Filosofia, pratica filosofica

#5 post it. Fare filosofia. Appunti per una teoria pratica.

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Oggi per pratica filosofica sulla scena italiana si intende un certo numero di attività nate dalla riscoperta della filosofia come realtà extra accademica. Counseling, Consulenza, Seminari, Laboratori, Dialoghi socratici, Caffè filosofici, consulenze di gruppo, P4C: che la consideriamo saggezza pratica con Aristotele o esercizio spirituale con Pierre Hadot siamo oggi consapevoli di che cosa parliamo quando parliamo di pratica filosofica. Una scena nazionale che richiama il “modello francese” prendendo a modello la critica cinematografica filmica, per una teoria della pratica filosofica è come per una sceneggiatura, detta “francese”, dove si parla molto ma accadono poche cose. Interventi, convegni e articoli, siti e blog, (anche il mio) su cos’è, cosa fa, a cosa serve e da dove deriva la pratica filosofica affollano anche l’infosfera, poiché la pratica filosofica è oggi promossa sopratutto tramite il digitale e si è formata e si è sviluppata in Italia – negli esiti novecenteschi di una critica all’accademica forma del filosofare, teorica, astratta, chiusa e auto narrantesi tramite una autoreferenzialità esausta – nell’era digitale. La sostanza qualitativa del dibattito quindi è figlia di questi tempi.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (“la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi”). Il vizio è la ricerca della definizione, del limite, del discrimine. Pare necessario specificare in termini esatti cosa distingua un filosofo pratico da uno psicologo, da un consulente, da un facilitatore, da un mediatore, da un qualsiasi analista o da un esperto di filosofia o da un coach professionista. Non che questa richiesta sia futile, ma siamo così sicuri che tale distinzione sia necessaria? Non si sa in fondo da sempre (anzi da 2500 anni circa …) cosa fanno i filosofi? La pratica filosofica, (almeno nel caso della consulenza) ultima arrivata nel mercato dell’offerta come proposta di un esperto filosofo che “consiglia e assiste il proprio committente nello svolgimento di cure, atti, pratiche o progetti fornendo o implementando informazioni, pareri o soluzioni attraverso il proprio know how e le proprie capacità” fatica a farsi strada. Forse è la categoria consulting/counseling una delle difficoltà?

E che dire dell’idea che il filosofo pratico non debba “usare” o debba limitare al massimo, concetti e idee della storia della filosofia, cioè non possa tra i suoi strumenti utilizzare il patrimonio secolare della filosofia, perchè si dice, la pratica filosofica non ha un metodo, ma utlizza tutti i metodi come da Achenbach, La consulenza filosofica, quindi, non lavorerà con i metodi (nessuno di solito ricorda il seguito della sentenza cioè “bensì sui metodi” evitando così di interrogarsi su che cosa significhi lavorare sui metodi) non sarebbe come se un medico chirurgo davanti ad un’operazione non tenesse conto della prassi che forma il suo corpus teorico pratico? O come un giurista che non tenesse conto dei precendenti legislativi nell’esaminare una riforma di legge? Non si sta confondendo il metodo, cioè la via che si segue, (o prassi) con la sostanza? Detta sostanza della pratica filosofica, se è autenticare la propria anima, (Socrate docet) credere che fare filosofia significhi in esclusiva un colloquiare chiarificante e orientativo sui pensieri delle persone non è in realtà un drammatico impoverimento della praxis filosofica?

Praxis, parola greca che il latino riprende per dire prassi, azione (actio è il sinonimo latino di praxis), e anche metodo, procedimento, tecnica, prova, esperienza, che riguarda un agire che racchiude il proprio senso in se stesso. Inoltre la parola prassi, semanticamente si radica tra fine ‘800 e novecento. Richiama una terminologia specifica della filosofia italiana dell’idelismo gentiliano e del marxismo la quale quindi tende all’ambito sociale e politico, più che filosofico. Come insegna la filosofia del linguaggio ogni parola porta con sè un carico di significati storicizzati, perciò la pratica filosofica necessita di un vocabolario nuovo? La pratica filosofica è quindi processo? Sì, in quanto accade nello spazio tempo determinato della situazione di dialogo. No, perchè non si esaurisce in quel processo, in quanto essa trascende il qui e ora e agisce sulla totalità e nel futuro.

La filosofia si traduce anche in ragione, pensiero, critica, perciò la pratica è anche chiarificazione dei pensieri, mappa concettuale, ristrutturazione dei ragionamenti ma ciò non esaurisce il suo portato che investe persone, fatte di essere, che è corpo, anima, spirito. Purtuttavia ciò non significa rifarsi ad un vago concetto olistico oggi di moda. Piuttosto rimanda alla questione antropologica, e cioè la pratica filosofica è necessariamente legata alla risposta alla domanda: che cos’è l’uomo? A seconda di come si risponde a questa domanda cambia il paradigma filosofico di riferimento. Diverso quindi sarà se si considera l’intima essenza umana la coscienza/mente, il sostituto neuroscientifico dell’anima, o la materia biologica, o il binomio corpo/mente, o io/super io/es o altro ancora .

