Filosofia, pratica filosofica

Sulla Praxis filosofica oggi (2019).

praxis

Praxis, parola greca che il latino riprende per dire prassi, azione (actio è il sinonimo latino di praxis), e anche metodo, procedimento, tecnica, prova, esperienza, che riguarda un agire che racchiude il proprio senso in se stesso. Tutte le scelte etiche e morali, positive o negative, che non sono cioè poíesis, vale  a dire dirette alla specifica produzione di oggetti, rientrano in questa seconda accezione, che è stata quella prevalente nella gamma di significati del termine azione nelle lingue europee. Agire come pratica, termine equivalente, in questo caso, di morale. Il concetto di “azione” è inseparabile dal concetto di “volontà”, a tal punto che si può dire che essi si articolano insieme in un paradigma, il cui scopo è di fondare la libertà e, quindi, la responsabilità del soggetto moderno.Tale parola latina che traduce il greco, è stata mal utilizzata nella Philosophische Praxis tedesca di Achenbach tradotta peggio in consulenza e parafrasata in studio professionale.

Sospendendo qui il giudizio sulle condizioni di possibilità di fattibilità professionale della consulenza filosofica nel contesto tardo capitalistico attuale, resta intatta la domanda filosofica del suo essere fenomenologico, del suo presentarsi nella scena della storia. Per meglio dire: qual’è il senso della pratica filosofica nella società occidentale ? Come analisi degli atti interiori essa si presenta come interrogazione e interpretazione delle intenzionalità psichiche, atti di coscienza fenomenologicamente intesi, cioè appercezioni del corpo proprio nella costituzione della realtà trascendentale e come tale andrebbe intesa ogni pratica filosofica che abbia come obiettivo l’uomo. Questo significa e sottende il riconoscere in via preliminare che l’uomo abbia una coscienza che rappresenta la sua anima spirituale, ovvero la sua essenza trascendentale più profonda e irriducibile che lo lega al mondo della vita. Nell’opera Summa contra Gentiles in cui deve affrontare il tema del bene e del male e dell’azione umana, Tommaso afferma: omnis agens agit propter finem, ogni uomo che agisce determina la volontà rispetto a uno scopo.

La Consulenza filosofica, finora perimetrata più a partire dal suo carattere “logico-argomentativo” duale che dal versante spirituale e maieutico, si è proposta per lo più come una pratica analitica e linguistica che ha tentato di inserirsi nelle pratiche di matrice pedagogica (peraltro cercando di differenziarsene) auto definitasi in negativo come non – essere – tramite poco convincenti negazioni identitarie. Putnam, che fu allievo di Carnap e di Reichenbach, afferma: «La  filosofia  analitica  parte  come  rispetto  per  l’argomentazione.  Il  problema  è che  dopo  un  po’ non  si  è  cominciato  a  fare  che  questo,  e  non  si  è  più  saputo  su cosa  argomentare.  Allora  emersero  gli  oggetti  immaginari:  i  mondi  possibili, quanto i mondi possibili o potenziali sono diversi o uguali al mondo reale e così via […] La filosofia analitica è vuota» E Robert Nozick, allievo di Carl Hempel, dichiara: «Per  me  fu  sempre  importante  la  combinazione  tra  clear  thinking e  grandi  temi.  Il problema della filosofia analitica è che si è dimenticata di questo secondo aspetto». In questo modo, preoccupandosi troppo delle parole e avendo rinunciato ai problemi più reali, che per Popper «è la via più sicura per la perdizione intellettuale », l’approccio analitico si dimostra sempre più incapace di trovare risposte ai problemi spirituali, etici, politici, sociali. Al riguardo è interessante la testimonianza di Putnam: egli confessa che il suo distacco dall’orizzonte della filosofia analitica si produsse quando «si lasciò coinvolgere dall’impegno politico», e si convinse che la filosofia non era «semplicemente una disciplina accademica». Scrive Miguel Perez de Laborda: “Per lui quindi l’impegno sociale esigeva l’abbandono dell’analitica, e la ricerca di altre forme di filosofare. E certamente non è difficile capire questa sua decisione, poiché l’analisi meta-etica (l’unica cosa che nel campo dell’etica può fare l’analitica, con il suo metodo) è solo una descrizione di usi del linguaggio, e quindi non ci fornisce nessuna informazione su ciò che ci interessa di più: che cosa dobbiamo fare, e non semplicemente che dice la gente che dobbiamo fare.”

