, dato che al suo aumentare aumenta anche la possibilità di conoscere e di conoscersi”.[36]

Il testo di Giacometti apre una via diversa rispetto alle esperienze italiane finora proposte dagli autori più noti ( pur condividendo con alcuni parte delle loro prospettive); una via che incardina decisamente la pratica nel pensiero filosofico degli albori, platonico, verso una dimensione in cui prevale la maieutica e la spiritualità di chiara matrice greca, e, al contempo, propone un’idea di filosofo consulente come figura mimetica aperta alle dinamiche contemporanee, che fonda la razionalità del suo agire nel valore etico, dialogico e spirituale, mediante l’arte maieutica e ne fa una professione sui generis, poco assimilabile alle più gettonate definizioni tutte inserite nel mercato globale, professione che l’autore piuttosto cerca di inquadrare in un indefinito spazio tra il rinnovato sofista e l’esperto di filosofia. L’idea dell’autore rispetto alle competenze di chi vuole fare pratica filosofica è che esso lavori libero da schemi, da metodi prestabiliti, da gabbie ideologiche, un consulente (che risalendo la corrente della tradizione si fa salmone per tornare a fare filosofia) che si insinua tra gioco, astuzie, inganni e ibridazioni in un contesto problematico e ambivalente, quello della domanda di senso che pervade l’umanità, che è lo scenario filosoficamente fecondo in cui agisce il professionista filosofico. Il sospetto è che, tra i giochi che determinano la figura del filosofo consulente nella prospettiva di Giacometti, quello meno manifesto ma più strutturale sia il gioco dialettico (onnialettico, con un richiamo, a mio avviso, riscontrabile nelle riflessioni di Luigi Vero Tarca) [37], che tutto sovverte e rimette appunto in gioco, ma che rifuggendo qualsiasi definizione rimanda ad ogni successiva raffigurazione, in una catena continuamente cangiante ed infinita di rappresentazioni concettuali.

Il testo di Giacometti descrive una complessità del reale che è certo figlia di questi tempi, in cui la filosofia, che è figlia della crisi –  come l’Eros platonico del Simposio essa è daimon, nata da privazione ed ingegno (Poros e Penia, miseria e risorsa) a metà tra umano e divino – e la consulenza ancor di più in quanto figlia del nuovo millennio, si adattano naturaliter a questa condizione precaria, per loro intima essenza appunto. E’ un’idea di filosofia che si sovrappone a quella di consulenza, la pratica è la filosofia. Questa la sfida di Giacometti. Se Hegel sostiene che la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero, la sfida che pone il presente è sviluppare un pensiero in grado di pensarlo davvero, per trasformarci da semplici spettatori in attori. Un compito difficile, che chiama certamente in causa anche la pratica filosofica, ma che le chiede al contempo di aprirsi al dialogo con altri settori del sapere: dalla psicologia alla conoscenza religiosa, dall’economia alla storia, dalla scienza politica alla biologia. L’autore di Platone 2.0 intende interpretare la complessità di un tempo di crisi e transizione e ciò lo porta a descriverne l’eterogeneità delle dinamiche che ne tessono la trama, che si riflette in una molteplicità di raffigurazioni poliedriche che rendono questo testo in alcuni passaggi eccessivo, ridondante, sovrabbondante, che con il rischio di voler dire tutto corre il pericolo di dire poco, volendo escludere che tale effetto inconsapevole sia invece volutamente consapevole nell’autore, in quanto artificio misterico del filosofo stregone che più volte Giacometti evoca. Sembra cadere inoltre, nel testo Platone 2.0, uno dei capisaldi della consulenza: la parresia, il parlar chiaro del filosofo, colui che svela gli intrighi del potere, più volte evocato negli studi recenti, ben ripreso dall’ultimo Foucault negli anni ’80 del novecento quando parla di parresia, del parlar franco, del dire tutto, da pan – rhema. Il filosofo consulente non è più quello che parla forte e chiaro, o meglio non lo fa sempre e lo fa meglio quando disvela e rende palesi giochi di potere e ideologie ma è anche, in Giacometti, colui che disorienta, confonde, rimescola, è lo stregone/sciamano, l’ingannatore, l’enigma – che a volte si maschera anche da sofista – perché la filosofia trasforma il problema fattuale in un problema concettuale:

“Il filosofo potrebbe non avere altro modo di esercitare la sua arte che quello di “ingannare”, come il filosofo-re platonico esperto nella somministrazione di phàrmaka ai cittadini che(ancora) filosofi non fossero. Ma si può davvero parlare di inganno, quando non è possibile dire la verità? O è più corretto parlare di enigma? Il filosofo – lo abbiamo più volte verificato – non ha alcun modo di dire chi egli sia e che cosa faccia a chi egli stesso non abbia già “e-ducato”, cioè reso filosofo a sua volta. Lo scarto tra il lato esoterico e quello essoterico della professione, in questa prospettiva, non sarebbe un vezzo aristocratico, ma sarebbe sotteso alla differenza insopprimibile tra chi sa di non sapere e chi crede di sapere ma non sa” (Platone 2.0, A che gioco giochiamo? p. 654).

Ritengo che la questione metodologica ed epistemologica e quindi professionale, quali emergono nel testo, siano spunti critici inevitabili, come il tema dei bisogni di chi si rivolge ad un filosofo e quindi degli effetti della consulenza. A partire dal 2016 all’interno di Phronesis e fuori, ovvero nel campo delle pratiche filosofiche, attori e protagonisti, addetti ai lavori e studiosi hanno intrapreso un cammino di ricerca e di nuove proposte che, come ricordavamo in apertura, trova un parallelo in quel periodo di stasi e ripensamento già ricordato.