Se i filosofi pratici intendono occuparsi delle menti (mente o cervello in quanto sede del pensiero) degli uomini farebbero meglio a fare gli psicologi, poiché la differenza non esiste. Se lo scopo è solo comprendere il discorso altrui, il filosofo pratico può rinunciare alla sua pretesa specificità: lo fanno già in molti, consulenti e professionisti. Il chirurgo dei pensieri non è filosofo, la deriva razional popolare di matrice analitica ha già dimostrato la sua sterilità, più o meno alla fine degli anni ’90, quando ci si rese conto che la sola analisi del linguaggio, l’esattezza delle argomentazioni, la pragmatica del discorso (nel concreto sempre disattesa e quasi attuata all’inverso) non portavano a nulla, (Hilary Putnam, «La filosofia analitica è vuota») se non a non sapere che pesci pigliare. Cercando di dire solo ciò che è possibile dire, nei limiti stabiliti dai tecnici del linguaggio, si finisce di non poter dire niente, si giunge all’afasia. La pratica filosofica, o consulenza così come è nata agli inizi del 2000 in Italia,  “logico-argomentativa” pare ignorare quella direzione che mira alla “visione delle essenze“ dei vissuti afferrabili e analizzabili nell’intuizione, nella loro pura generalità essenziale, come vissuti degli uomini e dalle donne.

La filosofia non può essere l’apologia della ragione e del linguaggio ma la liberazione dell’interrogazione e della ricerca, non è teoria dell’ideologia ma preghiera dell’essere. Quando crediamo che la teoria guidi il nostro agire riteniamo che i pensieri ci portino esattamente ad un punto d’azione preciso e coerente ma poche volte è davvero così, certo lo è nel caso dei bisogni primari: ho fame apro una confezione prendo una mela e la addento, ho sete e bevo, ma se ho desiderio di conoscere posso, e la scelta sarà decisiva, scegliere tra diverse opzioni: studiare, leggere, consultare la rete, chiedere ad un esperto. Nel caso volessi migliorare me stesso ho davanti scelte differenti, posso andare in palestra, fare un corso di formazione, andare da un sacerdote, da un terapeuta, da un consulente, se voglio crescere come persona devo prima decidere in base a quali criteri per me crescere ha significato.

Del resto se Socrate è padre nobile della pratica filosofica ciò significa che non ci si può conoscere se non ci si ri-conosce. L’incontro con se stessi, quindi, e la scoperta della propria totalità presuppone un cammino a ritroso, un “tornare indietro”, che è l’unico che possa permetterci di entrare in contatto con l’interezza di quello che siamo. Si può parlare di filosofia in rapporto, di motivazione, intenzionalità, di spirito, di kardia, di proattività, di essere e di essenza profonda della e nella pratica filosofica? Se la filosofia è un’attività e una ricerca, impone ai filosofi di abbandonare ogni facile patria, di lasciarsi alle spalle credenze e pregiudizi, per decidersi ad andare.

Tutto ciò offre un’idea di filosofo consulente come figura mimetica aperta alle dinamiche contemporanee, che fonda la razionalità del suo agire nel valore etico, dialogico e spirituale, senza per questo avere un’etica specifica, nel dialogo concreto e non finto o artefatto, o direttivo mascherato, e  senza nessun idealismo spiritualistico o vacue proposte simil new age.

«Succede della maggioranza dei filosofi sistematici, riguardo ai loro sistemi, come di chi si costruisse un castello e poi se ne andasse a vivere in un fienile: per conto loro essi non vivono in quell’enorme costruzione sistematica. Ma nel campo dello spirito ciò costituisce un’obiezione capitale. Qui i pensieri, i pensieri di un uomo, devono essere l’abitazione in cui egli vive: altrimenti sono guai» Søren Kierkegaard.

“Chi si fida dei propri ragionamenti e delle indagini compiute attraverso di essi, perché pensa di trovare tutta la verità con distinzioni, sillogismi ed analisi, non può né conoscere le esperienze dell’uomo spirituale né credere in esse. In effetti costui è psichico: ‘ma chi è psichico’, dice ‘non riceverà le manifestazioni dello Spirito’, né può farlo: quindi chi non le conosce e non vi crede, come potrà renderle conoscibili e credibili, confrontandosi con gli altri? Gregorio Palamas, Le Triadi.

 “L’originalità della filosofia contemporanea è di aver chiarito come non mai nel passato, protesa sull’enigma dell’esistenza, la richiesta di questo «ricupero essenziale» che l’uomo deve operare su di sé ogni volta che nella vita e nel pensiero egli interroga sull’essere. Si tratta quindi di avvertire, dal profondo, la peculiarità dell’essere umano che non può limitarsi ad essere un oggetto fra gli oggetti o alla funzione di soggetto per gli oggetti: in realtà l’essenza del nostro essere come spirito è precisamente la «libertà» Cornelio Fabro.

«La filosofia non asciuga lacrime né dispensa sorrisi, ma dice la sua parola sulla “verità” delle lacrime e dei sorrisi.» Michele Federico Sciacca.

Altra voce dal profondo, ho sentito risonare, altra luce e più giocondo, ho veduto un altro mare. Vedo il mar senza confini, senza sponde faticate, vedo l’onde illuminate, che carena non varcò. Vedo il sole che non cala, lento e stanco a sera in mare, ma la luce sfolgorare, vedo sopra il vasto mar. [I figli del mare] Carlo Michelstaedter

Una parola malfamata. (…)  Eppure mistico significa soltanto iniziato, colui che è stato introdotto ad altri o da se stesso in un’esperienza, in una conoscenza che non è quella quotidiana, non è alla portata di tutti. (…) La stessa comunicabilità universale, come carattere della ragione, è un pregiudizio, un’illusione. (…) Anche il razionalismo è mistico. E in genere “mistico” va rivendicato come epiteto onorifico. G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi.

img: simbolisignificati

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