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Recensione. Della Libertà, di Renato Pilutti.

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La libertà è spesso declinata al plurale, oppure viene intesa in senso molto relativistico, banalizzante, e non precisamente in-relazione tra concetti e enti diversi – la libertà è un fare-ciò-che-si-vuole, oppure un volere-ciò-che-si-fa?

Oggi è difficile parlare di libertà. Potrebbe sembrare un paradosso, in quanto viviamo in un’era di grande sviluppo tecnologico, di democrazia e di largo accesso al sapere. Eppure. Siamo oppressi da una miriade di limitazioni, di inibizioni: personali, che attengono al nostro carattere, alla nostra formazione, alla nostra educazione; sociali perché dipendono dall’ambiente in cui viviamo e in cui ci relazioniamo. Siamo determinati dalle leggi umane e del tutto cui apparteniamo,  e ad esse possiamo esclusivamente adeguarci. A livello personale ognuno cerca di prendere la misura di se stesso.

Amico filosofo e compagno di strada in Phronesis, sia l’associazione che la ricerca comune che ci lega, quel saper vivere guidati dalla saggezza di aristotelica memoria,  Renato Pilutti,  (furlàn, vive en Codroipo, Udine, Italia, scrive di se nel blog che tiene in rete http://www.renatopilutti.it/ ) è teologo e filosofo pratico (Phd) autore di diverse pubblicazioni e articoli scientifici. Segue come consulente delle Proprietà e della direzione diverse aziende, ed insegna in ambienti d’impresa e accademici come riportato fedelmente nel retro del testo.

Questo libercolo, come lo definisce umilmente e autoironicamente l’autore,  è una disamina del concetto di libertà attraverso alcune tra le diverse concezioni reperibili nella lunga storia della filosofia, dai Greci alle neuroscienze. Attraverso le riflessioni di Cartesio, Spinoza, Hobbes, Leibnitz, Locke, Hume, Kant e Fabro l’autore si dedica al valore e al concetto di libertà. E’ un libretto, appunto, breve ma denso, di sole 57 pagine, ed è significativo che spesso di questi tempi i migliori testi editi siano edizioni “diverse” come questa, brevi saggi o pamphlet,  che mirano al sodo, che parlano chiaro e presentano temi di una filosofia che torna a camminare per le nostre strade, per usare una definizione felice di Stefano Zampieri. Pilutti adempie così a quel più arduo impegno del pensiero a scrutare l’abisso del suo tempo.

Renato Pilutti, nell’incipit di questo testo, richiama la confusione di questi tempi caratterizzati da disinformazione e falsificazione della verità: la verità è diventata pura opinione, doxa,  avrebbe detto Platone, pensiero umano incerto e la logica zoppicante scrive l’autore. Scrivere di libertà rappresenta quindi un impegno per Pilutti conscio dell’importanza del termine, del suo valore politico, sociale, morale. Semplificazione e banalizzazione imperano. Si usano le parole in libertà e cresce in chi ha consapevolezza e responsabilità civile un sentimento misto tra imbarazzo e rabbia. Il pressapochismo nei media è diseducativo, al punto di sminuire (ed è cronaca di tutti i giorni) ciò che la scuola dovrebbe costruire.

(Apro una parentesi per consigliare a chi si occupa di giovani e di educazione, a scuola o nelle associazioni, il testo “Educare all’infelicità” scritto dall’autore con  A. Zannini nel 2011, “una sorta di vademecum cui fare ricorso per far crescere un bambino capace di una giusta autostima, aperto verso gli altri, disponibile a mettersi in gioco, fornito dei mezzi per trarsi d’impaccio quando la vita gli crea degli ostacoli. ” un testo che parla di educazione e valori in un tempo che di entrambi  pare non saper che farsene).