Rispetto alla questione metodologica ed epistemologica Giacometti afferma in apertura che la Pratica filosofica si pone come meta-teoria praticante[38] posizionandola com’è noto nel mondo della pratica filosofica, attraverso questa originale definizione di Achenbach, in una dimensione che non è quella storico accademica e nemmeno quella orale dell’antichità, ma riflette il modello del ricercatore e del professionista intellettuale in cui il filosofo può definirsi come consulente. Tale definizione però è tutt’altro che pacifica e affermata professionalmente poiché difficilmente spendibile a livello di marketing consulenziale.[39] A questa è collegata l’annosa questione del metodo, altro “dettato” di Achenbach secondo cui “Se però si deve indicare concisamente in che modo il consulente filosofico aiuti il suo ospite – la domanda suona in sintesi: “secondo quale metodo si deve procedere?” – è allora corretto dire: “la filosofia non lavora con i metodi, ma sui metodi.” [40] L’autore propone la tesi già discussa in “La consulenza come professione” (vedi nota 11) L’infondabilità della consulenza filosofica, in quanto deriva dall’indefinibilità dalla stessa filosofia, legittima il pluralismo, storicamente emergente, delle concezioni della consulenza filosofica, che fa da pendant al pluralismo, storicamente conclamato, delle dottrine filosofiche. Anche per le concezioni della consulenza filosofica sembra di poter dire quello che si è detto delle concezioni della filosofia: ossia che ve ne sia una per ciascun “cultore””. Queste due questioni hanno provocato gli equivoci più inestricabili per i consulenti. Nessuna teoria e nessun metodo sono possibili per la Consulenza filosofica? Teoria e metodo che si identificano quindi con lo “stile” del singolo consulente che esercita la professione? Evidentemente una risposta a tale questione appare oggi urgente, e su questo attualmente ci sono diverse interpretazioni. Restano infatti in sospeso, con questa, le domande più radicali: è possibile superare Achenbach su questi due punti critici, epistemologia e metodo, che, di fatto, hanno bloccato lo sviluppo della professione? E’ pensabile la possibilità di una filosofia della consulenza identificabile e condivisibile, e di un metodo di lavoro riconoscibile, con strumenti e protocolli unanimemente costruiti?[41] In questa prospettiva, in cui metodi e fondamenti non sono applicabili né tantomeno replicabili da nessuna teoria scientifica capace di interpretare e fondare ) la fondare la Philosophische Praxis, la meta teoria praticante di Achenbach non rappresenta una fondazione epistemologica per la pratica filosofica e gli studi conseguenti andrebbero ricollocati piuttosto nel versante gnoseologico, ovvero di teoria della conoscenza umana, con riferimento soprattutto alla ricerca dei suoi fondamenti, alle sue strutture e modalità.

In questa prospettiva, in cui metodi e fondamenti non sono applicabili né tantomeno replicabili da nessuna teoria scientifica capace di interpretare (e fondare) la Philosophische Praxis, la meta teoria praticante di Achenbach non rappresenterebbe tanto una fondazione epistemologica della Pratica Filosofica quanto piuttosto un chiarimento gnoseologico, ovvero il tentativo di consolidarla come teoria della conoscenza umana, in riferimento alla ricerca dei suoi fondamenti, alle sue strutture e modalità pratiche.

Sulla consulenza come professione, che ai due punti precedenti è collegata, un recente articolo ha ben sottolineato il carattere distintivo nel panorama attuale della professione Consulente filosofico, “I filosofi escono dalla torre d’avorio accademica per andare nel mondo, ma non sanno poi giocare seguendone le regole. L’idea della filosofia come libera professione getta la filosofia in un campo magnetico contraddittorio di attrazione-repulsione verso il mondo. Qualche filosofo la chiamerebbe “dialettica”, e se ne aspetterebbe buoni frutti. Un imprenditore la chiamerebbe “confusione” e prospetterebbe un esito fallimentare. Il futuro è aperto”[42]. In Platone 2.0 questa prospettiva non si chiarisce affatto, anzi, probabilmente si complica ancor di più. Giacometti propone una formula che assume il rischio, in cui “Proporsi come consulente sarebbe, quindi, un’astuzia per fare, comunque, filosofia fingendo, in parte, di fare altro (una professione qualsiasi?). Sì un’astuzia della ragione, per essere socialmente riconosciuti come “soggetti supposti sapere”, salvo rivelarsi subito dopo, come sappiamo, come “soggetti supposti ignorare”.[43] Il consulente filosofico ingannatore consapevole è una professione spendibile? E’ in ogni caso, l’idea di Giacometti, un’alternativa alle vaghe e incerte indicazioni di Achenbach, il primo che pone la questione professionale in termini di pratica (consulenza) filosofica, cioè di Philosophische praxis.[44] come alternativa alle psicoterapie. “La consulenza filosofica non è una terapia alternativa ma un´alternativa alla terapia. È soprattutto un chiarimento sul senso della vita, sui suoi malintesi, sulle sue banalizzazioni. Nella migliore delle ipotesi, la consulenza mira a un´illuminazione sui malintesi che rendono la vita non viva. Il nostro obiettivo è un cuore che pensa, esistendo invece molto spesso un pensiero senza cuore e un cuore irragionevole. Anche il coraggio è importante, il “farsi coraggio”, un aspetto più emotivo che razionale. Come filosofo, non intendo affatto muovermi in quello che considero il vicolo cieco della psicoanalisi… Il conflitto c´è, ma si potrebbe anche obiettare che è la psicologia ad aver invaso il campo della filosofia senza averne le competenze.”[45] E’ più plausibile che la Consulenza, a oltre 35 anni dalla sua “nascita”, sia nella fase che lo stesso Achenbach previde sarebbe sopraggiunta: “cadrà in una crisi ulteriore e magari più grave poiché non mancheranno certamente né la critica, né la derisione – se il filosofo come principiante e novizio, osa muovere i primi, e perciò insicuri, passi nella consulenza”[46]

Incerta collocazione gnoseologica, difficoltà a “stare sul mercato”, figura professionale ibrida, il pensiero aurorale di Achenbach che parla di cuore pensante e illuminazione sul senso della vita. Questi temi sono il core problem della consulenza oggi.

Infine, sul tema dei bisogni di chi si rivolge ad un filosofo e quindi degli effetti della consulenza, l’autore di Platone 2.0 centra la questione quando parla di autonomia radicale dell’esercizio filosofico e, a proposito di fecondità del lavoro nell’ambito dell’orientamento[47], piuttosto che rifiutare il bisogno, criticarlo in maniera radicale, occuparsi di altro, la filosofia, e quindi la consulenza filosofica, sembrano fatte apposta proprio per accogliere e cercare di dare soddisfazione a questo bisogno di orientarsi e vivere meglio. Si apre qui la questione del campo di applicazione della Pratica filosofica che pare possa essere, secondo le riflessioni dell’autore sull’orientamento, anche quello del mondo delle organizzazioni sociali (cooperative, associazioni, imprese, ecc.), della formazione professionale e della politica, oltre che l’ambito specifico dell’educazione. La Consulenza filosofica segna una marcata differenza rispetto alla tradizione filosofica che la precede: propone una filosofia che si fa in pratica, perciò non solo storia del pensiero, studio personale, insegnamento disciplinare, ma riflessione condivisa, pratica sociale e anche sabotaggio della routine, pensiero alternativo, cura della singolarità speciale, filosofia del quotidiano agire, delle ragioni e del cuore.[48]