La consulenza filosofica si è posta a lungo come esclusivamente filosofica, orgogliosamente in antitesi con le psicoterapie e la psicanalisi, con l’accademia, le sue convenzioni e le declinazioni consulenziali della società attuale, molto ingenuamente pretendendo – ultima arrivata sul mercato in tempo di crisi – di ergersi a consulenza senza consulenti, a professione senza mercato, cercando di invertire la dinamica che ha visto nascere la Pratica filosofica in contesti formativi, pubblici o collettivi, per porla in maniera esclusiva come dialogo a due. Questa idea di Consulenza filosofica, non potendo peraltro appoggiarsi su di un’identificazione condivisa di filosofia, che ha sempre rifuggito, è giunta a sfaldarsi da sé, incapace di reggere la tensione della non identità.

Se tale assunto è plausibile, in questo modo, la consulenza filosofica si è tolta di sotto i piedi un possibile terreno comune solido, credibile professionalmente e attendibile epistemologicamente e neppure il solo porsi come ricerca filosofica la rende oggi convincente, poiché aristotelicamente auto referenziale (“La filosofia non serve a nulla”) e perché non istituzionalizzata né remunerativa, finché resta de-contestualizzata, lontana dal resto del mondo delle pratiche, distante dal mondo di matrice Psy, diversa dalle pratiche formative ed educative, fuori dal mondo terapeutico e di cura, isolata nel contesto politico e sociale, flebile nel panorama editoriale e divisa a livello nazionale. Marginale nel mondo della ricerca poichè la ricerca è – nella nostra cultura tardo capitalistica – finalizzata alla vendita di prodotti perciò a sviluppare tecnologie per poi commercializzarle, ovvero ha sempre un fine economico. La ricerca filosofica in sè non può avere un utile spendibile ponendosi nel mercato economico dell’industria o accademica, (il mercato culturale appare in via di estinzione)  eccetto il caso della ricerca pedagogica o metodologica cioè quando la filosofia si pone a supporto di altre discipline.

Insomma, una consulenza che finora si è decostruita al suo interno, forse in un eccesso di zelo nell’applicare la meta-teoria praticante di Achenbach, ambiguamente situatasi in un intollerabile, ipotetico nonché ipocrita, confine tra mercato e controcultura che non le corrisponde, se essa vuole essere esercizio filosofico critico e parresiastico. Una tale teoria di Consulenza fatica a collocarsi nello scenario contemporaneo, multiverso, policentrico, globale, perché inattuale in un certo senso, una teoria che descrive una professione antica incapace di reggere la pluralità del post moderno. Incerta collocazione gnoseologica e antropologica, difficoltà a “stare sul mercato”, figura professionale ibrida, il pensiero aurorale di Achenbach che parla di cuore pensante e illuminazione sul senso della vita. Questi temi sono il core problem della consulenza/pratica filosofica oggi.