Nel web si assiste ad un utilizzo spesso non vigilato o addirittura sgangherato.  A questo proposito vengono alla mente le parole di un altro consulente filosofico Davide Miccione che scrive un libretto dal titolo Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletario cognitivo (Ipoc 2015) richiamando esattamente la stessa questione, oggi esplosa, della massificazione dell’ignoranza,  l’ignorante ipermoderno procede non facendosi alcuna domanda, è portatore di una lettura implicita e non articolata, agghiacciante e distruttiva del rapporto tra vita e sapere». Il linguaggio è forse il segno più evidente dei tempi che viviamo, (il linguaggio è la casa dell’essere, diceva Heidegger) pigrizia, ignoranza, non conoscenza della terminologia e delle etimologie: mancano sentimento e intelletto, che invece troviamo qui in questo libretto che ci si offre come un agile strumento di consultazione.

Pilutti ricorda che, come insegna la tradizione, ci sono due diversi modelli di libertà. Il primo è la possibilità di decidere tra due o più alternativa (libertà di), il secondo tipo di libertà è quello che deriva da un’assenza di costrizione (libertà da). Queste due distinzioni sono le prime, le più elementari. Se la prima definizione, cioè la libertà di, contiene già infatti un profilo che potremmo definire morale, la libertà da invece appare più limitata perché non è detto che il libero arbitrio a cui fa riferimento sia totale, e veramente tale, e non piuttosto una illusione di libertà.

Nel dare uno sguardo all’antica Grecia l’autore ricorda che il greco antico ha diverse parole per dire libertà: libertà personale, politica e sociale, indipendenza, franchezza, licenza, concessione, permesso,  tanti termini per dire la stessa cosa che ha nella realtà diverse manifestazioni. Nell’antica Grecia l’uomo che agisce governato dalla ragione è colui che conosce il proprio destino e lo accetta. In generale nell’antica Grecia il tema della libertà è controverso oscillando tra l’estremo del determinismo assoluto e l’estremo opposto di un libero arbitrio capace sempre di orientare le scelte umane.

Il cristianesimo diffonde un’idea diversa delle facoltà spirituali, rispetto alla cultura greca, perché propone l’analogia di proporzionalità e di partecipazione tra Dio e l’anima umana, cioè intelletto e volontà. La visione cristiana sulla responsabilità individuale e quindi sul libero arbitrio, ha sempre oscillato tra due estremi, scrive Pilutti, sostenendo di volta in volta la fondamentale importanza dell’esercizio libero della volontà o l’intervento della Divina Provvidenza specie se con fede. Agostino declina in due modi il concetto di libertà: la libertas major, ovvero la libertà cosciente del discernimento Cristiano, e la libertas minor cioè una libertà più generica non ispirata dalla buona dottrina, la più diffusa a suo parere.

I capitoli dal quinto all’ undicesimo,  ovvero da Cartesio a Kant espongono la storia del concetto di libertà  che si dipana tra determinismo e libertà del volere, per cui Cartesio si contraddistingue per una certa ambiguità tra un determinismo teologico e il libero arbitrio. Spinoza nei suoi scritti, caratterizzati da un estremo determinismo, individua nel pensiero l’unica reale libertà concessa all’uomo. Per Spinoza non esistono causalità libere ma solo necessarie. Se Hobbes è determinista in maniera radicale: “la deliberazione non è altro che un’immagine alternata di appetito e timore” – per lui esiste solamente la libertà da, quella che prevede un agire senza costrizioni esterne -, Leibniz invece propende per una concezione della libertà in senso preciso: per lui la libertà non è come per Hobbes necessitata ma determinata, cioè “si ha la necessità quando di due proposizioni contraddittorie l’una è vera e l’altra è falsa”  la libertà contingente si può dire anche determinata perché una certa azione può essere compiuta per ragioni diverse.

Per John Locke e David Hume l’uomo è libero di agire non di volere. I campioni dell’empirismo inglese percorrono una strada completamente e radicalmente differente da quella dei filosofi precedenti. Essi rifiutano le posizioni metafisiche. La volontà quindi non è libera se non di volere ciò che vuole, afferma Locke.