Pur condividendo l’idea di fondo, ovvero che oggi qualsiasi pratica filosofica si può fondare solo ed esclusivamente sul paradigma greco antico in particolare platonico, è il paradosso socratico, che diventa come vedremo alla fine, paradosso orfico, il punto di radicale convergenza e attenzione che caratterizza il filosofo pratico oggi: essere coscienza critica della complessità attuale e, in questo, accettare il rischio socratico di essere atopica, attività enigmatica, non classificabile e sempre nel mirino della fragile democrazia occidentale a causa di questo agire sociale e politico; la consapevolezza di questo rischio estremo rende questa figura massimamente mimetica, precaria, instabile e perciò in bilico, sospesa tra ragione e follia, ironica direbbe Giacometti ma che può e deve accettare il suo destino di kènosis del lògos, come afferma l’autore, capace di sacrificare se stessa o meglio svuotarsi del suo portato storico per inverarsi nel quotidiano. Un rischio che oggi la categoria dei philosophers probabilmente non è sempre conscia di assumere; se lo assume, e se ne è conscia, lo interpreta come un “incantesimo orfico”, citando l’autore, essendo infatti costretta a non dire ciò che presuppone e anela: filosofare, ovvero farsi mediatore tra il mortale e l’immortale, daimon, δαίμων parola che “designa i mediatori, gli intermediari fra l’uomo e Dio”, come scrisse S. Weil.[49]

Pur condivisibile il paradigma platonico, è bene riconoscere, come sottolinea lo stesso Pasqualotto nella prefazione, che non è possibile replicare il senso dell’esperienza dell’esercizio filosofico antico nelle modalità rinnovate dalle odierne pratiche filosofiche, per alcuni motivi che qui si possono solo accennare, e che tale riferimento può funzionare come paradigma, modello pratico, non logico ma analogico. L’antichità contrapponeva al possesso materiale il livello spirituale; oggi il materiale prevale e lo spirituale ha le sembianze di un sincretismo onnicomprensivo, un blob indistinto in cui convergono spizzichi di cabala, oriente, esoterismo, tecniche di respirazione e esercizi di rilassamento. Stando agli effetti, la pratica si porrebbe come audace se efficace e imperiosa, capace di fare metanoia, provocare un cambiamento, altrimenti ha le sembianze di una tecnica del sé postmoderna, di derivazione foucaultiana, post freudiana, neo orientaleggiante, new age, olistica, un cui il filosofico perde la sua specialità. L’idea di Associazione, professionale o culturale, è solo parzialmente una ripresa di un’idea di comunità di filosofi. Ciò che è comune oggi non è un concetto condiviso, tra filosofi, e la stessa idea di condivisione è incerta. La ricerca personale verso una crescita interiore è vista oggi come una forma di eccentricità ed è difficile che i soggetti della consulenza attestino una credenza diversa dal conforme, la moda, il si dice il si fa, l’omologante mondano. Il consulente non dovrebbe essere lo specialista dello straordinario e della meraviglia? Le figure di agitatori interiori, coscienze critiche: poeti, filosofi, artisti oggi sono integrati o dissociati; i primi, innocui, cantano il tema del presente, i secondi (più incisivi) non hanno pubblico e spesso sono isolati. Dove si colloca il consulente? Si segna un tema di spartizione tra i più ed i pochi, tra un’idea di massa e un’idea di coloro che pensano ciò che fanno, è il destino della sapienza: sapiens e insipiens. E’ ancora valido l’assunto che tutti hanno una filosofia? Oppure la filosofia è per tutti ma non tutti sono per la filosofia?

La sfida del futuro per i filosofi praticanti e consultanti appare, in questa prospettiva, quella di abitare questo paradosso orfico e proteico, parafrasando Giacometti, proprio per questa radicale “diversità” e audacia, di una filosofia precaria che vuole essere critica, cioè capace di problematizzare i problemi stessi, mettendoli in discussione, e che vuole essere coscienza dell’anima politica occidentale, contro e in radicale opposizione ad un pensiero omologato e omologante cui deve far buon viso a cattivo gioco, con cui è costretta a convivere, filosoficamente. Estrema sembianza, ultima maschera, di una pratica preistorica.

 

[1] Giorgio Giacometti, Platone 2.0 La rinascita della filosofia come palestra di vita, con un saggio introduttivo di Giangiorgio Pasqualotto, Mimesis // Esperienze filosofiche/ filosofie della medicina e forme della cura, 2016 – pagine: 796. Nelle note Platone 2.0.

[2] Alessandro Volpone in Phronesis Rivista semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche Anno XI, numero 19-20, Aprile 2013: “In quello stesso periodo (1999) scoprivo la philosophische Praxis di Gerd Achenbach e altri differenti orientamenti della consultazione filosofica a livello internazionale. In ottobre scrissi alla consulente israeliana Shlomit Schuster, che mi inviò l’indirizzo di altri studiosi italiani che l’avevano contattata. E’ stata lei, in effetti, a “farci conoscere” voglio dire via internet.”

[3] Schuster Shlomit C., La pratica filosofica, Apogeo, 2006. “La parola “consulenza” nell’espressione “consulenza filosofica” ha la sua origine etimologica nel significato letterale neutro di “dare consigli”. (…) L’origine etimologica della parola “pratica” si trova nella filosofia greca classica con il termine praxis, che significa ”azione”, “atto”, “pratica” o “esperienza”. (…) La recente consapevolezza degli psicologi cognitivi, esistenzialisti e umanisti e degli psichiatri, che alcuni aspetti della pratica filosofica sono simili alle loro modalità di trattamento ha portato alcuni a ritenere che essi abbiano già praticato la filosofia e che l’abbiano sviluppata in modo più appropriato per le persone in difficoltà e in situazioni patologiche” (p.73 e 138).

[4] A Torino nel 1999 nacque AICF l’Associazione Italiana Counseling Filosofico la prima associazione italiana di questo tipo, che vide la presenza tra i membri fondatori di “11 laureati in filosofia, 3 psicoterapeuti, 1 psicologo” e che avrà vita breve. Da quella prima associazione sorgeranno pin seguito SICOF, Società Italiana di Counseling Filosofico e nel 2003 Phronesis, Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica.

[5] Aristotele definisce phronesis la saggezza pratica «una disposizione vera, accompagnata da ragionamento, che dirige l’agire e concerne le cose che per l’uomo sono buone e cattive» Etica Nicomachea, VI, 5, 1140 b 4.