Pur condividendo l’idea che oggi qualsiasi pratica filosofica si può fondare solo ed esclusivamente sul paradigma greco antico in particolare platonico, è il paradosso socratico, che diventa paradosso orfico, il punto di radicale convergenza e attenzione che caratterizza il filosofo pratico oggi: essere coscienza critica della complessità attuale e, in questo, accettare il rischio di essere socraticamente atopica, attività enigmatica, non classificabile e sempre nel mirino della fragile democrazia occidentale a causa di questo agire sociale e politico; la consapevolezza di questo rischio estremo rende questa figura massimamente mimetica, precaria, instabile e perciò in bilico, sospesa tra ragione e follia, ma che può e deve accettare il suo destino di kènosis del lògos, capace cioè di sacrificare se stessa o meglio svuotarsi del suo portato storico per inverarsi nel quotidiano. La praxis filosofica si mostra come proteiforme, da Proteo divinità del mare, dei fiumi e delle distese d’acqua nonché oracolo e mutaforma. Un rischio che oggi la categoria dei philosophers probabilmente non è sempre conscia di assumere; se lo assume, e se ne è conscia, lo interpreta come un “incantesimo orfico”, (come lo descrive Giorgio Giacometti, in Platone 2.0, Mimesis 2017)  essendo infatti costretta a non dire ciò che presuppone e anela: filosofare, ovvero farsi mediatore tra il mortale e l’immortale, daimon, δαίμων parola che “designa i mediatori, gli intermediari fra l’uomo e Dio”, come scrisse S. Weil. Filosofi, amanti della sapienza.

Pur condivisibile quindi il paradigma platonico, (per cui la pratica filosofica, in quanto dialogo, non può non essere platonica) è bene riconoscere, che non è possibile replicare il senso dell’esperienza dell’esercizio filosofico antico nelle modalità rinnovate dalle odierne pratiche filosofiche, per alcuni motivi che qui si possono solo accennare, e che tale riferimento può funzionare come paradigma, modello pratico, non logico ma analogico. L’antichità contrapponeva al possesso materiale il livello spirituale; oggi il materiale prevale e lo spirituale ha le sembianze di un sincretismo onnicomprensivo, un blob indistinto in cui convergono spizzichi di cabala, oriente, esoterismo, tecniche di respirazione e esercizi di rilassamento. Stando agli effetti, la pratica si porrebbe come audace se efficace e imperiosa, capace di fare metanoia, provocare un cambiamento, altrimenti ha le sembianze di una tecnica del sé postmoderna, di derivazione foucaultiana, post freudiana, neo orientaleggiante, new age, olistica, un cui il filosofico perde la sua specialità.

L’idea di Associazione, professionale o culturale, è solo parzialmente una ripresa di un’idea di comunità di filosofi. Ciò che è comune oggi non è un concetto condiviso, tra filosofi, e la stessa idea di condivisione è incerta. La ricerca personale verso una crescita interiore è vista oggi come una forma di eccentricità ed è difficile che i soggetti della consulenza attestino una credenza diversa dal conforme, la moda, il si dice il si fa, l’omologante mondano dell’analitica dell’esistenza heideggeriana. Il consulente non dovrebbe essere lo specialista dello straordinario e della meraviglia? Le figure di agitatori interiori, coscienze critiche: poeti, filosofi, artisti oggi sono integrati o dissociati; i primi, innocui, cantano il tema del presente, i secondi (più incisivi) non hanno voce pubblica e spesso sono isolati. Dove si colloca il consulente? Si segna un tema di spartizione tra i più ed i pochi, tra un’idea di massa e un’idea di coloro che pensano ciò che fanno, è il destino della sapienza: sapiens e insipiens. E’ ancora valido l’assunto che tutti hanno una filosofia? Oppure la filosofia è per tutti ma non tutti sono per la filosofia?

La sfida del futuro per i filosofi praticanti e consultanti appare, chiunque si proponga di fare pratica filosofica, in questa prospettiva, quella di abitare questo paradosso orfico e proteico, proprio per questa radicale “diversità” e audacia, di una filosofia precaria che vuole essere critica, cioè capace di problematizzare i problemi stessi, mettendoli in discussione, e che vuole essere coscienza spirituale dell’anima politica occidentale, contro e in radicale opposizione ad un pensiero omologato e omologante cui deve far buon viso a cattivo gioco, con cui è costretta a convivere, filosoficamente. Estrema sembianza, ultima maschera, di una pratica preistorica.

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