Renato Pilutti esemplifica con aneddoti personali di vita come applicare realmente nel concreto vivere questi precetti filosofici e queste diverse concezioni della libertà: nel mondo del lavoro, nell’ambito familiare, nelle esperienze di amicizia. Così ché la filosofia torna a farsi vita reale, ciò che rende comprensibile il nostro agire e ci rende coscienti della nostra soggettività. A questo proposito mi sovviene una definizione di filosofia che l’autore scrive altrove: «La filosofia è un mettersi-davanti-a-sé-e-al-mondo con spirito e pensiero critico, per cercare di comprendere, se non di capire il senso di ciò-che-ci-sembra-esista, della realtà che appare provvista di un suo essere. La stranezza della realtà è che-appare, ma in qualche modo è, e non si manifesta – epifanicamente – solo. La difficoltà è quella di ri-velarla, che significa metterla in evidenza mentre essa si nasconde ancora, come sempre. La ri-velazione è due cose: uno svelamento e un secondo velamento, per cui abbiamo continuamente un apparire e uno scomparire dell’essere.»

La posizione di Kant pone un discrimine fondamentale nelle questioni etiche che riguardano il volere e la decisione nell’uomo. La distinzione tra noumeno come campo di libertà e il fenomenico come campo del necessario diventa con il filosofo tedesco la questione decisiva per quanto riguarda il concetto di libertà. Così nel mondo del noumeno Kant difende la libertà mentre nel mondo fenomenico resta più o meno determinista, sia pure nei differenti modi di intendere il determinismo. Per Kant dunque non si esce dalla causalità determinata necessariamente per cui non si dà alcuna libertà. Il filosofo tedesco determinando “l’autonomia della ragione e della volontà per cui essa è legge”  questo è il discrimine kantiano che rinnova la questione della libertà umana.  La libertà diventa autodeterminazione negli esseri ragionevoli, l’autonomia diventa sinonimo di libertà morale che innerva e sostiene la libertà lato sensu: per dimostrare l’esistenza della libertà occorre operare una introspezione profonda della propria coscienza, la quale mi evidenzierà la mia partenza due mondi: quello animale come regno della necessità fenomenica, e quello umano come luogo dove si esplicita l’agire umano libero, perché dettato dalla coscienza stessa che mediante l’imperativo categorico ordina un “fare la cosa buona perché si deve ovvero la si deve fare perché si deve”,  la legge morale per Kant diventa un fatto della ragione.

Chiudono questa valorosa disgressione sul concetto di libertà due brevi capitoli: il primo sul pensiero di Cornelio Fabro, e il secondo sul collegamento tra filosofia e neuroscienza.

Fabro, che fu filosofo e teologo conterraneo dell’autore, recuperando la nozione di essenza come atto d’essere afferma che l’uomo esprime l’atto d’essere derivandolo dall’ipsum Esse subsistens, cioè da Dio stesso, ed è qui che si pone il tema della libertà umana, cioè nella relazione uomo – Dio. Fabro così introduce la nozione di partecipazione. La partecipazione permette immediatamente di collocare sotto il profilo  esistenziale la libertà della persona umana nella ricerca della verità chiamata dialogicamente a sostenere la ricerca per la comprensione della propria vita nel contesto complesso e talora drammatico della modernità.

Molto stimolante  lo spunto finale che l’autore propone, e che accenna al collegamento tra filosofia morale e neuroscienze. Citando autori che si occupano di neurologia, in particolare Roskies e Libet, ma anche Rita Levi Montalcini e Gerald Edelman, l’autore afferma che neuroscienze e filosofia morale possono incontrarsi sul versante compositivo delle neuro etiche, che non pretendono di essere esaustive di per sé ma, da un lato rifuggendo dal materialismo riduzionistico e dall’altro da uno spiritualismo edulcorato, possano collaborare cercare di comprendere uno dei processi più misteriosi e complessi dell’umano, la coscienza come campo d’azione dei vissuti percepiti e delle scelte volontarie.