[6] P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, 2005. Il libro ricostruisce la storia di un sistema di pratiche filosofiche che si proponeva di formare gli animi piuttosto che informarli, attraverso un lavoro su se stessi che coinvolgeva non solo il pensiero, ma anche l’immaginazione, la sensibilità e la volontà. “La filosofia antica propone all’uomo un’arte della vita, mentre al contrario la filosofia moderna si presenta anzitutto come la costruzione di un linguaggio tecnico riservato a specialisti.”

[7] La conferma della maggiore affermazione di una interpretazione ampia di Pratica filosofica, anche a livello internazionale, è data dagli interventi succedutisi alla 14th International Conference on Philosophical Practice (ICPP 2016) tenuta a Berna. Vedi il resoconto di A. Modesto: http://andreamodesto.blogspot.it/2018/03/considerazioni-sul-presente-e.html

[8] “L’unica via d’uscita è rappresentata dal ritorno alla filosofia critica (…) La filosofia critica deve, quindi, correre ancora una volta in nostro aiuto, per riaffermare i diritti della teoria dell’autostima della ragione, in contrapposizione a tutte le false dottrine sull’impotenza della ragione umana.” Da “Del ruolo della filosofia nel nostro tempo nel rinnovamento della vita pubblica” in L. Nelson, Vita pubblica e ragion pratica, Rubettino, 2003 o vedere P. Dordoni, Il dialogo socratico, Apogeo 2009.

[9] Leonard Nelson, Il metodo socratico, 1922 in Paolo Dordoni, Il dialogo socratico, Apogeo 2009.

[10] Gerd B. Achenbach, La consulenza filosofica. La filosofia come opportunità di vita. Apogeo, Feltrinelli 2004.

[11] Shlomit C Schuster, La pratica filosofica. Una alternativa al counseling psicologico e alla psicoterapia. Apogeo, 2006.

[12] Marc Sautet, Socrate al caffè. Come la filosofia può insegnarci con semplicità e soddisfazione, a capire noi e il mondo. Ponte alle Grazie1997.

[13] Romano Madera, Luigi Vero Tarca, Filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche. Mondadori 2003.

[14] Ran Lahav, Comprendere la vita. La consulenza filosofica come ricerca della saggezza. Apogeo 2004.

[15] Neri Pollastri, Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche. Apogeo 2004.

[16] Augusto Cavadi, La filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche. Di Girolamo 2010.

[17] Davide Miccione, La consulenza filosofica. Xenia 2007.

[18] Luciana Regina, Consulenza filosofica: un fare che è pensare. Edizioni Unicopli 2006.

[19] Stefano Zampieri, Introduzione alla vita filosofica. Consulenza filosofica e vita quotidiana, Mimesis, 2010.

[20] Antonio Cosentino, Filosofia come pratica sociale. Comunità di ricerca, formazione e cura di sé, Apogeo 2008.

[21] Moreno Montanari, La filosofa come cura, Mursia 2012.

[22] Oscar Brenifier, Filosofare come Socrate. Teoria e forme della pratica filosofica con i bambini e gli adulti, Ipoc 2015.

[23] Andrea Modesto, Mini guida alla consulenza filosofica, Il pellicano 2016.

[24] L’autore definisce la sua proposta filosofica come. “Una gnosi monistica a sfondo neoplatonico” http://www.platon.it/736-2/la-mia-proposta-filosofica-una-gnosi-monistica-a-sfondo-neoplatonico/

[25] Platone 2.0 p. 48.

[26] F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, “Dei pregiudizi dei filosofi” BUR, Rizzoli, 1992. A cura di S. Giametta.

[27] Già la Schuster indicava Platone come modello consulenziale nel già citato La pratica filosofica (nota 3) pubblicato nel 1999, dove scriveva “Il pensiero di Platone è un paradigma d’ispirazione per la consulenza filosofica nel trovare ed elaborare concetti che inducono al benessere” (p.95).

[28] G. Giacometti, La consulenza filosofica come professione, Aporetica di un’attività complessa in «Phronesis – Semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche», 4, (2006).

[29] Sulla classe come “comunità di ricerca”, principio base del metodo pedagogico della Philosophy for Children (nota anche con l’acronimo P4C), creato nel 1970 dal filosofo americano di formazione deweyana Matthew Lipman e oggi utilizzato in tutto il mondo, si vedano in particolare: M. Lipman, Educare al pensiero, Vita & Pensiero Milano 2005, o Cosentino Antonio (a cura di), Filosofia e formazione, 10 anni di Philosophy for Children in Italia (1991-2001), Napoli, Liguori, 2002.

[30] Platone 2.0, p. 593 e seguenti.

[31]1 La pratica filosofica – in tutte le sue diverse tipologie inclusa la consulenza filosofica – consiste nell’attività del filosofare e viene svolta così come precisato nei punti seguenti. 2 La pratica filosofica si realizza in una relazione dialogica tra due o più interlocutori a carattere prevalentemente – benché non esclusivamente – argomentativo. 3 La pratica filosofica non presuppone, da parte del partecipante, cognizioni filosofiche né un particolare livello culturale. Il filosofo utilizza un linguaggio accessibile ai propri interlocutori e si assicura che il dialogo poggi costantemente su parole e concetti condivisi, o almeno negoziati nel loro significato d’uso. 4 La pratica filosofica non consiste nell’insegnare dottrine filosofiche o nell’imporre determinate concezioni del mondo, per quanto “sagge” queste possano apparire; essa non ha mai intenti terapeutici.” La perimetrazione del Consulenza Filosofica a cura della Commissione Ricerca. Rivista Phronesis, semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche (Anno XI, numero 19-20) dell’aprile 2013.

[32] Scrive Giacometti: “La mia tesi in sostanza è questa: se il risultato di un esercizio verbale è ”soltanto” ermeneutico, ossia consente di intendere soltanto il senso possibile di quello che qualcuno dice o scrive, magari fantasticando sulla sua originaria intenzione, non si produce un’autentica ricerca filosofica della verità e meno che mai un’illuminazione, mentre, se il risultato è maieutico, emerge, cioè, almeno un’ipotesi su ‘come stiano davvero le cose’, allora siamo sulla strada giusta” (Platone 2.0 p. 774).

[33] Qui Pasqualotto non ne parla, ingabbiato forse dalla storiografia filosofica e aristotelica,  ma gli esercizi spirituali e le forme di meditazione e ascesi in occidente hanno una lunga storia piuttosto “nascosta” rispetto al prevalere della razionalità; in riferimento all’antichità si pensi all’Orfismo, ai riti misterici di Eleusi e al Pitagorismo, tutte dottrine legate a riti e pratiche specifici e inoltre si pensi a quelle figure maggiormente vicine al mondo cristiano, per esempio al già citato Ignazio da Loyola o alla spiritualità cristiana orientale, come quella di Pavel Florenskij e più di recente gli studi di Elemire Zolla, le esperienze di Luigi Lombardi Vallauri, le riflessioni di Vito Mancuso, Augusto Cavadi, Moreno Montanari e ovviamente Raimon Pannikar.

[34] Giovanni reale, Storia della filosofia greca e romana. Orfismo e presocratici naturalisti vol. 1 Bompiani 2008. “I popoli orientali non possedevano una scienza filosofica (…) della utilizzazione di scritture orientali da parte dei filosofi greci, nulla ci è detto, neppure per ombra (…) molti studiosi che pretendono di rilevare coincidenze fra sapienza orientale e filosofia greca, pur senza rendersene perfettamente conto, sono vittime di illusioni ottiche (…) la filosofia nel momento in cui nacque rappresentò una nuova forma di espressione culturale tale che, nell’istante stesso in cui sussumeva contenuti frutto di altre forme di vita spirituale, li trasformava strutturalmente” (p.30).

[35] Utile rileggere, a questo proposito, le riflessioni di Ran Lahav, che già nel 2010 abbandonò la prospettiva della Consulenza filosofica, elencando una serie di questioni critiche legate ai bisogni, al benessere, alla critica sociale, all’eccesso logico razionale, alla professione, per pensare una pratica filosofica come ricerca della maggiore consapevolezza e comprensione della vita. “In effetti, non ho mai incontrato una sola persona a cui si sia aperta una nuova visione grazie alla pura validità logica di un’argomentazione” (p.44) Ran Lahav, Oltre la filosofia, Apogeo 2010.

[36] Metafora nel mito di Proteo, come ne parla Cacciari, ad esempio: “Il dio dell’Acqua esalta la fluidità proteica (W. Otto) delle rappresentazioni del divino. Proteo (protogonos!) è il suo primo nato, la sua immagine più veridica. Egli è capace di assumere l’aspetto di quanti esseri viventi abitano la terra, ma anche quello di ogni elemento”, nella prefazione a Alessandro Aresu, Filosofia della navigazione. Bompiani, Milano, 2006.

[37] “La parola filosofica è perciò quella che è capace di utilizzare in positivo il sistema della menzogna. Essa, infatti, rivela l’orizzonte rispetto al quale tutte le pro-posizioni hanno valore e sono dunque in qualche senso vere, orizzonte che per questo possiamo chiamare onnialetico. Perché ora lo scherzo – esteso al tutto e quindi anche a se stesso – consente di farsi gioco del negativo, eludendolo (e-ludere deriva appunto da ludus, ossia “gioco”). Filosofia e tempo presente di Luigi Vero Tarca in M. Carbone e D. Cavallin Pensare il presente. La filosofia e le sfide del nostro tempo, Diogene Multimedia – Bologna 2017 (p.22).

[38]La consulenza filosofica argomenta Achenbach, «non è metateoricamente controllata, non viene cioè prima concepita e poi riflessa, ma è una meta-teoria praticante, si costruisce cioè solo come processo riflettente e pratico.” Gerd Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 83.

[39] Il riferimento qui è anche la recente riflessione di Carlo Basili (Consulente filosofico e membro dirigente negli anni, di Phronesis) “Sostenere che la propria pratica professionale non dispone di alcuna teoria, che non è (metateoricamente) controllata, che non viene concepita in anticipo ma si costruisce solo mentre la si fa, rappresenta un biglietto da visita ben difficile da esibire.” (Materiali inediti della Commissione Ricerca 2016.)

[40] Gerd Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 21.

[41] Ripartendo, come ipotesi e progetto, proprio dall’unico “protocollo” finora redatto da Consulenti filosofici professionisti cioè la Perimetrazione della Consulenza Filosofica Phronesis (nota 30).

[42] Donata Romizi, Prenderla con filosofia, in Robinson inserto culturale di Repubblica del 23 sett. 2017.

[43] Platone 2.0 p. 648.

[44] Nei capitoli 5 e 6 del pioneristico La consulenza filosofica pubblicato in Italia nel 2009, Achenbach pone la possibilità della consulenza come professione in varie formule tutte interrogative prima e poi positive in forma di postulato.

[45] Gerd B. Achenbach, intervista a Repubblica 2008.

[46] In questo senso, come indice del momento di crisi, si possono leggere anche le osservazioni di Zampieri: “C’è poco da fare, se si vuol fare della filosofia una professione bisogna accettare le regole della professionalità. Non averlo fatto, cercando soluzioni di compromesso, aggirando gli ostacoli, inventandosi definizioni insostenibili, ecc. è una dei motivi per cui la professione “non è decollata”. Proporre un’attività come professionale impone certe scelte, (regole? dogmatismi?) non si può continuare a fare una battaglia per rifiutare concetti come l’aiuto, la cura, il rapporto con il cliente, la questione dell’efficacia e della sua misurazione, non si può presentarsi sul mercato senza una provenienza comune (cioè una filosofia della consulenza, un’antropologia, un’idea dell’uomo ecc.) identificabile, un metodo di lavoro riconoscibile, strumenti e protocolli condivisi.” http://stefano-zampieri.blogspot.it/search?updated-max=2016-03-13T01:22:00-08:00&max-results=12&reverse-paginate=true

[47] Platone 2.0, pp. 662 – 700.

[48] Tutto il I capitolo del testo La consulenza filosofica, Gerd Achenbach lo dedica a tentare di definire in questi termini Che cos’è la consulenza filosofica? cit., p. 19 – 34.

[49] S. Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane, Borla 1984 p. 162.

 

Per leggere e scaricare il testo della recensione : http://www.phronesis-cf.com/anno-xiv-numero-25-26-aprile-2016/

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Consulenza filosofica, Filosofia, Pratiche filosofiche

Un pensare dialogante.

New Years Night revellers

© Licensed to London News Pictures . 01/01/2016 . Manchester , UK . Police detain a man whilst another lies collapsed in the road . Revellers in Manchester on a New Year night out at the clubs around the city centre’s Printworks venue . Photo credit : Joel Goodman/LNP

L’uomo non è misura di tutte le cose. Per l’uomo misura del se è la totalità dell’esistente.

L’uomo coglie la totalità nel logos che è pensiero e parola. Logos infatti deriva dal greco λέγειν (léghein) che significa scegliere, raccontare, enumerare ma anche raccogliere, collegare. Il pensiero che si formalizza in processi mentali –  di concettualizzazione e ragionamento – coordina l’attività percettiva e la organizza, si attua inoltre in atti immaginativi, in immagini, previsioni e teorie. La parola contiene il mondo e lo costituisce,  una parola che colta nel suo farsi intenzionale non può che essere offerta e penetrata, donata e soppesata, mai adorata o esclusa, bandita. La filosofia è, detto questo, un pensare dialogante.