A proposito di coscienza è utile ricordare quanto la riflessione della fenomenologia, Husserl e Stein in particolare, sulla costituzione del soggetto avessero già anticipato le tematiche delle neuroscienze, su di una componente – non pienamente comprensibile esclusivamente con paradigmi scientisti – della coscienza «L’essere dell’uomo è corporeo vivente, animato e spirituale. In quanto l’uomo per essenza è spirito, con la sua vita spirituale esce da sé, senza lasciare se stesso, in un mondo che gli si schiude. Non solo egli, come ogni altro essere reale, «respira» la sua essenza in modo spirituale, esprimendosi inconsciamente: è anche personalmente-spiritualmente attivo. L’anima dell’uomo in quanto spirito si innalza sopra se stessa nella sua vita spirituale. Ma lo spirito dell’uomo è condizionato dall’alto e dal basso: è affondato nella sua struttura materiale, che esso anima e forma dandole la sua forma corporea. La persona umana porta e comprende il «suo» corpo e la «sua» anima, ma nello stesso tempo è portata e compresa in essi. La sua vita spirituale si innalza da una profondità buia, come una fiamma di candela che splende, ma che è alimentata da una materia che di per sé non splende. Splende senza essere interamente luce: lo spirito è visibile per sé, ma non è completamente trasparente; è in grado di illuminare altre cose, ma non di penetrarle perfettamente. (…) L’intera vita cosciente non si identifica con il «mio essere», assomiglia alla superficie illuminata di un abisso oscuro, che si manifesta attraverso questa superficie. Se vogliamo capire l’essere persona dell’uomo dobbiamo cercare di penetrare in questa profondità oscura». (E. Stein, Essere finito e essere eterno. Per un’elevazione al senso dell’essere, di A. Ales Bello, Città Nuova editrice, Roma 1988).

Ritorno in conclusione alla questione politica che risulta in sottotraccia come implicita e forse non pienamente sottolineata da Pilutti ma che nella citazione iniziale di Pietro Calamandrei, che l’autore mette in epigrafe e in sottotitolo, si staglia chiaramente: «Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che auguro a voi, giovani, di non sentire mai.»  La libertà è sempre un atto in essere che necessita di un pensiero critico. Ancor più sovviene, questo contrasto tra avere la libertà ed esserne privi, soprattutto  in questi tempi di falsa libertà, quando Pilutti parla di oclocrazia, (stadio di governo deteriore nel quale la guida della pόlis è alla mercé di volizioni delle masse) in tempi di sovranismi e populismi.

Ricordo a questo proposito le parole di un altro amico filosofo e compagno di strada, Andrea Modesto che sull’utilità del fare filosofia scrive: « per condurre la propria vita da uomini liberi, smettendo di farsi trascinare forzatamente avanti, come prigionieri ribelli che, nel tentativo di spezzare le catene e fuggire verso la libertà, finiscono in celle sempre più anguste, scomode e soffocanti. Insomma: un’esperienza controtendenza, e in questo senso inattuale, ma per lo stesso motivo profondamente urgente e, dunque, proprio per questo, più attuale che mai.» Andrea Modesto, “Mini Guida alla consulenza filosofica” edizioni Pellicano © 2016

Scriveva Polibio:  «Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza […], essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia […].»

Cosa si può dire alla fine? Forse si può dire che la vera libertà è vivere oltre i propri piccoli desideri, spiritualmente, elevandosi a un livello più alto dell’esistenza, oltre l’individuazione personale e rifiutando la dittatura dell’io, l’io di tutti i giorni, l’io che vuole, che desidera, che si illude, che freme e scalpita. Trascendendo il proprio io, la libertà è conquistata. È nei momenti di trascendenza che accade l’evento della libertà, nei momenti in cui non si cerca più il proprio scopo solamente in se stessi. In questa prospettiva appare che la vera libertà è un evento spirituale.

Renato Pilutti, Della Libertà. Il tumulto e la legge nell’interiorità di ogni persona e nella politica.  Edizioni Segno 2019

 

 

 

 

 

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