Il gusto per la parola suggerisce il raccoglimento, un lento lavoro del pensiero, dello scavo archeologico, dell’interrogazione radicale, l’apertura dello spazio del pensare, piuttosto che un separare cieco, un discriminare ossessivo, uno sterile classificare, un arido analizzare che caratterizza piuttosto una falsa scientificità vetero positivistica e obsoleta.

“Il conoscere stesso è praxis in quanto costituito di operazioni, di Leistungen che nel loro operare tendono al significato, alla verità. La prassi, l’operazione, la costituzione, le cose stesse in quanto risultati di operazioni, hanno vari orizzonti. Si protendono verso il futuro e già da ora sono costituite dal loro orizzonte futuro dal significato  che avranno in futuro” (Enzo Paci, Diario fenomenologico)

La ricerca della phronesis è qualcosa di più che dare una ripulita alle nostre idee.

La pratica filosofica non può’ essere una teoria di una praxis magari perfetta dal punto di vista del pensiero critico e analitico ma terribilmente noiosa. Non è nemmeno una definizione. La pratica filosofica deve essere molto più che pensiero, deve saper coinvolgere tutte le relazioni con noi stessi, con gli altri, con la vita. Una filosofia pratica comporta un’eccedenza trascendentale, fenomenologica e metafisica. La vita come esistenza il “mondo della vita inafferrabile, immenso e anonimo” (Husserl 1935) non è né la rete, né i media, né i libri. Ma è la strada che conduce al palazzo della phronesis, della saggezza. Sulla strada, del resto, non si può stare come pensionati in vacanza ma come cercatori filosofici e viandanti. Per questo la filosofia deve sempre scongiurare la deriva riduzionistica, esclusivista e analitica, nichilistica e opportunistica. E l’esercizio che accompagna questa pratica, attraverso il dialogo e la condivisione, emenda l’intenzionalità e proattiva attitudini.L’immaginazione produttiva è potenza etica.

Essere vuol dire essere partecipi della vita. La nostra esistenza è sempre, in sé, comune. Vivere è la scoperta di sempre nuovi territori dell’essere, territori costituiti dall’intelligenza, dalla volontà etica, dal piacere dell’innovazione, dall’aprirsi del desiderio. Come fiamma che balza.

Oggi su Repubblica Agamben, intervistato da Antonio Gnoli, afferma che “La filosofia non è una sostanza, ma un’intensità che può di colpo animare qualunque ambito: l’arte, la religione, l’economia,la poesia, il desiderio, l’amore, persino la noia. Assomiglia più a qualcosa come il vento o le nuvole o una tempesta: come queste,si produce all’improvviso, scuote, trasforma e perfino distrugge il luogo in cui si è prodotta, ma altrettanto imprevedibilmente passa e scompare.”

 

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Consulenza filosofica

Philosophische Praxis, rileggere Achenbach.

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“La consulenza filosofica non è una terapia alternativa ma un´alternativa alla terapia. È soprattutto un chiarimento sul senso della vita, sui suoi malintesi, sulle sue banalizzazioni. Nella migliore delle ipotesi, la consulenza mira a un´illuminazione sui malintesi che rendono la vita non viva. Il nostro obiettivo è un cuore che pensa, esistendo invece molto spesso un pensiero senza cuore e un cuore irragionevole. Anche il coraggio è importante, il “farsi coraggio”, un aspetto più emotivo che razionale. Come filosofo, non intendo affatto muovermi in quello che considero il vicolo cieco della psicoanalisi… Il conflitto c´è, ma si potrebbe anche obiettare che è la psicologia ad aver invaso il campo della filosofia senza averne le competenze.”  Gerd B. Achenbach, intervista a Repubblica 2008.

Gerd B. Achenbach è considerato il “padre” della consulenza filosofica, ( Philosophische Praxis) è nato ad Hameln  nel Land della Bassa Sassonia nel 1947. Dopo il dottorato in Filosofia nel 1981 ha iniziato la sua attività di consulente filosofico, il primo a farlo. Nel 1982 ha fondato la Gesellschaft für Philosophische Praxis (Società internazionale per la consulenza filosofica), di cui è stato presidente fino al 2003.

Philosophische Praxis di Gerd B. Achenbach, pubblicato nel 1987 in Germania da Jurgen Dinter,  è una raccolta di saggi in cui per la prima volta si delineano i tratti essenziali della disciplina che in Italia successivamente prenderà il nome di  Consulenza filosofica; l’edizione italiana, “La consulenza filosofica.  La filosofia come opportunità di vita”,  uscirà edito per Feltrinelli  (per Apogeo, di cui U. Galimberti assunse la direzione della nuova collana “Pratiche Filosofiche” oggi non più attiva) solo nel 2004.

Rileggere oggi, a distanza di anni, questo testo può essere utile per “fare il punto” sulla Consulenza filosofica e a verificare se i presupposti teorici e pratici che mossero il fondatore possano considerarsi ancora validi.

Gerd Achenbach pone in esergo una citazione di Novalis sul socratismo come arte di trovare la verità a partire dal qui e ora, l’autore quindi sembra voler indicare che  la Consulenza si inserisca in quella tradizione che vede la filosofia sì come ricerca della verità ma di una “ verità locale” che vale qui e adesso, nella situazione data.

“ Il senso del socratismo è che la filosofia è dovunque o in nessun luogo e che con un leggero sforzo ci si orienta su qualcosa ovunque e si può trovare ciò che si cerca. Il socratismo è l’arte di trovare il posto della verità a partire da ogni luogo dato e così di determinare precisamente i rapporti di ciò che è dato con la verità”

Il primo capitolo del testo è intitolato “Breve risposta alla domanda: che cos’è la consulenza filosofica?” qui Achenbach afferma come incipit che   “è diventata attualmente un’alternativa alle psicoterapie”  non che lo è ma che lo è diventata e la differenza non è marginale in quanto segnala che la Consulenza filosofica ha una sua identità separata dalle psicoterapie e quindi nasce e si sviluppa oltre e  al di là della riflessione sulla psicologia e il suo farsi terapia, perlomeno  così come si è caratterizzata nel corso della storia contemporanea; Achenbach indica appunto che è diventata alternativa alle psicoterapie, sottolineando in tal modo che la sua operatività di fatto si posiziona a fianco delle terapie di matrice psy, che ha cioè costruito la sua professionalità caratterizzandosi in alternativa quindi differentemente dalle psicoterapie ma questo significa che questa differenza non è originaria e di fatti non lo potrebbe essere se intendiamo come logos ( studio, scienza) della psiche la psicologia, la quale trova la sua radice nella riflessione filosofica e altrettanto, specularmente quasi,  in quanto riflessione sulla vita vissuta la filosofia non può ignorare la proposta psicologica; entrambe le discipline condividono perciò un terreno e uno sfondo comuni.

Achenbach procede spiegando per chi  la Consulenza è: per persone afflitte da preoccupazioni o problemi, persone che non se la cavano nella vita, rimaste impigliate, assillate da domande senza risposta di cui non riescono a liberarsi, persone magari affermate ma che non si sentono chiamate in causa, la cui vita effettiva non corrisponde alle loro responsabilità. La Consulenza filosofica è per individui per i quali vivere non è sufficiente, che cercano di rendersi conto della propria vita su cui sperano di fare chiarezza, in breve vogliono capire ed essere capiti. La domanda non è quella kantiana “cosa devo fare?” ma,  con Montaigne: “cosa sto facendo?” perché socraticamente ( come da esergo) “solo una vita provata ha valore”, un interrogare per fugare il timore che la vita che viviamo sia non vissuta veramente, sbagliata, persa, sparpagliata e sprecata, una vita “ad interim” in cui le persone, come scrisse Schopenhauer , “si meravigliano di vedere che proprio ciò che hanno lasciato passare senza considerarlo e senza goderlo è stato la loro vita”. Tutto ciò afferma Achenbach per “donare valore al nostro esistere, dare un significato alla nostra presenza e un senso al nostro presente”. Perché quindi cercare un consulente filosofico? Per le delusioni, gli imprevisti, le collisioni e gli scherzi del destino, i fallimenti, i bilanci negativi, l’insipidità del vivere. Achenbach utilizza parole di Popper, colui che definì –  prima ancora che questa ci fosse –  il compito della CF: cercare di migliorare la nostra filosofia con la critica, perché tutti abbiamo una filosofia che influenza le nostre azioni e le nostre vite.

Per precisare in che modo il consulente lavora,  e quindi quale sia il metodo secondo cui procedere,  Achenbach è perentorio: la filosofia non lavora con i metodi, l’obbedienza al metodo infatti è propria delle scienze, non della filosofia che perciò secondo  quanto afferma Achenbach non può dirsi scienza. Il pensiero filosofico non si muove su corsie prefabbricate, ma cerca la “strada giusta”, non si serve della routine anzi la sabota, si tratta di aiutare l’ospite a cercare la propria strada. Questa ricerca esige da parte del filosofo il saper rispettare l’altro “senza approvazione né biasimo” come scrisse Goethe. Una filosofia applicata non con Platone o Hegel , attraverso le loro teorie ma grazie alla capacità del filosofo di sentirsi a suo agio con pensieri, sensazioni e giudizi poco comuni, un filosofo che sa pensare insieme per liberare l’ospite dalla solitudine che lo attanaglia dallo stato di isolamento in cui versa,  verso l’assunzione di altri criteri di valutazione esistenziale. Se gli psicologi e gli psicoterapeuti sono specialisti dello psicogeno, cioè gli accidenti psichicamente determinati il filosofo è lo specialista del non –speciale, del generale e chiaro ma anche di contraddizione e devianza, dell’individuale e dell’ unico, per questo l’ospite non viene compreso mediante teorie, ma preso seriamente nel suo esistere del momento.

Nella Consulenza filosofica, conclude Achenbach, che trova applicazione non solo in campo individuale ma anche come ausilio a imprenditori, organizzazioni e società,  la questione diviene se l’ospite vive conforme a se stesso, se egli, come scrisse Nietzsche, è divenuto ciò che è.

Ecco,  in precise, nitide parole cosa sia e cosa faccia la Consulenza filosofica, la cosa stessa, oltre le ermeneutiche di settore, oltre gli ingarbugliamenti teoretici ed epistemologici che inevitabilmente essa ha generato.  La Consulenza filosofica segna una marcata differenza rispetto alla tradizione filosofica che la precede: propone una filosofia che si fa pratica, non solo storia del pensiero, studio personale, insegnamento disciplinare, ma riflessione condivisa, pratica sociale e anche sabotaggio della routine, pensiero alternativo, cura della singolarità speciale, filosofia del quotidiano agire, delle ragioni e del cuore.

Significativamente Achenbach,  in questo primo essenziale capitolo,  cita non Platone, Kant o Hegel, ma Socrate, Montaigne, Novalis, Goethe, Schopenhauer, Nietzsche e Popper. Due poeti tedeschi , un umanista francese, un filosofo della scienza e pragmatista liberale del ‘900 e l’anti filosofo per eccellenza ma poeta, “psicologo” e moralista Nietzsche, e questo è significativo.

Vedi anche  :

Sulla Consulenza filosofica in Italia:

https://fareondeblog.wordpress.com/2014/09/

Il Consulente filosofico Phronesis:

https://fareondeblog.wordpress.com/2014/09/03/il-consulente-filosofico-phronesis/

Dal Counseling alla Consulenza filosofica:

https://fareondeblog.wordpress.com/2014/10/16/dal-counseling-alla-consulenza-filosofica/

 

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Consulenza filosofica

Consulenza filosofica per immagini (2)

Un percorso di immagini che esemplificano alcune tra le suggestioni che muovono verso la consulenza filosofica.

Il primo articolo lo vedi  qui: https://fareondeblog.wordpress.com/2015/09/26/consulenza-filosofica-per-immagini-1/

Libertà

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Liberi da, liberi per, liberi ? Che cos’è la mia libertà, come si caratterizza, la possiedo o la subisco?

“L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla”.

Israel Berlin, Four Essays on Liberty, Oxford UP, Oxford, 1982; traduzione italiana: Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano, 1989.

 

La via d’uscita

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Situazioni complesse, di vita comune, di relazione, di amicizia, d’amore. Cosa posso fare per cambiare qualcosa che in cui non mi sento più a mio agio? C’è una via di fuga? C’è sempre una via d’uscita? E chi la indica? Come la trovo?

“il passaggio dalla riflessione alla volontà, dalla volontà alla deliberazione, dalla deliberazione all’azione. Il pensiero produce e maneggia concetti e no immagini: libera l’individuo dal peso diretto delle cose. Il pensiero procede stabilendo in modo riflessivo legami e non associazioni libere: obbliga l’individuo a situare le cose in un insieme organizzato.”

 Eugenie Vegleris, La mia pratica della consulenza filosofica.

 

Che cosa sto facendo?

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  L’interrogazione etica e politica che sostiene la responsabilità esistenziale impone di scegliere in base a personali convinzioni che maturano nel vivere: perché faccio quello che faccio? Cosa voglio che sia bene per me e i miei cari?

“La costruzione di un’etica del sé è un compito urgente, fondamentale, politicamente indispensabile, se è vero che, dopotutto, non esiste un altro punto, originario e finale, di resistenza al potere politico, che non stia nel rapporto di sé con sé.”

M. Foucault, L’herméneutique du sujet. L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France 1981-1982.

 

 Chi mi può aiutare?

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 Siamo immersi in un flusso di vita e lo siamo con altri, tutti gli altri che formano il nostro orizzonte di vita, il nostro ambiente, la nostra vicinanza quotidiana.

“Poiché il rivelarsi del soggetto è parte integrante di ogni relazione umana, anche la più «oggettiva», si può dire che allo spazio mondano, insieme con i suoi interessi, si sovrappone uno spazio relazionale completamente diverso che ricopre il primo, e che consiste di atti e parole e deve esclusivamente la sua origine al fatto che gli uomini agiscono e parlano direttamente gli uni “agli” altri.”

Hanna Arendt, Vita Activa.

 

Costellazioni valoriali.

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Il nostro vivere nella corrente dell’ erlebnis ci impone una scelta. Siamo obbligati ad agire, non viviamo il lusso di  una vita totalmente contemplativa, cerchiamo criteri etici che ci rappresentino.

“Interrogare i nostri valori non significa renderli privi di senso, al contrario vuol dire arrivare a indicare quelli che ci appartengono veramente e nei quali ci riconosciamo, e sulla base di questi agire nel mondo”

 S. Zampieri, La consulenza filosofica spiegata a tutti .

(Continua)

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Consulenza filosofica

Consulenza filosofica per immagini  (1)

Un percorso di immagini che esemplificano alcune tra le suggestioni che muovono verso la consulenza filosofica. Una rappresentazione figurativa  immediata: non esiste , infatti, pensiero che non si possa figurare tramite un’immagine, l’impensato per l’uomo non ha rappresentazione. E’ facoltà propriamente umana quella di rappresentare i fondamenti dell’esistenza, gli accadimenti della vita, le possibilità del vivere secondo la proprietà immaginativa. Edmund Husserl – che nell’Eidos cercava l’essenza del fenomeno, il ritorno alle cose stesse dall’eccesso di astrazione – nel 1917, ne conia una molto bella: l’uomo che abbraccia il mondo.

La filosofia ha sempre evocato figure, ne ha generate di nuove, ne ha ripensate di classiche. A partire da logos, che sta per parola ma anche sapere, umano e divino, e poi l’acqua archetipica di Talete da Mileto, l’aria di Anassimene, il fiume eracliteo dove è impossibile bagnarsi due volte, i semi originari di Anassagora, la porta parmenidea che divide le due vie della Notte e del Giorno, l’Eracle al bivio etico di Prodico, l’atomo democriteo, il daimon socratico, fino all’esplosione immaginativa di Platone, con il mito del carro e dell’auriga (o della biga alata) nel Fedro, o la più famosa caverna, o ancora l’Iperuranio,  il mondo delle idee.

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 Il Labirinto

Le faccende quotidiane di vita in cui siamo immersi a volte ci sovrastano, sembrano premere e spingere da ogni parte. La vita appare in certi momenti come un labirinto da cui non usciremo mai. Ci serve una traccia, un indizio, un segno che ci permetta di trovare la via verso l’uscita, dalla confusione, dall’incertezza.

“”Pausania ci parla di un Dioniso cretese, nel cui recinto sacro di Argo il dio stesso diede sepoltura ad Arianna, quando essa morì. Arianna è dunque una donna, ma anche una dea, secondo una testimonianza scritta, addirittura primordiale, ‘la Signora del Labirinto’. Questa duplice natura, umana e divina, di Arianna, questa sua ambiguità radicale, ci attrae verso un’interpretazione simbolica di quello che è forse il più antico mito greco, il mito cretese di Minosse, Pasifae, il Minotauro, Dedalo, Teseo, Arianna e Dioniso.” Giorgio Colli

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Lo spaesamento

Sentire un senso di disorientamento, non sapere come dirigere le proprie decisioni, quali criteri utilizzare per scegliere:  lo spaesamento.

“Una delle cause dello spaesamento degli uomini e delle donne del nostro tempo è la presenza di un eccesso di informazioni difficili da controllare e da sottoporre a vaglio critico: la vita si complica e le complessità aumentano.”

( Anna Colaiacovo, in Phronesis, Anno XI, numero 19-20, Aprile 2013, recensione a S. Zampieri, La consulenza filosofica spiegata a tutti, p. 107)

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La tua realizzazione

Cosa devo fare per diventare ciò che sono veramente Qual è il mio daimon? La mia formazione, la mia bildung, il mio crescere come individuo, come persona quale direttrici può prendere?

“Esiste qualcosa, in ciascuno di noi, che ci induce a essere in un certo modo, a fare certe scelte, a prendere certe vie – anche se talvolta simili passaggi possono sembrare casuali o irragionevoli? Se esiste, è il daimon, il «demone» che ciascuno di noi riceve come compagno prima della nascita, secondo il mito di Er raccontato da Platone.” James Hillman

che ci faccio qui

Che ci faccio qui ?

Il quesito filosofico esistenziale per eccellenza. In momenti particolari dell’esistenza accade un nuovo interrogarsi, più maturo, più consapevole, più urgente.

“Molte, quindi, sono le situazioni in cui un dialogo filosofico può essere d’aiuto, aiuto nel senso della chiarificazione e dell’ampliamento della visione del mondo dell’ospite: quando c’è un problema, quando si avverte che qualcosa non va nella propria vita, quando si vive una situazione di incertezza, di delusione o di conflitto, quando si sente l’esigenza di cambiare.”

( Anna Colaiacovo, in Phronesis, Anno XI, numero 19-20, Aprile 2013, recensione a S. Zampieri, La consulenza filosofica spiegata a tutti, p. 106)

il blocco

 Il blocco

Non so cosa fare, non so decidere, non so come uscirne. Mi sento bloccato, fermo, sterile, abbandonato. Devo trovare un modo, una via di fuga, devo sbloccarmi! Cosa mi blocca, perché?

“Impensabile e interdetto. Entrambi questi termini nell’ambito del pensiero e del linguaggio alludono ad una sorta di divieto, una proibizione a priori, un ostacolo all’accesso conoscitivo, di natura esterna o interiore, che riguardano il pensiero e la parola.”

( continua)

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